INQUIETARE E CONSOLARE IL CUORE DEI MODERNI – GIANFRANCO RAVASI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_ravasi14.htm

INQUIETARE E CONSOLARE IL CUORE DEI MODERNI

GIANFRANCO RAVASI

LA PAROLA DI DIO, TEMA CENTRALE DEL SINODO DEI VESCOVI (OTTOBRE 2008)…

(« Avvenire », 4/10/’08)

C’è chi le ha pazientemente contate: sono 305.441 le parole originarie « ebraiche » (e in piccola parte « aramaiche ») dell’ »Antico Testamento », più di 421.000 se si contano anche le « particelle » aggiunte a quelle parole: mentre 138.013 sono i vocaboli « greci » che compongono il « Nuovo Testamento ». Attorno a questo piccolo « mare testuale » detto « Bibbia », cioè i « Libri » per eccellenza, si è allargato uno sconfinato « oceano » di commenti, di omelie, di meditazioni, persino di deformazioni e di critiche « sarcastiche ». Eppure quelle parole continuano «a inquietare e a consolare tutte le situazioni umane», come diceva quel grande credente e genio che era Pascal.
Ora tornano ancora a risuonare e persino a provocare, e non solo perché una « folla » di quasi 1.300 persone, le più disparate, a partire da stasera le proclameranno integralmente nel cuore di Roma e dagli schermi televisivi per un’intera settimana, giorno e notte, quasi fossero « pungoli » o « picchetti » da piantare nel « liquame » delle « chiacchiere » (l’immagine è di uno sconcertante sapiente biblico, il « Qohelet »). Torneranno quelle parole ad animare soprattutto il « Sinodo dei Vescovi », nella consapevolezza che è giunto il tempo di scuotere l’intorpidimento che, come una « nebbia », scolora la forza di quelle « Scritture » che custodiscono al loro interno una « Parola » trascendente, la voce stessa di Dio.
Mosè ricordava agli Israeliti che sul Sinai non avevano contemplato una « statua sacra », ma ascoltato una « qol devarîm », una « voce di parole » che risuonava in mezzo al fuoco (« Deuteronomio 4,12″). Difficile è dire ora quali saranno le strade che i « Padri Sinodali » suggeriranno alla Chiesa per una riappropriazione rinnovata, intensa e appassionata della « Bibbia ». Certo, sullo sfondo rimarranno le grandi questioni teologiche del rapporto tra « Rivelazione », « Scrittura » e « Tradizione ». Ma saranno soprattutto gli interrogativi sulla comunicazione e sull’interpretazione ad avanzare, tenendo conto dei mutamenti radicali di linguaggio avvenuti in questi ultimi decenni, dopo la potente impronta lasciata dal « Concilio Vaticano II », col suo « appello » all’amore per la « Parola di Dio ». Sarà, come dice il titolo stesso che Benedetto XVI ha imposto al « Sinodo », la «vita della Chiesa» ad essere coinvolta, così da riaccendere il fervore per la « Parola di Dio » annunziata e spiegata nella liturgia (che è la prima casa della « Bibbia »), meditata nella « Lectio Divina », studiata nella « catechesi », vissuta come «lampada per i passi nel cammino della vita» morale. Ma quel titolo aggiunge anche che la « Bibbia » governa e illumina «la missione della Chiesa», cioè il suo affacciarsi oltre i propri confini. Pensiamo al dialogo con l’ »ebraismo », che con noi condivide una vasta porzione di quelle « parole sacre »; allo stesso « Islam », che nel « Corano » ha una « filigrana » di rimandi biblici; all’incontro « ecumenico » con le altre Chiese e comunità « ortodosse » e « protestanti », che testimoniano un antico e appassionato amore per le « Scritture ». Ma pensiamo anche alla cultura « laica », che deve ritornare a leggere e comprendere quei testi perché essi sono «la lingua materna dell’Occidente», come suggeriva Goethe: «l’alfabeto colorato in cui per secoli i pittori (ma non solo) hanno intinto il loro pennello», per usare una famosa frase di Chagall.
Una certezza reggerà, al di là degli esiti, noi « Padri Sinodali », gli esperti, gli invitati e soprattutto l’intera comunità ecclesiale. È quella che San Paolo esprimeva, mentre il suo corpo era in « catene », scrivendo al discepolo Timoteo, che «la « Parola di Dio » non può essere incatenata» (« II, 2, 9″). Essa, infatti, è – come confessavano i « profeti » – un fuoco inestinguibile che arde e illumina, è una pioggia che dall’alto feconda e rigenera il terreno arido della storia. 

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