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BENEDETTO XVI : SAN PAOLO (4) – LA CONCEZIONE PAOLINA DELL’APOSTOLATO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080910.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 10 settembre 2008

SAN PAOLO (4) – LA CONCEZIONE PAOLINA DELL’APOSTOLATO

Cari fratelli e sorelle,

mercoledì scorso ho parlato della grande svolta che si ebbe nella vita di san Paolo a seguito dell’incontro con il Cristo risorto. Gesù entrò nella sua vita e lo trasformò da persecutore in apostolo. Quell’incontro segnò l’inizio della sua missione: Paolo non poteva continuare a vivere come prima, adesso si sentiva investito dal Signore dell’incarico di annunciare il suo Vangelo in qualità di apostolo. E’ proprio di questa sua nuova condizione di vita, cioè dell’essere egli apostolo di Cristo, che vorrei parlare oggi. Noi normalmente, seguendo i Vangeli, identifichiamo i Dodici col titolo di apostoli, intendendo così indicare coloro che erano compagni di vita e ascoltatori dell’insegnamento di Gesù. Ma anche Paolo si sente vero apostolo e appare chiaro, pertanto, che il concetto paolino di apostolato non si restringe al gruppo dei Dodici. Ovviamente, Paolo sa distinguere bene il proprio caso da quello di coloro “che erano stati apostoli prima” di lui (Gal 1,17): ad essi riconosce un posto del tutto speciale nella vita della Chiesa. Eppure, come tutti sanno, anche san Paolo interpreta se stesso come Apostolo in senso stretto. Certo è che, al tempo delle origini cristiane, nessuno percorse tanti chilometri quanti lui, per terra e per mare, con il solo scopo di annunciare il Vangelo.

Quindi, egli aveva un concetto di apostolato che andava oltre quello legato soltanto al gruppo dei Dodici e tramandato soprattutto da san Luca negli Atti (cfr At 1,2.26; 6,2). Infatti, nella prima Lettera ai Corinzi Paolo opera una chiara distinzione tra “i Dodici” e “tutti gli apostoli”, menzionati come due diversi gruppi di beneficiari delle apparizioni del Risorto (cfr 14,5.7). In quello stesso testo egli passa poi a nominare umilmente se stesso come “l’infimo degli apostoli”, paragonandosi persino a un aborto e affermando testualmente: “Io non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è con me” (1 Cor 15,9-10). La metafora dell’aborto esprime un’estrema umiltà; la si troverà anche nella Lettera ai Romani di sant’Ignazio di Antiochia: “Sono l’ultimo di tutti, sono un aborto; ma mi sarà concesso di essere qualcosa, se raggiungerò Dio” (9,2). Ciò che il Vescovo di Antiochia dirà in rapporto al suo imminente martirio, prevedendo che esso capovolgerà la sua condizione di indegnità, san Paolo lo dice in relazione al proprio impegno apostolico: è in esso che si manifesta la fecondità della grazia di Dio, che sa appunto trasformare un uomo mal riuscito in uno splendido apostolo. Da persecutore a fondatore di Chiese: questo ha fatto Dio in uno che, dal punto di vista evangelico, avrebbe potuto essere considerato uno scarto!

Cos’è, dunque, secondo la concezione di san Paolo, ciò che fa di lui e di altri degli apostoli? Nelle sue Lettere appaiono tre caratteristiche principali, che costituiscono l’apostolo. La prima è di avere “visto il Signore” (cfr 1 Cor 9,1), cioè di avere avuto con lui un incontro determinante per la propria vita. Analogamente nella Lettera ai Galati (cfr 1,15-16) dirà di essere stato chiamato, quasi selezionato, per grazia di Dio con la rivelazione del Figlio suo in vista del lieto annuncio ai pagani. In definitiva, è il Signore che costituisce nell’apostolato, non la propria presunzione. L’apostolo non si fa da sé, ma tale è fatto dal Signore; quindi l’apostolo ha bisogno di rapportarsi costantemente al Signore. Non per nulla Paolo dice di essere “apostolo per vocazione” (Rm 1,1), cioè “non da parte di uomini né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre” (Gal 1,1). Questa è la prima caratteristica: aver visto il Signore, essere stato chiamato da Lui.

