SAN GREGORIO PALAMAS: OMELIA 21 SULL’ASCENSIONE

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SAN GREGORIO PALAMAS: OMELIA 21 SULL’ASCENSIONE

I giudei festeggiavano la Pasqua della legge, cioè il passaggio dall’Egitto alla terra di Palestina; abbiamo festeggiato anche noi la Pasqua dell’evangelo, cioè il passaggio della nostra natura, innestata in Cristo, dalla morte alla vita, dalla corruzione all’immortalità. Quale discorso potrà dimostrare la superiorità della nostra Pasqua nei confronti delle solennità dell’antica legge e del tema delle antiche feste? Discorso umano non saprebbe esprimere degnamente l’altezza di questa eccellenza; ma la Sapienza consustanziale del Padre, il Verbo di Dio che precede i tempi e le essenze, che nel suo amore si è fatto una cosa sola con noi e con noi ha vissuto, ci ha mostrato oggi il motivo per festeggiare le sue opere, straordinariamente più alto anche di questa altezza.
Oggi infatti noi festeggiamo il passaggio della nostra natura, innestata in lui, non dagli inferi alla terra, ma dalla terra al cielo del cielo, al trono, al di là del cielo, del Signore dell’universo. Oggi, infatti, non solo, dopo la risurrezione, il Signore stette in mezzo ai suoi discepoli, ma anche si separò da essi, e sotto i loro occhi ascese al cielo, salì ed entrò nel vero santo dei santi, e sedette alla destra del Padre; Egli è al di sopra di ogni principato e potenza, al di sopra di ogni nome e di ogni dignità, conosciuta e nominata sia nel tempo presente sia nel tempo a venire. Come, prima della risurrezione del Signore, molte risurrezioni sono avvenute, così avvennero molte ascensioni prima della sua ascensione: lo Spirito elevò al cielo il profeta Geremia, un angelo Abacuc, e, soprattutto, è scritto che Elia fu assunto su un carro di fuoco. Ma neppure Elia oltrepassò la sorte assegnata ai terrestri; l’ascensione di ciascuno di costoro era come un trasferimento, che li innalzava dalla terra, ma non li conduceva fuori dai limiti terrestri.
Nello stesso modo quelli che risuscitarono tornarono di nuovo sulla terra e tutti morirono. Ma da quando Cristo è risuscitato dai morti, la morte non ha più potere su di lui e così, da quando è asceso e siede nell’alto dei cieli, ogni altezza è più bassa di lui, testimonianza per tutti che egli è Dio su tutte le cose. E questo è quello che Isaia chiama il monte luminoso di Dio lo, la dimora di Dio al di sopra di tutti i monti spirituali, il corpo del Signore: infatti non un angelo, non un uomo, ma lo stesso Signore venne attraverso la carne e ci salvò, fatto, per noi, simile a noi, pur rimanendo immutabilmente Dio. Come quando discese non cambiò di sede, ma condiscese, così di nuovo sale al cielo non trasferendosi nella divinità, ma intronizzando, là in alto, la nostra natura che egli assunse. Era veramente necessario che là fosse presentata a Dio la nostra natura, la primogenita dei morti, come la primizia dei primogeniti offerta per tutto il genere umano.
Molte furono le risurrezioni e le ascensioni, ma nessuna noi festeggiamo come la risurrezione e l’ascensione del Signore, poiché delle altre noi non abbiamo né avremo parte. Da esse non abbiamo altro giovamento che di essere spinti alla fede nella risurrezione e nell’ascensione del nostro Salvatore, alla quale tutti quanti partecipiamo e parteciperemo. Questa, infatti, è la risurrezione e l’ascensione della carne dell’uomo e non semplicemente della natura umana, ma anche di coloro che hanno fede in Cristo e che questa fede mostrano nelle loro opere. Infatti ciò che il Signore è divenuto, lo è divenuto per noi, lui che, per la propria natura divina, era ingenerato e increato; e quella vita che visse, la visse per noi, per mostrarci la via che conduce alla vera vita; e la passione che patì nella sua carne, per noi la patì, per guarirci dalle nostre passioni, e per i nostri peccati fu condotto a morte, e per noi risuscitò e ascese al cielo, preparandoci la risurrezione e l’ascensione per l’eternità; e tutti gli eredi di questa vita imitano, per quanto ne sono capaci, la condotta della sua vita sulla terra.
