PAOLO, DOTTORE DEL MATRIMONIO, GLI SPOSI: DUE « CORPI » IN RELAZIONE COMPLEMENTARE – Ef 5,21-32

http://www.stpauls.it/istit/rivistagm/0805catec.htm

PAOLO, DOTTORE DEL MATRIMONIO

GLI SPOSI: DUE « CORPI » IN RELAZIONE COMPLEMENTARE

Ef 5,21-32

Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo.
E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Il tema è molto affascinante perché tocca la verità del matrimonio, la realtà della complementarietà, la divina realtà del rapporto sponsale « Cristo-Chiesa », reso visibile nel rapporto « marito-moglie ». Questa realtà ha la sua sorgente in Dio.
A) Matrimonio: mistero grande. – Il brano paolino, mal interpretato, ha dato adito a sorrisini compiaciuti di superiorità degli uomini sulle donne, giustificando rivendicazioni che, in successione alternata, portavano ora al predominio del maschio, ora a quello della femmina. Invece, Paolo descrive i nuovi rapporti che, a motivo di Cristo, si instaurano tra marito e moglie; rapporti che non possono più essere concepiti alla maniera dei nostri padri del VT. Ce lo ha detto Gesù stesso: «all’inizio non era così» (cf Mt 19,8). Gesù ha riportato la relazione tra l’uomo e la donna nel matrimonio al disegno originario; e Paolo, per farcelo capire, ci porta a riflettere sul rapporto sponsale di Cristo con la chiesa.
1) Abbiamo una nutrita serie di « esortazioni » fatte ai mariti e alle mogli, perché vivano in pienezza il loro rapporto nel rispetto e nella mutua dipendenza. La dipendenza non è solo della moglie. Toglietevi dalla testa questo « blocco » culturale, inventato di sana pianta.
Ma ogni esortazione acquisisce il suo autentico valore quanto più alte e incisive sono le « motivazioni ». La novità del brano sta proprio nell’unica motivazione che Paolo introduce con la preposizione « come ». Quale? Il rapporto sponsale « Cristo-chiesa » è la motivazione che dà eterno e indissolubile valore al rapporto matrimoniale « uomo-donna ».
2) Notiamo, inoltre, la realtà stupenda: il rapporto sponsale « Cristo-Chiesa » viene prima del rapporto « marito-moglie ». Ma nello stesso tempo i coniugi lo devono incarnare e renderlo visibile. In che modo? La serie dei « come » non ha la funzione di istituire un rigido confronto, a cui l’uomo e la donna devono costantemente riferirsi per non scantonare; ma lo scopo di indicare il fondamento del rapporto « uomo-donna », perché la Chiesa che Cristo ama non sono le pietre, ma sei tu, o marito, sei tu, o moglie; quindi, come Cristo ama te, così tu devi amare il tuo partner. Vi amate perché Cristo vi ama.
Senza Cristo, qualunque rapporto, soprattutto quello matrimoniale, è costruito sulla sabbia; non resiste all’usura del tempo; non lo si può concepire come indissolubile. È nella natura dell’amore, fondato su quello di Cristo per la chiesa, l’essere per sempre. All’inizio era così, e così dovrà essere per sempre. È la rivelazione del grande mistero. Notiamo bene le parole di Paolo: «…questo mistero è grande; io lo dico in relazione a Cristo e alla chiesa» (v 32); quindi il rapporto tra Cristo e la Chiesa che siamo noi:

è sponsale e viene prima del rapporto matrimoniale tra l’uomo e la donna;
è indissolubile, perché l’amore vero, o è per sempre o non è amore;
è gratuito, perché l’amore per sua natura è dono e tale deve essere per sempre.

