Archive pour mai, 2015

IL GRANDE PELLEGRINO (SAN PAOLO)

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IL GRANDE PELLEGRINO (SAN PAOLO)

Se diciamo « pellegrino » pensiamo subito ai nostri cari santuari, a un luogo in cui si arriva. Ma « pellegrino » significa letteralmente uno che attraversa i campi, cioè uno che viaggia, che va di luogo in luogo. In questo senso, chi più pellegrino di san Paolo? A piedi, a cavallo, su un carro, per nave, con tutti i mezzi di trasporto di duemila anni fa, l’instancabile apostolo ha percorso in lungo e in largo il mondo allora conosciuto, affrontando ostacoli, persecuzioni, carcere, disastri di ogni genere. Egli stesso li rievoca nella sua seconda lettera ai Corinti: « Cinque volte ho ricevuto i trentanove colpi dai giudei, tre volte mi hanno fustigato con le verghe, una volta lapidato, tre volte ho fatto naufragio… Quanti viaggi a piedi tra i pericoli! Pericoli dei fiumi, pericoli degli assassini, percoli dai miei compatrioti, pericoli dai Gentili, pericoli nelle città, pericoli nelle solitudini del deserto, pericoli del mare, pericoli dei falsi fratelli, nelle fatiche e nelle avversità, nella fame e nella sete, nei tanti digiuni, nel freddo e nella nudità ».
Il mondo allora conosciuto – Europa, Asia, Africa – gravitava intorno al Mediterraneo. E Paolo di Tarso ne percorse le vie e le acque fino a conoscerne quasi ogni angolo, ogni città o villaggio che potesse accogliere l’Annuncio. Gerusalemme, Damasco, Antiochia, Seleucia, Cipro, Pafo, Antiochia di Pisidia, Filippi, Atene, Corinto, Efeso, Malta, e via via fino in Italia, fino a Roma, verso il martirio. Se non l’avessero decapitato in età ancora non tarda, Paolo sarebbe stato capace di varcare l’oceano e arrivare in America, spinto dal fuoco divorante che gli ardeva dentro.
Perché parlare ancora di san Paolo? Perché compie duemila anni. Il 2008-2009 è infatti l’ « anno Paolino », il grande giubileo proclamato per il bimillenario della nascita del santo apostolo. La data è approssimativa, d’accordo; ma poco importa. Per un anno, da giugno a giugno, si parlerà molto di lui, del grande pellegrino che consumò sandali e vita sulle vie della fede, dell’annuncio, del martirio.
Non a caso la sua conversione avvenne su una strada. La « via di Damasco », passata in proverbio per definire qualcosa di improvviso e di folgorante, qualcosa che cambia tutto. Paolo di Tarso si chiamava in realtà Saulo, Saul, come il grande e terribile re dell’Antico Testamento. Era della sua stessa tribù (di Beniamino) e gli somigliava un po’ per il temperamento passionale e problematico. Era un uomo colto e un ebreo devotissimo: allievo del grande Gamaliele. E ardeva di santo sdegno contro la nuova setta di fanatici che insidiava la santità della Legge, sulle orme di quello strano profeta nazareno che lui, Saulo, non aveva conosciuto di persona, ma che tanti danni stava facendo tramite i suoi seguaci postumi. Una mala erba da estirpare senza pietà. Quando il giovane Stefano morì sotto i colpi di pietra, Saulo reggeva i vestiti dei lapidatori.
Ma neppure le appassionate parole di Stefano avevano fatto breccia nel suo cuore. Occorreva incontrare « lui », quello che non aveva incontrato in vita. « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? » La folgorazione, il buio, la crisi, il deserto, la nuova vita. Fino al martirio. Ma la decapitazione era solo il suggello cruento di un martirio di ogni giorno, nel corpo e nell’anima. Il martirio di « dover » portare l’Annuncio, a chi ascolta e chi no, a tempo e fuori tempo, tra tempeste di mare e bufere di uomini, a dispetto della cattiva salute e della poca vista, contro amici, nemici, parenti, istituzioni, non esclusa la stessa nascente Chiesa cristiana (che, tra l’altro, si disse « cristiana » proprio a partire dal viaggio di Paolo ad Antiochia). Tasto doloroso.
Ma Paolo – si volle chiamare così, « piccolo », per umiltà – non fu solo un instancabile, eroico pellegrino. Fu il primo, sistematico teologo della nuova fede, dopo il mistico Giovanni (nessun teologo raggiungerà mai questi due, per genialità e grandezza); tanto fondamentale nell’ « inculturazione » del cristianesimo nella società e nella cultura dell’epoca – quella cultura greco-latina che abbiamo ancora, e quanto, nel sangue – da indurre certi filosofi neoidealisti del secolo scorso a sostenere che il cristianesimo lo ha addirittura inventato lui.
E fu uno straordinario, geniale comunicatore, preso a modello fin nell’età dei mass media da giornalisti, editori, papi (papa Montini volle essere un altro Paolo, un « pellegrino annunciatore » come lui). La sua parola appassionata – scritta o a voce – trascinava. Scriveva in greco, la lingua internazionale dell’epoca, perché voleva convertire il mondo, dilatare la redenzione di « Israele » a dimensioni planetarie. Oggi forse scriverebbe in inglese. Quanto gli piacerebbe Internet! Quanto gli piacerebbe il sito www.annopaolino.org, curato dalla basilica romana di San Paolo fuori le Mura, cuore del bimillenario! Oggi, in un attimo giunge in tutte le case del mondo quell’Annuncio che lui, Paolo, portava faticosamente affrontando fatiche e ostacoli a non finire. Pensate, se avesse avuto i mezzi di oggi, televisione, radio, telefono, stampa, computer, Internet, posta elettronica. Ma non aveva altro che se stesso e le sue lettere. Dove non arrivava lui, arrivavano quelle. Aspettate con ansia, lette con emozione, conservate religiosamente, fino ai nostri giorni. Lettere che insegnavano, sostenevano, confortavano, ravvivavano la presenza dell’Apostolo passato di lì e ormai lontano, e intanto ponevano le basi della grande nuova teologia. Lettere d’amore, dettate da una fiamma tanto grande da non poter essere contenuta, una fiamma divorante, totale, assoluta, incendiaria. Come leggere senza sentirsene contagiati? (Se qualcuno ci riusciva, Paolo ne soffriva autentico strazio. Sordità e infedeltà dei fratelli ci hanno procurato splendide « sgridate » epistolari.)
Il contatto con quell’anima ardente scottava cuori e istituzioni. Pietro, uomo semplice e capo della nuova gerarchia, ne rimase sconcertato. Un altro apostolo? Anzi due, contando Barnaba? Ma gli apostoli siamo noi. Dodici, come le tribù d’Israele. Quando ne mancava uno l’abbiamo eletto noi. Una struttura già ben definita. E stabilita da Gesù stesso, no? (Quante volte sentiremo ripetere questa frase, in venti secoli.)
Per fortuna l’amore supera tutto, vedi prima lettera ai Corinti. La storia li ha resi inseparabili, l’apostolo gerarchico e l’apostolo mistico: « San Pietro e Paolo », non hanno neppure una festa per ciascuno. San Paolo è il capostipite dei chiamati dopo la morte di Gesù, il primo esempio di vocazione come l’intendiamo noi, alla moderna: una voce interiore che non lascia dubbi e che ti capovolge la vita. E che spesso costringe a fare i conti col « sistema ». Per primo, san Paolo ha vissuto il dramma di chi si sente, si sa « investito » da Dio e non dalle istituzioni. Quanti possibili santi si sono rovinati per questo, ribellandosi, separandosi! San Paolo non si rovinò. Rimase ostinatamente, appassionatamente unito alla nascente Chiesa. Ma per tutta la vita e le lettere, certo dell’investitura divina, continuò a ripetere: anch’io sono un apostolo! « Paolo, apostolo non da parte degli uomini, né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e da parte di Dio Padre ». Tanto che oggi, quando si dice « l’Apostolo » per antonomasia, si intende proprio lui, Paolo.
Figura gigantesca. Ma complessa, tormentata, ineguale. Il suo stile – efficacissimo – riflette l’uomo. Passione, dolcezza, rigore, veemenza, contraddizioni. Non nella fede, che è diamantina, ma nel carattere, nelle relazioni umane, nella prassi da suggerire in concreto nell’ambito politico familiare, sociale. Pensiamo quanto ha pesato su venti secoli di cristianesimo sua visione non serena della donna. Eppure ne aveva incontrate, di figure forti di donne, Prisca, la diaconessa Febe. E Maria? Possibile che non l’abbia incontrata? Non la nomina mai.
« Era la mentalità del suo tempo » si dice a sua scusa. Ma il profeta, nelle cose grandi, nell’essenziale, non ha mai la mentalità del suo tempo, o non sarebbe un profeta. In quelle ha la mentalità dell’eterno, della verità universalmente valida. E in quelle dovremmo prenderlo alla lettera, non quando si adegua alle convenzioni del tempo. E in quelle Paolo giganteggia. « Non c’è dunque più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna… » Dinamite. Siamo ben lontani dall’averne tratto tutte le conseguenze. Dopo venti secoli.
Pellegrinò per il mondo ed ora il mondo (intero) pellegrinerà per lui. A Roma ci attende. Con la sua tomba, le sue reliquie, le catene che portò per liberare noi. Vi saranno pellegrinaggi, manifestazioni, liturgie, momenti di riconciliazione, conferenze, concerti. O figli dell’era di Internet, su quel sito troverete tutte le indicazioni necessarie. Chissà che, non visto, vi abbia collaborato anche lui.

