Paolo e Timoteo: La fede come annuncio appassionato

http://www.paoline.org/paoline/allegati/15643/Scognamiglio_Esercizi_IVMeditazione.pdf

PAOLO E TIMOTEO

La fede come annuncio appassionato

P. Edoardo Scognamiglio, ofm

In questo breve capitolo abbiamo la possibilità di confrontarci con l’esperienza vocazionale e missionaria del giovane Timoteo posto dall’apostolo Paolo al governo della comunità cristiana in Efeso. In questa città si diffuse tantissimo il culto di Artemide e il cristianesimo rimase sempre ai margini della vita sociale, politica, economica e culturale di quel territorio. Timoteo si trova in una condizione di marginalità che gli provoca forte scoraggiamento e grande esitazione. La presenza di falsi profeti e di finti maestri non fa altro che aggravare le cose e rendere più difficile l’annuncio del
Vangelo.
L’attenzione è posta a 2Tm 4,1-13:
«4 [1] Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno:
[2]annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina.
[3]Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie,
[4]rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole.
[5]Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero.
[6]Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele.
[7]Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
[8]Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
[9]Cerca di venire presto da me,
[10]perché Dema mi ha abbondonato avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia.
[11]Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero.
[12]Ho inviato Tìchico a Efeso.
[13]Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Troade in casa di Carpo e anche i libri, soprattutto le pergamene».

