Archive pour mars, 2015

DA EVANGELIZZATI A EVANGELIZZATORI – L’EVANGELIZZAZIONE DELL’EUROPA

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DA EVANGELIZZATI A EVANGELIZZATORI – L’EVANGELIZZAZIONE DELL’EUROPA

Grazie all’opera di san Patrizio, santa Brigida, san Columba e molti altri, la chiesa irlandese è nata con tratti originali. Moltissimi monaci irlandesi hanno evangelizzato il continente, contribuendo fortemente alla costruzione dell’Europa.
I romani la chiamavano Hibernia, ma se ne disinteressarono. Priva di città, di metalli preziosi, con un clima ritenuto inospitale, non fu sfiorata dalla colonizzazione romana né da invasioni barbariche; così l’Irlanda rimase isolata dal continente europeo e poté conservare le sue tradizioni celtiche, la sua struttura agricola e pastorale.
E quando nel secolo v iniziò l’evangelizzazione dell’isola, l’Irlanda, più che accogliere il cristianesimo, ne fu assorbita e trasformata in qualcosa di totalmente nuovo. Alleggerita del bagaglio sociopolitico del mondo greco-romano, la chiesa irlandese nacque e si sviluppò con tratti originali, ma fieramente cattolica; si strutturò secondo una propria peculiarità, attingendo le tradizioni giuridiche dalla cultura celtica e sviluppando una straordinaria capacità di irradiazione spirituale e missionaria.

MONACI, ABATI E BADESSE
L’Irlanda diventò totalmente cristiana per opera del monaco bretone Patrizio (vedi riquadro). Per 30 anni, con zelo infaticabile, egli fondò vari monasteri, divenuti punti di riferimento della vita religiosa e culturale del paese. Nella sua attività apostolica ebbe una geniale intuizione: associare i bardi (poeti e maestri di scuola) all’annuncio del vangelo.
La missione di Patrizio aveva avviato una chiesa modellata sull’organizzazione diocesana, secondo la struttura amministrativa romana, incentrata sui vescovi, per lo più insediati nelle antiche città romane. Ben presto però, mancando l’Irlanda di una vita urbana, la struttura ecclesiale fu adattata al sistema socio-politico della società celtica, che era tenuta insieme da legami tribali e familiari.
Già prima della fine del vi secolo l’organizzazione della chiesa fu incentrata sui monasteri. La parrocchia o diocesi monastica corrispondeva al distretto di un clan, il cui capo era fondatore, patrono e proprietario del monastero, tanto che l’abate era scelto dal capo tribale. Il monastero, a sua volta, fungeva da chiesa e scuola, punto di convergenza spirituale e sociale del clan o del gruppo familiare.
Capo spirituale del monastero e del territorio annesso era l’abate, che non necessariamente era consacrato vescovo o sacerdote. La gerarchia ecclesiastica tradizionale, quella istituita al tempo di Patrizio, continuava a esistere, ma i vescovi operavano normalmente all’interno della parrocchia monastica e sotto l’autorità dell’abate.
Alcuni monaci, infatti venivano ordinati per svolgere le funzioni sacerdotali: amministrazione dei sacramenti, ordinazioni sacerdotali, consacrazione di chiese e altari. Vescovi e preti venivano pure inviati in missioni itineranti per convertire altri clan e altri popoli. Si svilupparono così alcune grandi abazie, che abbracciavano pure i territori delle nuove fondazioni, anche al di là del mare, in Scozia e Britannia.
Il secolo vi fu il periodo d’oro delle fondazioni monastiche. La tradizione attribuisce tale sviluppo all’azione di Finniano, un altro monaco della Britannia occidentale, che fondò nel Meath il monastero di Clonard, passato nella tradizione come una «scuola di santi».
Una caratteristica prettamente irlandese era il ruolo della donna nella società celtica, trasferita automaticamente nell’organizzazione ecclesiale e monastica. Oltre ai monasteri rigidamente maschili, infatti, sorsero spesso i cosiddetti «monasteri doppi», che ospitavano comunità di uomini e donne, separate ma vicine, in alcuni casi con una chiesa comune per gli uffici liturgici.
In molti casi le badesse dei «monasteri doppi» esercitavano la loro autorità su uomini e donne. Le regole concedevano loro anche il potere di ascoltare le confessioni e dare l’assoluzione. Si trattava, in genere, di fondazioni aristocratiche, per cui tali badesse erano di nobili origini, colte ed energiche. Ma la regola raccomandava che «una badessa doveva essere nobile in saggezza e santità, più che nobile di nascita».
Il primo dei monasteri doppi sarebbe stato fondato da santa Brigida a Kildare (vedi riquadro). Nobildonna di una delle più antiche famiglie irlandesi, «madre delle monache d’Irlanda», la vita di santa Brigida era radicata nei miti e nei riti della sua terra; per cui anche i racconti della sua vita sono inseparabili dalle mitologie e saghe celtiche. Per quanto leggendari, tali racconti rivelano l’importanza del ruolo femminile nel movimento monastico irlandese, caratterizzato da una tumultuosa varietà di vita religiosa, ben diversa dal più ordinato monachesimo benedettino.

