Archive pour mai, 2015

Russian icon of crucifixion with Theotokos and Saint John the Evangelist

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IL VIAGGIO DI PAOLO VI IN TERRA SANTA, 1963

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IL VIAGGIO DI PAOLO VI IN TERRA SANTA

«Una visita orante ai luoghi santificati dalla vita, passione e risurrezione di Gesù»

Il pellegrinaggio di Papa Francesco in Terra Santa è avvenuto cinquanta anni dopo quello di Papa Montini. Ripubblichiamo alcuni brani dai discorsi pronunciati da Paolo VI durante il suo viaggio, compiuto dal 4 al 6 gennaio 1964 (tratto da 30Giorni n. 2, 2000)

4 dicembre 1963

Annunzio del pellegrinaggio ai padri conciliari alla chiusura della II sessione del Concilio Vaticano II
[…] Tanto è viva in noi la convinzione che per la felice conclusione finale del Concilio occorre intensificare preghiere ed opere, che abbiamo deliberato, dopo matura riflessione e non poca preghiera, di farci noi stessi pellegrini alla Terra di Gesù nostro Signore.
Vogliamo infatti recarci, se Dio ci assiste, nel prossimo mese di gennaio, in Palestina, per onorare personalmente, nei luoghi santi, ove Cristo nacque, visse, morì e risorto salì al Cielo, i misteri primi della nostra salvezza: l’incarnazione e la redenzione. Vedremo quel suolo benedetto, donde Pietro partì e dove non ritornò più un suo successore; noi umilissimamente e brevissimamente vi ritorneremo in segno di preghiera, di penitenza e di rinnovazione per offrire a Cristo la sua Chiesa, per chiamare ad essa unica e santa i Fratelli separati, per implorare la divina misericordia in favore della pace fra gli uomini, la quale in questi giorni mostra ancora quanto sia debole e tremante, per supplicare Cristo Signore per la salvezza di tutta la umanità. Che la Madonna Santissima guidi i nostri passi, che gli apostoli Pietro e Paolo e tutti i santi ci assistano benigni dal Cielo.

4 gennaio 1964

Discorso all’aeroporto di Roma
[…] È stato detto giustamente che il Successore del primo degli apostoli ritorna dopo venti secoli di storia là, di dove Pietro è partito, portatore del messaggio cristiano. E di fatto vuol essere il nostro un ritorno alla culla del cristianesimo, ove il granello di senapa dell’evangelica similitudine ha messo le prime radici, estendendosi come albero frondoso, che ormai ricopre con la sua ombra tutto il mondo (cfr. Mt 13,31s); una visita orante ai luoghi santificati dalla vita, passione e risurrezione di nostro Signore.
È un pellegrinaggio di preghiera e di penitenza, per una partecipazione più intima e vitale ai Misteri della Redenzione, e per proclamare sempre più alto davanti agli uomini, come annunziammo nel nostro primo messaggio Urbi et orbi, che «solo nel Vangelo di Gesù è la salvezza aspettata e desiderata: “Poiché non c’è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, mercè il quale abbiamo ad essere salvati” (At 4,12)».
In questi giorni, in cui la Liturgia sacra ricorda il Principe della pace, noi chiederemo a Lui di dare al mondo questo dono prezioso, e di consolidarlo sempre più fra gli uomini, nelle famiglie, tra i popoli.
Presenteremo a Cristo la sua Chiesa, nel suo proposito di fedeltà al comandamento dell’amore e dell’unione, da Lui lasciatole come suo estremo mandato. Porteremo sul Santo Sepolcro e sulla Grotta della Natività i desideri dei singoli, delle famiglie, delle nazioni; soprattutto le aspirazioni, le ansie, le pene dei malati, dei poveri, dei diseredati, degli afflitti, dei profughi; di quanti soffrono, di coloro che piangono, di coloro che hanno fame e sete di giustizia. […]

4 gennaio 1964
Discorso davanti alla porta di Damasco all’arrivo a Gerusalemme
Signor governatore, signor sindaco, abitanti di Gerusalemme, e voi tutti che siete venuti da vicino o da lontano per circondarci in questo istante.
[…] Oggi si realizza per noi ciò che ha fatto l’oggetto di tanti desideri di tanti uomini all’epoca dei patriarchi e dei profeti, di tanti pellegrini venuti da venti secoli a visitare la tomba di Cristo. Oggi possiamo gridare con l’autore sacro: «Finalmente i nostri piedi calpestano adesso la soglia delle tue porte, Gerusalemme» (Sal 122,2) e aggiungere con lui in tutta verità: «Ecco il giorno che il Signore ha fatto: giorno di gioia e d’allegrezza» (Sal 117,24).
Dal più profondo del nostro cuore ringraziamo Iddio onnipotente di averci condotto fino a questo luogo e fino a quest’ora. Vi invitiamo tutti a unirvi alla nostra azione di grazie.
La nostra riconoscenza si indirizza prima di tutto alle autorità per l’accoglienza piena di fervore che ci hanno dedicato.
Agli abitanti di Gerusalemme diciamo la nostra stima per lo spirito religioso e per le nobili tradizioni di cortesia e di ospitalità verso tutti i pellegrini dei luoghi santi. Li invitiamo ad alzare con noi le loro mani e i loro cuori verso il cielo per far discendere sulla loro santa città l’abbondanza delle benedizioni divine.
Ai nostri cari figli cattolici e a tutti quelli che si onorano del nome cristiano diciamo: entrate con noi nello spirito di questo pellegrinaggio. Venite con noi a mettere i vostri passi sulle orme di quelli di Cristo, a salire con Lui al Calvario, a venerare la sua tomba sempre gloriosa da dove è uscito pieno di vita dopo aver vinto la morte e redento il mondo. Venite con noi a offrirgli la sua Chiesa sugli stessi luoghi dove Egli ha versato il suo sangue per lei. […]

4 gennaio 1964
Nella Basilica del Santo Sepolcro e al Calvario
[…] Ecco, o Signore Gesù, noi siamo venuti come ritornano i rei al luogo e al corpo del loro delitto; noi siamo venuti come chi ti ha seguito, ma ti ha anche tradito, fedeli infedeli tante volte siamo stati; noi siamo venuti per riconoscere il misterioso rapporto fra i nostri peccati e la tua passione; opera nostra, opera tua; noi siamo venuti per batterci il petto, per domandarti perdono, per invocare la tua misericordia; noi siamo venuti perché sappiamo che tu ci puoi perdonare; perché Tu hai espiato per noi, Tu sei la nostra unica redenzione. Tu sei la nostra speranza. […]

