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COS’È IL KERYGMA NEL NUOVO TESTAMENTO? NON È L’ANNUNCIO DELLA SOLA RESURREZIONE, BENSÌ ANCHE DELLA CREAZIONE E DELL’INCARNAZIONE!,

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COS’È IL KERYGMA NEL NUOVO TESTAMENTO? NON È L’ANNUNCIO DELLA SOLA RESURREZIONE, BENSÌ ANCHE DELLA CREAZIONE E DELL’INCARNAZIONE!,

DI ANDREA LONARDO

IL CENTRO CULTURALE GLI SCRITTI (21/5/2011)

Deve essere assolutamente chiaro che il kerygma non è annunciare che «Gesù è risorto»! Sarebbe come dire che non vi è differenza rispetto all’affermazione solo apparentemente similare «Lazzaro è risorto» o ancora «il figlio della vedova di Nain è risorto».
Non è questione “semplicemente” del fatto che Gesù è tornato in vita, bensì, molto più profondamente del fatto che Egli è il Cristo, il Signore, il Figlio di Dio. Del kerygma è parte integrante l’incarnazione, la relazione di Gesù con il Padre, senza la quale la Pasqua non avrebbe alcun significato.
Solo il fatto che la resurrezione di Gesù è la salvezza che Dio, il creatore, realizza in lui per tutti noi la rende pienamente significativa. La Pasqua ed il Natale non possono così essere separati. Se Dio non si è fatto uomo, la resurrezione di Cristo non è per noi decisiva.
La resurrezione è, invece, il compimento delle promesse di Dio, la piena rivelazione del “mistero” del suo disegno di salvezza, cui Egli aveva preparato i padri.
Incarnazione e resurrezione non sono così disgiunte, bensì un tutt’uno.
Gli Atti lo affermano con evidenza, asserendo non che Gesù risorge, bensì che Dio lo resuscita. In Gesù è così Dio ad essere operante nella nostra vita: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2,32). Per questo nella sua prima predica Pietro non annunzia solo la resurrezione, ma anche il fatto che Gesù è Signore e Cristo: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36). Il titolo di “Cristo” lo specifica in relazione alla promessa fatta ad Israele, il titolo di “Signore” in relazione alla sua signoria sull’universo intero.
In At 3,6 Pietro guarisce non nel nome di Gesù semplicemente, bensì “nel nome di Gesù Cristo”. Nuovamente è in gioco il rapporto con Dio e con le sue promesse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!».
In At 4,10-12 nuovamente è Gesù come Cristo che viene annunziato, insieme al suo rapporto con il Dio che lo resuscita. Al di fuori di Lui non c’è salvezza: «Sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».
In At 4,24-30 gli apostoli pregano ricordando il Creatore ed il fatto che Gesù è il suo santo servo: «Signore, tu che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano, tu che, per mezzo dello Spirito Santo, dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo Davide:
Perché le nazioni si agitarono
e i popoli tramarono cose vane?
Si sollevarono i re della terra
e i prìncipi si allearono insieme
contro il Signore e contro il suo Cristo;
davvero in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e i popoli d’Israele, si sono alleati contro il tuo santo servo Gesù, che tu hai consacrato, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano deciso che avvenisse. E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola, stendendo la tua mano affinché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù».
In At 5, 30-31 nuovamente l’annunzio riguarda il fatto che il Dio dei padri ha donato la resurrezione: «Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati». La resurrezione di Gesù è, inoltre, per la remissione dei peccati. Non è semplicemente un fatto, bensì è per noi.
In At 7,55-56 la predicazione di Stefano si conclude, prima del martirio, non con la resurrezione, bensì con l’annunzio che Gesù siede alla destra di Dio: «Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”».
In At 8,34-35, «rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: “Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?”. Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù». L’eunuco si converte a partire dalla comprensione di chi sia colui di cui le Scritture di Dio annunciavano la venuta.
In At 10,40-43 il kerygma è l’annuncio e l’attestazione che Cristo è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio, a compimento dell’annunzio profetico: «Dio ha risuscitato Gesù al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome».
In At 13, 30-39 addirittura il verbo “annunziare”, il verbo dell’ »evangelizzare », non riguarda testualmente la resurrezione, bensì il compimento della promessa fatta ai padri: «Dio ha risuscitato dai morti [quel Gesù che aveva inviato come salvatore per Israele] ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo. E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo:
Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato.
Sì, Dio lo ha risuscitato dai morti, in modo che non abbia mai più a tornare alla corruzione, come ha dichiarato:
Darò a voi le cose sante di Davide, quelle degne di fede.
Per questo in un altro testo dice anche:
Non permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione.
Ora Davide, dopo aver eseguito il volere di Dio nel suo tempo, morì e fu unito ai suoi padri e subì la corruzione. Ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subìto la corruzione. Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera sua viene annunciato a voi il perdono dei peccati. Da tutte le cose da cui mediante la legge di Mosè non vi fu possibile essere giustificati, per mezzo di lui chiunque crede è giustificato». Anche qui il kerygma si lega alla remissione dei peccati, ma soprattutto è l’annunzio della figliolanza divina di Gesù.
In At 14,14-17 la predicazione dinanzi al Tempio di Zeus a Listra collega il miracolo compiuto da Paolo al Dio creatore: «Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori».
Similmente all’Areopago di Atene, anche qui in contesto pagano e non ebraico, non viene subito predicata la resurrezione, bensì la rivelazione del Dio nascosto: «Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (At 17,23-31).
Subito prima, a Tessalonica, il kerygma è l’affermazione che Gesù è il Cristo: «per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: “Il Cristo è quel Gesù che io vi annuncio”» (At 17,2-3).
Merita ricordare che anche nel vangelo di Luca il kerygma non enuncia semplicemente «Gesù è risorto», bensì molto più profondamente «il Signore è risorto» (Lc 24,34), espressione nella quale la cristologia, con il titolo di « Signore », e la soteriologia, con l’annunzio della resurrezione, si fondono insieme.
Da tutto questo si comprende come non sia un caso fortuito che il dogma primitivo abbia lavorato prevalentemente sulla doppia natura di Cristo, piuttosto che non sulla sua resurrezione. Apparve subito evidente già alle prime generazioni cristiane che la resurrezione aveva significato solo in relazione alla realtà dell’Incarnazione.

Publié dans:AMDREA LONARDO, KERIGMA (IL) |on 25 mai, 2015 |Pas de commentaires »

Paolo e Timoteo: La fede come annuncio appassionato

http://www.paoline.org/paoline/allegati/15643/Scognamiglio_Esercizi_IVMeditazione.pdf

PAOLO E TIMOTEO

La fede come annuncio appassionato

P. Edoardo Scognamiglio, ofm

In questo breve capitolo abbiamo la possibilità di confrontarci con l’esperienza vocazionale e missionaria del giovane Timoteo posto dall’apostolo Paolo al governo della comunità cristiana in Efeso. In questa città si diffuse tantissimo il culto di Artemide e il cristianesimo rimase sempre ai margini della vita sociale, politica, economica e culturale di quel territorio. Timoteo si trova in una condizione di marginalità che gli provoca forte scoraggiamento e grande esitazione. La presenza di falsi profeti e di finti maestri non fa altro che aggravare le cose e rendere più difficile l’annuncio del
Vangelo.
L’attenzione è posta a 2Tm 4,1-13:
«4 [1] Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno:
[2]annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina.
[3]Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie,
[4]rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole.
[5]Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero.
[6]Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele.
[7]Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
[8]Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
[9]Cerca di venire presto da me,
[10]perché Dema mi ha abbondonato avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia.
[11]Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero.
[12]Ho inviato Tìchico a Efeso.
[13]Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Troade in casa di Carpo e anche i libri, soprattutto le pergamene».