Elena Cristina Bolla

 

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (6) – IL « CONCILIO » DI GERUSALEMME E L’INCIDENTE DI ANTIOCHIA

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20081001_it.html

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UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 1° ottobre 2008

SAN PAOLO (6) – IL « CONCILIO » DI GERUSALEMME E L’INCIDENTE DI ANTIOCHIA

Cari fratelli e sorelle,
il rispetto e la venerazione che Paolo ha sempre coltivato nei confronti dei Dodici non vengono meno quando egli con franchezza difende la verità del Vangelo, che non è altro se non Gesù Cristo, il Signore. Vogliamo oggi soffermarci su due episodi che dimostrano la venerazione e, nello stesso tempo, la libertà con cui l’Apostolo si rivolge a Cefa e agli altri Apostoli: il cosiddetto “Concilio” di Gerusalemme e l’incidente di Antiochia di Siria, riportati nella Lettera ai Galati (cfr 2,1-10; 2,11-14).
Ogni Concilio e Sinodo della Chiesa è “evento dello Spirito” e reca nel suo compiersi le istanze di tutto il popolo di Dio: lo hanno sperimentato in prima persona quanti hanno avuto il dono di partecipare al Concilio Vaticano II. Per questo san Luca, informandoci sul primo Concilio della Chiesa, svoltosi a Gerusalemme, così introduce la lettera che gli Apostoli inviarono in quella circostanza alle comunità cristiane della diaspora: “Abbiamo deciso lo Spirito Santo e noi…” (At 15,28). Lo Spirito, che opera in tutta la Chiesa, conduce per mano gli Apostoli nell’intraprendere strade nuove per realizzare i suoi progetti: è Lui l’artefice principale dell’edificazione della Chiesa.
Eppure l’assemblea di Gerusalemme si svolse in un momento di non piccola tensione all’interno della Comunità delle origini. Si trattava di rispondere al quesito se occorresse richiedere ai pagani che stavano aderendo a Gesù Cristo, il Signore, la circoncisione o se fosse lecito lasciarli liberi dalla Legge mosaica, cioè dall’osservanza delle norme necessarie per essere uomini giusti, ottemperanti alla Legge, e soprattutto liberi dalle norme riguardanti le purificazioni cultuali, i cibi puri e impuri e il sabato. Dell’assemblea di Gerusalemme riferisce anche san Paolo in Gal 2,1-10: dopo quattordici anni dall’incontro con il Risorto a Damasco – siamo nella seconda metà degli anni 40 d.C. – Paolo parte con Barnaba da Antiochia di Siria e si fa accompagnare da Tito, il suo fedele collaboratore che, pur essendo di origine greca, non era stato costretto a farsi circoncidere per entrare nella Chiesa. In questa occasione Paolo espone ai Dodici, definiti come le persone più ragguardevoli, il suo vangelo della libertà dalla Legge (cfr Gal 2,6). Alla luce dell’incontro con Cristo risorto, egli aveva capito che nel momento del passaggio al Vangelo di Gesù Cristo, ai pagani non erano più necessarie la circoncisione, le regole sul cibo, sul sabato come contrassegni della giustizia: Cristo è la nostra giustizia e “giusto” è tutto ciò che è a Lui conforme. Non sono necessari altri contrassegni per essere giusti. Nella Lettera ai Galati riferisce, con poche battute, lo svolgimento dell’assemblea: con entusiasmo ricorda che il vangelo della libertà dalla Legge fu approvato da Giacomo, Cefa e Giovanni, “le colonne”, che offrirono a lui e a Barnaba la destra della comunione ecclesiale in Cristo (cfr Gal 2,9). Se, come abbiamo notato, per Luca il Concilio di Gerusalemme esprime l’azione dello Spirito Santo, per Paolo rappresenta il decisivo riconoscimento della libertà condivisa fra tutti coloro che vi parteciparono: una libertà dalle obbligazioni provenienti dalla circoncisione e dalla Legge; quella libertà per la quale “Cristo ci ha liberati, perché restassimo liberi” e non ci lasciassimo più imporre il giogo della schiavitù (cfr Gal 5,1). Le due modalità con cui Paolo e Luca descrivono l’assemblea di Gerusalemme sono accomunate dall’azione liberante dello Spirito, poiché “dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà”, dirà nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr 3,17).
Tuttavia, come appare con grande chiarezza nelle Lettere di san Paolo, la libertà cristiana non s’identifica mai con il libertinaggio o con l’arbitrio di fare ciò che si vuole; essa si attua nella conformità a Cristo e perciò nell’autentico servizio per i fratelli, soprattutto, per i più bisognosi. Per questo, il resoconto di Paolo sull’assemblea si chiude con il ricordo della raccomandazione che gli rivolsero gli Apostoli: “Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare” (Gal 2,10). Ogni Concilio nasce dalla Chiesa e alla Chiesa torna: in quell’occasione vi ritorna con l’attenzione per i poveri che, dalle diverse annotazioni di Paolo nelle sue Lettere, sono anzitutto quelli della Chiesa di Gerusalemme. Nella preoccupazione per i poveri, attestata, in particolare, nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr 8-9) e nella parte conclusiva della Lettera ai Romani (cfr Rm 15), Paolo dimostra la sua fedeltà alle decisioni maturate durante l’assemblea.