Discorso ai patriarchi orientali cattolici
[…] Grande è la nostra gioia nell’incontrarvi. Siamo venuti qui in pellegrinaggio, voi lo sapete, per seguire i passi di Cristo nella «santa e gloriosa Sion, madre di tutte le Chiese», per riprendere una frase della antica liturgia gerosolimitana di san Giacomo. Il luogo della vita, passione e risurrezione del Signore è infatti quello in cui la Chiesa è nata. Nessuno può dimenticare che quando Dio volle scegliersi come uomo una patria, una lingua, una famiglia in questo mondo, le prese dall’Oriente. All’Oriente chiese gli apostoli. «E prima di tutto in Palestina gli apostoli sparsero la fede in Gesù Cristo e fondarono Chiese. Poi partirono per il mondo e vi annunziarono la stessa dottrina e fede» (Tertulliano). Ogni nazione riceveva il buon seme della loro predicazione nella mentalità e cultura che le erano proprie. Ciascuna Chiesa locale cresceva con la propria personalità, i propri usi, la maniera propria di celebrare i medesimi misteri senza che questo recasse nocumento all’unità della fede e alla comunione di tutti nella carità e nel rispetto dell’ordine stabilito da Cristo. Questa è l’origine della nostra diversità nell’unità, della nostra cattolicità, nota sempre essenziale della Chiesa di Cristo e della quale lo Spirito Santo ci concede di fare una nuova esperienza nel nostro tempo e nel Concilio. […]

5 gennaio 1964
Indirizzo al presidente d’Israele Zalman Shazar
[…] Noi vorremmo che le nostre prime parole esprimessero tutta l’emozione che noi proviamo vedendo coi nostri occhi e calcando coi nostri piedi questa Terra dove vissero un tempo i patriarchi, nostri padri nella fede, questa Terra dove risuonò per tanti secoli la voce dei profeti, che parlavano nel nome del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, questa Terra, infine e soprattutto, che la presenza di Gesù Cristo ha reso ormai benedetta e sacra per i cristiani, e, si può dire, per l’intero genere umano.
Vostra eccellenza sa, e Dio ci è testimone, che noi in questa visita non siamo guidati da alcuna considerazione che non sia di ordine puramente spirituale. Noi veniamo come pellegrini; noi veniamo a venerare i luoghi santi; noi veniamo per pregare. […]

Saluto di congedo dal presidente israeliano
[…] Siamo venuti tra voi con i sentimenti di Colui che noi abbiamo coscienza di rappresentare, e che i profeti hanno annunciato fin dal loro tempo, col nome di «Principe della pace». Vogliamo dire che noi non nutriamo, verso tutti gli uomini e verso tutti i popoli, che pensieri di bontà. La Chiesa, infatti, li ama ugualmente tutti.
Il nostro grande predecessore Pio XII l’ha affermato con forza e in varie riprese, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, e tutto il mondo sa che cosa egli ha fatto per la difesa e la salvezza di tutti coloro che erano nella prova, senza alcuna distinzione. E tuttavia, voi lo sapete, si sono lanciate supposizioni e anche delle accuse contro la memoria di questo grande Pontefice. Noi siamo felici di aver occasione per affermare in questo giorno e in questo luogo: nulla di più ingiusto di questo attentato contro una sì venerabile memoria.
Coloro che, come noi, hanno conosciuto da vicino quest’anima mirabile, sanno fin dove giungeva la sua sensibilità, la sua compassione verso le sofferenze umane, il suo coraggio e la sua delicatezza di cuore.
E lo sapevano bene anche coloro che, all’indomani della guerra, si recarono, con le lacrime agli occhi, a ringraziarlo per aver loro salvato la vita. Veramente, sull’esempio di Colui che rappresenta qui in terra, il Papa non desidera nulla quanto il vero bene di tutti gli uomini.
Noi formuliamo ora i migliori voti per voi, al termine di questa visita, compiacendoci di pensare che i nostri figli cattolici, che vivono in questa Terra, continueranno a godere dei diritti e delle libertà che oggi normalmente sono riconosciuti a tutti. […]

6 gennaio 1964
Omelia a Betlemme
[…] Noi vorremmo innanzitutto presentarci, ancora una volta, a questo mondo in cui noi ci troviamo. Siamo i rappresentanti e promotori della religione cristiana. Abbiamo certezza di promuovere una causa che viene da Dio; siamo i discepoli, gli apostoli, i missionari di Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, il Messia, il Cristo. Siamo i continuatori della sua missione, gli araldi del suo messaggio, i ministri della sua religione, che sappiamo avere tutte le garanzie divine della verità. Non abbiamo altro interesse che quello di annunziare questa nostra fede. Non chiediamo nulla, eccetto la libertà di professare e di offrire a chi liberamente la accoglie questa religione, questo rapporto fra gli uomini e Dio instaurato da Gesù, nostro Signore.
Poi vogliamo aggiungere un’altra cosa che preghiamo il mondo di volere lealmente considerare. È lo scopo immediato della nostra missione; ed è questo: noi desideriamo operare per il bene del mondo. Per il suo interesse, per la sua salvezza. Pensiamo anzi che la salvezza che noi gli offriamo sia necessaria.
Questa nostra affermazione ne implica molte altre. E cioè noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. Se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo, qualunque sia l’aspetto che esso presenta e il contegno che esso gli ricambia. Sappia il mondo d’essere stimato ed amato da chi rappresenta e promuove la religione cristiana con una dilezione superiore ed inesauribile. È l’amore che la nostra fede mette nel cuore della Chiesa, la quale non fa che servire da tramite dell’amore immenso, meraviglioso di Dio verso gli uomini.
Questo vuol dire che la missione del cristianesimo è una missione di amicizia in mezzo alla umanità, una missione di comprensione, d’incoraggiamento, di promozione, di elevazione; diciamo ancora di salvezza. Noi sappiamo che l’uomo oggi ha la fierezza di voler fare da sé, e fa delle cose nuove e stupende; ma queste cose non lo fanno più buono, non lo fanno felice, non risolvono i problemi umani nel loro fondo, nella loro durata, nella loro generalità. Noi sappiamo che l’uomo soffre di dubbi atroci. Noi sappiamo che nella sua anima vi è tanta oscurità, tanta sofferenza. Noi abbiamo una parola da dire, che crediamo risolutiva. E tanto più noi osiamo offrirla, perché essa è umana. […] 

UNA SVOLTA PASTORALE – (L’ESEMPIO DELL’APOSTOLO PAOLO)

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350984

UNA SVOLTA PASTORALE – (L’ESEMPIO DELL’APOSTOLO PAOLO)

(da www.chiesa espressoonline.it)

Perché il sinodo dei vescovi sulla famiglia dovrebbe seguire l’esempio dell’apostolo Paolo. Da « Die Tagespost » del 22 gennaio 2015. L’autore è vicario generale della dicesi di Coira

di Martin Grichting

In vista della XIV assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi che avrà luogo il prossimo ottobre sulla « Vocazione e missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo » la segreteria generale del sinodo ha pubblicato un questionario. Questo documento dovrebbe servire da approfondimento del testo finale dell’assemblea straordinaria del sinodo dei vescovi dell’anno scorso, la cosiddetta « Relatio synodi. » Sulla base delle risposte sarà poi sviluppato l’ »Instrumentum laboris » per il sinodo del prossimo autunno.
Nel questionario si legge che si tratta ora di lasciarsi guidare dalla « svolta pastorale » che l’assemblea straordinaria del sinodo ha iniziato a delineare. Riguardo a questa svolta pastorale si legge nella « Relatio synodi » (25): « In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nelle loro vite e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro ». Più genericamente parlando, la nuova sensibilità della pastorale odierna deve consistere nel « cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze » (41).