1. Timoteo, il figlio amato
Le lettere pastorali, di là della ricerca del vero autore1, ci presentano un’immagine più matura e docile di san Paolo, ben noto in altri scritti per il suo vigore e un certo linguaggio graffiante. Dalla gattabuia della prigione imperiale, l’apostolo delle genti sembra, attraverso la 2Tm, consegnare ai cristiani un vero e proprio testamento spirituale. Con la mente e il cuore, Paolo rivive i giorni in cui a Listra, presso una famiglia amica, incontrò il giovane Timoteo, il cui nome è già tutto un programma: “Colui che onora Dio”. Chissà, come sarà avvenuto quell’incontro! Forse, Paolo, inquieto nel cuore e ammaliato dalla forza della Parola – il Vangelo vivo di Gesù Cristo – incominciò a raccontare la sua singolare esperienza. Forse, i suoi occhi divennero come il fuoco, pieni di brace e le sue mani ansimarono nel momento in cui raccontò a quell’adolescente il suo incontro con Cristo. Fu sicuramente colpo di fulmine. Quasi certamente, come avviene anche oggi per i nostri giovani, Timoteo restò affascinato dalla forza di Paolo, dal suo entusiasmo, come pure dalla sicurezza di quell’annuncio. Ebbe bisogno, come d’altronde ciascuno di noi, di un modello
forte, stabile, rappresentativo: e imparò a condividere la stessa fame e la medesima sete che provò Paolo nei confronti di Gesù Cristo che morì e risuscitò anche per lui. La Parola, nelle parole di
Paolo, divenne un fuoco divorante, una fiamma che bruciò d’amore e di passione il cuore di Timoteo che s’impegnò a seguire il fabbricatore di tende. Il Vangelo, la Parola che non si lascia incatenare, unì per sempre il cuore dell’apostolo Paolo e quello del suo discepolo. Paolo e Timoteo impararono a condividere le gioie e le ansie, le attese e le speranze provocate dall’annuncio stesso del Vangelo. Essi capirono che amare è donare la vita, vincendo ogni sorta di paura, di perplessità, di resistenza, di pigrizia.
Timoteo era un giovinetto figlio di padre pagano e di madre giudea. Dopo la conversione e la circoncisione, Paolo lo prese con sé nel secondo viaggio missionario (cfr. At 6,1-3; 17,14-15). Timoteo rimase con Paolo durante la sua prima prigionia e fu poi mandato ad Efeso come vescovo. Paolo, arrestato a Roma, richiese ancora la sua compagnia. In 2Tm, con linguaggio esortativo e parenetico, Paolo prevede tempi difficili a causa della corruzione e della stoltezza degli uomini. Egli considerò Timoteo suo proprio figlio in quanto generato nella fede e si sentì responsabile per la stessa comunità di Efeso che Timoteo governò non senza problemi ed esitazioni. Nella lettera, Paolo si presenta come apostolo per volontà di Dio, quasi a dire che il suo ministero è opera divina: la ragione ultima della sua missione risiede nella stessa volontà o progetto del Padre.
Di Timoteo, l’apostolo Paolo ricorda le lacrime per il saluto d’addio e la fede schietta, senza ipocrisia. Forse, Timoteo pianse per l’arresto di Paolo a Troade, da dove fu trasportato per Roma.
Questa fede sincera, senza maschere, trova riscontro anche nel vissuto di Paolo che ha servito il Signore con pura coscienza (cfr. Rm 9,1; At 23,1). La fede schietta di Timoteo è stata ereditata da una famiglia religiosa: dalla nonna (Loide) e dalla madre (Eunice).
In 2Tm 1,6, Paolo chiede al giovane discepolo di ravvivare il carisma, ossia il dono di Dio che
è in lui mediante l’imposizione delle sue stesse mani. È come dire che lo Spirito è fuoco che brucia e arde, illumina e dona forza, vigore, amore e saggezza. Paolo cerca in tutti i modi di rincuorare il giovane Timoteo che forse appariva stanco e indeciso per situazioni gravi riguardanti la comunità cristiana di Efeso. Timoteo, in effetti, rappresenta ciascuno di noi che è messo alla prova e non riesce a vivere la fede in Gesù Cristo fino in fondo. Essenzialmente, Timoteo appare come un giovane timido e incerto, a volte anche tiepido. Il rimedio a questa fragilità è nell’invocazione dello Spirito Santo, ossia nel ravvivare il carisma ricevuto. Questo carisma è come un fuoco posto sotto la cenere: ha bisogno di essere ravvivato: si tratta di riaccendere il fuoco della fede! Timoteo deve vincere paure ed esitazioni: egli appare impacciato agli occhi di Paolo. In realtà, anche noi, dinanzi alle prove della vita, non facciamo altro che esitare e lasciarci prendere dalla paura.
Timoteo deve ritrovare la certezza della sua vocazione dentro di sé, ossia nel cuore dove è posta l’unzione dello Spirito! Il rito delle imposizioni delle mani indica il conferimento di un carisma specifico che serve da supporto al ministero della Parola (cfr. 1Tm 4,11-13). È un carisma che dona forza, coraggio, amore e dominio di sé (cfr. 2Tm 1,6-8). È lo Spirito che fa di noi dei testimoni coraggiosi del Vangelo! In effetti, Timoteo è abilitato a funzioni profetiche: insegnamento, governo, celebrazione. Particolarmente, egli deve insegnare e annunciare la Parola di vita. Lo Spirito spinge Timoteo verso l’esterno: lo abilita a predicare, a decidere, a governare, a giudicare, a discernere, a custodire la fede. È come se i doni dello Spirito Santo lo trasformassero a poco a poco. Paolo esorta Timoteo a soffrire per il Vangelo! Il giovane discepolo deve vincere questa paura (cfr. 2Tm 1,8), partecipando alla stessa sorte di Cristo e dello stesso Paolo che è sì in catene ma libero nel cuore. Come Paolo, il giovane discepolo deve lasciarsi consumare dalla Parola e far ardere nel cuore la buona notizia della morte e della risurrezione di Gesù Cristo. In effetti, soffrire per il Vangelo, anche per noi oggi, significa lasciarsi guidare da Cristo stesso e non dai nostri programmi!
Siamo ancora legati a un cristianesimo borghese, incapace di superare certi schemi e modelli pastorali, di uscire dalle sacrestie per confrontarsi serenamente con le attese della gente di strada e i problemi del mondo. Patire per Cristo, come Paolo e Timoteo – oggi – vuol dire accettare di stare ai margini della società e non avere paura di provare il disagio della minoranza, di chi non viene ascoltato in alcun modo.