Forse non siamo più in grado di comprendere appieno il significato che Paolo e le sue comunità attribuirono alla colletta per i poveri di Gerusalemme. Si trattò di un’iniziativa del tutto nuova nel panorama delle attività religiose: non fu obbligatoria, ma libera e spontanea; vi presero parte tutte le Chiese fondate da Paolo verso l’Occidente. La colletta esprimeva il debito delle sue comunità per la Chiesa madre della Palestina, da cui avevano ricevuto il dono inenarrabile del Vangelo. Tanto grande è il valore che Paolo attribuisce a questo gesto di condivisione che raramente egli la chiama semplicemente “colletta”: per lui essa è piuttosto “servizio”, “benedizione”, “amore”, “grazia”, anzi “liturgia” (2 Cor 9). Sorprende, in modo particolare, quest’ultimo termine, che conferisce alla raccolta in denaro un valore anche cultuale: da una parte essa è gesto liturgico o “servizio”, offerto da ogni comunità a Dio, dall’altra è azione di amore compiuta a favore del popolo. Amore per i poveri e liturgia divina vanno insieme, l’amore per i poveri è liturgia. I due orizzonti sono presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa, che per sua natura si oppone alla separazione tra il culto e la vita, tra la fede e le opere, tra la preghiera e la carità per i fratelli. Così il Concilio di Gerusalemme nasce per dirimere la questione sul come comportarsi con i pagani che giungevano alla fede, scegliendo per la libertà dalla circoncisione e dalle osservanze imposte dalla Legge, e si risolve nell’istanza ecclesiale e pastorale che pone al centro la fede in Cristo Gesù e l’amore per i poveri di Gerusalemme e di tutta la Chiesa.
Il secondo episodio è il noto incidente di Antiochia, in Siria, che attesta la libertà interiore di cui Paolo godeva: come comportarsi in occasione della comunione di mensa tra credenti di origine giudaica e quelli di matrice gentile? Emerge qui l’altro epicentro dell’osservanza mosaica: la distinzione tra cibi puri e impuri, che divideva profondamente gli ebrei osservanti dai pagani. Inizialmente Cefa, Pietro condivideva la mensa con gli uni e con gli altri; ma con l’arrivo di alcuni cristiani legati a Giacomo, “il fratello del Signore” (Gal 1,19), Pietro aveva cominciato a evitare i contatti a tavola con i pagani, per non scandalizzare coloro che continuavano ad osservare le leggi di purità alimentare; e la scelta era stata condivisa da Barnaba. Tale scelta divideva profondamente i cristiani venuti dalla circoncisione e i cristiani venuti dal paganesimo. Questo comportamento, che minacciava realmente l’unità e la libertà della Chiesa, suscitò le accese reazioni di Paolo, che giunse ad accusare Pietro e gli altri d’ipocrisia: “Se tu che sei giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei giudei?” (Gal 2,14). In realtà, erano diverse le preoccupazioni di Paolo, da una parte, e di Pietro e Barnaba, dall’altra: per questi ultimi la separazione dai pagani rappresentava una modalità per tutelare e per non scandalizzare i credenti provenienti dal giudaismo; per Paolo costituiva, invece, un pericolo di fraintendimento dell’universale salvezza in Cristo offerta sia ai pagani che ai giudei. Se la giustificazione si realizza soltanto in virtù della fede in Cristo, della conformità con Lui, senza alcuna opera della Legge, che senso ha osservare ancora le purità alimentari in occasione della condivisione della mensa? Molto probabilmente erano diverse le prospettive di Pietro e di Paolo: per il primo non perdere i giudei che avevano aderito al Vangelo, per il secondo non sminuire il valore salvifico della morte di Cristo per tutti i credenti.
Strano a dirsi, ma scrivendo ai cristiani di Roma, alcuni anni dopo (intorno alla metà degli anni 50 d.C.), Paolo stesso si troverà di fronte ad una situazione analoga e chiederà ai forti di non mangiare cibo impuro per non perdere o per non scandalizzare i deboli: “Perciò è bene non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi” (Rm 14,21). L’incidente di Antiochia si rivelò così una lezione tanto per Pietro quanto per Paolo. Solo il dialogo sincero, aperto alla verità del Vangelo, poté orientare il cammino della Chiesa: “Il regno di Dio, infatti, non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17). E’ una lezione che dobbiamo imparare anche noi: con i carismi diversi affidati a Pietro e a Paolo, lasciamoci tutti guidare dallo Spirito, cercando di vivere nella libertà che trova il suo orientamento nella fede in Cristo e si concretizza nel servizio ai fratelli. Essenziale è essere sempre più conformi a Cristo. E’ così che si diventa realmente liberi, così si esprime in noi il nucleo più profondo della Legge: l’amore per Dio e per il prossimo. Preghiamo il Signore che ci insegni a condividere i suoi sentimenti, per imparare da Lui la vera libertà e l’amore evangelico che abbraccia ogni essere umano.

