OMELIA 3 MAGGIO 2015 | 5A DOMENICA DI PASQUA: « IO SONO LA VERA VITE »

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3 MAGGIO 2015 | 5A DOMENICA DI PASQUA – ANNO B | APPUNTI PER LA LECTIO

« IO SONO LA VERA VITE »

Il quadro liturgico della presente Domenica è caratterizzato dalla commovente allegoria della vite e dei tralci, uno dei brani salienti e più noti del Vangelo di Giovanni. Ma appunto perché molto noto, sembra aver perso un po’ della sua forza di provocazione e di drammaticità; in un certo senso è stato logorato dall’uso, ed è diventato niente più che un luogo comune per esprimere il nostro rapporto intimo (stavo per dire « intimistico »!) con Cristo. Come vedremo tra non molto, invece, esso contiene molto di più e molto di meglio.
Se mai, c’è da domandarsi come si accordi con le altre letture bibliche e specialmente con la prima, che sembrano muoversi su un piano del tutto diverso.

« La Chiesa cresceva e camminava nel timore del Signore »
La prima lettura, ripresa dagli Atti (9,26-31), ci descrive le iniziali difficoltà di Paolo, nel suo tentativo di inserirsi nella comunità di Gerusalemme, dopo appena tre anni dalla sua conversione: egli, infatti, « cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo » (v. 26). Barnaba, però, forse un antico compagno di studio, interpone i suoi buoni uffici, « lo presenta agli apostoli », narra la vicenda prodigiosa di questo uomo che aveva fatto l’esperienza di Cristo sulla via di Damasco; e « così egli poté stare con loro e andava a veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore » (v. 28). Tanto che, a un certo punto, la sua predicazione franca e vigorosa suscita la reazione violenta degli Ebrei di lingua greca, che tentano di ucciderlo. « Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso » (v. 30).
Il brano si conclude con una osservazione di san Luca, che cerca di cogliere e di penetrare la vita della Chiesa delle origini in base alle forze che la fermentano dal di dentro: « La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria; essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo » (v. 31).
Già questo rapido « sommario » della vita della primitiva comunità palestinese ci fa toccare con mano gli elementi che « costruiscono » la Chiesa. In realtà, questo è il significato esatto dell’espressione che la traduzione ufficiale ha reso con « cresceva »: in greco, però, abbiamo oikodomuméne (= veniva costruita). La Chiesa dunque si compagina e progredisce « nel timore del Signore » e « nel conforto dello Spirito Santo ».
L’immagine della Chiesa come « costruzione » rimanda all’idea di una crescita « armonica », articolata in servizi molteplici, convergenti però verso l’unità. Tutto questo è possibile non tanto in virtù degli accorgimenti umani, e neppure della buona volontà, quanto in virtù della fedeltà a Cristo (« il timore del Signore ») e della « forza » trasformante e corroborante dello Spirito (« conforto dello Spirito Santo »). L’allegoria della vite e dei tralci, che portano frutto solo se rimangono « uniti » alla vite, in fin dei conti, non dice qualcosa di molto diverso!
Ma c’è un’altra considerazione da fare: persino un apostolo come Paolo, che ha « visto » con i propri occhi il Signore, sente il bisogno di un inserimento ufficiale, direi « garantito », nella Chiesa madre di Gerusalemme. Il « carisma » passa dunque per la Chiesa, e non al suo margine, oppure contro di essa. La figura gigantesca di Paolo può insegnare qualche cosa a tutti noi che, con tutti i nostri « carismi » messi insieme, non facciamo neppure la sua ombra!

« Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti »
D’altra parte, anche Paolo prova le sue difficoltà e le legittime diffidenze da parte degli altri, perfino degli apostoli che hanno la responsabilità ultima di « discernere » i doni dello Spirito da mettere a disposizione della comunità, qualora siano autentici. Tutto questo potrà creare anche tensioni e sofferenze: ma se ci sarà fiducia reciproca e vero amore, non a parole soltanto ma « nei fatti e nella verità », come leggiamo nella seconda lettura (1 Gv 3,18), Dio susciterà sempre un Barnaba, « pieno di Spirito Santo e di fede » (At 11,24), capace di conoscere e di far riconoscere i « doni » che lo Spirito dispensa per l’utilità della sua Chiesa.
L’importante è che nessun tralcio si distacchi, per colpa propria o di altri, dalla « unica » vite vera che è Cristo.