La seconda caratteristica è di “essere stati inviati”. Lo stesso termine greco apóstolos significa appunto “inviato, mandato”, cioè ambasciatore e portatore di un messaggio; egli deve quindi agire come incaricato e rappresentante di un mandante. È per questo che Paolo si definisce “apostolo di Gesù Cristo” (1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1), cioè suo delegato, posto totalmente al suo servizio, tanto da chiamarsi anche “servo di Gesù Cristo” (Rm 1,1). Ancora una volta emerge in primo piano l’idea di una iniziativa altrui, quella di Dio in Cristo Gesù, a cui si è pienamente obbligati; ma soprattutto si sottolinea il fatto che da Lui si è ricevuta una missione da compiere in suo nome, mettendo assolutamente in secondo piano ogni interesse personale.

Il terzo requisito è l’esercizio dell’“annuncio del Vangelo”, con la conseguente fondazione di Chiese. Quello di “apostolo”, infatti, non è e non può essere un titolo onorifico. Esso impegna concretamente e anche drammaticamente tutta l’esistenza del soggetto interessato. Nella prima Lettera ai Corinzi Paolo esclama: “Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore?” (9,1). Analogamente nella seconda Lettera ai Corinzi afferma: “La nostra lettera siete voi…, una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente” (3,2-3).

Non ci si stupisce, dunque, se il Crisostomo parla di Paolo come di “un’anima di diamante” (Panegirici, 1,8), e continua dicendo: “Allo stesso modo che il fuoco appiccandosi a materiali diversi si rafforza ancor di più…, così la parola di Paolo guadagnava alla propria causa tutti coloro con cui entrava in relazione, e coloro che gli facevano guerra, catturati dai suoi discorsi, diventavano un alimento per questo fuoco spirituale” (ibid., 7,11). Questo spiega perché Paolo definisca gli apostoli come “collaboratori di Dio” (1 Cor 3,9; 2 Cor 6,1), la cui grazia agisce con loro. Un elemento tipico del vero apostolo, messo bene in luce da san Paolo, è una sorta di identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore, entrambi destinati alla medesima sorte. Nessuno come Paolo, infatti, ha evidenziato come l’annuncio della croce di Cristo appaia “scandalo e stoltezza” (1 Cor 1,23), a cui molti reagiscono con l’incomprensione ed il rifiuto. Ciò avveniva a quel tempo, e non deve stupire che altrettanto avvenga anche oggi. A questa sorte, di apparire “scandalo e stoltezza”, partecipa quindi l’apostolo e Paolo lo sa: è questa l’esperienza della sua vita. Ai Corinzi scrive, non senza una venatura di ironia: “Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti fino a oggi” (1 Cor 4,9-13). E’ un autoritratto della vita apostolica di san Paolo: in tutte queste sofferenze prevale la gioia di essere portatore della benedizione di Dio e della grazia del Vangelo.

Paolo, peraltro, condivide con la filosofia stoica del suo tempo l’idea di una tenace costanza in tutte le difficoltà che gli si presentano; ma egli supera la prospettiva meramente umanistica, richiamando la componente dell’amore di Dio e di Cristo: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore” (Rm 8,35-39). Questa è la certezza, la gioia profonda che guida l’apostolo Paolo in tutte queste vicende: niente può separarci dall’amore di Dio. E questo amore è la vera ricchezza della vita umana.

Come si vede, san Paolo si era donato al Vangelo con tutta la sua esistenza; potremmo dire ventiquattr’ore su ventiquattro! E compiva il suo ministero con fedeltà e con gioia, “per salvare ad ogni costo qualcuno” (1 Cor 9,22). E nei confronti delle Chiese, pur sapendo di avere con esse un rapporto di paternità (cfr 1 Cor 4,15), se non addirittura di maternità (cfr Gal 4,19), si poneva in atteggiamento di completo servizio, dichiarando ammirevolmente: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2 Cor 1,24). Questa rimane la missione di tutti gli apostoli di Cristo in tutti i tempi: essere collaboratori della vera gioia.