B) Rapporto complementare. – Complementarietà: questa parola mette in evidenza il ruolo della mascolinità e della femminilità. Sia chiaro che il ruolo della moglie non è di natura inferiore rispetto a quello del marito, o viceversa. Purtroppo il prevalere di un ruolo sull’altro è avvenuto soventissimo nel corso della storia. Il riferimento a Cristo trasforma i due ruoli in servizi complementari. Il marito è « complemento » della moglie e viceversa; il che significa non solo che l’uno ha bisogno dell’altra (collaborazione reciproca), ma che l’uno è complemento dell’altra, cioè l’uno non è tale se non è unito all’altra. La parola « complemento » deriva dal latino « cumplére » e significa: completare, colmare.
1) «Gli sposi sono tra loro complementari; sono due persone che portano a pienezza il coniuge e nello stesso tempo anche se stessi proprio per il fatto di trovarsi connessi, accostati, inseriti uno nell’altro». Se l’uomo – come afferma un mal proverbio – « sotto le coltri si sente un re », in quel momento trasforma un servizio di amore in una dittatura che uccide l’amore e offende non solo la donna, ma in modo grave Dio.
2) La complementarietà è legge di natura, e si rifà al principio biblico: «a sua immagine e somiglianza». Dice Giovanni Paolo II: «In egual misura l’uomo e la donna… sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale» (MD 6); per cui:
l’uomo e la donna sono uguali come origine: «ad immagine e somiglianza di Dio»; per questo, «la donna è un altro « io » nella comune umanità» (MD 6);
ma complementari nella vita: «…ciò significa il superamento dell’originaria solitudine», quando Adamo viveva il suo rapporto con il creato senza il suo complemento.
3) Sono simili a Dio come « creature razionali e libere »; però non possono esistere soli, ma «solo come « unità dei due » e dunque in relazione ad un’altra persona umana» (MD 7). E sono dissimili tra loro nella mascolinità e nella femminilità. Quindi, se nella rivendicazione delle dignità si persegue l’uguaglianza in modo da livellare la mascolinità e la femminilità, l’uomo e la donna riprecipitano nella solitudine che Adamo all’inizio soffriva.
Dio è Padre e Madre nello stesso tempo: i due stili in Dio sono integrati; nell’uomo la paternità e nella donna la maternità devono integrarsi per rispondere al progetto di Dio.
C) Sottomissione vicendevole. – Nel brano paolino non si parla della sottomissione di una parte all’altra, ma di sottomissione vicendevole.
1) Anzitutto, nel rapporto di coppia, l’umiltà è la radice da cui spunta come un fiore l’agape, cioè l’amore che, per volere di Dio, deve unire un uomo e una donna. È impossibile amare in modo gratuito, disinteressato, per sempre senza l’umiltà. Difatti l’invito iniziale di Paolo: «Siate sottomessi gli uni gli altri nel timore di Cristo» rende luminoso il discorso e fa intuire in modo giusto l’affermazione: «la moglie sia sottomessa al marito».
2) In secondo luogo è puerile accusare Paolo di maschilismo:
anzitutto non dice che «il marito deve sottomettere la moglie», ma che «la moglie sia sottomessa al marito». È una sottomissione volontaria, che non esalta il marito, ma esalta l’amore, perché è nella natura dell’amore l’umiltà della sottomissione;
in secondo luogo il riferimento a Cristo («il marito ami la moglie come Cristo…»), afferma che la sottomissione del marito alla moglie deve essere così radicale e profonda da essere disposto a dare la vita per lei, come Cristo ha dato la vita per la Chiesa.
Ci vuole grande umiltà per non cadere nell’errore idolatrico di voler « sottomettere l’altro ». L’azione attiva di sottomettere l’altro è solo di Dio; eppure Dio, motivato dall’amore, non sottomette, ma si sottomette. Cristo stesso, il Dio fatto uomo, si è sottomesso volontariamente a noi assumendo la natura umana per darci la vita. Per questo il marito e la moglie devono guardare a lui per vivere tra di loro l’umiltà della sottomissione.
3) L’alimento indispensabile per vivere in pienezza questo « rapporto sponsale » all’insegna della mitezza e dell’umiltà, è l’Eucaristia.
D) Cristo-sposo lava i piedi alla Chiesa-sposa. – Nell’episodio della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15), i gesti di Gesù diventano paradigmatici di come la coppia deve vivere il loro rapporto. Giovanni avrebbe potuto sintetizzare il tutto dicendo semplicemente: «…e lavò loro i piedi». Il resto era chiaramente supposto. Invece, con grande meticolosità, ne descrive con sette gesti ogni particolare. Il « sette » è un numero considerato celeste e perfetto; è segno di abbondanza e totalità. L’amore (= agape) acquisisce un valore incalcolabile.
«…si alzò da tavola». Ci si alza per far qualcosa. L’evangelista ritiene necessario puntualizzarlo, perché rivela la « dinamica dell’amore » che deve caratterizzare la vita di coppia: nessuno è padrone o padrona; non esiste matriarcato o patriarcato.
«…si tolse la veste». Si può tradurre: « depose la veste » che richiama il « deporre la vita » del buon pastore; Giovanni usa lo stesso verbo. Ecco la prima qualità dell’amore: è un donarsi reciproco, disposti lui e lei a consumarsi fino a dare la vita per le persone che ama. Il « deporre la vita » fa parte della natura del sacramento del matrimonio.
«…prese un asciugamano». Qualifica il gesto che si appresta a compiere, non a far compiere. Ecco un’altra qualità dell’amore: ha sempre l’iniziativa. Dovete preparare il vostro cuore ad accogliere quello che significa. Ci stupisce ciò che Gesù sta rivelando.
«…se lo cinse attorno alla vita». L’asciugamano, prima di essere usato, è il nuovo vestito che Gesù indossa dopo essersi spogliato. Nel mondo biblico la persona non ha un vestito, ma è il suo vestito. Gesù ci fa capire che l’amore è la natura di Dio ed è la natura dell’uomo; l’amore sarà autentico quanto più è vissuto nel desiderio di servirsi vicendevolmente. Il pretendere di essere serviti è la negazione dell’amore.
«…poi versò dell’acqua in un catino». È Gesù stesso che prepara il catino con l’acqua; ci vuol far capire che l’autentico amore, specie nella vita di coppia, deve rispettare le sue qualità intrinseche: è gratuito, è disinteressato. Quanto è urgente oggi testimoniare ai giovani la straordinaria ricchezza di questo amore.
«Cominciò a lavare i piedi dei discepoli». Questo gesto sovverte ogni nostro schema; comporta anzitutto l’abbassarsi, il chinarsi, l’inginocchiarsi di fronte a colui che riceve il servizio. È l’amore nel suo totale disinteresse. Difatti, Gesù si china davanti a Pietro e davanti a Giuda senza far distinzioni, senza chiedere nulla in cambio.
«…e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto». L’asciugamano era la nuova veste di cui si era cinto quando aveva deposto il vestito. Per asciugare i piedi dei discepoli, se lo toglie senza rimettersi quello che aveva prima deposto. Si spoglia e rimane « nudo »; vale a dire, totalmente ed eternamente disponibile. L’amore o è per sempre o non è amore.
Gesù conclude: «Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (v 17). Ecco la beatitudine del servizio. La reazione di Pietro ci fa intendere come non sia facile penetrare nel senso profondo di questo mandato.

Publié dans : Lettera agli Efesini, MATRIMONIO |le 6 mai, 2015 |Pas de Commentaires »

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