2. Praedica Verbum
Consideriamo più da vicino il brano che abbiamo scelto per la nostra meditazione: 2Tm 4,1ss.
Paolo presenta una vera e propria supplica. È una preghiera che s’innalza al cospetto del Padre e di quel Cristo che è in procinto di giudicare i vivi e i morti, e sta per venire – manifestarsi – assieme al suo regno. Paolo chiede a Timoteo di annunciare il Vangelo – la Parola di vita – in ogni contesto e momento. L’appello dell’apostolo è intenso e drammatico: praedica Verbum. Annunzia la Parola sempre! In ogni circostanza e situazione di vita, in qualsiasi tempo o condizione, favorevole e non. Tutto è per la Parola. Ogni cosa prende senso e vita dal Verbo crocifisso e risorto.
Il Verbo, parola di vita, ha preso possesso dell’apostolo e così deve avvenire per Timoteo. Paolo fa riferimento al tempo “dolce” (“favorevole”, eu-kairos) e al tempo “non dolce” (“sfavorevole”, a- kairos).
L’accoramento di Paolo nasce dall’accrescersi della pericolosità dell’errore che si farà più seducente negli ultimi tempi, nonché dalla consapevolezza della sua morte imminente. Paolo è giunto alla fine. Il Vangelo lo ha condotto per sentieri oscuri, impervi. La Parola lo ha spogliato completamente! Timoteo, guardando alla testimonianza di Paolo, non può tirarsi indietro. Egli è il primo responsabile dell’annuncio della Parola ad Efeso. Sono molti i falsi maestri che qui operano creando disordine e spacciandosi per annunciatori di Cristo. Forse si tratta di insegnanti che solleticano l’udito con messaggi sbagliati e dottrine errate, ma pure con proposte accattivanti. Sono come i falsi profeti che riescono a pronunciare quelle stesse parole che la gente vuole sentirsi dire. Tali maestri sono portatori di favole e sogni che consolano e acquietano gli animi dei fedeli che volutamente si lasciano abbindolare e ingannare. Le parole e i linguaggi stucchevoli hanno preso il posto del Vangelo. È attualissimo il messaggio di Paolo: quanti falsi profeti e finti maestri pure oggi! Sono sempre più difficili i contesti in cui annunciare il Vangelo. La stessa missione della Chiesa è in crisi. La gente corre, oggi come allora, dietro a favole inventate che Paolo definisce “roba da vecchierelle”. La Parola ci pone innanzi alla verità del Vangelo, ai fatti nudi e crudi della croce, del Cristo che ha donato la sua vita per noi. La Parola non è ingannevole, bensì veritiera: appella-chiama, informa, esige la sequela e la conversione del cuore. Gli impostori vogliono strumentalizzare la Parola donando false speranze. I discepoli, invece, agiscono con speranza, divenendo servi della Parola.
Paolo, che era stato un fabbricatore di tende, sostenendosi da solo nei bisogni materiali, ci consegna una metafora molto intensa e drammatica per descrivere il sopraggiungere della sua morte: le vele sono sciolte. Paolo è in alto mare, in cammino. È giunto finalmente il tempo della partenza, ossia di lasciare questo mondo. Egli leva l’ancora e s’inoltra verso Cristo (cfr. Fil 1,23). Questo “sciogliere” non indica semplicemente il muoversi nel mare, bensì il rompersi di ogni legame, ossia indica la fine di un’esperienza. È, difatti, la fine: Paolo è pronto, cioè libero, consegnato, abbandonato nella Parola. La sua non è stata una consegna passiva, né una missione inutile: bensì un dono di Cristo. Per questo si offre liberamente per amore di Dio. Così, egli ha terminato la corsa e combattuto la buona battaglia. Egli è come l’olio che si versa sulle offerte, come il vino che prepara l’olocausto o l’acqua che si sparge sulla vittima prima dell’uccisione.
Paolo si sente come il buon atleta o corridore, come un buon soldato, uno che si è impegnato sino alla fine con successo. È quello che deve fare pure Timoteo e anche noi! Paolo è rimasto fedele. Il combattimento, la corsa e la corona di gloria sono simboli che riprendono gli usi sportivi del tempo e sottolineano, per Paolo, l’aspetto agonistico della vita cristiana. Il premio per lui sarà Gesù Cristo.
Come termina la vita di Paolo in questa lettera? Segnata certamente dall’ingratitudine di molti, dalla sofferenza e dalla solitudine. Paolo, abbandonato da tutti, ha compreso che l’unico privilegio concesso dalla Parola è quello della speranza. Perché coloro che annunziano il Vangelo di Gesù Cristo vivono di lui, sperano in lui, amano in lui. E vivono un’esistenza semplice, gioiosa, fiduciosa, trepidante per l’attesa della sua manifestazione gloriosa. Tutto sommato, Paolo sapeva che la vita cristiana è nuova solo in Cristo perché, essenzialmente, è una vita di attesa e di speranza, di morte e di risurrezione. Amici e discepoli, di fatto, gli hanno ferito il cuore, abbandonandolo. Così è stato per Dema, fuggito a Tessalonica; e anche per Crescente, rifugiatosi in Galazia, e per Tito. Luca e Marco lo hanno sorretto negli ultimi tempi. Tichico lo aveva lasciato per la missione ad Efeso. Attorno a Paolo, nel primo processo, si era creato il vuoto. Uomini di cartapesta – come Alessandro il ramaio – avevano fatto finta di seguirlo, di condividerne progetti e speranze. Solo il Signore gli era stato vicino. Ed è a lui che Paolo rimette la sua stessa vita. Eppure gli affetti sono ancora forti: un saluto va a Prisca e ad Aquila, i coniugi, gli amici, nonché benefattori di Paolo, e anche alla famiglia di Onesìforo.
I ricordi si spingono oltre: la memoria trova spazio per Eràsto rimasto a Corinto, per Tròfimo lasciato infermo a Mileto. Nel cuore di Paolo c’è tanta nostalgia: vuole rivedere presto Timoteo per abbracciarlo. Per lui reca il saluto di altri fratelli cristiani, di quelle persone accomunate dalla stessa speranza che nasce dal Vangelo vivo: Eubùlo, Pudènte, Lino, Claudia e tanti altri fratelli (cfr. 2Tm 4,20-22).
Che cosa resta di Paolo? Neanche il mantello che lasciò a Troade, presso Carpo, forse per la fretta dell’arresto e per l’insorgere immediato delle persecuzioni. Né i libri né le pergamene dei suoi viaggi. Nel cuore ha solo la speranza di vedere Cristo, la certezza di essere ancora liberato dal male e salvato. La Parola – il Vangelo vivo di Gesù Cristo – lo ha spogliato completamente, denudato fino al midollo. Tuttavia, Paolo è finalmente libero: da se stesso, dai suoi sogni, da false speranze. Egli vive nella libertà del Vangelo, dei figli di Dio. Nella gelida cella di Roma, Paolo sa che tutto sta per compiersi. Forse, il suo corpo è divenuto la sua vera tenda e la Parola il suo mantello, quella pergamena non scritto – il rotolo della vita – che ha cambiato completamente la sua esistenza.