1. Timoteo, il figlio amato
Le lettere pastorali, di là della ricerca del vero autore1, ci presentano un’immagine più matura e docile di san Paolo, ben noto in altri scritti per il suo vigore e un certo linguaggio graffiante. Dalla gattabuia della prigione imperiale, l’apostolo delle genti sembra, attraverso la 2Tm, consegnare ai cristiani un vero e proprio testamento spirituale. Con la mente e il cuore, Paolo rivive i giorni in cui a Listra, presso una famiglia amica, incontrò il giovane Timoteo, il cui nome è già tutto un programma: “Colui che onora Dio”. Chissà, come sarà avvenuto quell’incontro! Forse, Paolo, inquieto nel cuore e ammaliato dalla forza della Parola – il Vangelo vivo di Gesù Cristo – incominciò a raccontare la sua singolare esperienza. Forse, i suoi occhi divennero come il fuoco, pieni di brace e le sue mani ansimarono nel momento in cui raccontò a quell’adolescente il suo incontro con Cristo. Fu sicuramente colpo di fulmine. Quasi certamente, come avviene anche oggi per i nostri giovani, Timoteo restò affascinato dalla forza di Paolo, dal suo entusiasmo, come pure dalla sicurezza di quell’annuncio. Ebbe bisogno, come d’altronde ciascuno di noi, di un modello
forte, stabile, rappresentativo: e imparò a condividere la stessa fame e la medesima sete che provò Paolo nei confronti di Gesù Cristo che morì e risuscitò anche per lui. La Parola, nelle parole di
Paolo, divenne un fuoco divorante, una fiamma che bruciò d’amore e di passione il cuore di Timoteo che s’impegnò a seguire il fabbricatore di tende. Il Vangelo, la Parola che non si lascia incatenare, unì per sempre il cuore dell’apostolo Paolo e quello del suo discepolo. Paolo e Timoteo impararono a condividere le gioie e le ansie, le attese e le speranze provocate dall’annuncio stesso del Vangelo. Essi capirono che amare è donare la vita, vincendo ogni sorta di paura, di perplessità, di resistenza, di pigrizia.
Timoteo era un giovinetto figlio di padre pagano e di madre giudea. Dopo la conversione e la circoncisione, Paolo lo prese con sé nel secondo viaggio missionario (cfr. At 6,1-3; 17,14-15). Timoteo rimase con Paolo durante la sua prima prigionia e fu poi mandato ad Efeso come vescovo. Paolo, arrestato a Roma, richiese ancora la sua compagnia. In 2Tm, con linguaggio esortativo e parenetico, Paolo prevede tempi difficili a causa della corruzione e della stoltezza degli uomini. Egli considerò Timoteo suo proprio figlio in quanto generato nella fede e si sentì responsabile per la stessa comunità di Efeso che Timoteo governò non senza problemi ed esitazioni. Nella lettera, Paolo si presenta come apostolo per volontà di Dio, quasi a dire che il suo ministero è opera divina: la ragione ultima della sua missione risiede nella stessa volontà o progetto del Padre.
Di Timoteo, l’apostolo Paolo ricorda le lacrime per il saluto d’addio e la fede schietta, senza ipocrisia. Forse, Timoteo pianse per l’arresto di Paolo a Troade, da dove fu trasportato per Roma.
Questa fede sincera, senza maschere, trova riscontro anche nel vissuto di Paolo che ha servito il Signore con pura coscienza (cfr. Rm 9,1; At 23,1). La fede schietta di Timoteo è stata ereditata da una famiglia religiosa: dalla nonna (Loide) e dalla madre (Eunice).
In 2Tm 1,6, Paolo chiede al giovane discepolo di ravvivare il carisma, ossia il dono di Dio che
è in lui mediante l’imposizione delle sue stesse mani. È come dire che lo Spirito è fuoco che brucia e arde, illumina e dona forza, vigore, amore e saggezza. Paolo cerca in tutti i modi di rincuorare il giovane Timoteo che forse appariva stanco e indeciso per situazioni gravi riguardanti la comunità cristiana di Efeso. Timoteo, in effetti, rappresenta ciascuno di noi che è messo alla prova e non riesce a vivere la fede in Gesù Cristo fino in fondo. Essenzialmente, Timoteo appare come un giovane timido e incerto, a volte anche tiepido. Il rimedio a questa fragilità è nell’invocazione dello Spirito Santo, ossia nel ravvivare il carisma ricevuto. Questo carisma è come un fuoco posto sotto la cenere: ha bisogno di essere ravvivato: si tratta di riaccendere il fuoco della fede! Timoteo deve vincere paure ed esitazioni: egli appare impacciato agli occhi di Paolo. In realtà, anche noi, dinanzi alle prove della vita, non facciamo altro che esitare e lasciarci prendere dalla paura.
Timoteo deve ritrovare la certezza della sua vocazione dentro di sé, ossia nel cuore dove è posta l’unzione dello Spirito! Il rito delle imposizioni delle mani indica il conferimento di un carisma specifico che serve da supporto al ministero della Parola (cfr. 1Tm 4,11-13). È un carisma che dona forza, coraggio, amore e dominio di sé (cfr. 2Tm 1,6-8). È lo Spirito che fa di noi dei testimoni coraggiosi del Vangelo! In effetti, Timoteo è abilitato a funzioni profetiche: insegnamento, governo, celebrazione. Particolarmente, egli deve insegnare e annunciare la Parola di vita. Lo Spirito spinge Timoteo verso l’esterno: lo abilita a predicare, a decidere, a governare, a giudicare, a discernere, a custodire la fede. È come se i doni dello Spirito Santo lo trasformassero a poco a poco. Paolo esorta Timoteo a soffrire per il Vangelo! Il giovane discepolo deve vincere questa paura (cfr. 2Tm 1,8), partecipando alla stessa sorte di Cristo e dello stesso Paolo che è sì in catene ma libero nel cuore. Come Paolo, il giovane discepolo deve lasciarsi consumare dalla Parola e far ardere nel cuore la buona notizia della morte e della risurrezione di Gesù Cristo. In effetti, soffrire per il Vangelo, anche per noi oggi, significa lasciarsi guidare da Cristo stesso e non dai nostri programmi!
Siamo ancora legati a un cristianesimo borghese, incapace di superare certi schemi e modelli pastorali, di uscire dalle sacrestie per confrontarsi serenamente con le attese della gente di strada e i problemi del mondo. Patire per Cristo, come Paolo e Timoteo – oggi – vuol dire accettare di stare ai margini della società e non avere paura di provare il disagio della minoranza, di chi non viene ascoltato in alcun modo.

