UNA SVOLTA PASTORALE – (L’ESEMPIO DELL’APOSTOLO PAOLO)

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UNA SVOLTA PASTORALE – (L’ESEMPIO DELL’APOSTOLO PAOLO)

(da www.chiesa espressoonline.it)

Perché il sinodo dei vescovi sulla famiglia dovrebbe seguire l’esempio dell’apostolo Paolo. Da « Die Tagespost » del 22 gennaio 2015. L’autore è vicario generale della dicesi di Coira

di Martin Grichting

In vista della XIV assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi che avrà luogo il prossimo ottobre sulla « Vocazione e missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo » la segreteria generale del sinodo ha pubblicato un questionario. Questo documento dovrebbe servire da approfondimento del testo finale dell’assemblea straordinaria del sinodo dei vescovi dell’anno scorso, la cosiddetta « Relatio synodi. » Sulla base delle risposte sarà poi sviluppato l’ »Instrumentum laboris » per il sinodo del prossimo autunno.
Nel questionario si legge che si tratta ora di lasciarsi guidare dalla « svolta pastorale » che l’assemblea straordinaria del sinodo ha iniziato a delineare. Riguardo a questa svolta pastorale si legge nella « Relatio synodi » (25): « In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nelle loro vite e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro ». Più genericamente parlando, la nuova sensibilità della pastorale odierna deve consistere nel « cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze » (41).

L’apostolo Paolo, pastore e maestro
È l’apostolo Paolo a potersi vantare di aver inventato il principio della svolta pastorale, quasi 2000 anni fa, quando, come sappiamo, si recò sull’Areòpago di Atene (cfr. At 17, 16-34) e colse gli « elementi positivi » presenti negli ateniesi. Paolo, il pastore, lodava gli ateniesi quali « molto timorati degli dei » ed espose loro la pienezza del piano di Dio indicando loro l’ara con l’iscrizione « Al Dio ignoto » e segnalando: « Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio ».
Cogliere gli « elementi positivi » nel pensiero dei suoi interlocutori non impediva però all’apostolo Paolo di annunziare sempre nuovamente tutta la verità di Cristo. Ai greci, che cercavano la sapienza, mostrava il Cristo crocifisso: « stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio » (1 Cor 1, 22-24). E circa il tema del sinodo di quest’anno diceva senza mezzi termini: « Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti… erediteranno il Regno di Dio » (1 Cor 6, 9s).