3. Per la riflessione
Non è forse vero che capita anche a noi di trovarci nella stessa condizione dei cristiani di Efeso? Non è altrettanto vero che ci piace essere rassicurati e amiamo sentirci raccontare storielle e favole che ci danno sicurezza? L’unica Parola di salvezza, sembra dirci l’apostolo Paolo, è il
Vangelo di Gesù Cristo che è morto e risorto per la nostra salvezza. È dalla Parola della croce che nasce la speranza. Questa Parola ha il sopravvento sulla morte, sul peccato, sul male nel mondo e apre un varco nella storia per indicarci la giusta direzione da intraprendere.
Proviamo a dare un volto, un nome, a quei falsi maestri o a quegli idoli che ci tolgono la gioia di vivere e ci pongono nell’angoscia più che nella verità. Non abbiamo bisogno di maggior tempo da spendere per l’ascolto della Parola e l’approfondimento del Vangelo? Non è forse vero che dalle Sacre Scritture ci viene in dono la grazia di Dio? Quali sono i nostri punti di riferimento nel momento della prova, della sofferenza, dello scoraggiamento? Abbiamo sviluppato nella nostra vita quotidiana il carisma della natura docente? Sentiamo nel nostro cuore la domanda impellente che rendeva inquieto il cuore di don Alberione, ossia: “Dove cammina, come cammina, verso quale meta cammina questa umanità che si rinnova sempre sulla faccia della terra?”.
Oggi molti cristiani – e tantissimi religiosi e presbiteri – sentono difficile l’atto stesso della lettura, a fronte della maggiore facilità e immediatezza d’accesso ai mezzi audiovisivi. L’efficientismo della pastorale e di certi stili ecclesiali non aiutano a maturare il nostro rapporto vivo con la Parola. La lettura e la meditazione delle Sante Scritture è già un atto di conversione perché richiede raccoglimento, silenzio interiore ed esteriore, per mettersi in ascolto di Dio che ci parla. Una comunità che non vuole cadere semplicemente nell’efficientismo pastorale deve necessariamente dedicare un tempo all’ascolto orante della Parola.

4. Le sfide per la nuova evangelizzazione
Il disagio vissuto dal giovane vescovo di Efeso è di grande attualità per riflettere oggi sulle sfide per la nuova evangelizzazione che è essenzialmente una rinascita spirituale, ossia la capacità di rendere credibile il Vangelo con la propria testimonianza di vita, con maggiore vigore ed entusiasmo.
Anche se sul piano storico-archeologico non abbiamo tracce di una presenza di Timoteo ad Efeso, abbiamo però una buona documentazione in cui si prova che ad Efeso era molto diffuso il culto di Artemide. La tradizione cristiana afferma che ad Efeso si rifugiò l’apostolo Giovanni con la
Vergine Maria.
Efeso era una città celebre in tutto il mondo antico per i suoi indovini, per l’immenso tempio di
Artemide considerato una delle sette meraviglie del mondo e per lo splendido porto marittimo. La sua posizione ne faceva uno dei massimi centri commerciali del tempo, punto d’incontro tra Oriente e Occidente. Al tempo di san Paolo, Efeso fu la città più importante della provincia romana dell’Asia, ora Turchia occidentale. San Paolo la visitò per breve tempo durante il suo secondo viaggio missionario, mentre nel terzo viaggio si fermò per ben due anni, predicando senza posa il Vangelo e trasformandola in una comunità cristiana di grandi speranze (cfr. At 18,19; 19). I fabbricanti di statuette idolatriche, però, vedendo che ormai le compere andavano sempre più calando, a causa delle conversioni al cristianesimo, sentendosi seriamente compromessi nella loro attività, scatenarono un tumulto, e Paolo dovette partire (cfr. At 19,23-41; 20,1).
Le sfide del Vangelo sono presenti anche oggi così come al tempo di Paolo. Tali scenari della nuova evangelizzazione sono almeno sei e li possiamo così sintetizzare: secolarizzazione, migrazioni, mezzi di comunicazione sociale o anche globalizzazione, crisi economica, la ricerca scientifica e tecnologica, la crisi politica.
Ci troviamo in un’epoca di profonda secolarizzazione che ha perso la capacità di ascoltare e di comprendere la parola evangelica come un messaggio vivo e vivificante. Radicata in modo particolare nel mondo occidentale, frutto di episodi e movimenti sociali e di pensiero che ne hanno segnato in profondità la storia e l’identità, la secolarizzazione si presenta oggi nelle nostre culture attraverso l’immagine positiva della liberazione, della possibilità di immaginare la vita del mondo e dell’umanità senza riferimento alla trascendenza. In questi anni non ha più tanto la forma pubblica dei discorsi diretti e forti contro Dio, la religione e il cristianesimo, anche se in qualche caso questi toni anticristiani, antireligiosi e anticlericali si sono fatti udire anche di recente. Essa ha assunto piuttosto un tono dimesso che ha permesso a questa forma culturale di invadere la vita quotidiana delle persone e di sviluppare una mentalità in cui Dio è di fatto assente, in tutto o in parte, dall’esistenza e dalla coscienza umana. I tratti di un modo secolarizzato di intendere la vita segnano il comportamento quotidiano di molti cristiani, che si mostrano spesso influenzati, se non condizionati, dalla cultura dell’immagine con i suoi modelli e impulsi contraddittori. La mentalità edonistica e consumistica predominante induce in loro una deriva verso la superficialità e un egocentrismo che non è facile contrastare. Il credente si trova spesso ad agire in un contesto di totale diffidenza nei confronti del Vangelo.
Accanto a questo primo scenario culturale, ne possiamo indicare un secondo, più sociale: il grande fenomeno migratorio che spinge sempre di più le persone a lasciare il loro paese di origine e vivere in contesti urbanizzati, modificando la geografia etnica delle nostre città, delle nostre nazioni e dei nostri continenti. Da esso deriva un incontro e un mescolamento delle culture che le nostre società non conoscevano da secoli. Si stanno producendo forme di contaminazione e di sgretolamento dei riferimenti fondamentali della vita, dei valori per cui spendersi, degli stessi legami attraverso i quali i singoli strutturano le loro identità e accedono al senso della vita. L’esito culturale di questi processi è un clima di estrema fluidità e “liquidità” dentro il quale c’è sempre meno spazio per le grandi tradizioni, comprese quelle religiose, e per il loro compito di strutturare in modo oggettivo il senso della storia e le identità dei soggetti. A questo scenario sociale è legato quel fenomeno che va sotto il termine di globalizzazione, realtà di non facile decifrazione, che richiede ai cristiani un forte lavoro di discernimento.
Questo profondo miscuglio delle culture è lo sfondo sul quale opera un terzo scenario che va segnando in modo sempre più determinante la vita delle persone e la coscienza collettiva. Si tratta della sfida dei mezzi di comunicazione sociale, che oggi offrono enormi possibilità e rappresentano una delle grandi sfide per la Chiesa. Non c’è luogo al mondo che oggi non possa essere raggiunto e quindi non essere soggetto all’influsso della cultura mediatica e digitale che si struttura sempre più come il “luogo” della vita pubblica e della esperienza sociale. Il diffondersi di questa cultura porta con sé indubbi benefici: maggiore accesso alle informazioni, maggiore possibilità di conoscenza, di scambio, di forme nuove di solidarietà, di capacità di costruire una cultura sempre più a dimensione mondiale, rendendo i valori e i migliori sviluppi del pensiero e dell’espressione umana patrimonio di tutti. Queste potenzialità non possono però nascondere i rischi che la diffusione eccessiva di una simile cultura sta già generando. Si manifesta una profonda concentrazione egocentrica su di sé e sui soli bisogni individuali. Si afferma un’esaltazione della dimensione emotiva nella strutturazione delle relazioni e dei legami sociali. Si assiste alla perdita di valore oggettivo dell’esperienza della riflessione e del pensiero, ridotta in molti casi a puro luogo di conferma del proprio sentire. Si diffonde una progressiva alienazione della dimensione etica e politica della vita, che riduce l’alterità al ruolo funzionale di specchio e spettatore delle mie azioni.
Il quarto scenario che segna con i suoi mutamenti l’azione evangelizzatrice della Chiesa è quello economico. La perdurante crisi economica nella quale ci troviamo segnala il problema di utilizzo di forze materiali, che fatica a trovare le regole di un mercato globale capace di tutelare una convivenza più giusta.
Il quinto scenario è quello della ricerca scientifica e tecnologica. Viviamo in un’epoca che non si è ancora ripresa dalla meraviglia suscitata dai continui traguardi che la ricerca in questi campi ha saputo superare. Tutti possiamo sperimentare nella vita quotidiana i benefici arrecati da questi progressi. Tutti siamo sempre più dipendenti da questi benefici. La scienza e la tecnologia corrono così il rischio di diventare i nuovi idoli del presente.
Il sesto scenario è quello politico. È giunta la fine della divisione del mondo occidentale in due blocchi con la crisi dell’ideologia comunista. Ciò ha favorito la libertà religiosa e la possibilità di riorganizzazione delle Chiese storiche. L’emergere sulla scena mondiale di nuovi attori economici, politici e religiosi, come il mondo islamico, mondo asiatico, ha creato una situazione inedita e totalmente sconosciuta, ricca di potenzialità, ma anche piena di rischi e di nuove tentazioni di dominio e di potere. In questo scenario, l’impegno per la pace, lo sviluppo e la liberazione dei popoli; il miglioramento delle forme di governo mondiale e nazionale; la costruzione di forme possibili di ascolto, convivenza, dialogo e collaborazione tra le diverse culture e religioni; la custodia dei diritti dell’uomo e dei popoli, soprattutto delle minoranze; la promozione dei più deboli; la salvaguardia del creato e l’impegno per il futuro del nostro pianeta, sono tutti temi e settori da illuminare con la luce del Vangelo.