OMELIA 3 MAGGIO 2015 | 5A DOMENICA DI PASQUA: « IO SONO LA VERA VITE »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/7-Pasqua/5a-Domenica-di-Pasqua-B-2015/12-05a-Domenica-B-2015-SC.htm

3 MAGGIO 2015 | 5A DOMENICA DI PASQUA – ANNO B | APPUNTI PER LA LECTIO

« IO SONO LA VERA VITE »

Il quadro liturgico della presente Domenica è caratterizzato dalla commovente allegoria della vite e dei tralci, uno dei brani salienti e più noti del Vangelo di Giovanni. Ma appunto perché molto noto, sembra aver perso un po’ della sua forza di provocazione e di drammaticità; in un certo senso è stato logorato dall’uso, ed è diventato niente più che un luogo comune per esprimere il nostro rapporto intimo (stavo per dire « intimistico »!) con Cristo. Come vedremo tra non molto, invece, esso contiene molto di più e molto di meglio.
Se mai, c’è da domandarsi come si accordi con le altre letture bibliche e specialmente con la prima, che sembrano muoversi su un piano del tutto diverso.

« La Chiesa cresceva e camminava nel timore del Signore »
La prima lettura, ripresa dagli Atti (9,26-31), ci descrive le iniziali difficoltà di Paolo, nel suo tentativo di inserirsi nella comunità di Gerusalemme, dopo appena tre anni dalla sua conversione: egli, infatti, « cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo » (v. 26). Barnaba, però, forse un antico compagno di studio, interpone i suoi buoni uffici, « lo presenta agli apostoli », narra la vicenda prodigiosa di questo uomo che aveva fatto l’esperienza di Cristo sulla via di Damasco; e « così egli poté stare con loro e andava a veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore » (v. 28). Tanto che, a un certo punto, la sua predicazione franca e vigorosa suscita la reazione violenta degli Ebrei di lingua greca, che tentano di ucciderlo. « Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso » (v. 30).
Il brano si conclude con una osservazione di san Luca, che cerca di cogliere e di penetrare la vita della Chiesa delle origini in base alle forze che la fermentano dal di dentro: « La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria; essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo » (v. 31).
Già questo rapido « sommario » della vita della primitiva comunità palestinese ci fa toccare con mano gli elementi che « costruiscono » la Chiesa. In realtà, questo è il significato esatto dell’espressione che la traduzione ufficiale ha reso con « cresceva »: in greco, però, abbiamo oikodomuméne (= veniva costruita). La Chiesa dunque si compagina e progredisce « nel timore del Signore » e « nel conforto dello Spirito Santo ».
L’immagine della Chiesa come « costruzione » rimanda all’idea di una crescita « armonica », articolata in servizi molteplici, convergenti però verso l’unità. Tutto questo è possibile non tanto in virtù degli accorgimenti umani, e neppure della buona volontà, quanto in virtù della fedeltà a Cristo (« il timore del Signore ») e della « forza » trasformante e corroborante dello Spirito (« conforto dello Spirito Santo »). L’allegoria della vite e dei tralci, che portano frutto solo se rimangono « uniti » alla vite, in fin dei conti, non dice qualcosa di molto diverso!
Ma c’è un’altra considerazione da fare: persino un apostolo come Paolo, che ha « visto » con i propri occhi il Signore, sente il bisogno di un inserimento ufficiale, direi « garantito », nella Chiesa madre di Gerusalemme. Il « carisma » passa dunque per la Chiesa, e non al suo margine, oppure contro di essa. La figura gigantesca di Paolo può insegnare qualche cosa a tutti noi che, con tutti i nostri « carismi » messi insieme, non facciamo neppure la sua ombra!

« Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti »
D’altra parte, anche Paolo prova le sue difficoltà e le legittime diffidenze da parte degli altri, perfino degli apostoli che hanno la responsabilità ultima di « discernere » i doni dello Spirito da mettere a disposizione della comunità, qualora siano autentici. Tutto questo potrà creare anche tensioni e sofferenze: ma se ci sarà fiducia reciproca e vero amore, non a parole soltanto ma « nei fatti e nella verità », come leggiamo nella seconda lettura (1 Gv 3,18), Dio susciterà sempre un Barnaba, « pieno di Spirito Santo e di fede » (At 11,24), capace di conoscere e di far riconoscere i « doni » che lo Spirito dispensa per l’utilità della sua Chiesa.
L’importante è che nessun tralcio si distacchi, per colpa propria o di altri, dalla « unica » vite vera che è Cristo.