2. Praedica Verbum
Consideriamo più da vicino il brano che abbiamo scelto per la nostra meditazione: 2Tm 4,1ss.
Paolo presenta una vera e propria supplica. È una preghiera che s’innalza al cospetto del Padre e di quel Cristo che è in procinto di giudicare i vivi e i morti, e sta per venire – manifestarsi – assieme al suo regno. Paolo chiede a Timoteo di annunciare il Vangelo – la Parola di vita – in ogni contesto e momento. L’appello dell’apostolo è intenso e drammatico: praedica Verbum. Annunzia la Parola sempre! In ogni circostanza e situazione di vita, in qualsiasi tempo o condizione, favorevole e non. Tutto è per la Parola. Ogni cosa prende senso e vita dal Verbo crocifisso e risorto.
Il Verbo, parola di vita, ha preso possesso dell’apostolo e così deve avvenire per Timoteo. Paolo fa riferimento al tempo “dolce” (“favorevole”, eu-kairos) e al tempo “non dolce” (“sfavorevole”, a- kairos).
L’accoramento di Paolo nasce dall’accrescersi della pericolosità dell’errore che si farà più seducente negli ultimi tempi, nonché dalla consapevolezza della sua morte imminente. Paolo è giunto alla fine. Il Vangelo lo ha condotto per sentieri oscuri, impervi. La Parola lo ha spogliato completamente! Timoteo, guardando alla testimonianza di Paolo, non può tirarsi indietro. Egli è il primo responsabile dell’annuncio della Parola ad Efeso. Sono molti i falsi maestri che qui operano creando disordine e spacciandosi per annunciatori di Cristo. Forse si tratta di insegnanti che solleticano l’udito con messaggi sbagliati e dottrine errate, ma pure con proposte accattivanti. Sono come i falsi profeti che riescono a pronunciare quelle stesse parole che la gente vuole sentirsi dire. Tali maestri sono portatori di favole e sogni che consolano e acquietano gli animi dei fedeli che volutamente si lasciano abbindolare e ingannare. Le parole e i linguaggi stucchevoli hanno preso il posto del Vangelo. È attualissimo il messaggio di Paolo: quanti falsi profeti e finti maestri pure oggi! Sono sempre più difficili i contesti in cui annunciare il Vangelo. La stessa missione della Chiesa è in crisi. La gente corre, oggi come allora, dietro a favole inventate che Paolo definisce “roba da vecchierelle”. La Parola ci pone innanzi alla verità del Vangelo, ai fatti nudi e crudi della croce, del Cristo che ha donato la sua vita per noi. La Parola non è ingannevole, bensì veritiera: appella-chiama, informa, esige la sequela e la conversione del cuore. Gli impostori vogliono strumentalizzare la Parola donando false speranze. I discepoli, invece, agiscono con speranza, divenendo servi della Parola.
Paolo, che era stato un fabbricatore di tende, sostenendosi da solo nei bisogni materiali, ci consegna una metafora molto intensa e drammatica per descrivere il sopraggiungere della sua morte: le vele sono sciolte. Paolo è in alto mare, in cammino. È giunto finalmente il tempo della partenza, ossia di lasciare questo mondo. Egli leva l’ancora e s’inoltra verso Cristo (cfr. Fil 1,23). Questo “sciogliere” non indica semplicemente il muoversi nel mare, bensì il rompersi di ogni legame, ossia indica la fine di un’esperienza. È, difatti, la fine: Paolo è pronto, cioè libero, consegnato, abbandonato nella Parola. La sua non è stata una consegna passiva, né una missione inutile: bensì un dono di Cristo. Per questo si offre liberamente per amore di Dio. Così, egli ha terminato la corsa e combattuto la buona battaglia. Egli è come l’olio che si versa sulle offerte, come il vino che prepara l’olocausto o l’acqua che si sparge sulla vittima prima dell’uccisione.
Paolo si sente come il buon atleta o corridore, come un buon soldato, uno che si è impegnato sino alla fine con successo. È quello che deve fare pure Timoteo e anche noi! Paolo è rimasto fedele. Il combattimento, la corsa e la corona di gloria sono simboli che riprendono gli usi sportivi del tempo e sottolineano, per Paolo, l’aspetto agonistico della vita cristiana. Il premio per lui sarà Gesù Cristo.
Come termina la vita di Paolo in questa lettera? Segnata certamente dall’ingratitudine di molti, dalla sofferenza e dalla solitudine. Paolo, abbandonato da tutti, ha compreso che l’unico privilegio concesso dalla Parola è quello della speranza. Perché coloro che annunziano il Vangelo di Gesù Cristo vivono di lui, sperano in lui, amano in lui. E vivono un’esistenza semplice, gioiosa, fiduciosa, trepidante per l’attesa della sua manifestazione gloriosa. Tutto sommato, Paolo sapeva che la vita cristiana è nuova solo in Cristo perché, essenzialmente, è una vita di attesa e di speranza, di morte e di risurrezione. Amici e discepoli, di fatto, gli hanno ferito il cuore, abbandonandolo. Così è stato per Dema, fuggito a Tessalonica; e anche per Crescente, rifugiatosi in Galazia, e per Tito. Luca e Marco lo hanno sorretto negli ultimi tempi. Tichico lo aveva lasciato per la missione ad Efeso. Attorno a Paolo, nel primo processo, si era creato il vuoto. Uomini di cartapesta – come Alessandro il ramaio – avevano fatto finta di seguirlo, di condividerne progetti e speranze. Solo il Signore gli era stato vicino. Ed è a lui che Paolo rimette la sua stessa vita. Eppure gli affetti sono ancora forti: un saluto va a Prisca e ad Aquila, i coniugi, gli amici, nonché benefattori di Paolo, e anche alla famiglia di Onesìforo.
I ricordi si spingono oltre: la memoria trova spazio per Eràsto rimasto a Corinto, per Tròfimo lasciato infermo a Mileto. Nel cuore di Paolo c’è tanta nostalgia: vuole rivedere presto Timoteo per abbracciarlo. Per lui reca il saluto di altri fratelli cristiani, di quelle persone accomunate dalla stessa speranza che nasce dal Vangelo vivo: Eubùlo, Pudènte, Lino, Claudia e tanti altri fratelli (cfr. 2Tm 4,20-22).
Che cosa resta di Paolo? Neanche il mantello che lasciò a Troade, presso Carpo, forse per la fretta dell’arresto e per l’insorgere immediato delle persecuzioni. Né i libri né le pergamene dei suoi viaggi. Nel cuore ha solo la speranza di vedere Cristo, la certezza di essere ancora liberato dal male e salvato. La Parola – il Vangelo vivo di Gesù Cristo – lo ha spogliato completamente, denudato fino al midollo. Tuttavia, Paolo è finalmente libero: da se stesso, dai suoi sogni, da false speranze. Egli vive nella libertà del Vangelo, dei figli di Dio. Nella gelida cella di Roma, Paolo sa che tutto sta per compiersi. Forse, il suo corpo è divenuto la sua vera tenda e la Parola il suo mantello, quella pergamena non scritto – il rotolo della vita – che ha cambiato completamente la sua esistenza.