«MARTIRIO VERDE»
Evangelizzazione e crescita della chiesa in Irlanda avvennero in modo pacifico, senza persecuzioni e senza martiri, almeno per un millennio, fino al tempo di Elisabetta i d’Inghilterra. In assenza del «martirio rosso», cioè con spargimento del sangue, gli irlandesi escogitarono altre forme di martirio: una di esse era il «martirio verde».
I martiri verdi, rinunciavano alle comodità e ai piaceri comuni alla società umana e si ritiravano in luoghi solitari (boschi, montagne, o isole deserte), fuori delle giurisdizioni tribali, per studiare le scritture e vivere in comunione con Dio.
Vita monastica ed eremitica era interpretata dagli irlandesi secondo la propria identità psicologica e religiosa, con pratiche ascetiche dure e intransigenti, da rasentare l’eccentricità (stando alle leggende tramandate), come cantare i salmi distesi sul ghiaccio, oppure pregare con le braccia distese a forma di croce così a lungo, che gli uccelli avevano il tempo di fare il nido sulla testa dell’orante.
È certo, tuttavia, che i monasteri, centri di spiritualità e di cultura, pullulavano di monaci, molti dei quali entrarono nel calendario liturgico, meritando all’Irlanda il titolo di «isola dei santi».

«MARTIRIO BIANCO»
Tra questi santi ci sono anche tanti missionari. Popolo socievole e nomade per indole, agli irlandesi non bastava il «martirio verde» e inventarono il «martirio bianco», una geniale combinazione di ascetismo ed evangelizzazione, attività quest’ultima che da sempre ha caratterizzato la chiesa irlandese.
Moltissimi monaci abbandonavano il monastero di origine, senza farvi più ritorno, e andavano peregrinando di luogo in luogo ad annunciare la parola di Dio. Grazie a tale forma di ascesi, chiamata pure «peregrinazione per Cristo» o «peregrinazione per amore di Dio», essi si sparsero a migliaia prima in Gran Bretagna, poi in tutto il continente: da evangelizzati gli irlandesi diventarono evangelizzatori.
Cominciarono con il portare il vangelo alle altre popolazioni celtiche stanziate nelle coste occidentali della Gran Bretagna; spingendosi fino all’estremità della Scozia, dove san Columba (521-597), fondò il monastero di Iona (vedi riquadro), ben presto diventato centro di irradiazione culturale, religiosa e missionaria, per le isole circostanti, fino alle Orcadi, Shetland e Islanda.
Nello stesso periodo, un numero incalcolabile di missionari-pellegrini varcarono l’oceano e invasero il continente, dalla Francia alla Polonia, dalla Svizzera all’Italia. Anche le loro gesta sono tramandate con toni epici e fantasiosi; ne è un esempio san Brentano (484-578), il quale, avventuratosi con 17 monaci in una spedizione oceanica, su una barca di vimini rivestita di pelli, celebrò la pasqua in groppa a una balena gigantesca, scambiata per un’isola.