Edoardo Scognamiglio (1970), frate minore conventuale, è teologo e filosofo. Insegna Teologia dogmatica a Napoli presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e Dialogo interreligioso e Introduzione all’Islam a
Roma presso la Pontificia Università Urbaniana. Consultore del Santo Padre dal 2009 per il Pontificio Consiglio per la Famiglia, fra Edoardo si occupa da lungo tempo del dialogo interreligioso.
A Maddaloni (NA) dirige il Centro Studi Francescani per il Dialogo interreligioso e le culture ed è responsabile per la Diocesi di Caserta dell’Ufficio ecumenico. In Europa è tra i massimi conoscitori del pensiero e dell’opera letteraria del poeta libanese Khalil
Gibran. Negli ultimi anni si dedica alla pratica della lectio divina con gruppi di giovani, consacrati e laici. È autore di numerosi saggi di filosofia, teologia, storia delle religioni e letteratura. Ha pubblicato diversi libri con le Paoline.
Nel giugno scorso è stato confermato Ministro Provinciale dell’Ordine dei frati minori conventuali della Provincia di Napoli e Basilicata.

PENTECOTE ET PREDICATION

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OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI, PENTECOSTE 2005

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20050515_priestly-ordination.html

SANTA MESSA CON ORDINAZIONI PRESBITERALI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Pietro

DOMENICA DI PENTECOSTE, 15 MAGGIO 2005

(non è anno B, forse anno A)

La prima lettura ed il Vangelo della Domenica di Pentecoste ci presentano due grandi immagini della missione dello Spirito Santo. La lettura degli Atti degli Apostoli narra come, il giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo, sotto i segni di un vento potente e del fuoco, irrompe nella comunità orante dei discepoli di Gesù e dà così origine alla Chiesa. Per Israele, la Pentecoste, da festa della mietitura, era divenuta la festa che faceva memoria della conclusione dell’alleanza al Sinai. Dio aveva mostrato la sua presenza al popolo attraverso il vento e il fuoco e gli aveva poi fatto dono della sua legge, dei 10 Comandamenti. Soltanto così l’opera di liberazione, cominciata con l’esodo dall’Egitto, si era pienamente compiuta: la libertà umana è sempre una libertà condivisa, un insieme di libertà. Soltanto in un’ordinata armonia delle libertà, che dischiude a ciascuno il proprio ambito, può reggersi una libertà comune. Perciò il dono della legge sul Sinai non fu una restrizione o un’abolizione della libertà ma il fondamento della vera libertà. E poiché un giusto ordinamento umano può reggersi soltanto se proviene da Dio e se unisce gli uomini nella prospettiva di Dio, ad un ordinato assetto delle libertà umane non possono mancare i comandamenti che Dio stesso dona. Così Israele è divenuto pienamente popolo proprio attraverso l’alleanza con Dio al Sinai. L’incontro con Dio al Sinai potrebbe essere considerato come il fondamento e la garanzia della sua esistenza come popolo. Il vento ed il fuoco, che investirono la comunità dei discepoli di Cristo radunata nel cenacolo, costituirono un ulteriore sviluppo dell’evento del Sinai e gli diedero nuova ampiezza. Si trovavano in quel giorno a Gerusalemme, secondo quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli, “Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo” (At 2, 5). Ed ecco che si manifesta il dono caratteristico dello Spirito Santo: tutti costoro comprendono le parole degli apostoli: “Ciascuno li sentiva parlare la propria lingua” (At 2, 6). Lo Spirito Santo dona di comprendere. Supera la rottura iniziata a Babele – la confusione dei cuori, che ci mette gli uni contro gli altri – e apre le frontiere. Il popolo di Dio che aveva trovato al Sinai la sua prima configurazione, viene ora ampliato fino a non conoscere più alcuna frontiera. Il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, è un popolo che proviene da tutti i popoli. La Chiesa fin dall’inizio è cattolica, questa è la sua essenza più profonda. San Paolo spiega e sottolinea questo nella seconda lettura, quando dice: “Ed in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito” (1 Cor 12, 13). La Chiesa deve sempre nuovamente divenire ciò che essa già è: deve aprire le frontiere fra i popoli e infrangere le barriere fra le classi e le razze. In essa non vi possono essere né dimenticati né disprezzati. Nella Chiesa vi sono soltanto liberi fratelli e sorelle di Gesù Cristo. Vento e fuoco dello Spirito Santo devono senza sosta aprire quelle frontiere che noi uomini continuiamo ad innalzare fra di noi; dobbiamo sempre di nuovo passare da Babele, dalla chiusura in noi stessi, a Pentecoste. Dobbiamo perciò continuamente pregare che lo Spirito Santo ci apra, ci doni la grazia della comprensione, così da divenire il popolo di Dio proveniente da tutti i popoli – ancor più, ci dice San Paolo: in Cristo, che come unico pane nutre tutti noi nell’Eucaristia e ci attira a sé nel suo corpo straziato sulla croce, noi dobbiamo divenire un solo corpo e un solo spirito.

La seconda immagine dell’invio dello Spirito, che troviamo nel Vangelo, è molto più discreta. Ma proprio così fa percepire tutta la grandezza dell’evento della Pentecoste. Il Signore Risorto attraverso le porte chiuse entra nel luogo dove si trovavano i discepoli e li saluta due volte dicendo: la pace sia con voi! Noi, continuamente, chiudiamo le nostre porte; continuamente, vogliamo metterci al sicuro e non essere disturbati dagli altri e da Dio. Perciò possiamo continuamente supplicare il Signore soltanto per questo, perché egli venga a noi superando le nostre chiusure e ci porti il suo saluto. “La pace sia con voi”: questo saluto del Signore è un ponte, che egli getta fra cielo e terra. Egli discende su questo ponte fino a noi e noi possiamo salire, su questo ponte di pace, fino a lui. Su questo ponte, sempre insieme a Lui, anche noi dobbiamo arrivare fino al prossimo, fino a colui che ha bisogno di noi. Proprio abbassandoci insieme a Cristo, noi ci innalziamo fino a lui e fino a Dio: Dio è Amore e perciò la discesa, l’abbassamento, che l’amore ci chiede, è allo stesso tempo la vera ascesa. Proprio così, abbassandoci, noi raggiungiamo l’altezza di Gesù Cristo, la vera altezza dell’essere umano.