 

La Madre di Dio

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Publié dans:immagini sacre |on 10 mai, 2015 |Pas de commentaires »

MARIA, GENITRICE DI LUCE

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di JEAN-PAUL HERNANDEZ sj

MARIA, GENITRICE DI LUCE

Il Concilio di Efeso proclama Maria Madre di Dio. Gli splendidi mosaici dell’ »arco di Efeso » a Santa Maria Maggiore (Roma) riflettono questa teologia.

L’iconografia mariana registra uno sviluppo decisivo con il Concilio di Efeso (431). In esso Maria riceve il titolo di Theotokos, cioè « genitrice di Dio ». Si sottolinea così la piena divinità di Cristo e l’unione inscindibile delle due nature nella sua unica persona.
Cirillo di Alessandria, il principale teologo a Efeso, spiega: «Poiché la Vergine santa ha dato alla luce corporalmente Dio unito ipostaticamente (=personalmente, ndr) alla carne, per questo noi diciamo che ella è Madre di Dio, non certo nel senso che la natura del Verbo abbia avuto l’inizio della sua esistenza dalla carne, infatti esisteva già all’inizio, ed era Dio, il Verbo, ed era Presso Dio»(Terza Lettera a Nestorio). Già nel saluto evangelico di Elisabetta a Maria leggiamo: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (Lc 1,43), dove «Signore» (in greco «Kyrios») sta per « Dio », come nella traduzione greca della Bibbia ebraica.