La Chiesa madre e maestra
Il prossimo sinodo dei vescovi può realizzare in maniera attendibile l’attesa « svolta pastorale » seguendo l’esempio di Paolo: deve ascoltare i fedeli, anche quelli che nel loro pensare ed agire rimangono indietro rispetto alla Parola di Dio, per comprendere il sentire di queste persone e il perché del loro agire. Cristo non ha trasmesso alla Chiesa un « munus interrogandi »; quale « complessa realtà » composta non solo da un elemento divino ma anche da un elemento umano (Lumen Gentium 8), la Chiesa deve però conoscere il mondo e le mentalità che lo dominano. Tenendo presente quanto conosciuto, come una madre piena di comprensione, dovrà invitare alla crescita spirituale, affinché gli uomini possano « raggiungere la pienezza del piano di Dio ».
In questo la Chiesa non deve però mancare di confessare chiaramente in che cosa consista questo piano di Dio. Essendo essa composta anche dall’elemento divino, ha ricevuto da Cristo il « munus docendi », la funzione di insegnare. Quest’ultima, nella « Relatio post disceptationem « − il riassunto dei dibattiti delle sessioni nella prima settimana dell’ultimo sinodo − è passata in secondo piano almeno nella sua presentazione nei media e nell’opinione pubblica.
In essa si parlava, difatti, della possibilità di « riconoscere elementi positivi anche in forme imperfette che si trovano al di fuori… [della] realtà nuziale »; di « semi del Verbo » sparsi anche nelle unioni intime non sacramentali. Inoltre, circa la convivenza che precede il matrimonio, la « Relatio » parlava di « autentici valori familiari » e infine, riguardo alle persone omosessuali – come singoli individui o come persone che vivono in un’unione intima? – il documento menzionava persone « con doti e qualità da offrire alla comunità cristiana ».
La svolta pastorale qui espressa sembrava, almeno nel modo in cui era rappresentata nei media e nell’opinione pubblica, poco ispirata dal discorso chiaro di san Paolo. Ciò indusse molti fedeli ad avere l’impressione che in futuro non ci sarebbero più veramente dei peccati, ma soltanto delle realizzazioni più o meno perfette di ideali biblici. E si era tentati – influenzati da certi mass media – di pensare che da ora in avanti non sarebbe più l’Agnello di Dio a togliere i peccati del mondo. A suo tempo, Blaise Pascal aveva già sospettato che i pastori lassisti fossero i « patres qui tollunt peccata mundi ». Adesso si era tentati di pensare che fossero i padri sinodali a togliere i peccati del mondo.
Con la « Relatio synodi » tuttavia sono stati proprio i padri sinodali a rimettere a posto l’immagine. Papa Francesco ha poi contribuito ulteriormente a calmare la situazione relativizzando la « Relatio post disceptationem », quando durante una sua intervista ha precisato che il rapporto intermedio, contrariamente alla « Relatio synodi », non si inserisce nelle conclusioni del sinodo.
Anche sulla questione dei fedeli divorziati e risposati con rito civile fu rivendicata una svolta pastorale, già alcuni mesi prima del sinodo dei vescovi, dal cardinale Walter Kasper che richiamava gli elementi positivi di tali rapporti come ad esempio il carattere vincolante che non potrebbe essere sciolto senza portare a nuove colpe o l’impegno di vivere il secondo matrimonio civile nella fede ed educando ad essa i figli.
Il riconoscimento di « elementi positivi » – come si nota ad esempio nel sussidio della conferenza episcopale tedesca del 24 novembre 2014 (Arbeitshilfe n. 273, p. 71) – risulta qui in un apriporta per far rientrare il sacramento della penitenza, l’eucaristia, il matrimonio cristiano indissolubile e i dieci comandamenti in una ponderazione dei beni con « elementi positivi » di una nuova relazione extraconiugale. Questo rischio incombe quando si omette di affiancare alla svolta pastorale il discorso chiaro di san Paolo. La conferenza episcopale tedesca, infatti, postula che nel secondo matrimonio con rito civile debbano essere riconosciuti certi « impegni morali », tra i quali per esempio la fedeltà reciproca, l’esclusività e la responsabilità per l’altro. Per questo la conferenza episcopale pone la domanda se « i rapporti sessuali in questa unione di vita siano sempre e in ogni circostanza da condannare come peccato grave ».
Se guardiamo l’esempio di san Paolo, una svolta pastorale richiede, per poter essere veramente pastorale, una testimonianza inequivocabile del piano di Dio. La Chiesa deve essere quindi molto chiara su questo punto. Si pone perciò la questione: Può la bontà morale di un atto dipendere da una ponderazione dei beni o di « elementi positivi » da raggiungere? O vi sono degli atti « intrinsecamente cattivi », come li ha chiamati il santo papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica « Veritatis splendor »?
La prima era la linea argomentativa della « morale autonoma », che – dopo il dibattito sull’enciclica « Humanae vitae » di Papa Paolo VI – riappare ora sotto nuove vesti. Nella « Veritatis splendor » la teoria della « morale autonoma » è stata respinta con l’argomento che i comandamenti cosiddetti « negativi » (« non commettere adulterio ») non devono essere sottoposti ad una ponderazione dei beni e quindi per questo motivo non possono nemmeno essere relativizzati: « Essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione ‘semper et pro semper’, senza eccezioni, perché la scelta di un tale comportamento non è in nessun caso compatibile con la bontà della volontà della persona che agisce, con la sua vocazione alla vita con Dio e alla comunione col prossimo… La Chiesa ha sempre insegnato che non si devono mai scegliere comportamenti proibiti dai comandamenti morali espressi in forma negativa nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Come si è visto, Gesù stesso ribadisce l’inderogabilità di queste proibizioni: ‘Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti:… non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso’ (Mt 19, 17-18) » (n. 52).
E più avanti al n. 81 Giovanni Paolo II continua: « Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti ‘irrimediabilmente’ cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: ‘Quanto agli atti che sono per se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt) – scrive sant’Agostino –, come il furto, la fornicazione, la bestemmia, o altri atti simili, chi oserebbe affermare che, compiendoli per buoni motivi (causis bonis), non sarebbero più peccati o, conclusione ancora più assurda, che sarebbero peccati giustificati?’ ».
Questa dottrina, da sempre valida, non sarà neanche in futuro messa da parte dalla Chiesa. Ciò che è teologicamente falso, infatti, non può essere pastoralmente giusto. Giovanni Paolo II era dunque certo della « coesistenza e mutuo influsso di due principi, egualmente importanti… Il primo è il principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la Chiesa, continuatrice nella storia della presenza e dell’opera di Cristo, non volendo la morte del peccatore ma che si converta e viva, attenta a non spezzare la canna incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora, cerca sempre di offrire, per quanto le è possibile, la via del ritorno a Dio e della riconciliazione con lui. L’altro è il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il bene. Basandosi su questi due principi complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, finché non abbiano raggiunto le disposizioni richieste » (Esortazione apostolica « Reconciliatio et paenitentia », n. 34).
Misericordia e perdono sono sempre donati da Dio come grazia immeritata e illimitata. Si ottiene questa grazia quando c’è il vero pentimento, la conversione, e quando non si permane in situazioni oggettivamente contrarie al piano di Dio. Questo non è solamente valido perché è un’autentica testimonianza della verità del Vangelo, ma perché è bene per l’interessato stesso e corrisponde alla verità della sua vita e perché solo questa verità lo rende libero (Gv 8, 2).