Al saluto di pace del Signore seguono due gesti decisivi per la Pentecoste: il Signore vuole che la sua missione continui nei discepoli: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Gv 20, 21). Dopo di che egli alita su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 23). Il Signore alita sui discepoli, e così dona loro lo Spirito Santo, il suo Spirito. Il soffio di Gesù è lo Spirito Santo. Riconosciamo qui, anzitutto, un’allusione al racconto della creazione dell’uomo nella Genesi: “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita” (Gn 2, 7). L’uomo è questa creatura misteriosa, che proviene tutta dalla terra, ma in cui è stato posto il soffio di Dio. Gesù alita sugli apostoli e dona loro in modo nuovo, più grande, il soffio di Dio. Negli uomini, pur con tutti i loro limiti, vi è ora qualcosa di assolutamente nuovo – il soffio di Dio. La vita di Dio abita in noi. Il soffio del suo amore, della sua verità e della sua bontà. Così possiamo vedere qui anche un’allusione al battesimo ed alla cresima – a questa nuova appartenenza a Dio, che il Signore ci dona. Il testo del Vangelo ci invita a questo: a vivere sempre nello spazio del soffio di Gesù Cristo, a ricevere vita da Lui, così che egli inspiri in noi la vita autentica – la vita che nessuna morte può più togliere. Al suo soffio, al dono dello Spirito Santo, il Signore collega il potere di perdonare. Abbiamo udito in precedenza che lo Spirito Santo unisce, infrange le frontiere, conduce gli uni verso gli altri. La forza, che apre e fa superare Babele, è la forza del perdono. Gesù può donare il perdono ed il potere di perdonare, perché egli stesso ha sofferto le conseguenze della colpa e le ha dissolte nella fiamma del suo amore. Il perdono viene dalla croce; egli trasforma il mondo con l’amore che si dona. Il suo cuore aperto sulla croce è la porta attraverso cui entra nel mondo la grazia del perdono. E soltanto questa grazia può trasformare il mondo ed edificare la pace.

Se paragoniamo i due eventi di Pentecoste, il vento potente del 50° giorno e il lieve alitare di Gesù nella sera di Pasqua, ci può tornare in mente il contrasto fra due episodi, accaduti al Sinai, di cui ci parla l’Antico Testamento. Da una parte c’è il racconto del fuoco, del tuono e del vento, che precedono la promulgazione dei 10 Comandamenti e la conclusione dell’alleanza (Es 19 ss); dall’altra, il misterioso racconto di Elia sull’Oreb. Dopo i drammatici avvenimenti del Monte Carmelo, Elia era fuggito dall’ira di Acab e Gezabele. Quindi, seguendo il comando di Dio, aveva pellegrinato fino al Monte Oreb. Il dono dell’alleanza divina, della fede nel Dio unico, sembrava scomparso in Israele. Elia, in un certo qual modo, deve riaccendere la fiamma della fede sul monte di Dio e riportarla ad Israele. Egli sperimenta, in quel luogo, vento, terremoto e fuoco. Ma Dio non è presente in tutto questo. Allora egli percepisce un mormorio dolce e leggero. E Dio gli parla da questo soffio leggero (1 Re 19, 11 – 18). Non è forse proprio quel che accade la sera di Pasqua, quando Gesù compare ai suoi Apostoli ad insegnarci cosa qui si vuol dire? Non possiamo forse vedere qui una prefigurazione del servitore di Jahwé, del quale Isaia dice: “Egli non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce” (42, 2)? Non appare forse così l’umile figura di Gesù come la vera rivelazione nella quale Dio si manifesta a noi e ci parla? Non sono forse l’umiltà e la bontà di Gesù la vera epifania di Dio? Elia, sul Monte Carmelo, aveva cercato di combattere l’allontanamento da Dio con il fuoco e con la spada, uccidendo i profeti di Baal. Ma in questo modo non aveva potuto ristabilire la fede. Sull’Oreb egli deve apprendere che Dio non è nel vento, nel terremoto, nel fuoco; Elia deve imparare a percepire la voce leggera di Dio e, così, a riconoscere in anticipo colui che ha vinto il peccato non con la forza ma con la sua Passione; colui che, con il suo patire, ci ha donato il potere del perdono. Questo è il modo con cui Dio vince.

Cari ordinandi! In questo modo il messaggio di Pentecoste si rivolge ora direttamente a voi. La scena pentecostale del Vangelo di Giovanni parla di voi ed a voi. A ciascuno di voi, in modo personalissimo, il Signore dice: pace a voi – pace a te! Quando il Signore dice questo, non dona qualcosa ma dona se stesso. Infatti egli stesso è la pace (Ef 2, 14). In questo saluto del Signore, possiamo intravedere anche un richiamo al grande mistero della fede, alla Santa Eucaristia, nella quale egli continuamente ci dona se stesso e, in tal modo, la vera pace. Questo saluto si colloca così al centro della vostra missione sacerdotale: il Signore affida a voi il mistero di questo sacramento. Nel suo nome voi potete dire: questo è il mio corpo – questo è il mio sangue. Lasciatevi attirare sempre di nuovo nella Santa Eucaristia, nella comunione di vita con Cristo. Considerate come centro di ogni giornata il poterla celebrare in modo degno. Conducete gli uomini sempre di nuovo a questo mistero. Aiutateli, a partire da essa, a portare la pace di Cristo nel mondo.

Risuona poi, nel Vangelo appena udito, una seconda parola del Risorto: “come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Cristo dice questo, in modo molto personale, a ciascuno di voi. Con l’ordinazione sacerdotale voi vi inserite nella missione degli apostoli. Lo Spirito Santo è vento, ma non è amorfo. E’ uno Spirito ordinato. E si manifesta proprio ordinando la missione, nel sacramento del sacerdozio, con cui continua il ministero degli apostoli. Attraverso questo ministero, voi siete inseriti nella grande schiera di coloro che, a partire dalla Pentecoste, hanno ricevuto la missione apostolica. Voi siete inseriti nella comunione del presbiterio, nella comunione con il vescovo e con il Successore di San Pietro, che qui in Roma è anche il vostro vescovo. Tutti noi siamo inseriti nella rete dell’obbedienza alla parola di Cristo, alla parola di colui che ci dà la vera libertà, perché ci conduce negli spazi liberi e negli ampi orizzonti della verità. Proprio in questo comune legame col Signore noi possiamo e dobbiamo vivere il dinamismo dello Spirito. Come il Signore è uscito dal Padre e ci ha donato luce, vita ed amore, così la missione deve continuamente rimetterci in movimento, renderci inquieti, per portare a chi soffre, a chi è nel dubbio, ed anche a chi è riluttante, la gioia di Cristo.

Infine, vi è il potere del perdono. Il sacramento della penitenza è uno dei tesori preziosi della Chiesa, perché solo nel perdono si compie il vero rinnovamento del mondo. Nulla può migliorare nel mondo, se il male non è superato. E il male può essere superato solo con il perdono. Certamente, deve essere un perdono efficace. Ma questo perdono può darcelo solo il Signore. Un perdono che non allontana il male solo a parole, ma realmente lo distrugge. Ciò può avvenire solo con la sofferenza ed è realmente avvenuto con l’amore sofferente di Cristo, dal quale noi attingiamo il potere del perdono.

