« SAULO, SAULO… » – CHI SONO? TRA AMBIVALENZA E RICERCA DI SENSO

http://www.apostoline.it/orientarsi/orientarsi.htm

(ho trovato un serie di testi riguaranti 6 incontri vocazionali sulla « vocazione » di Paolo, questo è il primo)

« SAULO, SAULO… »

CHI SONO? TRA AMBIVALENZA E RICERCA DI SENSO

La Parola – Cosa ci evoca il termine “parola”?
Parola è un mezzo; parola può essere anche un fine; parola è lo strumento privilegiato di cui ci serviamo per comunicare, per comprendere e farci comprendere. Si tratta di uno strumento privilegiato perché, pur essendo fortemente legato alle cose e alle immagini cui si riferisce, tuttavia presenta una certa adattabilità e malleabilità; si presta facilmente ad essere utilizzato per significare anche altro, ad evocare immagini e realtà nuove, diverse, inaspettate e che talvolta poco conservano di ciò per cui la parola (o il termine) era stata convenzionalmente coniata.
In altri termini, la parola viaggia in due direzioni: parte con il significato dato da chi la pronuncia, viene compresa e interpretata da chi l’accoglie, e contestualmente torna, ricompresa e reinterpretata, a chi l’aveva proferita per primo. Possiamo considerare la Parola di Dio come lo strumento di cui Dio stesso si serve per comunicare, per entrare in dialogo.

“Saulo, Saulo…”
Chi era costui?
Nella Lettera ai Filippesi (3,5-6) Paolo afferma di essere un ebreo discendente dalla tribù di Beniamino, di aver praticato la giustizia in quanto irreprensibile osservatore della legge mosaica, di essere stato uno zelante persecutore della Chiesa. Dal libro degli Atti degli Apostoli (22,3), nel discorso di arringa di Paolo di fronte ai Giudei, veniamo a sapere che la sua educazione fu molto rigida e che la sua formazione fu curata da Gamaliele, personaggio evidentemente molto accreditato presso i Giudei per la sua autorità circa la dottrina e la legge. Dunque Paolo era un uomo che aveva una certa cultura, una certa autorità e peso sociale. Ma allora cosa è successo? Cosa avrà convinto Paolo a passare dall’essere un persecutore delle comunità cristiane a diventarne il difensore?
Luca ci racconta che durante una spedizione a Damasco, con la quale Paolo era stato autorizzato a condurre a Gerusalemme i cristiani damasceni per essere giudicati, avviene un episodio che Paolo racconterà a più riprese e che secondo lui è stato il momento decisivo in cui ha iniziato a rileggere la sua vita da una diversa prospettiva, da un nuovo punto di vista. Secondo quanto leggiamo in Atti degli Apostoli 9,1-9 egli non solo è testimone di un evento fuori dal comune, ma è accusato di essere un persecutore, lui che non faceva altro che applicare onestamente quanto la legge prescriveva.
Probabilmente per Paolo questa è la prima volta in cui vengono messe in seria discussione le certezze su cui egli fondava la sua esistenza e la sua condotta, e da qui, onesto qual era, inizia a riconsiderare la sua vita e soprattutto il suo modo di essere uomo di Dio, la sua concezione di legge di Dio e di giustizia. Di fatto, egli non rinnegherà mai il giudaismo e la legge di Mosè, ma ne darà una nuova interpretazione illuminata dalla grazia di Colui che sulla via di Damasco gli si era rivelato. Certo non sarà stato né facile né immediato, avrà avuto sicuramente momenti di turbamento e smarrimento significati anche dalla temporanea cecità fisica, di cui Luca ci parla al verso 8 di Atti 9; ma quello è l’inizio della rinnovata coscienza di sé di Paolo, è dal quel momento che egli, pur non vedendo, inizia a guardare se stesso e la sua storia alla luce del Vangelo, di quella buona notizia che aveva duramente combattuto.
La storia vocazionale di Paolo ci insegna che l’irruzione di Cristo nella storia personale dell’uomo non mira a cancellarne il passato, ma è tesa a proiettare nel futuro quella stessa storia illuminandone le zone d’ombra dopo un ripensamento, talvolta anche doloroso, di ciò che si è, per superare l’illusione di essere in regola con la legge di Dio.

Passi di discernimento: L’IDENTITÀ PERSONALE
Percepire la nostra identità personale significa sperimentare un sentimento di profonda unità interiore e di «continuità della propria esistenza senza fratture tra ciò che siamo e ciò che siamo stati e ciò che desideriamo essere». Unità e continuità, dunque, costituiscono la base sia per l’accettazione di sé sia, allo stesso tempo, per una distinzione/integrazione con altre persone. La costante di ogni processo identitario è la dimensione dialogica dell’esistenza umana: tutto parte dalla relazione e tutto ci porta alla relazione, siamo nati da una relazione e la nostra esistenza si sviluppa fisicamente, psichicamente e spiritualmente dentro relazioni significative.
L’identità personale pur comprendendo il concetto di sé, l’immagine di sé e il progetto di sé, allo stesso tempo li trascende, proprio a motivo della sua complessità e ampiezza. Comportamenti, fatti, esperienze, vissuti, costituiscono nell’insieme una storia personale che, proprio perché tale, è unica, irripetibile e dinamica. Così, ogni giorno, nelle nostre relazioni quotidiane, sperimentiamo che, nella comunicazione, per me che ascolto è vero non ciò che l’altro dice ma ciò che io comprendo di quanto l’altro dice. Questo è importante anche a riguardo della rilettura della nostra storia personale!

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