Il primo uso cristiano dell’oro
Un anno dopo il concilio di Efeso, il papa Sisto III costruisce a Roma la basilica di Santa Maria Maggiore, dedicata alla Madre di Dio. All’interno si possono ammirare una serie di mosaici datati fra il 432 e il 440. Ad essi appartengono i mosaici dell’arco trionfale, conosciuto come « arco di Efeso ». Vi sono rappresentati diversi episodi dell’infanzia di Gesù.
Nelle scene dell’arco trionfale, come in molti dei pannelli musivi della navata, troviamo uno sfondo in gran parte dorato. Si tratta di uno dei primi esempi dove questo espediente è utilizzato in modo così massiccio.
L’oro richiama la luce, l’illuminazione divina. E, in definitiva, Cristo stesso, «luce degli uomini» (Gv 1,4). Mentre i mosaicisti classici prediligono gli sfondi chiari e producono delle superfici levigate con tessere solidamente inserite e infittite, i mosaicisti cristiani sistemano le tessere su uno strato ruvido, a diversa angolazione. Ottengono così un gioco interessante dove la luce viene riflessa diversamente da una tessera all’altra. Questa superficie scintillante è particolarmente evidente nei mosaici dell’arco di Efeso. La sequenza degli episodi della vita di Gesù che « risplendono di luce » sono il venire nel mondo della «luce vera» (cf Gv 1,9).
La luce dell’oro significa anche lo sguardo scintillante di Dio. Contemplare un mosaico con sfondo oro è mettersi sotto gli occhi di Dio, cioè entrare in preghiera. Osservare lo sfondo oro è poter dire: «Tu mi scruti e mi conosci» (Sal 139). E per la Bibbia conosce solo chi ama. L’oro è infatti il metallo della fedeltà, dell’alleanza. È il metallo che « dura per sempre ». L’oro dei mosaici interpreta il versetto del Salmo 118: «Per sempre è la sua misericordia».
I mosaici di Santa Maria Maggiore non rappresentano ancora l’episodio della Natività. Ma in alto a sinistra dell’arco di Efeso possiamo osservare un’interessante sequenza: un’Annunciazione (nel primo registro in alto) e un’Epifania (nel secondo registro). I due eventi che « inquadrano » la nascita di Cristo.

Un ricco simbolismo biblico
In posizione centrale nella scena dell’Annunciazione troviamo Maria seduta, raffigurata in vesti regali, color oro. È l’unico personaggio a essere così « avvolto » dalla luce divina. Il tema dell’Annunciazione con la Vergine seduta è già presente in una delle più antiche rappresentazioni mariane dell’arte cristiana (foto). Si tratta di un affresco conservato nelle catacombe di Priscilla e datato della fine del II secolo, cioè degli albori dell’arte figurativa cristiana.
Nel nostro mosaico di Santa Maria Maggiore la sovranità della Vergine è resa non solo dal piedistallo e dai vestiti, ma soprattutto dal diadema. Nella tradizione biblica esso ha la funzione di ricordare l’unzione sacerdotale o regale: cioè una scelta particolare di Dio, una vocazione molto specifica. Per Maria, il diadema rappresenta ciò che si cela in espressioni come «Benedetta tu fra le donne» (Lc 1,42), oppure «Hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30). Ma quest’ultima espressione corrisponde a un ulteriore significato del diadema. In Israele, è la sposa che « trova grazia » presso lo sposo. E in effetti, cingersi il diadema è uno dei gesti di preparazione al rito nuziale (cf Gdt 10,3).
Il diadema rimanda inoltre a Isaia (62,3-4): «Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma tu sarai chiamata Mio compiacimento e la tua terra, Sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo».
Nel mosaico dell’arco di Efeso vediamo Maria nell’atto del filare. È un tema preso dal Protovangelo di Giacomo. Questo scritto del IV secolo, molto usato nella catechesi dei primi secoli, racconta come per incarico dei sacerdoti Maria stesse tessendo una tenda per il tempio (una tale tenda, secondo Es 26,31-36 e 36,35-37, doveva essere rossa). Si tratta di quel velo che verrà squarciato con la morte di Cristo in croce. Questa tenda simbolizza dunque il corpo stesso di Gesù, « tessuto » nel grembo di Maria. Lo stesso vangelo apocrifo precisa che, fra i diversi colori, «a Maria toccò la porpora genuina e lo scarlatto: li prese e se ne ritornò a casa sua. [...] Maria preso lo scarlatto, lo filava» (cap. 10).
Sopra la figura di Maria riconosciamo la colomba, simbolo dello Spirito Santo, « soffio di Dio ». Ricordiamo il versetto: «Lo Spirito Santo scenderà su di te» (Lc 1,35). Nella Bibbia ebraica, l’ »alito di Dio » ha un ruolo preponderante in almeno due momenti: la creazione dell’uomo (Dio soffia nelle narici dell’uomo per farlo diventare un essere vivente) e l’attraversamento del Mar Rosso (Dio soffia per asciugare le acque e far attraversare il suo popolo a piede asciutto). L’incarnazione è dunque la creazione dell’Uomo nuovo e il rinnovamento dell’esodo.
Inoltre la colomba richiama la fine del diluvio (Gen 8,8). L’incarnazione è interpretata così come la nuova alleanza con l’umanità purificata dal diluvio. Se i primi cristiani prediligono la figura della colomba, è anche perché la sua somma numerica (somma delle cifre corrispondenti al termine greco «peristera») corrisponde alla somma numerica di alfa e omega (prima e ultima lettera, rispettivamente, dell’alfabeto greco), cioè 301. Lo Spirito è la fedeltà di Dio che attraversa la storia dall’inizio al compimento.
Nel nostro mosaico la colomba è additata dall’angelo Gabriele che vola nel firmamento. Altri angeli popolano invece la terra. Essi indicano la presenza del cielo sulla terra. Mentre i loro piedi poggiano sullo sfondo verde, la loro testa raggiunge il blu celeste.
Sulla destra della scena, Giuseppe è mostrato in atteggiamento di ascolto attento, forse dubbioso. È l’unica figura la cui testa non raggiunge il blu celeste. La semplicità del suo vestito contrasta con quello di Maria. La sua capanna, il suo casato, è invece aperto, accogliente. «Non temere di prendere con te Maria» (Mt 1,20). All’estremo opposto, la casa di Maria ha le porte chiuse. Esse rappresentano la sua verginità.