L’allegoria della « vigna » nella Bibbia
E così siamo ritornati al Vangelo da cui abbiamo preso le mosse. L’allegoria (altri la interpretano come « parabola ») della vite e dei tralci presenta non pochi problemi sia di struttura letteraria, che di interpretazione. Essa, infatti, inizia il secondo discorso di addio di Gesù (cc. 15-16), dopo che quello precedente (13,31-14,31) era terminato con le parole: « Alzatevi, andiamo via di qui » (14,31). La sequenza più ovvia dei fatti avrebbe dovuto collocare proprio qui la narrazione dell’andata di Gesù nell’orto degli ulivi, del suo arresto, ecc., che invece di fatto comincia solo al capitolo diciottesimo.
Che cosa è avvenuto nel frattempo? Gesù ha sviluppato questo discorso nello spazio di tempo che occorreva per arrivare all’orto degli ulivi, come dicono alcuni? Oppure l’evangelista stesso, o un successivo redattore, ha inserito un secondo discorso di commiato, già presente nella tradizione giovannea e sostanzialmente parallelo al primo, dati i molteplici punti di contatto, come ritengo più probabile con altri esegeti? Sono tutti problemi che potremmo anche affrontare, ma che preferiamo lasciare da parte perché ci interessa di più cogliere il messaggio religioso del brano.
È fuori dubbio che l’allegoria della vite e dei tralci trova il suo più normale ambiente proprio nell’ultima cena. Gesù certamente è stato sollecitato a questa immagine dalla benedizione del « vino » che, in quell’occasione, aveva un particolare rilievo e che trae origine dal simbolismo della « vigna » nell’Antico Testamento: poiché la Pasqua era soprattutto la festa celebrativa dell’ »alleanza » di Dio con Israele, l’allegoria della « vigna » era la più indicata a riemergere in quel contesto, non solo come espressione dell’amore premuroso di Dio verso il suo popolo, ma anche come espressione dell’infedeltà di quest’ultimo verso il Signore.
Infatti, in tutto l’Antico Testamento, l’allegoria della « vigna » assume questa doppia coloritura, solo apparentemente antitetica: per un verso è « segno » dell’amore, per un altro verso dell’infedeltà. « Promessa » di benevolenza e « giudizio » di condanna, nello stesso tempo!
Si legga il famoso « cantico della vigna » in Isaia (5,1-7), per rendersene conto: « Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica. Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna… La renderò un deserto, non sarà potata né vangata, e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia… ».
La stessa tematica ritorna in Geremia (2,21): « Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri? ».
Ezechiele, descrivendo a sua volta Israele come « vite » sterile e senza frutti (15,1-6), ne preannuncia il castigo, sottolineando il fatto che il tralcio secco non serve se non ad essere bruciato, come dirà appunto Gesù.

Cristo « vite »
Una storia drammatica, dunque, quella della « vigna », che fa intravedere abissi di amore, ma anche abissi di collera e di perdizione. L’autore del Salmo 80 in una preghiera accorata a Dio, « pastore » di Israele, lo supplicava di ristabilire finalmente e definitivamente la sua vigna: « Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato… » (Sal 80,15-16).
È a questa supplica del salmista che sembra rispondere Gesù quando, nell’intimità dell’ultima cena, al momento forse di istituire la « nuova alleanza nel suo sangue », significata ed espressa dal « vino » sul quale egli disse la benedizione e distribuì ai suoi perché lo bevessero, solennemente proclamò: « Io sono la vera vite » (Gv 15,1).
Però sulla bocca di Gesù la vecchia allegoria assume toni e significati diversi, direi che si « invera » definitivamente. Di qui l’aggettivo tipicamente giovanneo: « la vite vera » (in greco alethiné), che sta a dire la realizzazione in Cristo del vecchio simbolo. Egli infatti, e non più Israele, è ormai la « vigna » del Signore.
Il che significa due cose estremamente importanti. La prima è che tutta quella pienezza di amore e di fedeltà, espressa dall’immagine della « vigna », trova ormai in Cristo la consacrazione definitiva: egli non farà mancare i « frutti », che Dio inutilmente ha atteso da Israele. Perciò sulla bocca di Gesù l’espressione ha un valore « escatologico »: con lui finalmente sono venuti i tempi, in cui « il regno di Dio » si realizza in mezzo agli uomini!