3. Per la riflessione
Non è forse vero che capita anche a noi di trovarci nella stessa condizione dei cristiani di Efeso? Non è altrettanto vero che ci piace essere rassicurati e amiamo sentirci raccontare storielle e favole che ci danno sicurezza? L’unica Parola di salvezza, sembra dirci l’apostolo Paolo, è il
Vangelo di Gesù Cristo che è morto e risorto per la nostra salvezza. È dalla Parola della croce che nasce la speranza. Questa Parola ha il sopravvento sulla morte, sul peccato, sul male nel mondo e apre un varco nella storia per indicarci la giusta direzione da intraprendere.
Proviamo a dare un volto, un nome, a quei falsi maestri o a quegli idoli che ci tolgono la gioia di vivere e ci pongono nell’angoscia più che nella verità. Non abbiamo bisogno di maggior tempo da spendere per l’ascolto della Parola e l’approfondimento del Vangelo? Non è forse vero che dalle Sacre Scritture ci viene in dono la grazia di Dio? Quali sono i nostri punti di riferimento nel momento della prova, della sofferenza, dello scoraggiamento? Abbiamo sviluppato nella nostra vita quotidiana il carisma della natura docente? Sentiamo nel nostro cuore la domanda impellente che rendeva inquieto il cuore di don Alberione, ossia: “Dove cammina, come cammina, verso quale meta cammina questa umanità che si rinnova sempre sulla faccia della terra?”.
Oggi molti cristiani – e tantissimi religiosi e presbiteri – sentono difficile l’atto stesso della lettura, a fronte della maggiore facilità e immediatezza d’accesso ai mezzi audiovisivi. L’efficientismo della pastorale e di certi stili ecclesiali non aiutano a maturare il nostro rapporto vivo con la Parola. La lettura e la meditazione delle Sante Scritture è già un atto di conversione perché richiede raccoglimento, silenzio interiore ed esteriore, per mettersi in ascolto di Dio che ci parla. Una comunità che non vuole cadere semplicemente nell’efficientismo pastorale deve necessariamente dedicare un tempo all’ascolto orante della Parola.