Un bambino che è già Kyrios
Il registro inferiore presenta un’Epifania. I magi sono caratterizzati come personaggi orientali, con il berretto frigio e i pantaloni. Nel centro della scena, Gesù bambino siede su un enorme trono. È il trono del sovrano, del Kyrios. Ma sull’aureola del bambino si distingue una croce. Il suo vero trono sarà la croce. «Innalzato da terra» attirerà tutti a sé (cf Gv 12,34). Non c’è altro « potere di Dio » se non l’amore della croce.
Dietro al trono, quattro angeli stanno a ricordare che la presenza del Verbo incarnato implica l’unione fra cielo e terra. In mezzo agli angeli si fa spazio una stella a otto rami. È la stella della natività, indicata dal mago di sinistra. Ma la simbolica dell’otto, in tutta l’arte paleocristiana, indica la risurrezione. Essa ha luogo «il giorno dopo il sabato», cioè il giorno dopo il settimo giorno del calendario ebraico. Chiamare la domenica «ottavo giorno» e non più «primo giorno» significa considerare la risurrezione come l’ingresso in una temporalità radicalmente nuova. Non si ripete più il ciclo settimanale di prima, ma siamo in un nuovo giorno «che non avrà mai più fine». Così questo mosaico collega sull’asse verticale: incarnazione, morte e risurrezione.
L’asse orizzontale sembra invece sviluppare il tema della regalità di Cristo come capacità di attirare a sé tutti i popoli. I magi simboleggiano nella teologia di Matteo il pellegrinare dei pagani verso il Cristo. Nel nostro mosaico, essi sembrano uscire da una città non meglio caratterizzata se non dalla rappresentazione di templi pagani. Una città molto diversa da Gerusalemme e da Betlemme, rappresentate nello stesso arco trionfale.
A sinistra del trono riconosciamo Maria, vestita come sopra, ma che si fa da parte davanti alla grandiosità della scena. Con una mano si appoggia sulla porpora, con l’altra si copre il petto, quasi a indicare il suo «serbare tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19.51). Ella infatti ha lo sguardo fisso sul suo figlio.
Sulla destra del trono, la figura femminile seduta e rivestita di blu scuro ha dato adito a numerose interpretazioni. Essa appoggia il mento sulla sua mano destra, in parte ricoperta dal vestito. Nella sinistra tiene invece un rotolo in parte aperto.
Nel 1956 Cecchelli identifica questa figura come la Sapienza divina, che «siede accanto a te in trono» (cf Sap 9,4). Altri studiosi vi vedono invece la rappresentazione della Chiesa ex circumcisione.
Quest’ultima interpretazione si basa sul parallelo iconografico visibile nella navata di Santa Sabina a Roma, contemporaneo del nostro mosaico. Il rotolo nella mano sinistra rappresenta allora la legge di Mosè e le profezie di Israele che si compiono in Cristo. Se questa figura simboleggia la componente ebraica della Chiesa, essa completa bene i tre magi che ne rappresentano la componente pagana. Sul trono della croce, Cristo «ha fatto dei due un popolo solo, [...] per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo» (Ef 2,14.16).
Secondo una terza interpretazione questa figura è Eva, «madre dei viventi». Essa farebbe da pendant a Maria, madre dell’«uomo nuovo» e «nuova Eva». Eva era stata creata prima del peccato. Ciò spiega il suo primo vestito dorato, simile a quello di Maria, visibile nella parte inferiore delle gambe. Questa prima condizione (=vestito) è ricoperta dal vestito oscuro del peccato, commesso proprio con quella mano qui in parte coperta, che più tardi l’iconografia orientale ricoprirà del tutto. Questo accostamento di Eva alla scena dell’Epifania avrebbe come parallelo la sovrapposizione della creazione di Eva e dell’Epifania nel cosiddetto « Sarcofago dogmatico » (intorno al 400). In questa interpretazione, il rotolo in mano a Eva può rappresentare la promessa fatta al serpente dopo il peccato: «la sua [di Eva] stirpe ti schiaccerà la testa» (Gn 3,15).
I due registri che abbiamo analizzato nell’arco trionfale di Santa Maria Maggiore corrispondono così ai primi passi della «luce» sulla terra. I mosaicisti, diventati teologi raffinati, ne offrono un’immagine da contemplare, un « testo figurativo » da pregare.