« Io sono la vite, voi i tralci »
La seconda cosa è che Cristo non è la « vite vera » da solo: egli associa a sé altri perché vivano la sua stessa vita, quelli che il Vangelo chiama appunto i « tralci »: « Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla… » (vv. 4-6).
A questo punto ci rendiamo conto perché Gesù, invece di parlare di sé come « vigna », ha preferito parlare di « vite ». Pur essendo le due immagini interscambiabili, come dimostra la tradizione veterotestamentaria, di fatto la seconda era più adatta ad esprimere sia la realizzazione concreta del simbolo collettivo (« vigna ») nell’ »unica » persona di Cristo, sia la necessità dell’inserimento vitale in lui di quelli che credono nel suo nome (« i tralci »). Il « comunitario » viene recuperato in pieno, però innestandolo nella vitalità inesauribile dell’unico « ceppo », su cui tutti dobbiamo crescere per portare abbondanza di « frutti ».
Si noti l’insistenza dell’invito di Gesù a « rimanere » (in greco ménein) in lui: « Rimanete in me e io in voi… Chi rimane in me e io in lui… » (vv. 4.5.6). È un « rimanere » che dice adesione, convergenza, fusione, amicizia, che nasce dal sentirsi coinvolti dallo stesso fiotto di vita, così come tra la vite e i tralci circola lo stesso umore vitale. Proprio per questo il « rimanere » non è a senso unico, ma è reciproco: noi rimaniamo « in Cristo », e Cristo rimane « in noi »! Quasi a dire che insieme realizziamo la stessa vita, così come Gesù aveva detto parlando della Eucaristia: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui » (6,56).
Questa formula di reciprocità assume poi una profondità anche più sconcertante, se si pensa che è la stessa formula con cui Gesù ripetutamente esprime i suoi rapporti con il Padre: « In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi » (14,20).

« In questo è glorificato il Padre: che portiate molto frutto »
In concreto, che cosa significa tutto questo per il cristiano, che vuol essere « tralcio » inserito nella « vite » che è Cristo?
Significa fondamentalmente due cose: prima, farsi influenzare talmente da Cristo, in modo da esserne come la « efflorescenza » che lo rivela anche agli altri; secondo, non esserne soltanto la efflorescenza, ma anche la « fruttificazione ». Si sarà notato, infatti, come nel brano si insiste sui « frutti » da portare: « In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diveniate miei discepoli » (v. 8). Si è « discepoli » di Cristo nella misura in cui si portano i « frutti » della fede e dell’amore. È quanto i cristiani hanno per troppo tempo dimenticato, accontentandosi il più delle volte di un’adesione solo verbale, e magari anche intellettuale, a Cristo.
E questo a livello sia individuale che « ecclesiale »: non si dimentichi che l’allegoria della « vite » rimanda in primo luogo alla dimensione « comunitaria » della nostra adesione a Cristo, come abbiamo sopra accennato.

« Chi non rimane in me viene gettato via »
È sul piano di queste nostre inadempienze che si profila anche l’aspetto tragico della parabola che ci interessa: anche se è vero che Dio non potrà mai più respingere o abbandonare la sua « vigna », perché la « vigna » ormai è Cristo, è però vero che può recidere i rami sterili o inariditi: « Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano » (v. 6). E proprio all’inizio, dopo aver dichiarato che il Padre è il « vignaiolo » (v. 1), Gesù continua: « Ogni tralcio che in me non porta frutto (il Padre) lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto » (v. 2).
Il « giudizio » passa dunque ancora sulla « vigna » del Signore! E questo in doppia maniera: recidendo i tralci infruttiferi e « potando » quelli fruttiferi « perché portino più frutto ». Il primo è un « giudizio » di condanna, e ci allontana dalla comunione con Cristo e perciò dalla salvezza; il secondo è un « giudizio » di amore, sia pure nella prova e nella sofferenza.
Ognuno di noi e la stessa Chiesa di Cristo o, se si vuole, le diverse Chiese hanno motivo per riflettere a quale « giudizio » il loro Signore, oggi, in questa fase critica dell’umanità, li sottopone!

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

« SIATE LIETI NEL SIGNORE »

http://www.stpauls.it/coopera/0810cp/0810cp04.htm

« SIATE LIETI NEL SIGNORE »

Filippi, nella Macedonia, è stata la prima città del continente europeo nella quale è giunto il Vangelo.