L’allegoria della « vigna » nella Bibbia
E così siamo ritornati al Vangelo da cui abbiamo preso le mosse. L’allegoria (altri la interpretano come « parabola ») della vite e dei tralci presenta non pochi problemi sia di struttura letteraria, che di interpretazione. Essa, infatti, inizia il secondo discorso di addio di Gesù (cc. 15-16), dopo che quello precedente (13,31-14,31) era terminato con le parole: « Alzatevi, andiamo via di qui » (14,31). La sequenza più ovvia dei fatti avrebbe dovuto collocare proprio qui la narrazione dell’andata di Gesù nell’orto degli ulivi, del suo arresto, ecc., che invece di fatto comincia solo al capitolo diciottesimo.
Che cosa è avvenuto nel frattempo? Gesù ha sviluppato questo discorso nello spazio di tempo che occorreva per arrivare all’orto degli ulivi, come dicono alcuni? Oppure l’evangelista stesso, o un successivo redattore, ha inserito un secondo discorso di commiato, già presente nella tradizione giovannea e sostanzialmente parallelo al primo, dati i molteplici punti di contatto, come ritengo più probabile con altri esegeti? Sono tutti problemi che potremmo anche affrontare, ma che preferiamo lasciare da parte perché ci interessa di più cogliere il messaggio religioso del brano.
È fuori dubbio che l’allegoria della vite e dei tralci trova il suo più normale ambiente proprio nell’ultima cena. Gesù certamente è stato sollecitato a questa immagine dalla benedizione del « vino » che, in quell’occasione, aveva un particolare rilievo e che trae origine dal simbolismo della « vigna » nell’Antico Testamento: poiché la Pasqua era soprattutto la festa celebrativa dell’ »alleanza » di Dio con Israele, l’allegoria della « vigna » era la più indicata a riemergere in quel contesto, non solo come espressione dell’amore premuroso di Dio verso il suo popolo, ma anche come espressione dell’infedeltà di quest’ultimo verso il Signore.
Infatti, in tutto l’Antico Testamento, l’allegoria della « vigna » assume questa doppia coloritura, solo apparentemente antitetica: per un verso è « segno » dell’amore, per un altro verso dell’infedeltà. « Promessa » di benevolenza e « giudizio » di condanna, nello stesso tempo!
Si legga il famoso « cantico della vigna » in Isaia (5,1-7), per rendersene conto: « Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica. Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna… La renderò un deserto, non sarà potata né vangata, e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia… ».
La stessa tematica ritorna in Geremia (2,21): « Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri? ».
Ezechiele, descrivendo a sua volta Israele come « vite » sterile e senza frutti (15,1-6), ne preannuncia il castigo, sottolineando il fatto che il tralcio secco non serve se non ad essere bruciato, come dirà appunto Gesù.

Cristo « vite »
Una storia drammatica, dunque, quella della « vigna », che fa intravedere abissi di amore, ma anche abissi di collera e di perdizione. L’autore del Salmo 80 in una preghiera accorata a Dio, « pastore » di Israele, lo supplicava di ristabilire finalmente e definitivamente la sua vigna: « Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato… » (Sal 80,15-16).
È a questa supplica del salmista che sembra rispondere Gesù quando, nell’intimità dell’ultima cena, al momento forse di istituire la « nuova alleanza nel suo sangue », significata ed espressa dal « vino » sul quale egli disse la benedizione e distribuì ai suoi perché lo bevessero, solennemente proclamò: « Io sono la vera vite » (Gv 15,1).
Però sulla bocca di Gesù la vecchia allegoria assume toni e significati diversi, direi che si « invera » definitivamente. Di qui l’aggettivo tipicamente giovanneo: « la vite vera » (in greco alethiné), che sta a dire la realizzazione in Cristo del vecchio simbolo. Egli infatti, e non più Israele, è ormai la « vigna » del Signore.
Il che significa due cose estremamente importanti. La prima è che tutta quella pienezza di amore e di fedeltà, espressa dall’immagine della « vigna », trova ormai in Cristo la consacrazione definitiva: egli non farà mancare i « frutti », che Dio inutilmente ha atteso da Israele. Perciò sulla bocca di Gesù l’espressione ha un valore « escatologico »: con lui finalmente sono venuti i tempi, in cui « il regno di Dio » si realizza in mezzo agli uomini!