L’apostolo Paolo, pastore e maestro
È l’apostolo Paolo a potersi vantare di aver inventato il principio della svolta pastorale, quasi 2000 anni fa, quando, come sappiamo, si recò sull’Areòpago di Atene (cfr. At 17, 16-34) e colse gli « elementi positivi » presenti negli ateniesi. Paolo, il pastore, lodava gli ateniesi quali « molto timorati degli dei » ed espose loro la pienezza del piano di Dio indicando loro l’ara con l’iscrizione « Al Dio ignoto » e segnalando: « Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio ».
Cogliere gli « elementi positivi » nel pensiero dei suoi interlocutori non impediva però all’apostolo Paolo di annunziare sempre nuovamente tutta la verità di Cristo. Ai greci, che cercavano la sapienza, mostrava il Cristo crocifisso: « stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio » (1 Cor 1, 22-24). E circa il tema del sinodo di quest’anno diceva senza mezzi termini: « Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti… erediteranno il Regno di Dio » (1 Cor 6, 9s).

La Chiesa madre e maestra
Il prossimo sinodo dei vescovi può realizzare in maniera attendibile l’attesa « svolta pastorale » seguendo l’esempio di Paolo: deve ascoltare i fedeli, anche quelli che nel loro pensare ed agire rimangono indietro rispetto alla Parola di Dio, per comprendere il sentire di queste persone e il perché del loro agire. Cristo non ha trasmesso alla Chiesa un « munus interrogandi »; quale « complessa realtà » composta non solo da un elemento divino ma anche da un elemento umano (Lumen Gentium 8), la Chiesa deve però conoscere il mondo e le mentalità che lo dominano. Tenendo presente quanto conosciuto, come una madre piena di comprensione, dovrà invitare alla crescita spirituale, affinché gli uomini possano « raggiungere la pienezza del piano di Dio ».
In questo la Chiesa non deve però mancare di confessare chiaramente in che cosa consista questo piano di Dio. Essendo essa composta anche dall’elemento divino, ha ricevuto da Cristo il « munus docendi », la funzione di insegnare. Quest’ultima, nella « Relatio post disceptationem « − il riassunto dei dibattiti delle sessioni nella prima settimana dell’ultimo sinodo − è passata in secondo piano almeno nella sua presentazione nei media e nell’opinione pubblica.
In essa si parlava, difatti, della possibilità di « riconoscere elementi positivi anche in forme imperfette che si trovano al di fuori… [della] realtà nuziale »; di « semi del Verbo » sparsi anche nelle unioni intime non sacramentali. Inoltre, circa la convivenza che precede il matrimonio, la « Relatio » parlava di « autentici valori familiari » e infine, riguardo alle persone omosessuali – come singoli individui o come persone che vivono in un’unione intima? – il documento menzionava persone « con doti e qualità da offrire alla comunità cristiana ».
La svolta pastorale qui espressa sembrava, almeno nel modo in cui era rappresentata nei media e nell’opinione pubblica, poco ispirata dal discorso chiaro di san Paolo. Ciò indusse molti fedeli ad avere l’impressione che in futuro non ci sarebbero più veramente dei peccati, ma soltanto delle realizzazioni più o meno perfette di ideali biblici. E si era tentati – influenzati da certi mass media – di pensare che da ora in avanti non sarebbe più l’Agnello di Dio a togliere i peccati del mondo. A suo tempo, Blaise Pascal aveva già sospettato che i pastori lassisti fossero i « patres qui tollunt peccata mundi ». Adesso si era tentati di pensare che fossero i padri sinodali a togliere i peccati del mondo.
Con la « Relatio synodi » tuttavia sono stati proprio i padri sinodali a rimettere a posto l’immagine. Papa Francesco ha poi contribuito ulteriormente a calmare la situazione relativizzando la « Relatio post disceptationem », quando durante una sua intervista ha precisato che il rapporto intermedio, contrariamente alla « Relatio synodi », non si inserisce nelle conclusioni del sinodo.
Anche sulla questione dei fedeli divorziati e risposati con rito civile fu rivendicata una svolta pastorale, già alcuni mesi prima del sinodo dei vescovi, dal cardinale Walter Kasper che richiamava gli elementi positivi di tali rapporti come ad esempio il carattere vincolante che non potrebbe essere sciolto senza portare a nuove colpe o l’impegno di vivere il secondo matrimonio civile nella fede ed educando ad essa i figli.
Il riconoscimento di « elementi positivi » – come si nota ad esempio nel sussidio della conferenza episcopale tedesca del 24 novembre 2014 (Arbeitshilfe n. 273, p. 71) – risulta qui in un apriporta per far rientrare il sacramento della penitenza, l’eucaristia, il matrimonio cristiano indissolubile e i dieci comandamenti in una ponderazione dei beni con « elementi positivi » di una nuova relazione extraconiugale. Questo rischio incombe quando si omette di affiancare alla svolta pastorale il discorso chiaro di san Paolo. La conferenza episcopale tedesca, infatti, postula che nel secondo matrimonio con rito civile debbano essere riconosciuti certi « impegni morali », tra i quali per esempio la fedeltà reciproca, l’esclusività e la responsabilità per l’altro. Per questo la conferenza episcopale pone la domanda se « i rapporti sessuali in questa unione di vita siano sempre e in ogni circostanza da condannare come peccato grave ».
Se guardiamo l’esempio di san Paolo, una svolta pastorale richiede, per poter essere veramente pastorale, una testimonianza inequivocabile del piano di Dio. La Chiesa deve essere quindi molto chiara su questo punto. Si pone perciò la questione: Può la bontà morale di un atto dipendere da una ponderazione dei beni o di « elementi positivi » da raggiungere? O vi sono degli atti « intrinsecamente cattivi », come li ha chiamati il santo papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica « Veritatis splendor »?
La prima era la linea argomentativa della « morale autonoma », che – dopo il dibattito sull’enciclica « Humanae vitae » di Papa Paolo VI – riappare ora sotto nuove vesti. Nella « Veritatis splendor » la teoria della « morale autonoma » è stata respinta con l’argomento che i comandamenti cosiddetti « negativi » (« non commettere adulterio ») non devono essere sottoposti ad una ponderazione dei beni e quindi per questo motivo non possono nemmeno essere relativizzati: « Essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione ‘semper et pro semper’, senza eccezioni, perché la scelta di un tale comportamento non è in nessun caso compatibile con la bontà della volontà della persona che agisce, con la sua vocazione alla vita con Dio e alla comunione col prossimo… La Chiesa ha sempre insegnato che non si devono mai scegliere comportamenti proibiti dai comandamenti morali espressi in forma negativa nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Come si è visto, Gesù stesso ribadisce l’inderogabilità di queste proibizioni: ‘Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti:… non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso’ (Mt 19, 17-18) » (n. 52).
E più avanti al n. 81 Giovanni Paolo II continua: « Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti ‘irrimediabilmente’ cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: ‘Quanto agli atti che sono per se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt) – scrive sant’Agostino –, come il furto, la fornicazione, la bestemmia, o altri atti simili, chi oserebbe affermare che, compiendoli per buoni motivi (causis bonis), non sarebbero più peccati o, conclusione ancora più assurda, che sarebbero peccati giustificati?’ ».
Questa dottrina, da sempre valida, non sarà neanche in futuro messa da parte dalla Chiesa. Ciò che è teologicamente falso, infatti, non può essere pastoralmente giusto. Giovanni Paolo II era dunque certo della « coesistenza e mutuo influsso di due principi, egualmente importanti… Il primo è il principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la Chiesa, continuatrice nella storia della presenza e dell’opera di Cristo, non volendo la morte del peccatore ma che si converta e viva, attenta a non spezzare la canna incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora, cerca sempre di offrire, per quanto le è possibile, la via del ritorno a Dio e della riconciliazione con lui. L’altro è il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il bene. Basandosi su questi due principi complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, finché non abbiano raggiunto le disposizioni richieste » (Esortazione apostolica « Reconciliatio et paenitentia », n. 34).
Misericordia e perdono sono sempre donati da Dio come grazia immeritata e illimitata. Si ottiene questa grazia quando c’è il vero pentimento, la conversione, e quando non si permane in situazioni oggettivamente contrarie al piano di Dio. Questo non è solamente valido perché è un’autentica testimonianza della verità del Vangelo, ma perché è bene per l’interessato stesso e corrisponde alla verità della sua vita e perché solo questa verità lo rende libero (Gv 8, 2).