Questa lettera può essere datata verso il 56/57 e forse fu scritta durante la prigionia di Paolo ad Efeso (vedi 2Cor1,8-9), più che durante quella subita a Roma o a Cesarea (secondo gli studiosi è comunque difficile stabilire il luogo esatto). Il suo contenuto può essere incentrato su alcuni temi fondamentali, che troviamo esposti con una certa frammentarietà lungo tutta la lettera: l’amore di Paolo per questa comunità (capitoli 1 e 4), il riferimento a Cristo come modello di umiltà per il cristiano (capitolo 2, con lo splendido inno liturgico della Chiesa primitiva sull’abbassamento e l’esaltazione di Cristo, Figlio di Dio fatto uomo), il ruolo decisivo di Cristo – e non più quello della legge mosaica – nella vita di Paolo e del cristiano (capitolo 3). Su tutto aleggia il clima sereno della gioia cristiana (vedi 3,1: «State lieti nel Signore»; 4,4: «Rallegratevi nel Signore sempre»), il sentimento della gratitudine per il dono del Vangelo, l’apertura a tutto ciò che di buono Dio ha posto nel nostro mondo (vedi 4,8: «In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri»).
«Vi porto nel mio cuore». La lettera si apre con un intenso e affettuoso saluto ai destinatari, che Paolo assicura di portare sempre nel cuore. Prosegue con il ringraziamento a Dio per aver consolidato questa comunità che l’apostolo ha fondato e per aver reso i membri ottimi cooperatori nella diffusione del Vangelo (1,5), fino a scrivere i loro nomi « nel libro della vita » (4,3). Quello dei collaboratori è un tema ricorrente in questa lettera, che mantiene così una viva attualità anche per il nostro tempo, dove ormai il Cristianesimo si gioca sulla collaborazione di tutti i membri delle comunità di fede, nessuno escluso. Si alternano poi la preghiera per la comunità, l’esortazione a una continua crescita spirituale, l’incoraggiamento ad annunciare il Vangelo anche in mezzo alle sofferenze e a sostenere la stessa lotta che per il Vangelo sostiene Paolo. È chiaro il riferimento alla prigionia (che Paolo chiama qui tre volte con il nome di « catene »), ma anche alla lotta che l’apostolo deve intraprendere contro i giudaizzanti (chiamati in 3,2 « cani, cattivi operai, quelli che si fanno circoncidere », e in 3,18: « nemici della croce di Cristo »), cioè quei predicatori che continuano a presentare la legge mosaica senza collegarla al compimento che esse hanno avuto in Cristo.
È Cristo che va posto al centro, non più la legge, la quale ha già esaurito il ruolo di luce e di vita che le attribuiva l’antico Israele, in attesa del compimento in Cristo Gesù. In forza di questo compimento Paolo può osare alcune sconvolgenti affermazioni: « Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno » (1,21). « Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura » (3,7-8). A questo riguardo, nel capitolo 3° Paolo ricorda la propria identità di ebreo osservante della legge e come, preso per mano da Cristo sulla via di Damasco, egli sia stato condotto alla piena comprensione della sua centralità e dell’unicità della salvezza da lui offerta (e non più dalla legge e dalle sue opere). L’uscire dall’ambito della legge e dimenticare la propria identità passata, e l’entrare nell’ambito nuovo di Cristo e della sua salvezza è ciò che Paolo chiama « protendermi verso il futuro » (3,13).
Cristo, modello di umiltà. Il capitolo 2° contiene lo stupendo inno, con il quale le prime comunità paoline cantavano il mistero dell’incarnazione-umiliazione di Cristo e quello della sua risurrezione-esaltazione. In esso convergono le immagini e le parole che il profeta Isaia riferiva al Servo sofferente del Signore ( qui rese con i termini « spogliò se stesso », « umiliò se stesso », riferiti a Cristo), ma anche le parole delle più antiche professioni della fede (racchiuse nei termini « esaltare », « dare un nome », « proclamare che Gesù Cristo è il Signore »). L’esortazione di Paolo è un invito ai Filippesi, e ai cristiani di ogni tempo, a fare della loro comunità il luogo in cui appare in tutta la sua luminosità il mistero della umiliazione.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 1 mai, 2015 |Pas de commentaires »
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