4. Le sfide per la nuova evangelizzazione
Il disagio vissuto dal giovane vescovo di Efeso è di grande attualità per riflettere oggi sulle sfide per la nuova evangelizzazione che è essenzialmente una rinascita spirituale, ossia la capacità di rendere credibile il Vangelo con la propria testimonianza di vita, con maggiore vigore ed entusiasmo.
Anche se sul piano storico-archeologico non abbiamo tracce di una presenza di Timoteo ad Efeso, abbiamo però una buona documentazione in cui si prova che ad Efeso era molto diffuso il culto di Artemide. La tradizione cristiana afferma che ad Efeso si rifugiò l’apostolo Giovanni con la
Vergine Maria.
Efeso era una città celebre in tutto il mondo antico per i suoi indovini, per l’immenso tempio di
Artemide considerato una delle sette meraviglie del mondo e per lo splendido porto marittimo. La sua posizione ne faceva uno dei massimi centri commerciali del tempo, punto d’incontro tra Oriente e Occidente. Al tempo di san Paolo, Efeso fu la città più importante della provincia romana dell’Asia, ora Turchia occidentale. San Paolo la visitò per breve tempo durante il suo secondo viaggio missionario, mentre nel terzo viaggio si fermò per ben due anni, predicando senza posa il Vangelo e trasformandola in una comunità cristiana di grandi speranze (cfr. At 18,19; 19). I fabbricanti di statuette idolatriche, però, vedendo che ormai le compere andavano sempre più calando, a causa delle conversioni al cristianesimo, sentendosi seriamente compromessi nella loro attività, scatenarono un tumulto, e Paolo dovette partire (cfr. At 19,23-41; 20,1).
Le sfide del Vangelo sono presenti anche oggi così come al tempo di Paolo. Tali scenari della nuova evangelizzazione sono almeno sei e li possiamo così sintetizzare: secolarizzazione, migrazioni, mezzi di comunicazione sociale o anche globalizzazione, crisi economica, la ricerca scientifica e tecnologica, la crisi politica.
Ci troviamo in un’epoca di profonda secolarizzazione che ha perso la capacità di ascoltare e di comprendere la parola evangelica come un messaggio vivo e vivificante. Radicata in modo particolare nel mondo occidentale, frutto di episodi e movimenti sociali e di pensiero che ne hanno segnato in profondità la storia e l’identità, la secolarizzazione si presenta oggi nelle nostre culture attraverso l’immagine positiva della liberazione, della possibilità di immaginare la vita del mondo e dell’umanità senza riferimento alla trascendenza. In questi anni non ha più tanto la forma pubblica dei discorsi diretti e forti contro Dio, la religione e il cristianesimo, anche se in qualche caso questi toni anticristiani, antireligiosi e anticlericali si sono fatti udire anche di recente. Essa ha assunto piuttosto un tono dimesso che ha permesso a questa forma culturale di invadere la vita quotidiana delle persone e di sviluppare una mentalità in cui Dio è di fatto assente, in tutto o in parte, dall’esistenza e dalla coscienza umana. I tratti di un modo secolarizzato di intendere la vita segnano il comportamento quotidiano di molti cristiani, che si mostrano spesso influenzati, se non condizionati, dalla cultura dell’immagine con i suoi modelli e impulsi contraddittori. La mentalità edonistica e consumistica predominante induce in loro una deriva verso la superficialità e un egocentrismo che non è facile contrastare. Il credente si trova spesso ad agire in un contesto di totale diffidenza nei confronti del Vangelo.
Accanto a questo primo scenario culturale, ne possiamo indicare un secondo, più sociale: il grande fenomeno migratorio che spinge sempre di più le persone a lasciare il loro paese di origine e vivere in contesti urbanizzati, modificando la geografia etnica delle nostre città, delle nostre nazioni e dei nostri continenti. Da esso deriva un incontro e un mescolamento delle culture che le nostre società non conoscevano da secoli. Si stanno producendo forme di contaminazione e di sgretolamento dei riferimenti fondamentali della vita, dei valori per cui spendersi, degli stessi legami attraverso i quali i singoli strutturano le loro identità e accedono al senso della vita. L’esito culturale di questi processi è un clima di estrema fluidità e “liquidità” dentro il quale c’è sempre meno spazio per le grandi tradizioni, comprese quelle religiose, e per il loro compito di strutturare in modo oggettivo il senso della storia e le identità dei soggetti. A questo scenario sociale è legato quel fenomeno che va sotto il termine di globalizzazione, realtà di non facile decifrazione, che richiede ai cristiani un forte lavoro di discernimento.