« Io sono la vite, voi i tralci »
La seconda cosa è che Cristo non è la « vite vera » da solo: egli associa a sé altri perché vivano la sua stessa vita, quelli che il Vangelo chiama appunto i « tralci »: « Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla… » (vv. 4-6).
A questo punto ci rendiamo conto perché Gesù, invece di parlare di sé come « vigna », ha preferito parlare di « vite ». Pur essendo le due immagini interscambiabili, come dimostra la tradizione veterotestamentaria, di fatto la seconda era più adatta ad esprimere sia la realizzazione concreta del simbolo collettivo (« vigna ») nell’ »unica » persona di Cristo, sia la necessità dell’inserimento vitale in lui di quelli che credono nel suo nome (« i tralci »). Il « comunitario » viene recuperato in pieno, però innestandolo nella vitalità inesauribile dell’unico « ceppo », su cui tutti dobbiamo crescere per portare abbondanza di « frutti ».
Si noti l’insistenza dell’invito di Gesù a « rimanere » (in greco ménein) in lui: « Rimanete in me e io in voi… Chi rimane in me e io in lui… » (vv. 4.5.6). È un « rimanere » che dice adesione, convergenza, fusione, amicizia, che nasce dal sentirsi coinvolti dallo stesso fiotto di vita, così come tra la vite e i tralci circola lo stesso umore vitale. Proprio per questo il « rimanere » non è a senso unico, ma è reciproco: noi rimaniamo « in Cristo », e Cristo rimane « in noi »! Quasi a dire che insieme realizziamo la stessa vita, così come Gesù aveva detto parlando della Eucaristia: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui » (6,56).
Questa formula di reciprocità assume poi una profondità anche più sconcertante, se si pensa che è la stessa formula con cui Gesù ripetutamente esprime i suoi rapporti con il Padre: « In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi » (14,20).

« In questo è glorificato il Padre: che portiate molto frutto »
In concreto, che cosa significa tutto questo per il cristiano, che vuol essere « tralcio » inserito nella « vite » che è Cristo?
Significa fondamentalmente due cose: prima, farsi influenzare talmente da Cristo, in modo da esserne come la « efflorescenza » che lo rivela anche agli altri; secondo, non esserne soltanto la efflorescenza, ma anche la « fruttificazione ». Si sarà notato, infatti, come nel brano si insiste sui « frutti » da portare: « In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diveniate miei discepoli » (v. 8). Si è « discepoli » di Cristo nella misura in cui si portano i « frutti » della fede e dell’amore. È quanto i cristiani hanno per troppo tempo dimenticato, accontentandosi il più delle volte di un’adesione solo verbale, e magari anche intellettuale, a Cristo.
E questo a livello sia individuale che « ecclesiale »: non si dimentichi che l’allegoria della « vite » rimanda in primo luogo alla dimensione « comunitaria » della nostra adesione a Cristo, come abbiamo sopra accennato.

« Chi non rimane in me viene gettato via »
È sul piano di queste nostre inadempienze che si profila anche l’aspetto tragico della parabola che ci interessa: anche se è vero che Dio non potrà mai più respingere o abbandonare la sua « vigna », perché la « vigna » ormai è Cristo, è però vero che può recidere i rami sterili o inariditi: « Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano » (v. 6). E proprio all’inizio, dopo aver dichiarato che il Padre è il « vignaiolo » (v. 1), Gesù continua: « Ogni tralcio che in me non porta frutto (il Padre) lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto » (v. 2).
Il « giudizio » passa dunque ancora sulla « vigna » del Signore! E questo in doppia maniera: recidendo i tralci infruttiferi e « potando » quelli fruttiferi « perché portino più frutto ». Il primo è un « giudizio » di condanna, e ci allontana dalla comunione con Cristo e perciò dalla salvezza; il secondo è un « giudizio » di amore, sia pure nella prova e nella sofferenza.
Ognuno di noi e la stessa Chiesa di Cristo o, se si vuole, le diverse Chiese hanno motivo per riflettere a quale « giudizio » il loro Signore, oggi, in questa fase critica dell’umanità, li sottopone!

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

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