Tali leggende, tuttavia, non fanno altro che esaltare la realtà storica, testimoniata da città e regioni che fanno risalire le loro origini ai missionari celtici e bretoni, o ne portano addirittura il nome. Per limitarci all’Italia, quasi ogni regione ne vanta uno, e spesso tanto popolare da apparire come tipico del luogo: sant’Orso d’Aosta, san Frediano di Lucca, san Cataldo di Taranto, san Donato di Fiesole, sant’Emiliano di Faenza, san Felice di Piacenza… Il più noto dei missionari itineranti è san Colombano (543c.-615), anche lui conteso tra Bobbio, Luxeuil, Bregenz.
Nel 590, con 12 compagni, Colombano lasciò il suo monastero di Bangor e passò in Gallia; dopo molto peregrinare fondò in Borgogna i monasteri di Annegray, Fontaine e Luxeuil, che diventò la Montecassino francese.
Cacciato dalla Borgogna, peregrinò lungo la valle del Reno, evangelizzando i pagani in Alsazia e Svizzera, dove fondò un monastero a Bregenz, a ovest del lago di Costanza, mentre il suo compagno san Gallo ne fondò un altro che porta ancora il suo nome. Raggiunta l’Italia, Colombano terminò la sua corsa a Bobbio (Piacenza), dove morì nel 615, mentre stava costruendo il suo ultimo monastero.

RADICI DELL’EUROPA
L’evangelizzazione di Colombano, e dei missionari irlandesi in generale, non era programmata né guidata dall’alto e, per molti aspetti, era fortemente innovativa. Il cristianesimo da loro vissuto e predicato conservava tutte le caratteristiche desunte dalle tradizioni celtiche. Regime di vita monastica, consuetudini rituali e liturgiche, data della celebrazione della pasqua, metodi ascetici e spirituali, prassi pastorali, come la confessione privata… costituivano elementi di novità, che spesso entrarono in contrasto con le tradizioni di origine romana già affermate nella cristianità del continente.
Scontri e tensioni con i vescovi erano inevitabili, sia per le bizzarrie di qualche «pellegrino», sia perché i missionari irlandesi rimproveravano preti e prelati di lassismo, re, principi e papi di rompere l’unità della chiesa.
Colombano difese con passione e solide argomentazioni la legittimità delle tradizioni della cristianità irlandese, rimanendo scrupolosamente unito e fedele alla chiesa di Roma. Ma nei secoli seguenti, con l’espansione del monachesimo benedettino, molte di tali tradizioni furono assorbite, ordinate o cancellate. Sopravvissero, invece, alcuni gusti nel campo della musica, arte, architettura, scrittura, trascrizione di codici e nella liturgia, come la confessione privata, adottata dalla chiesa universale.
Della missione Colombano e dei suoi discepoli rimase indelebile, soprattutto, un ideale: la fusione di culture e popoli diversi in una sola famiglia, sotto la guida del vescovo di Roma. In tale modo nessun popolo avrebbe potuto né dovuto minacciare l’altro, «perché, scriveva Colombano in una sua lettera – noi tutti siamo membra unite di un solo corpo, sia franchi, bretoni, irlandesi o qualsiasi possa essere la nostra razza».
Nasceva così l’Europa cristiana.

Benedetto Bellesi

 

Publié dans:EUROPA, EVANGELIZZAZIONE, SANTI |on 16 mars, 2015 |Pas de commentaires »

Gesù e Nicodemo

Gesù e Nicodemo dans immagini sacre johntheologian

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Publié dans:immagini sacre |on 13 mars, 2015 |Pas de commentaires »

LA SALVEZZA: PER OPERE O PER GRAZIA?