Principio di questa imitazione è per noi il santo battesimo, che è figura della sepoltura e della risurrezione del Signore »; parte centrale è la vita secondo la virtù, e la condotta secondo l’evangelo; compimento è la vittoria sulle passioni ottenuta attraverso le lotte spirituali, vittoria che ci procura la vita esente da dolore e da morte, la vita celeste. Così ci dice anche l’Apostolo: Se vivete secondo la carne, morirete; se invece con la forza dello Spirito, darete morte alle opere del corpo, vivrete. Coloro dunque che vivono secondo Cristo, imitano la sua condotta di vita quando aveva un corpo di carne; muoiono, quando giunge la loro ora, poiché anch’egli è morto nella carne, e nella carne anch’essi, come lui, risorgeranno, gloriosi e immortali, non ora, ma quando il tempo verrà; e poi saranno assunti in cielo, come dice Paolo: Saremo rapiti fra le nubi, incontro al Signore, nel cielo, e così saremo sempre col Signore.
Vedete dunque come ciascuno di noi, purché lo voglia, sarà accomunato nella risurrezione e nell’ascensione del Signore, sarà erede di Dio, coerede di Cristo? Per questo grande è la nostra gioia mentre festeggiamo la risurrezione, l’elevazione, l’insediamento in cielo della nostra natura, primizia della risurrezione e dell’ascensione di ciascuno dei credenti, e mettiamo al centro del nostro pensiero le parole evangeliche di cui oggi si darà lettura, cioè: Il Signore risorto si fermò in mezzo ai suoi discepoli. Perché dunque stette in mezzo ad essi, con essi si accompagnò nel cammino, li condusse fuori, verso Betania, ed, elevate le mani al cielo, li benedisse? Lo fece per mostrarsi tutto quanto salvo e integro, per far vedere i piedi, rinvigoriti e saldi nel camminare, i piedi che pur conservavano le ferite dei chiodi, e le mani trapassate, sulla croce, dai chiodi, il fianco trafitto dalla lancia, i segni incancellabili delle percosse, e per confermare così la fede nella passione salvifica.
A me l’espressione: « Stette in mezzo ai discepoli » sembra dimostrare anche che essi furono confermati nella fede in lui; attraverso tale apparizione e benedizione, infatti, non solo stette in mezzo a tutti loro, ma stette nel centro del cuore di ciascuno e ciascuno confermò nella fede. Così per ciascuno di essi è possibile dire la parola del salmo: Dio è in mezzo ad essa; non potrà vacillare. Da allora gli apostoli del Signore sono divenuti saldi e incrollabili. Stette dunque in mezzo a loro e disse: « Pace a voi « , parola dolce, consueta, a lui usuale. La pace è di due specie: quella che abbiamo con Dio, che è il frutto della fede in lui, e quella che abbiamo gli uni verso gli altri, frutto naturale della parola evangelica; qui, il Signore ce le ha date entrambe con una sola parola di saluto. E come ordinò di fare ai discepoli, la prima volta che li mandò, dicendo: In qualunque casa entrate, dite: « Pace a questa casa” così anch’egli fa: entrato nella casa in cui erano radunati, subito diede loro la pace. E li vide sbigottiti e sconvolti per quella visione inaspettata e straordinaria; credevano infatti di vedere uno spirito, cioè che quello che vedevano fosse un fantasma.
Ed egli, svelando i turbamenti del loro cuore e annunciando di essere colui al quale, prima della passione e della risurrezione, avevano detto: Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno ti interroghi, li rassicurò offrendosi alle loro domande e al loro contatto. E come vide che avevano compreso la verità, li rassicurò con quest’altra prova, cioè offrendo loro, sotto i loro occhi, la pace e la comunione del pasto. E poiché ancora non potevano credere ed erano stupiti, non più per l’incertezza, ma per la gioia, disse loro: Avete qui qualcosa da mangiare? Ed essi gli diedero un pezzo di pesce arrostito e un favo di miele; egli li prese e, sotto i loro occhi, mangiò.
Si nutrì, quel corpo senza macchia dopo la risurrezione, non perché avesse bisogno di cibo, ma per confermare la fede nella propria risurrezione e per mostrare che era, anche ora, lo stesso corpo, quello che prima della passione mangiava con loro. Consumò il cibo non secondo i processi naturali dei corpi mortali, ma per mezzo di un’energia divina. Si potrebbe dire che avvenne come per il fuoco che consuma la cera, tranne che il fuoco ha bisogno di materia per bruciare, mentre i corpi immortali non hanno bisogno di alimento per sussistere. Egli mangiò un pezzo di pesce arrostito e un po’ di miele tratto dal favo, simboli anche questi del suo mistero: la nostra natura, infatti, come il pesce, nuota nell’umido elemento dei piaceri e delle passioni e il Verbo di Dio, avendola unita ipostaticamente a se stesso e purificata da ogni comportamento passionale col divino e inaccessibile fuoco della sua divinità, l’ha resa simile a Dio e come infuocata.