Comprendere ed annunciare come san Paolo
Alcuni episodi dell’ultimo sinodo dei vescovi, tra cui la summenzionata « Relatio post disceptationem », hanno risvegliato in non pochi fedeli preoccupazioni circa il futuro cammino della Chiesa. Senza dubbio possiamo confidare sul fatto che papa Francesco continuerà a sgomberare tali timori. Che sia cosciente della problematica, lo ha dimostrato al termine dell’ultimo sinodo, quando ha parlato della sua missione: « Il papa, in questo contesto, non è il signore supremo ma piuttosto il supremo servitore, il ‘servus servorum Dei’, il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo – per volontà di Cristo stesso – il ‘pastore e dottore supremo di tutti i fedeli’ (CIC, can. 749) e pur godendo ‘della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa’ (cf. CIC, cann. 331-334) ».
La Chiesa non sbaglierà strada nel suo agire pastorale e nel suo insegnamento dottrinale, se si atterrà al modello di san Paolo. Pur essendovi stati taluni che sull’Areopago lo avevano deriso e avevano rimandato la discussione ad un’altra volta, Dionigi, Damaris e altri avevano aderito a lui ed erano divenuti credenti (At 17, 32-34). In vari luoghi l’apostolo Paolo ha fondato delle comunità e ha portato la fede sino ai confini della terra. Ciò che seminò accostandosi con circospezione alla mentalità delle persone di quei tempi e annunciando il Vangelo senza timore, fiorisce ancora oggi. Non va però dimenticato che alla fine subì il martirio. Del resto: quando era debole, era allora che era forte (2 Cor 12, 10).
La Chiesa dei nostri giorni può agire allo stesso modo di san Paolo. Deve conoscere gli orizzonti del pensiero dei suoi contemporanei e riallacciarsi ad esso nel suo lavoro pastorale. Deve in seguito però anche trasmettere con coraggio ciò che ha ricevuto dal Signore.
Anche la Chiesa è debole dinnanzi alle forze trainanti di questo mondo che hanno creato una mentalità non troppo diversa da quella cui si trovava davanti san Paolo. Malgrado la svolta pastorale, la Chiesa non riuscirà – come accadde allora a San Paolo – a convincere tutti. E dovrà, a causa dell’annuncio della Parola di Dio, continuamente subire il martirio, anche se davanti ai tribunali dell’opinione pubblica si tratterà, nella maggioranza dei casi, piuttosto di un martirio incruento.
Ma se la Chiesa oggi sente, pensa e agisce come san Paolo − e se, soprattutto, crede, spera e ama come lui – allora sarà forte, nonostante la debolezza delle sue membra. Essendo corpo di Cristo conosce – come Gesù Cristo – ciò che è nell’uomo. E sa anche che non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati. Dopo ben 2000 di storia sotto la guida dello Spirito Santo non dovrebbe essere molto più facile per la Chiesa di quanto lo sia stato per san Paolo credere e confidare che Cristo è la sua forza, qualunque cosa accadrà?
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Catacombe di Commodilla in Roma

Catacombe di Commodilla in Roma dans immagini sacre Busto-Cristo-catacombe-Commodilla

http://www.antika.it/0010694_cristo-nel-labirinto-di-alatri.html

Publié dans:immagini sacre |on 6 mai, 2015 |Pas de commentaires »

«PER ME IL VIVERE È CRISTO» (Fil 1,12-26)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/de_virgilio_filippesi2.htm

II. «PER ME IL VIVERE È CRISTO» (Fil 1,12-26)

II.1 LECTIO (14)