Publié dans:MARIA VERGINE |on 10 mai, 2015 |Pas de commentaires »

St Pachomius, Abbot

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Publié dans:immagini sacre |on 8 mai, 2015 |Pas de commentaires »

PRECETTI E GIUDIZI DEL NOSTRO STESSO PADRE PACOMIO

http://www.ora-et-labora.net/regulapachomii.2.latit.html

PRECETTI E GIUDIZI DEL NOSTRO STESSO PADRE PACOMIO

(Estratto da « Patrologia Latina Database » – Migne, estratto dal sito: TeologiaSpirituale.it )

(c’è il testo latino che ho tolto, per la vita anche su: http://it.cathopedia.org/wiki/San_Pacomio )

La pienezza della legge è la carità (cf. Rm 13,10) per quelli che sanno discernere il tempo, cioè che ormai è ora che ci svegliamo dal sonno e che la salvezza è più vicina ora di quando abbiamo cominciato a credere. La notte è inoltrata, il giorno si avvicina: deponiamo le opere delle tenebre (cf. Rm 13,11‑12), che sono i litigi, le maldicenze, gli odi e la superbia di un cuore orgoglioso (cf. 2Cor 12,20; Gal 5,20).
1. Se uno è pronto a screditare e a dire cose non vere, se viene sorpreso in questo peccato, lo ammoniranno due volte e se per disprezzo non ascolterà sarà separato dalla comunità dei fratelli per sette giorni e riceverà soltanto pane e acqua finché prometta e assicuri di abbandonare questo vizio; allora lo si perdonerà.
2. L’irascibile e il violento, se si adira spesso senza motivo e per cose di poco conto e ínsignificantí, sarà ripreso sei volte; la settima lo faranno alzare dal posto dove siede, lo manderanno tra gli ultimi e gli insegneranno a purificarsi da questo sconvolgimento della sua mente. Quando potrà presentare tre testimoni, degni di testimoniare, che a nome suo prometteranno che non farà più nulla del genere, riprenderà il suo posto e resterà tra gli ultimi.
3. Chi vuol provare il falso contro un altro per opprimere un innocente sarà ammonito tre volte e poi sarà considerato colpevole di peccato, sia che si tratti di uno dei superiori che di uno degli inferiori.
4. Chi ha la pessima abitudine di turbare i fratelli con i suoi discorsi e di pervertire le anime dei più semplici, sarà ammonito tre volte. Se mostrerà disprezzo e persisterà ostinatamente nella durezza, lo faranno uscire fuori dal monastero e sarà colpito con le verghe davanti alle porte; gli porteranno da mangiare, fuori, pane e acqua soltanto finché non si purifichi dalle sue immondezze.
5. Chi ha l’abitudine di mormorare e si lamenta come se fosse schiacciato da penosa fatica, gli dimostreranno che mormora senza ragione per cinque volte e gli faranno vedere chiaramente la verità. Se anche dopo questo sarà disobbediente, e si tratta di un adulto, lo considereranno malato e sarà portato all’infermeria; là gli si darà da mangiare senza fargli fare nulla finché non ritorni alla verità. Se invece il suo lamento è giustificato ed è ingiustamente oppresso dal superiore, chi l’ha scandalizzato sarà sottoposto al medesimo giudizio.
6. Se qualcuno è disobbediente, litigioso, caparbio, menzognero e si tratta di un adulto, sarà ammonito dieci volte perché desista da questi vizi. Se non vorrà ascoltare, sarà ripreso secondo le leggi del monastero. Se però è caduto in questi vizi per colpa di altri e ciò viene provato, chi ha causato il peccato soggiacerà al castigo.
7. Se un fratello sarà sorpreso a ridere o a giocare volentieri con i ragazzi e ad avere amicizie con i giovani, sarà ammonito tre volte affinché si ritragga da tale familiarità e sia memore dell’onestà e del timore di Dio. Se non desiste, lo correggeranno come merita con severissimo castigo.
8. Quelli che disprezzano i precetti dei superiori e le regole del monastero, che sono state stabilite per ordine di Dio, e non tengono conto dei consigli dei più vecchi, saranno castigati secondo la forma stabilita finché non si correggono.
9. Se il giudice di tutti i peccati per la malvagità del suo cuore o per negligenza abbandona la verità, venti, dieci uomini santi e timorati di Dio o anche solo cinque, accreditati dalla testimonianza di tutti, siederanno a giudicarlo e lo degraderanno all’ultimo posto, finché non si corregga.
10. Chi turba il cuore dei fratelli e ha la parola pronta a seminare liti e discordie, sarà ammonito dieci volte; se non si correggerà, sarà punito secondo le norme del monastero finché non si corregga.
11. Se un superiore o un preposito vedrà un suo fratello nella tribolazione e non vorrà ricercare la causa della tribolazione e lo disprezzerà, la questione tra il fratello e il preposito sarà risolta dai giudici di cui si è detto. Se scopriranno che il fratello è oppresso per la negligenza o la superbia del preposito e che questi non ha giudicato secondo verità, ma con parzialità, sarà degradato dal suo incarico finché non si corregga e non si purifichi dall’immondezza dell’ingiustizia, perché non ha considerato la verità ma le persone e si è fatto servo della malvagità del suo cuore e non del giudizio di Dio.
12. Se uno ha promesso di osservare le regole del monastero e ha incominciato a seguirle, ma poi le ha abbandonate e poi di nuovo ritorna e fa penitenza adducendo quale giustificazione la sua debolezza fisica che gli impediva di compiere ciò che aveva promesso, lo metteranno tra i malati e mangerà con quelli che non lavorano finché dopo aver fatto penitenza, non osservi ciò che ha promesso.
13. Se nella casa vi saranno dei ragazzi che non fanno altro che giocare e stare in ozio e, nonostante i castighi, non si riuscirà a correggerli, il preposito deve ammonirli e rimproverarli fino a trenta giorni. Se vede che persistono nella loro malvagità e non avrà avvertito il padre e si scoprirà in loro qualche peccato, egli stesso soggiacerà, al loro posto, al castigo dovuto al peccato che si è scoperto.
14. Chi giudicherà ingiustamente sarà condannato dagli altri per la sua ingiustizia.
15. Se uno, due o tre fratelli, scandalizzati da qualcuno, lasciano la casa ma poi vi ritornano, si opererà un giudizio tra loro e chi li ha scandalizzati e, se quest’ultimo sarà trovato colpevole, sarà corretto secondo le regole del monastero.
16. Chi è d’accordo con quelli che peccano e difende un altro che ha peccato, sarà maledetto presso Dio e presso gli uomini e sarà castigato con severissima correzione. Se si è lasciato trarre in inganno per ignoranza e non conosceva la verità, gli sarà perdonato. E chiunque pecca per ignoranza otterrà facilmente il perdono. Chi invece pecca con conoscenza di causa subirà un castigo secondo la misura delle sue opere.