Infine, cari ordinandi, vi raccomando l’amore alla Madre del Signore. Fate come San Giovanni, che l’accolse nell’intimo del proprio cuore. Lasciatevi rinnovare continuamente dal suo amore materno. Imparate da lei ad amare Cristo. Il Signore benedica il vostro cammino sacerdotale! Amen.

OMELIA PER PENTECOSTE: LO SPIRITO SANTO SCENDE IN NOI

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25601.html

OMELIA

(27-05-2012)

MONS. ANTONIO RIBOLDI

LO SPIRITO SANTO SCENDE IN NOI

È necessario riaccendere il Fuoco dell’Amore. C’è un passo di estrema importanza per la nostra vita cristiana, nella lettera di S. Paolo, che scrive ai cristiani di Corinto: « Fratelli, nessuno può dire ‘Gesù è il mio Signore’ se non sotto l’azione dello Spirito Santo ». (I Cor. 12, 3) e, nella stessa lettera, subito fa seguire l’elenco dei doni, i carismi, che altro non sono che la potenza dello Spirito nella vita di ciascuno: « Ad ognuno, afferma Paolo, è data una manifestazione particolare dello Spirito, per l’utilità comune e in realtà tutti noi siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo Corpo e ci siamo abbeverati ad un solo Spirito ».
Se guardiamo, con sguardo contemplativo, alla vita di tanti nostri fratelli e sorelle, di ogni tempo, non possiamo non notare l’incredibile diversità di carismi: ognuno di essi ha saputo esplicitare un dono speciale dello Spirito e tutti insieme creano una sinfonia unica e completa, permettendo a Cristo di continuare la Sua ‘incarnazioné nella storia: una varietà che distingue la fede e la vita cristiana di ciascuno, ma creando un unico meraviglioso arcobaleno. Davvero, come siamo irripetibili nel fisico, così lo siamo nei carismi o capacità. È incredibile come lo Spirito si adegua o ‘si serve’ di ciascuno di noi per manifestare i Suoi doni a tutta l’umanità.
Basterebbe per un attimo pensare ai tanti grandi santi, così simili nell’amore a Dio e ai fratelli eppure così diversi nel loro sentire e operare: l’azione ferma e dolce di S. Francesco di Sales o il lavoro intriso di preghiera di S. Benedetto, la profondità di Paolo VI o la missionarietà di Giovanni
‘-
Paolo II, S. Teresa d’Avila, la grande riformatrice, o S. Teresina del Bambino Gesù, la piccola anima, e l’elenco è infinito.
Come basterebbe pensare per un attimo alle tante congregazioni religiose o movimenti laicali: nessuno è uguale all’altro ed ognuno ha il suo proprio carisma, cioè una peculiare manifestazione dell’unico Spirito.
Ma, soprattutto, è stupore e meraviglia, diventare consapevoli di come ognuno, vivendo dove Dio lo pone, seguendo la chiamata alla santità, in ogni forma di vita, manifesta la sua appartenenza a Cristo nella ‘diversità’ di santità: davvero l’universo dei credenti non è una massa uniforme, ma un firmamento, con miriadi di stelle, ognuna rilucente di luce diversa, ma tutte che cantano la stessa Gloria di Dio: nella diversità, unico è il concerto di lode che la Chiesa, Corpo di Cristo, eleva al Padre nello Spirito.
E l’inizio di questo ‘canto vitale’ della Chiesa è proprio il giorno di Pentecoste. Così lo raccontano gli Atti degli Apostoli:
« Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso un rombo dal cielo come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano gli Apostoli. Apparvero loro lingue di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro ed essi furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito Santo dava loro di potere esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore e dicevano: ‘Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E come mai li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?
Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e della Libia, vicino a Curne, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio ». (At. 2, 1-11)
Solo un miracolo poteva cambiare il cuore degli apostoli. Essi, pur avendo visto Gesù risorto e la sua gloriosa ascensione al cielo, continuavano ad avere paura e si sentivano incapaci di compiere quanto il Maestro aveva loro chiesto. Il miracolo avviene con l’effusione dello Spirito, confermando le promesse di Gesù, e il loro cuore è trasformato in profondità.
È l’inizio di quella Chiesa che, dopo oltre duemila anni, continua la Sua azione ai nostri giorni.
Lo possiamo quasi toccare con mano, se viviamo una fede attiva, che consente di vedere le opere di Dio. Quante volte, nel corso dei secoli, come oggi, si è manifestata l’azione dello Spirito nella vita di tanti fratelli e sorelle, dei quali si poteva dire: ‘E’ davvero ispirato, dice parole e compie opere che sfuggono alla nostra natura debole.’
Pensiamo al coraggio incredibile dei martiri – quanti anche oggi in tante parti del mondo offrono la vita per la difesa della propria fede cristiana! – che andavano incontro alla morte con il volto di chi non conosce paura, al punto da lasciare attoniti gli stessi carnefici.
Ma non occorre pensare solo ai martiri. È sufficiente la testimonianza quotidiana di tanti cristiani, fratelli che ci vivono accanto; forse noi stessi ci siamo stupiti a volte nel trovare parole ‘ispirate’, senza neppure saperci spiegare come avessimo potuto esprimerle. Tutti, credo, ne abbiamo fatto esperienza. Forse diamo davvero troppa poca importanza allo Spirito Santo, che è venuto tra noi e in ciascuno di noi, il giorno della S. Cresima, e nella fedeltà, che è divina, continua ad operare in noi ed attraverso di noi, nonostante le nostre incoerenze, distrazioni e povertà.
Purtroppo tante volte ci si accosta a questo grande sacramento, con una preparazione insufficiente, più preoccupati della festa esteriore che consapevoli del grande Dono che si riceve.
Ho tentato, come parroco e come vescovo, di cercare le strade per rendere più matura e viva tale consapevolezza, ma quando poi i cresimandi arrivano impreparati, diventa davvero difficile fare della S. Cresima il punto di partenza di una vita veramente cristiana.
Occorre educare alla vita come cammino spirituale sin dai primi passi, nella famiglia, poiché la vita di fede, per crescere, esige una continua educazione.
Solo così il giorno della nostra Cresima può davvero diventare una consapevolezza piena di essere noi stessi ‘tempio dello Spirito », l’Ospite divino che attende solo il nostro sì per manifestare la Sua Presenza.
Facciamo dunque memoria dei momenti fondamentali in cui lo Spirito è sceso su di noi, poiché è già venuto, anche se forse a causa della nostra povertà lo abbiamo di fatto ignorato, come fosse il grande Assente, impedendoGli così di realizzare nella nostra vita ‘le meraviglie di Dio’.
Il giorno del nostro battesimo il celebrante ci ha segnato la fronte con l’Olio santo, segno della prima venuta in noi dello Spirito Santo. Quando ormai eravamo in grado di dire un sì libero a Dio e quindi capaci di conformarci a Cristo nella Sua Chiesa, con la Cresima, il vescovo ha steso la sua mano sul nostro capo, invocando lo Spirito Santo, e ha unto la nostra fronte come segno di appartenenza e consacrazione a Dio.
Si è realizzata una ‘nuova creazione  » poiché lo Spirito Santo è l’Amore in persona!
È Lui che ci abilita ad amare. In forza dello Spirito Santo le caratteristiche tipiche del modo di amare di Gesù diventano anche nostre ed una nuova energia ci pervade.
Come dichiara S. Paolo: ‘Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé… perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito ».(Gal. 5, 24-25)
Rafforziamo dunque la nostra fede, la nostra speranza, la carità.
Lo Spirito compie miracoli che non siamo neppure in grado di pensare: dobbiamo solo fidarci di Lui e lasciargli spazio nella nostra vita, affinché possa manifestarsi.
Questo solo desidera e, quindi, con il cuore, invochiamoLo:
« Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo, un raggio della tua luce. Vieni, Padre dei poveri, vieni Datore dei doni, vieni Luce dei cuori. Consolatore perfetto, Ospite dolce dell’anima, dolcissimo Sollievo. Nella fatica, riposo; nella calura, riparo; nel pianto, conforto.
O Luce beatissima, invadi nell’intimo, il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua Forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli, che solo in Te confidano, i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna. »