12 Desidero che sappiate, fratelli, come le mie vicende si sono volte piuttosto per il progresso del vangelo, 13 al punto che in tutto il palazzo del pretorio e dovunque sono divenute note le mie catene in Cristo. 14 In tal modo la maggior parte dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, ancor più ardiscono annunciare senza timore la Parola (15). 15 Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. 16 Questi lo fanno per amore, sapendo che sono stato incaricato per la difesa del vangelo; 17 quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non rette, pensando di accrescere dolore alle mie catene. 18 Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. 19 So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, 20 secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. 21 Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. 22 Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. 23 Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; 24 ma per voi è più necessario che io rimanga nella carne. 25 Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi, per il progresso e la gioia della vostra fede, 26 affinché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno fra voi.
Dopo l’indirizzo di saluto (Fil 1,1-2) e l’esordio (1,3-11), il nostro testo inizia con l’allusione alla situazione di prigionia dell’Apostolo, che «desidera»informare del progresso del Vangelo i cristiani di Filippi, chiamandoli «fratelli» (adelphoi). È proprio in un clima di familiarità e di confidenza che Paolo presenta la dialettica paradossale dell’ evangelizzazione, mentre egli si trova «in catene per Cristo» (v. 13: oste tous desmous mou phanerous en Christo). L’annuncio di Cristo è indissolubilmente congiunto con la sorte dell’ Apostolo. Egli intende parlare di sé (v. 12: ta kat’eme) non per mettere al centro la propria condizione, piuttosto per esaltare il misterioso progetto di Dio. L’Apostolo ormai non vive più per se stesso, ma solo per Cristo!
D’altra parte la sofferenza e la prigionia non solo non hanno impedito l’evangelizzazione: al contrario, le catene di Paolo hanno perfino favorito la «corsa della Parola». Al v. 12 si impiega il termine prokope che fa da inclusione con quanto si ritro­va al v. 25: il vantaggio (progresso) del Vangelo e dei cristiani di Filippi (eis prokopen …eis ten hy­mon prokopen). Giudicando la sua condizione, Paolo incoraggia i credenti a leggere la volontà di Dio anche nelle sue catene. Nell’ambiente del pretorio e un po’ dovunque è nota la vicenda dell’ Apostolo e la sua testimonianza cristiana (16). Più che es­sere prigioniero degli uomini, Paolo sa di essere il «prigioniero di Cristo» (cf. Ef 3,1,4,1; Fm1) (17) da qui nasce il suo vanto (1,26). Il legame tra la persona dell’ Apostolo e il Vangelo non si è spezzato: le «catene» che lo limitano, contribuiscono ad «unirlo» di più a Cristo.
Leggendo questi versetti scopriamo come al centro delle considerazioni di Paolo c’è la persona del Cristo. Le catene diventano un incoraggiamento per i cristiani della comunità locale dove egli è detenuto. In un clima di ritrovata fiducia nel Signore (en Kyrio) (18) la «maggior parte» dei fratelli (pleiones) ha ripreso a dedicarsi alla predicazione con maggiore intensità (perissoteros) e senza timore (aphobos). Nel v. 14 è interessante l’espressione tolman ton logon lalein che traduce letteralmente la formula «osare di dire la Parola »: occorre riconqui­stare l’audacia della Parola di Dio, la spinta missionaria della predicazione, senza la quale non è possibile edificare la Chiesa.
Tuttavia nei vv. 15-17 questo processo evangelico è segnato da un’ambivalenza strisciante, che mette in luce la divisione tra i buoni operai e coloro che predicano per invidia e spirito di contesa. L’Apostolo conosce le problematiche della divisione nella comunità e le affronta con sapiente equilibrio di giudizio. Commenta Barbaglio: «In altre circostanze egli non si sarebbe dimostrato così tollerante: non una parola polemica, nessun attacco verbale, solo la constatazione di un fatto. Ma ora è in carcere ed ha interesse a dire ai Filippesi come non abbia cessato per questo di essere annunciatore del Vangelo; almeno indirettamente, per fas e per nefas l’annuncio di Cristo si compie e si compie per suo influsso» (19). Si coglie in questo passaggio la solida e serena maturità del pastore: dare la priorità all’annuncio del Vangelo e non al prestigio della sua persona e della sua autorità apostolica.
Possiamo supporre quale situazione si fosse creata nel contesto ecclesiale, durante la prigionia di Paolo. Alcuni credenti, ritenendo Paolo ormai recluso e tramontato (un «personaggio scomodo»), approfittarono della sua condizione per intensificare la predicazione del Vangelo allo scopo di accrescere il proprio prestigio personale nell’ ambiente e far pesare ancora di più il suo stato di detenuto. Il testo definisce bene i due gruppi: alcuni predicano Cristo per invidia e spirito di contesa, con rivalità e intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle sue catene (v. 17), altri predicano con buoni sentimenti e per amore, sapendo che Paolo è stato posto per la difesa del Vangelo (v. 15-16) (20).
Al v. 18 si ricava la posizione dell’Apostolo, introdotta dall’interrogativo retorico: ti gar (che cosa dunque?); a significare «che cosa importa?», espressione che ritroviamo in altri contesti argomentativi dell’ Apostolo (21). Anche se alcuni proclamano Cristo in modo negativo, «per pretesto» (v. 18: prophasei) e altri «nella verità-sincerità» (aletheia), Paolo «esulta e permane nella gioia» (en touto chairo… charesomai) per il fatto che Cristo viene annunciato (Christos kataggelletai). Si intro­duce qui il tema dominante di tutta la lettera che è quello della «gioia» (22). Pur stando in catene, l’Apostolo condivide la gioia del Vangelo e della missione, dando una straordinaria testimonianza cristiana all’intera comunità. Commenta Fabris: «Anche nel testo di Fil 1, 18b si può avvertire un implicito invito rivolto da Paolo ai Filippesi a seguire il suo esempio. Non è la condizione esterna o interna di conflitto che deve condizionare lo stato d’animo dei credenti, ma il fatto che l’annuncio di Cristo sia fatto ed accolto» (23).
Nei vv. 19-26 il tono della comunicazione personale di Paolo si fa più intenso e commovente. Paolo ha la consapevolezza fondata (oida) che quanto sta avvenendo nella sua vita non si verifica per caso, ma risponde ad un preciso progetto di Dio «in vista della salvezza» (v. 19: apobesetai eis sote­rian) (24) In questa prospettiva la salvezza è definita non tanto dalla sorte del predicatore, ma dalla sua fede e dall’aiuto dello Spirito Santo. Egli si dichiara convinto di poter contare sulla preghiera della comunità (v. 19: dia tes hymon deeseos), qualunque cosa accadrà nel suo futuro. Di fronte al proget­to di Dio e al suo Vangelo egli vive una «ardente at­tesa e la speranza» (apokaradokia kai elpida): in nulla egli rimarrà confuso, comunque volgeranno gli avvenimenti che lo riguardano.
L’espressione paolina del v. 20 è costruita in una forma antitetica e ricorda la fraseologia salmica dell’uomo fedele che «confida in Dio»25: «Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia» (v. 20). Il cuore di Paolo è segnato da una «piena fiducia» (en pase parresia), che racchiude in sé l’obbedienza a Dio e la forza profetica della sua Parola di salvezza: sia in caso di assoluzione che in quello di condanna a morte, l’Apostolo è persuaso che il suo destino rimarrà indissolubilmente legato a Cristo.
Il notissimo v. 21 costituisce il culmine della dichiarazione dell’ Apostolo: «Per me infatti il vivere (to zen) è Cristo e il morire (to apothanein) un guadagno (kerdos) ». La frase è costituita da due membri accostati senza la copula: ai due verbi antitetici «vivere/morire» corrispondono i termini «Cristo/guadagno». Il pronome iniziale «per me» (emoi), posto in modo enfatico all’inizio della frase, sottolinea il legame profondo che Paolo ha con la persona del Cristo. Il «vivere» nella prospettiva della fede cristologica abbraccia l’intera esistenza dell’ Apostolo, non solo il restare nella carne umana, ma il suo passato e il suo futuro. In Gal 2,20 l ‘Apostolo esprime un simile concetto teologico: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato. e ha dato se stesso per me». Anche in questa espressione ritorna la distinzione tra «Cristo vive in me» e il «vivere nella carne». Si comprende come la vocazione di Paolo è qualificata dalla relazione con Cristo, che è la ragione e il centro della sua persona e della sua missione. Nel «cuore di Cristo» abita l’essere di Paolo, passato, presente e futuro.
In questa piena e totale relazione cristologica Paolo considera la morte come un guadagno, espressione paradossale che richiama un topos comune della tradizione filosofica greco-romana (26). La morte diventa una liberazione e, per questo, un guadagno a favore della persona umana, quando la vita è diventata insopportabile. Tuttavia qui Paolo non intende disprezzare la vita, neppure una vita segnata dalle catene: l’accento viene posto sulla centralità di Cristo, che è la pienezza di vita, al cui confronto tutti i beni, i possedimenti e le conoscenze dell’uomo risultano passeggere. Paolo riprenderà questa argomentazione in Fil 3,7-8 quando affermerà che per guadagnare Cristo egli ha considerato una «perdita» tutto quello che poteva essere per lui un «guadagno».
Nei vv. 21-26 si riprende l’antitesi vivere/morire, in riferimento a quanto Paolo stesso desidera. Egli esprime il suo pensiero in un soliloquio mediante una costruzione ipotetica: la prospettiva di vivere «nella carne» (en sarchi) e di lavorare con frutto (karpos ergou) lo mettono nell’imbarazzo della scelta (v. 22). Tra vita apostolica e unione escatologica con Cristo nella morte (v. 23 «essere sciolto dal corpo») Paolo non sa cosa preferire. Nel contesto di Fil 1,23a il passivo di synechesthai («essere preso») esprime bene la condizione di Paolo, che si trova al «bivio di un’alternativa». Da una parte egli ha il «desiderio» (v. 23: ten epithymian echon) di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo (syn Christo einai). Questo desiderio è interpretato dall’ Apostolo come la migliore soluzione (27). D’altra parte il «rimanere nella carne» è «più necessario» (v. 24: anagkaioteron di ‘hymas) per il bene della comunità. In questa contrapposizione emerge la vocazione dell’ Apostolo al servizio e alla missione nei riguardi della Chiesa.
Nel v. 25 Paolo si dice convinto della necessità di continuare a lavorare nella Chiesa e di «essere di aiuto» a tutti i credenti per il progresso e la gio­ia della loro fede. L’Apostolo ha a cuore il «progresso» (prokope) di tutti i cristiani, come conseguenza del progresso del Vangelo. Allo stesso modo la gioia della fede è inseparabile con l’annuncio del Vangelo. La pericope era iniziata con la menzione delle «catene» e si conclude con il motivo della «gioia della fede» (chara tes pisteos), che ca­ratterizza il tenore spirituale delle relazioni dell’Apostolo con la comunità di Filippi (cf. Fil 1,3; 2,2.29; 4,1) (28). È questo lo stile che i cristiani devono avere: proclamare con fede il Vangelo della sal­vezza e vivere questo impegno in modo gioioso.
La pericope si chiude al v. 26 con una proposizione finale («affinché», ina), che qualifica ulteriormente la dinamica delle sue relazioni con la co­munità di Filippi. Il termine-chiave di questa finale è costituito dal «vanto» (kauchema ) 29. L ‘Apostolo spera di rivedere i Filippesi con una nuova venuta in mezzo a loro, per dare loro un nuovo impulso spirituale. Così la mèta che orienta la speranza di Paolo in carcere non è solo la proclamazione del Vangelo, ma la crescita spirituale e la gioia dei cristiani di Filippi, che in questa ripresa del suo apostolato avranno un ulteriore motivo di fiducia in Cristo Gesù.