Rende simile a Dio non solo l’impasto creaturale che egli ha assunto per noi, ma anche ciascuno di coloro che sono degni della comunione con lui, rendendolo partecipe del fuoco che il Signore è venuto a portare sulla terra . A favo di miele è simile la nostra natura, che racchiude in se stessa, come miele, il tesoro spirituale, o piuttosto, favo di miele è ciascuno di coloro che credono in Cristo; trattiene infatti in se stesso, nell’anima e nel corpo, la grazia, custodita in lui come miele nel favo. Il Signore, dunque, mangia di questi cibi, poiché fa volentieri suo proprio cibo la salvezza di ciascuno di quelli che sono resi partecipi della sua natura; non mangia tutto, mangia da un favo di miele, cioè una parte, poiché non tutti hanno creduto, e non prende con le sue mani quella parte, ma questa gli è offerta dai discepoli; i discepoli infatti gli presentano soltanto coloro che hanno creduto, separandoli dagli infedeli. Così anche attraverso queste azioni, mangiando cioè del pesce e del miele sotto gli occhi dei discepoli, il Signore rammentò loro le parole che aveva detto prima di incamminarsi verso la passione, provando anche così che era veramente lui: come aveva predetto, così infatti avvenne.
Egli aprì la loro mente, perché comprendessero le Scritture e conoscessero che, come era stato scritto, così era avvenuto. Era necessario che, nell’indescrivibile oceano del suo amore per gli uomini, il Figlio unigenito di Dio si facesse uomo per gli uomini, e che dall’alto la voce del Padre e l’apparizione del divino Spirito lo rivelassero e ne dessero testimonianza. Era necessario che fosse creduto e ammirato per l’eccezionalità delle sue opere e delle sue parole, che divenisse oggetto di invidia e fosse tradito da coloro che non cercano la gloria di Dio, ma quella degli uomini; che fosse messo in croce e sepolto e risorgesse dai morti il terzo giorno, e che, nel suo nome, fosse proclamata la conversione e il perdono dei peccati, e che l’annuncio partisse da Gerusalemme. Suoi araldi e testimoni dovevano essere quelli che con i loro occhi avevano visto ed erano diventati suoi servitori; ad essi promise che avrebbe mandato dall’alto ciò che il Padre aveva promesso, cioè lo Spirito santo, e ordinò loro di rimanere a Gerusalemme, finché non fossero stati rivestiti della potenza proveniente dall’alto.
Il Signore rivolgeva dunque ai suoi discepoli queste parole di salvezza; li fece poi uscire di casa e li condusse a Betania. Dopo che li ebbe benedetti, si separò da loro, ed ecco, era trasportato in cielo, e il suo carro era una nube di luce. Ascese dunque nella gloria ed entrò nel santo dei santi, non fatto da mano d’uomo, sedette nei cieli alla destra della Maestà, rendendo il nostro impasto di creature mortali partecipe del trono e della divinità. Gli apostoli non cessavano di fissare il cielo, quando, per l’autorità degli angeli, appresero che il Signore discenderà di nuovo dal cielo, e tutti lo vedranno. Così anche lo stesso Signore aveva predetto, e Daniele aveva previsto. Dice: Io vidi uno, simile a un Figlio di uomo avanzare sulle nubi del cielo; e il Signore: Tutte le tribù della terra vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo. Allora i discepoli adorarono, dal monte degli Ulivi da dove era asceso, il loro sovraceleste Signore, che era disceso dall’alto e aveva fatto della terra un cielo e che di nuovo era salito di dove era disceso; egli aveva congiunto quanto stava in basso a ciò che stava in alto; celeste e a un tempo terrestre aveva costituito la sua chiesa a gloria del suo amore per gli uomini.