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LA SALVEZZA: PER OPERE O PER GRAZIA?

ALCUNE MEDITAZIONI BIBLICHE SULLA SALVEZZA

È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere, affinché nessuno se ne vanti. (Efesini 2:8)

Abbiamo sempre la tendenza a distoglierci dalla grazia che Dio ci propone. Strano atteggiamento, perché accettandola non abbiamo nulla da perdere e tutto da guadagnare. In realtà è l’orgoglio che porta a respingere la grazia; accettare quest’ultima sottintende che riconosciamo di essere dei peccatori perduti.
Chi è ammaestrato dalla Parola di Dio scopre tutta la propria nudità morale e riconosce la propria colpevolezza. Non soltanto questo, però! Impara anche che la grazia e la verità sono venute verso di lui nella persona di Gesù Cristo.
Dio, spinto dal suo amore, ha mandato il suo Figlio verso gli uomini perché fosse il loro Salvatore. La salvezza che offre è assolutamente completa. Dio è perfetto, e non sarebbe soddisfatto se quelli che Egli salva non fossero resi perfetti. Se abbiamo colto qualche cosa delle ricchezze della sua grazia ricevendo una così grande salvezza, non cerchiamo più di migliorare il nostro « io » incorreggibile che è stato crocifisso con Cristo alla croce.
Voler aggiungere a questa salvezza qualche merito, con degli obblighi, delle regole e dei precetti, equivarrebbe a mancare di fede e a misconoscere Dio. Il vecchio « io » egoista e pretenzioso ci è presentato, nella Bibbia, come crocifisso e sepolto con Cristo.
Accettiamo questa dichiarazione della Scrittura e, credendo al Vangelo, lasciamo questo vecchio « io » nella morte per vivere pienamente la vita nuova, coscienti della nostra relazione filiale con Dio, che ci ama.
Una giusta ed armoniosa relazione col Signore non comincia mai col fare qualche cosa, ma col credere in qualcuno e in qualcosa che è già stato fatto. Infatti, da Cristo in poi, la vita e la salvezza sono contenute in una notizia da accogliere nel cuore. La salvezza è un annuncio, è qualcosa da conoscere, ed è proprio il Vangelo che ci fa conoscere la meravigliosa notizia che non c’è più condanna per qualsiasi peccatore che si ravvede e crede nel Signore Gesù!
Gesù stesso ha sintetizzato la vita eterna con queste parole: « Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo » (Giovanni 17:3).
Il Signore ci annuncia nelle Scritture che Egli stesso ha fatto la pace con noi peccatori rimuovendo il peccato. Questo, Egli lo ha fatto di Sua iniziativa, senza coinvolgerci nell’azione. Ora, ci offre la pace, il perdono e la salvezza alla sola condizione che noi l’accettiamo. Infatti, il nocciolo del Vangelo è un invito a riconoscere la nostra condizione di peccatori davanti a Dio, e a riconciliarci con Lui mediante il sacrificio del Suo Figlio. Paolo infatti scrive: « E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo dì Cristo… Infatti Dio riconciliava con sé il mondo per mezzo di Cristo non imputando agli uomini le loro colpe » (2 Corinzi 5:18-19).
Questo ha fatto il Signore, e ce lo fa sapere perché approfittiamo di questo Suo grande amore ed entriamo per fede in questa salvezza gratuita. Ma l’apostolo prosegue il suo messaggio indicando la nostra parte nel problema: « Vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio » (2 Corinzi 5:20). Cioè, come Dio si è riconciliato con voi, facendone pagare il caro prezzo al Suo Figlio, ora voi, riconciliatevi con Lui, col vostro cuore, umiliandovi, riconoscendo la vostra malvagità e corruzione, ma ponendo fede in ciò che Egli ha detto, e cioè che chi crede in Lui, non è più condannato, ma ha la vita eterna, perché così ha voluto il Signore.
Ecco perché tutto è contenuto nel messaggio del Vangelo, perché esso è la grande notizia della salvezza gratuita per ciascuno di noi, notizia di cui tutti gli uomini hanno diritto di venire a conoscenza. Gesù parlando della salvezza che era venuto a portare disse: « Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (Giovanni 8:31-32).