Comprendere ed annunciare come san Paolo
Alcuni episodi dell’ultimo sinodo dei vescovi, tra cui la summenzionata « Relatio post disceptationem », hanno risvegliato in non pochi fedeli preoccupazioni circa il futuro cammino della Chiesa. Senza dubbio possiamo confidare sul fatto che papa Francesco continuerà a sgomberare tali timori. Che sia cosciente della problematica, lo ha dimostrato al termine dell’ultimo sinodo, quando ha parlato della sua missione: « Il papa, in questo contesto, non è il signore supremo ma piuttosto il supremo servitore, il ‘servus servorum Dei’, il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo – per volontà di Cristo stesso – il ‘pastore e dottore supremo di tutti i fedeli’ (CIC, can. 749) e pur godendo ‘della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa’ (cf. CIC, cann. 331-334) ».
La Chiesa non sbaglierà strada nel suo agire pastorale e nel suo insegnamento dottrinale, se si atterrà al modello di san Paolo. Pur essendovi stati taluni che sull’Areopago lo avevano deriso e avevano rimandato la discussione ad un’altra volta, Dionigi, Damaris e altri avevano aderito a lui ed erano divenuti credenti (At 17, 32-34). In vari luoghi l’apostolo Paolo ha fondato delle comunità e ha portato la fede sino ai confini della terra. Ciò che seminò accostandosi con circospezione alla mentalità delle persone di quei tempi e annunciando il Vangelo senza timore, fiorisce ancora oggi. Non va però dimenticato che alla fine subì il martirio. Del resto: quando era debole, era allora che era forte (2 Cor 12, 10).
La Chiesa dei nostri giorni può agire allo stesso modo di san Paolo. Deve conoscere gli orizzonti del pensiero dei suoi contemporanei e riallacciarsi ad esso nel suo lavoro pastorale. Deve in seguito però anche trasmettere con coraggio ciò che ha ricevuto dal Signore.
Anche la Chiesa è debole dinnanzi alle forze trainanti di questo mondo che hanno creato una mentalità non troppo diversa da quella cui si trovava davanti san Paolo. Malgrado la svolta pastorale, la Chiesa non riuscirà – come accadde allora a San Paolo – a convincere tutti. E dovrà, a causa dell’annuncio della Parola di Dio, continuamente subire il martirio, anche se davanti ai tribunali dell’opinione pubblica si tratterà, nella maggioranza dei casi, piuttosto di un martirio incruento.
Ma se la Chiesa oggi sente, pensa e agisce come san Paolo − e se, soprattutto, crede, spera e ama come lui – allora sarà forte, nonostante la debolezza delle sue membra. Essendo corpo di Cristo conosce – come Gesù Cristo – ciò che è nell’uomo. E sa anche che non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati. Dopo ben 2000 di storia sotto la guida dello Spirito Santo non dovrebbe essere molto più facile per la Chiesa di quanto lo sia stato per san Paolo credere e confidare che Cristo è la sua forza, qualunque cosa accadrà?
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