Pieni di gioia, gli apostoli ritornarono a Gerusalemme, e stavano sempre nel tempio; la loro mente era in cielo, ed essi lodavano e benedicevano Dio, preparandosi ad accogliere la preannunciata venuta dello Spirito divino. Questo è, in sintesi, o fratelli, il modo di vivere di coloro che sono chiamati da Cristo: perseverare nelle suppliche e nelle preghiere, e, imitando gli angeli, tenere l’occhio della mente fisso verso il Signore, che sta al di sopra dei cieli, lodarlo e benedirlo con una vita irreprensibile, e così accogliere la sua mistica venuta, secondo le parole di colui che disse: Comporrò salmi e comprenderò su di una via senza biasimo, quando verrai da me. Anche il grande Paolo spiegò questo quando disse: La nostra patria è nei cieli, dove Gesù è entrato aprendo per noi la strada.
E anche il capo degli apostoli, Pietro, a questo ci conduce, quando dice: Cingetevi i fianchi della mente, vivete in perfetta sobrietà e sperate nella grazia che vi viene offerta nella rivelazione di Gesù Cristo che voi amate, pur non vedendolo. Questo disse, se pure in enigma, anche il Signore, quando dice: Siano cinti i vostri fianchi e siano accese le lucerne, e voi siate simili a uomini che aspettano il ritorno del loro Signore. In questo modo egli non abolì il sabato, ma lo portò a compimento, dimostrando che il sabato è veramente giorno benedetto, giorno il cui le fatiche del corpo hanno una sosta per un fine superiore. Per questo spetta al sabato l’eredità della benedizione, quando, liberi dalle opere di questa terra, opere che tra non molto perderanno la loro efficacia, noi ci eleviamo a Dio, cercando, con speranza che non teme vergogna, i beni celesti e incontaminati.
Nell’antica legge il primo dei giorni della settimana era il sabato; perciò agli stolti giudei sembrò che il Signore avesse abolito il sabato della legge, ma lo stesso Signore disse: Non sono venuto per abolire la legge, ma per portarla a compimento. Perché non abolì i sabato, ma gli diede compimento e, attraverso di questo, diede compimento alla legge? Egli promise che avrebbe dato lo Spirito santo a coloro che notte e giorno glielo chiedono, e ordinò di essere sempre svegli e vigilanti, dicendo: Siate pronti, poiché nell’ora in cui non pensate, il Figlio dell’uomo verrà. Egli ha reso tutti i giorni come un sabato benedetto per coloro che hanno scelto di dargli perfetta obbedienza, e così non ha abolito, ma anche in questo modo ha dato compimento alla legge. Ma voi, che siete implicati nelle opere di questo mondo, se vi asterrete dall’avidità, dall’odio che vi oppone gli uni agli altri, e se cercate la verità e la castità, anche voi potrete fare di tutti i giorni un sabato, poiché non fate il male.
E quando si presenta il giorno più degli altri salutare, bisogna astenersi da tutti i lavori e le parole anche non biasimevoli, e sostare a lungo nella chiesa di Dio, porgere orecchio e mente alla lettura e all’insegnamento, attendere con contrizione alla supplica e alle preghiere, ed elevare inni a Dio. Darete così anche voi compimento al sabato vivendo secondo l’evangelo dell’amore di Dio, elevando gli occhi della vostra mente a Cristo, che con il Padre e lo Spirito siede al di sopra dei cieli, che ci ha reso figli di Dio non semplicemente adottandoci con un nome, ma nella comunione dello Spirito divino, attraverso la sua carne e il suo sangue, rendendoci familiari di Dio e gli uni degli altri.
Custodiamo dunque attraverso un amore indissolubile questa unità fra di noi; eleviamo sempre in alto il nostro sguardo, verso colui che ci ha generati. Non siamo più, infatti, uomini di terra, come il primo uomo, ma siamo come il secondo uomo, il Signore del cielo. Come il primo uomo terrestre, terrestri erano gli uomini; quale l’uomo celeste, tali sono anche gli uomini celesti. Come dunque noi portammo l’immagine dell’uomo di terra, cerchiamo di portare anche l’immagine dell’uomo celeste, e, levando in alto il nostro cuore verso di lui, contempliamo questa grandiosa visione, la nostra natura, che perennemente dimora col fuoco immateriale della divinità e, deponendo le vesti di pelle, che dal tempo della trasgressione abbiamo indossato, teniamo fermo il nostro passo sulla terra santa, dimostrando che terra santa è la nostra virtù e il cammino senza deviazioni verso Dio.
Avremo così perfetta fiducia, perché Dio abita nel fuoco; accorrendo verso di lui, saremo illuminati e, uniti a lui, vivremo nella luce, nella gloria della chiarità altissima, dello splendore di quel triplice e unico sole. Ad esso ogni gloria, potenza, onore e adorazione, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

 

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