II. 2 MEDITATIO
In questa prima unità primeggia la figura dell’Apostolo Paolo, che si presenta come esempio e come stimolo per la comunità di Filippi. Stando in carcere, Paolo non intende offrire un resoconto della sua situazione, ma vuole rendere partecipi i Filippesi dei suoi stati d’animo e della sua incrollabile speranza, senza preoccuparsi della sua sorte. Si può ben dire che anche nelle catene e nel rischio di venire processato e condannato, Paolo resta sempre il pastore impegnato nell’evangelizzazione e nella cura amorevole della Chiesa. Emerge dal testo una chiara consapevolezza della sua vocazione, che spinge l’Apostolo a tradurre anche la sua situazione di tribolazione e di sofferenza in «annuncio missionario» ricco di speranza.
L’amore dell’ Apostolo per Cristo e per la Chiesa supera anche le divisioni e gli opportunismi di alcuni predicatori ambigui che si distinguevano nella comunità. Egli riesce a vedere un «guadagno» e un «progresso» anche nelle catene. Chi ha scelto di vivere la propria vocazione per Cristo, impara a leggere il bene anche nei contesti di maggiore sofferenza e prova. Le «catene» sono diventate strumento di diffusione della notizia cristiana, sia nell’ambiente imperiale che nelle piazze della città dove vivono e operano i cristiani (Col 4,19; 2Tm 2,9). Esse non sono segno di sconfitta, ma stimolo ed incoraggiamento affinché i cristiani possano riprendere ad annunciare la Parola di Dio con maggiore zelo e senza timore.
La vocazione di Paolo trova la sua definizione spirituale più toccante nel v. 21: dopo aver esposto le problematiche di divisione della Chiesa, Paolo ri­vela il desiderio del suo cuore e si abbandona nella confidenza di Cristo. Egli è stato scelto, afferrato, conquistato da Cristo: la sua esistenza, la sua vocazione, la sua missione sono interamente configurate alla Sua persona. Il vivere di Paolo è Cristo e perfino il «morire» egli considera un «guadagno». Cogliamo in questo densissimo passaggio spirituale il «criterio cristo logico» per valutare la maturità vocazionale del cristiano. Colui che vive nella fede non ha da temere, ma solo da amare e da offrire.
Inoltre il brano paolino fa emergere la responsabilità per la Chiesa. Tale responsabilità implica un discernimento attento e profondo su ciò che accade nella storia dei credenti. Stando in carcere, Paolo ha la possibilità di valutare la sua missione e la situazione che si è venuta a creare: egli desidera essere «sciolto dal corpo», ma è consapevole della propria responsabilità a cui non può rinunciare. La priorità dell’evangelizzazione e della missione supera ogni altra considerazione: la storia della comunità e l’esito del cristianesimo dipendono anche dalla qualità della risposta vocazionale del singolo credente e del singolo pastore.
Un ultimo motivo di meditazione è dato da due termini che segnano il «progresso» dei credenti: la «gioia» e il «vanto». Annunciare il Vangelo di Cristo significa vivere nella gioia della fede e della comunione con il Signore. Lungi dall’ essere espressione gaudente e scanzonata dei godimenti, la «gioia evangelica» è anzitutto «frutto» dello Spirito (cf. Gai 5,22) e testimonianza di pienezza di vita (cf. Gv 16,24). Mentre sta soffrendo, Paolo intende essere di aiuto alla Chiesa perché i creden­ti progrediscano nella «gioia della fede» (cf. At 5,42; 13,52). È questa gioia, donata e condivisa, che caratterizza la nostra scelta vocazionale e il nostro cammino spirituale. Il secondo termine è il «vanto», che l’Apostolo impiega nelle sue lettere per segnalare la singolarità della scelta di Cristo crocifisso e risorto. Le catene di Paolo avrebbero dovuto essere segno di vergogna e diventano occa­sione di vanto. Il vanto non è espressione di orgo­glio, ma indice di unità spirituale con Colui che ci ha salvati.