Christ and His Apostles, Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna

Christ and His Apostles, Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna dans immagini sacre unknown-artist-christ-and-his-apostles-basilica-di-santapollinare-nuovo-ravenna-italy-6th-century

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Publié dans:immagini sacre |on 21 mai, 2015 |Pas de commentaires »

LE 4 SEZIONI NOI DI « ATTI DEGLI APOSTOLI »

http://digilander.libero.it/davide.arpe/LucaNoiAtti.htm

LE 4 SEZIONI NOI DI « ATTI DEGLI APOSTOLI »

(gli Atti all’inizio sono in terza persona)

1. 16,10-17 – 2. 20,5-15 – 3. 21,1-18 – 4. 27,1-28,16

1. 16,10-17 – Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo.
11Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli 12e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni. 13Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. 14Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: « Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa ». E ci costrinse ad accettare.
16Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una schiava che aveva uno spirito di divinazione: costei, facendo l’indovina, procurava molto guadagno ai suoi padroni. 17Ella si mise a seguire Paolo e noi, gridando: « Questi uomini sono servi del Dio altissimo e vi annunciano la via della salvezza ».
2. 20,5-15 – 5Questi però, partiti prima di noi, ci attendevano a Tròade; 6noi invece salpammo da Filippi dopo i giorni degli Azzimi e li raggiungemmo in capo a cinque giorni a Tròade, dove ci trattenemmo sette giorni.
7Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane, e Paolo, che doveva partire il giorno dopo, conversava con loro e prolungò il discorso fino a mezzanotte. 8C’era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore, dove eravamo riuniti. 9Ora, un ragazzo di nome Èutico, seduto alla finestra, mentre Paolo continuava a conversare senza sosta, fu preso da un sonno profondo; sopraffatto dal sonno, cadde giù dal terzo piano e venne raccolto morto. 10Paolo allora scese, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: « Non vi turbate; è vivo! ». 11Poi risalì, spezzò il pane, mangiò e, dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì. 12Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati.
13Noi, che eravamo già partiti per nave, facemmo vela per Asso, dove dovevamo prendere a bordo Paolo; così infatti egli aveva deciso, intendendo fare il viaggio a piedi. 14Quando ci ebbe raggiunti ad Asso, lo prendemmo con noi e arrivammo a Mitilene. 15Salpati da qui, il giorno dopo ci trovammo di fronte a Chio; l’indomani toccammo Samo e il giorno seguente giungemmo a Mileto.
3. 21,1-18 – 1 Appena ci fummo separati da loro, salpammo e per la via diretta giungemmo a Cos, il giorno seguente a Rodi e di qui a Pàtara. 2Trovata una nave che faceva la traversata per la Fenicia, vi salimmo e prendemmo il largo. 3Giunti in vista di Cipro, la lasciammo a sinistra e, navigando verso la Siria, sbarcammo a Tiro, dove la nave doveva scaricare. 4Avendo trovato i discepoli, rimanemmo là una settimana, ed essi, per impulso dello Spirito, dicevano a Paolo di non salire a Gerusalemme. 5Ma, quando furono passati quei giorni, uscimmo e ci mettemmo in viaggio, accompagnati da tutti loro, con mogli e figli, fino all’uscita della città. Inginocchiati sulla spiaggia, pregammo, 6poi ci salutammo a vicenda; noi salimmo sulla nave ed essi tornarono alle loro case. 7Terminata la navigazione, da Tiro approdammo a Tolemàide; andammo a salutare i fratelli e restammo un giorno con loro.
8Ripartiti il giorno seguente, giungemmo a Cesarèa; entrati nella casa di Filippo l’evangelista, che era uno dei Sette, restammo presso di lui. 9Egli aveva quattro figlie nubili, che avevano il dono della profezia. 10Eravamo qui da alcuni giorni, quando scese dalla Giudea un profeta di nome Àgabo. 11Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: « Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo al quale appartiene questa cintura, i Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani ». 12All’udire queste cose, noi e quelli del luogo pregavamo Paolo di non salire a Gerusalemme. 13Allora Paolo rispose: « Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù ». 14E poiché non si lasciava persuadere, smettemmo di insistere dicendo: « Sia fatta la volontà del Signore! ».
15Dopo questi giorni, fatti i preparativi, salimmo a Gerusalemme. 16Vennero con noi anche alcuni discepoli da Cesarèa, i quali ci condussero da un certo Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora, dal quale ricevemmo ospitalità.
17Arrivati a Gerusalemme, i fratelli ci accolsero festosamente. 18Il giorno dopo Paolo fece visita a Giacomo insieme con noi; c’erano anche tutti gli anziani.
4. 27,1-28,16 – 1 Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio, della coorte Augusta. 2Salimmo su una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalònica. 3Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone, e Giulio, trattando Paolo con benevolenza, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. 4Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari 5e, attraversato il mare della Cilìcia e della Panfìlia, giungemmo a Mira di Licia. 6Qui il centurione trovò una nave di Alessandria diretta in Italia e ci fece salire a bordo. 7Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone; 8la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa.
9Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell’Espiazione; Paolo perciò raccomandava 10loro: « Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite ». 11Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. 12Dato che quel porto non era adatto a trascorrervi l’inverno, i più presero la decisione di salpare di là, per giungere se possibile a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale.
13Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. 14Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. 15La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. 17La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. 18Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. 20Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta.
21Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: « Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. 23Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, 24e mi ha detto: « Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione ». 25Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. 26Dovremo però andare a finire su qualche isola ».
27Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. 28Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. 29Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. 30Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, 31Paolo disse al centurione e ai soldati: « Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo ». 32Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
33Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: « Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. 34Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto ». 35Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. 37Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. 38Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.
39Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.
40Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. 41Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. 42I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; 43ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; 44poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra.
28,1 Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. 2Gli abitanti ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo. 3Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami secchi e lo gettava sul fuoco, una vipera saltò fuori a causa del calore e lo morse a una mano. 4Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli abitanti dicevano fra loro: « Certamente costui è un assassino perché, sebbene scampato dal mare, la dea della giustizia non lo ha lasciato vivere ». 5Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non patì alcun male. 6Quelli si aspettavano di vederlo gonfiare o cadere morto sul colpo ma, dopo avere molto atteso e vedendo che non gli succedeva nulla di straordinario, cambiarono parere e dicevano che egli era un dio.
7Là vicino vi erano i possedimenti appartenenti al governatore dell’isola, di nome Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni. 8Avvenne che il padre di Publio giacesse a letto, colpito da febbri e da dissenteria; Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. 9Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che avevano malattie accorrevano e venivano guariti. 10Ci colmarono di molti onori e, al momento della partenza, ci rifornirono del necessario.
11Dopo tre mesi salpammo con una nave di Alessandria, recante l’insegna dei Diòscuri, che aveva svernato nell’isola. 12Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. 13Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. 14Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma. 15I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio.
16Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia.

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