OMELIA (10-05-2015): VIVERE NELL’AMORE SECONDO IL MODELLO

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/34613.html

OMELIA (10-05-2015)

MONS. ROBERTO BRUNELLI

VIVERE NELL’AMORE SECONDO IL MODELLO

La prima comunità cristiana era composta da soli ebrei che avevano riconosciuto in Gesù il Messia promesso, ma ritenevano che egli fosse stato mandato soltanto a beneficio del popolo d’Israele. E’ occorso un diretto intervento di Dio, per far capire loro che Gesù è venuto a redimere l’umanità intera: lo riferisce la prima lettura (Atti 10), narrando l’ingresso nella Chiesa del primo non-ebreo, il centurione romano Cornelio. « Dio non fa preferenze di persone » deduce l’apostolo Pietro, strumento nelle mani divine per spalancare la porta della salvezza al mondo intero.
Passando alle altre letture, nella seconda si legge che « Dio è amore ». Questa semplice e insieme solenne affermazione condensa tutta la Bibbia, segna l’apice della rivelazione ed esprime il carattere fondamentale del cristianesimo, l’aspetto suo proprio che lo distingue anche dalle altre religioni monoteiste. Nei riguardi dell’umanità, il fatto che Dio è amore si è manifestato nella sua volontà di beneficarla, al punto che « Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati ».
Questi concetti, espressi nella prima lettera di Giovanni (4,9-10), nel vangelo (Giovanni 15,9-17) trovano conferma dalle labbra dello stesso Gesù: « Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi ». Se poi egli ci ha amato, e sino a qual punto, viene spontaneo pensare al contraccambio; è del tutto naturale che, se accogliamo il suo amore, lo ricambiamo. Ma amare Gesù, amare il Padre suo che ce l’ha donato, come si fa? Oltre a lodarlo e ringraziarlo (è questo il fine primario della Messa), come si può dimostrare a Dio che lo amiamo? La risposta viene anch’essa da Gesù: « Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi ».
Si noti: questo non è « uno dei », ma « il » comandamento relativo ai rapporti con i propri simili; quelli elencati nel decalogo, che gli ascoltatori di Gesù già conoscevano perché dati a Mosè sul Sinai, non sono aboliti ma prendono un nuovo significato: altro non sono se non specificazioni dell’unico comandamento, quello dell’amore reciproco. Il carattere proprio della fede cristiana, Dio è amore, si amplia così alla dimensione terrena; il cristiano si distingue per l’amore ai suoi simili. In proposito però ci si può porre qualche interrogativo: nel concreto, chi sono io chiamato ad amare? E come? E sino a che punto? Sembra irragionevole infatti amare chi mi ha fatto del male, né posso amare chi non conosco, né per amare mi si chiederà di rinunciare a qualcosa di legittimamente mio: e così via contestando.
In effetti le modalità e la misura dell’amore possono essere le più varie. Il decalogo esprime la misura minima: non fare del male agli altri (non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non attestare il falso…). Diverse sono le manifestazioni dell’amore, a seconda che riguardi il coniuge, o i figli, o i parenti, o gli amici, o gli estranei. L’amore può essere inquinato dall’interesse, o dal desiderio dell’affermazione di sé, o dal volersi poter dire « bravo », o dall’aspettativa di esserne ricambiato. E si potrebbe continuare, in una casistica senza fine, di fronte alla quale restano però perentorie le parole di Gesù: « Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri », e non genericamente ma secondo una ben precisa misura: « come io ho amato voi ». Vale a dire, non a parole ma nei fatti, addirittura dando la mia vita per voi.

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