( sul sito seue « Oratio »)

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 6 mai, 2015 |Pas de commentaires »

PAOLO, DOTTORE DEL MATRIMONIO, GLI SPOSI: DUE « CORPI » IN RELAZIONE COMPLEMENTARE – Ef 5,21-32

http://www.stpauls.it/istit/rivistagm/0805catec.htm

PAOLO, DOTTORE DEL MATRIMONIO

GLI SPOSI: DUE « CORPI » IN RELAZIONE COMPLEMENTARE

Ef 5,21-32

Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo.
E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Il tema è molto affascinante perché tocca la verità del matrimonio, la realtà della complementarietà, la divina realtà del rapporto sponsale « Cristo-Chiesa », reso visibile nel rapporto « marito-moglie ». Questa realtà ha la sua sorgente in Dio.
A) Matrimonio: mistero grande. – Il brano paolino, mal interpretato, ha dato adito a sorrisini compiaciuti di superiorità degli uomini sulle donne, giustificando rivendicazioni che, in successione alternata, portavano ora al predominio del maschio, ora a quello della femmina. Invece, Paolo descrive i nuovi rapporti che, a motivo di Cristo, si instaurano tra marito e moglie; rapporti che non possono più essere concepiti alla maniera dei nostri padri del VT. Ce lo ha detto Gesù stesso: «all’inizio non era così» (cf Mt 19,8). Gesù ha riportato la relazione tra l’uomo e la donna nel matrimonio al disegno originario; e Paolo, per farcelo capire, ci porta a riflettere sul rapporto sponsale di Cristo con la chiesa.
1) Abbiamo una nutrita serie di « esortazioni » fatte ai mariti e alle mogli, perché vivano in pienezza il loro rapporto nel rispetto e nella mutua dipendenza. La dipendenza non è solo della moglie. Toglietevi dalla testa questo « blocco » culturale, inventato di sana pianta.
Ma ogni esortazione acquisisce il suo autentico valore quanto più alte e incisive sono le « motivazioni ». La novità del brano sta proprio nell’unica motivazione che Paolo introduce con la preposizione « come ». Quale? Il rapporto sponsale « Cristo-chiesa » è la motivazione che dà eterno e indissolubile valore al rapporto matrimoniale « uomo-donna ».
2) Notiamo, inoltre, la realtà stupenda: il rapporto sponsale « Cristo-Chiesa » viene prima del rapporto « marito-moglie ». Ma nello stesso tempo i coniugi lo devono incarnare e renderlo visibile. In che modo? La serie dei « come » non ha la funzione di istituire un rigido confronto, a cui l’uomo e la donna devono costantemente riferirsi per non scantonare; ma lo scopo di indicare il fondamento del rapporto « uomo-donna », perché la Chiesa che Cristo ama non sono le pietre, ma sei tu, o marito, sei tu, o moglie; quindi, come Cristo ama te, così tu devi amare il tuo partner. Vi amate perché Cristo vi ama.
Senza Cristo, qualunque rapporto, soprattutto quello matrimoniale, è costruito sulla sabbia; non resiste all’usura del tempo; non lo si può concepire come indissolubile. È nella natura dell’amore, fondato su quello di Cristo per la chiesa, l’essere per sempre. All’inizio era così, e così dovrà essere per sempre. È la rivelazione del grande mistero. Notiamo bene le parole di Paolo: «…questo mistero è grande; io lo dico in relazione a Cristo e alla chiesa» (v 32); quindi il rapporto tra Cristo e la Chiesa che siamo noi:

è sponsale e viene prima del rapporto matrimoniale tra l’uomo e la donna;
è indissolubile, perché l’amore vero, o è per sempre o non è amore;
è gratuito, perché l’amore per sua natura è dono e tale deve essere per sempre.