Questo profondo miscuglio delle culture è lo sfondo sul quale opera un terzo scenario che va segnando in modo sempre più determinante la vita delle persone e la coscienza collettiva. Si tratta della sfida dei mezzi di comunicazione sociale, che oggi offrono enormi possibilità e rappresentano una delle grandi sfide per la Chiesa. Non c’è luogo al mondo che oggi non possa essere raggiunto e quindi non essere soggetto all’influsso della cultura mediatica e digitale che si struttura sempre più come il “luogo” della vita pubblica e della esperienza sociale. Il diffondersi di questa cultura porta con sé indubbi benefici: maggiore accesso alle informazioni, maggiore possibilità di conoscenza, di scambio, di forme nuove di solidarietà, di capacità di costruire una cultura sempre più a dimensione mondiale, rendendo i valori e i migliori sviluppi del pensiero e dell’espressione umana patrimonio di tutti. Queste potenzialità non possono però nascondere i rischi che la diffusione eccessiva di una simile cultura sta già generando. Si manifesta una profonda concentrazione egocentrica su di sé e sui soli bisogni individuali. Si afferma un’esaltazione della dimensione emotiva nella strutturazione delle relazioni e dei legami sociali. Si assiste alla perdita di valore oggettivo dell’esperienza della riflessione e del pensiero, ridotta in molti casi a puro luogo di conferma del proprio sentire. Si diffonde una progressiva alienazione della dimensione etica e politica della vita, che riduce l’alterità al ruolo funzionale di specchio e spettatore delle mie azioni.
Il quarto scenario che segna con i suoi mutamenti l’azione evangelizzatrice della Chiesa è quello economico. La perdurante crisi economica nella quale ci troviamo segnala il problema di utilizzo di forze materiali, che fatica a trovare le regole di un mercato globale capace di tutelare una convivenza più giusta.
Il quinto scenario è quello della ricerca scientifica e tecnologica. Viviamo in un’epoca che non si è ancora ripresa dalla meraviglia suscitata dai continui traguardi che la ricerca in questi campi ha saputo superare. Tutti possiamo sperimentare nella vita quotidiana i benefici arrecati da questi progressi. Tutti siamo sempre più dipendenti da questi benefici. La scienza e la tecnologia corrono così il rischio di diventare i nuovi idoli del presente.
Il sesto scenario è quello politico. È giunta la fine della divisione del mondo occidentale in due blocchi con la crisi dell’ideologia comunista. Ciò ha favorito la libertà religiosa e la possibilità di riorganizzazione delle Chiese storiche. L’emergere sulla scena mondiale di nuovi attori economici, politici e religiosi, come il mondo islamico, mondo asiatico, ha creato una situazione inedita e totalmente sconosciuta, ricca di potenzialità, ma anche piena di rischi e di nuove tentazioni di dominio e di potere. In questo scenario, l’impegno per la pace, lo sviluppo e la liberazione dei popoli; il miglioramento delle forme di governo mondiale e nazionale; la costruzione di forme possibili di ascolto, convivenza, dialogo e collaborazione tra le diverse culture e religioni; la custodia dei diritti dell’uomo e dei popoli, soprattutto delle minoranze; la promozione dei più deboli; la salvaguardia del creato e l’impegno per il futuro del nostro pianeta, sono tutti temi e settori da illuminare con la luce del Vangelo.

Edoardo Scognamiglio (1970), frate minore conventuale, è teologo e filosofo. Insegna Teologia dogmatica a Napoli presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e Dialogo interreligioso e Introduzione all’Islam a
Roma presso la Pontificia Università Urbaniana. Consultore del Santo Padre dal 2009 per il Pontificio Consiglio per la Famiglia, fra Edoardo si occupa da lungo tempo del dialogo interreligioso.
A Maddaloni (NA) dirige il Centro Studi Francescani per il Dialogo interreligioso e le culture ed è responsabile per la Diocesi di Caserta dell’Ufficio ecumenico. In Europa è tra i massimi conoscitori del pensiero e dell’opera letteraria del poeta libanese Khalil
Gibran. Negli ultimi anni si dedica alla pratica della lectio divina con gruppi di giovani, consacrati e laici. È autore di numerosi saggi di filosofia, teologia, storia delle religioni e letteratura. Ha pubblicato diversi libri con le Paoline.
Nel giugno scorso è stato confermato Ministro Provinciale dell’Ordine dei frati minori conventuali della Provincia di Napoli e Basilicata.

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