B) Rapporto complementare. – Complementarietà: questa parola mette in evidenza il ruolo della mascolinità e della femminilità. Sia chiaro che il ruolo della moglie non è di natura inferiore rispetto a quello del marito, o viceversa. Purtroppo il prevalere di un ruolo sull’altro è avvenuto soventissimo nel corso della storia. Il riferimento a Cristo trasforma i due ruoli in servizi complementari. Il marito è « complemento » della moglie e viceversa; il che significa non solo che l’uno ha bisogno dell’altra (collaborazione reciproca), ma che l’uno è complemento dell’altra, cioè l’uno non è tale se non è unito all’altra. La parola « complemento » deriva dal latino « cumplére » e significa: completare, colmare.
1) «Gli sposi sono tra loro complementari; sono due persone che portano a pienezza il coniuge e nello stesso tempo anche se stessi proprio per il fatto di trovarsi connessi, accostati, inseriti uno nell’altro». Se l’uomo – come afferma un mal proverbio – « sotto le coltri si sente un re », in quel momento trasforma un servizio di amore in una dittatura che uccide l’amore e offende non solo la donna, ma in modo grave Dio.
2) La complementarietà è legge di natura, e si rifà al principio biblico: «a sua immagine e somiglianza». Dice Giovanni Paolo II: «In egual misura l’uomo e la donna… sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale» (MD 6); per cui:
l’uomo e la donna sono uguali come origine: «ad immagine e somiglianza di Dio»; per questo, «la donna è un altro « io » nella comune umanità» (MD 6);
ma complementari nella vita: «…ciò significa il superamento dell’originaria solitudine», quando Adamo viveva il suo rapporto con il creato senza il suo complemento.
3) Sono simili a Dio come « creature razionali e libere »; però non possono esistere soli, ma «solo come « unità dei due » e dunque in relazione ad un’altra persona umana» (MD 7). E sono dissimili tra loro nella mascolinità e nella femminilità. Quindi, se nella rivendicazione delle dignità si persegue l’uguaglianza in modo da livellare la mascolinità e la femminilità, l’uomo e la donna riprecipitano nella solitudine che Adamo all’inizio soffriva.
Dio è Padre e Madre nello stesso tempo: i due stili in Dio sono integrati; nell’uomo la paternità e nella donna la maternità devono integrarsi per rispondere al progetto di Dio.
C) Sottomissione vicendevole. – Nel brano paolino non si parla della sottomissione di una parte all’altra, ma di sottomissione vicendevole.
1) Anzitutto, nel rapporto di coppia, l’umiltà è la radice da cui spunta come un fiore l’agape, cioè l’amore che, per volere di Dio, deve unire un uomo e una donna. È impossibile amare in modo gratuito, disinteressato, per sempre senza l’umiltà. Difatti l’invito iniziale di Paolo: «Siate sottomessi gli uni gli altri nel timore di Cristo» rende luminoso il discorso e fa intuire in modo giusto l’affermazione: «la moglie sia sottomessa al marito».
2) In secondo luogo è puerile accusare Paolo di maschilismo:
anzitutto non dice che «il marito deve sottomettere la moglie», ma che «la moglie sia sottomessa al marito». È una sottomissione volontaria, che non esalta il marito, ma esalta l’amore, perché è nella natura dell’amore l’umiltà della sottomissione;
in secondo luogo il riferimento a Cristo («il marito ami la moglie come Cristo…»), afferma che la sottomissione del marito alla moglie deve essere così radicale e profonda da essere disposto a dare la vita per lei, come Cristo ha dato la vita per la Chiesa.
Ci vuole grande umiltà per non cadere nell’errore idolatrico di voler « sottomettere l’altro ». L’azione attiva di sottomettere l’altro è solo di Dio; eppure Dio, motivato dall’amore, non sottomette, ma si sottomette. Cristo stesso, il Dio fatto uomo, si è sottomesso volontariamente a noi assumendo la natura umana per darci la vita. Per questo il marito e la moglie devono guardare a lui per vivere tra di loro l’umiltà della sottomissione.
3) L’alimento indispensabile per vivere in pienezza questo « rapporto sponsale » all’insegna della mitezza e dell’umiltà, è l’Eucaristia.
D) Cristo-sposo lava i piedi alla Chiesa-sposa. – Nell’episodio della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15), i gesti di Gesù diventano paradigmatici di come la coppia deve vivere il loro rapporto. Giovanni avrebbe potuto sintetizzare il tutto dicendo semplicemente: «…e lavò loro i piedi». Il resto era chiaramente supposto. Invece, con grande meticolosità, ne descrive con sette gesti ogni particolare. Il « sette » è un numero considerato celeste e perfetto; è segno di abbondanza e totalità. L’amore (= agape) acquisisce un valore incalcolabile.
«…si alzò da tavola». Ci si alza per far qualcosa. L’evangelista ritiene necessario puntualizzarlo, perché rivela la « dinamica dell’amore » che deve caratterizzare la vita di coppia: nessuno è padrone o padrona; non esiste matriarcato o patriarcato.
«…si tolse la veste». Si può tradurre: « depose la veste » che richiama il « deporre la vita » del buon pastore; Giovanni usa lo stesso verbo. Ecco la prima qualità dell’amore: è un donarsi reciproco, disposti lui e lei a consumarsi fino a dare la vita per le persone che ama. Il « deporre la vita » fa parte della natura del sacramento del matrimonio.
«…prese un asciugamano». Qualifica il gesto che si appresta a compiere, non a far compiere. Ecco un’altra qualità dell’amore: ha sempre l’iniziativa. Dovete preparare il vostro cuore ad accogliere quello che significa. Ci stupisce ciò che Gesù sta rivelando.
«…se lo cinse attorno alla vita». L’asciugamano, prima di essere usato, è il nuovo vestito che Gesù indossa dopo essersi spogliato. Nel mondo biblico la persona non ha un vestito, ma è il suo vestito. Gesù ci fa capire che l’amore è la natura di Dio ed è la natura dell’uomo; l’amore sarà autentico quanto più è vissuto nel desiderio di servirsi vicendevolmente. Il pretendere di essere serviti è la negazione dell’amore.
«…poi versò dell’acqua in un catino». È Gesù stesso che prepara il catino con l’acqua; ci vuol far capire che l’autentico amore, specie nella vita di coppia, deve rispettare le sue qualità intrinseche: è gratuito, è disinteressato. Quanto è urgente oggi testimoniare ai giovani la straordinaria ricchezza di questo amore.
«Cominciò a lavare i piedi dei discepoli». Questo gesto sovverte ogni nostro schema; comporta anzitutto l’abbassarsi, il chinarsi, l’inginocchiarsi di fronte a colui che riceve il servizio. È l’amore nel suo totale disinteresse. Difatti, Gesù si china davanti a Pietro e davanti a Giuda senza far distinzioni, senza chiedere nulla in cambio.
«…e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto». L’asciugamano era la nuova veste di cui si era cinto quando aveva deposto il vestito. Per asciugare i piedi dei discepoli, se lo toglie senza rimettersi quello che aveva prima deposto. Si spoglia e rimane « nudo »; vale a dire, totalmente ed eternamente disponibile. L’amore o è per sempre o non è amore.
Gesù conclude: «Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (v 17). Ecco la beatitudine del servizio. La reazione di Pietro ci fa intendere come non sia facile penetrare nel senso profondo di questo mandato.

Saint Paul stained glass

Saint Paul stained glass dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) 5396

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