È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo. (epistola di Paolo agli Efesini 2:8-10)

A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? (epistola di Giacomo 2:14)

Non c’è alcuna contraddizione tra le parole dell’apostolo Paolo e quelle di Giacomo. Il primo ha in vista la salvezza nella sua radice, il secondo nei suoi frutti. Paolo spiega che la fede è l’opera di Dio che produce una vita nuova; Giacomo spiega che le opere sono una prova dell’esistenza di questa nuova vita.
Si può abusare della fede tanto quanto delle opere: facendo della fede un guanciale di sicurezza, e delle opere « meritevoli » un falso appoggio. Giacomo combatte la prima di queste tendenze e Paolo la seconda.
Entrambi gli insegnamenti sono necessari. Occorre anche in ogni credente ci siano l’uno e l’altro, a seconda della vita distorta che siamo tentati d’imboccare. Se ci capita di guardare con compiacimento a quello che abbiamo fatto e di gloriarci delle nostre opere, o di confidare in qualche misura nella nostra religiosità, Paolo ci ricorda che « l’uomo è giustificato mediante la fede, senza le opere della legge » (Romani 3:28).
E se ci capita di fare appello ai meriti di Cristo passivamente, con un atteggiamento ozioso e sterile, sarà Giacomo a ripeterci: « vedete che l’uomo è giustificato per opere e non per fede soltanto » (Giacomo 2:24).
Così abbiamo i due insegnamenti per controllare e dirigere la nostra vita cristiana. Paolo e Giacomo, lungi dal contraddirsi, si completano. Ascoltiamoli tutti e due insieme.

Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. (Giovanni 4:23)

La maggior parte delle religioni consiste in cerimonie e opere che bisogna obbligatoriamente compiere per piacere all’Essere supremo e per soddisfare la sua giustizia. È per questo che i pagani portavano, e portano ancora oggi, delle offerte ai loro idoli per renderseli favorevoli alle loro richieste. Ma non è per tali ragioni o interessi che noi cristiani rendiamo un culto a Dio Padre e al Suo Figlio Gesù Cristo.
Non Lo adoriamo per essere salvati, liberati o protetti, ma perché L’amiamo. Noi uomini non possiamo fare nulla per la nostra salvezza. La nostra natura in Adamo non è in grado né di amare Dio, né di piacerGli. È Lui che ha fatto tutto, donandoci Suo Figlio Gesù, il salvatore! Il culto che offriamo a Dio è semplicemente l’espressione della nostra riconoscenza e obbedienza, l’occasione di ringraziare e di celebrare la Sua grandezza e il Suo amore per noi.
Insistiamo su questa differenza fondamentale fra il vero culto e ciò che si intende generalmente per religione. L’uomo vuol fare e portare qualcosa, e pensa che Dio ne terrà conto perdonandolo e occupandosi di lui. Ma bisogna ben capire che Dio è Colui che per primo ci ha donato grazia (cfr. Romani 5:8), e a noi tocca renderGli grazie per ciò che Lui è, e per ciò che ha fatto per noi. Il nostro amore, che esprimiamo attraverso la lode e l’adorazione, è una risposta al Suo amore. Come dice 1 Giovanni 4:19: « Noi l’amiamo perché Egli ci ha amato per primo ».
L’amore, naturalmente, deve anche esprimersi nell’ubbidienza a Dio e nel nostro modo di vivere e di agire ogni giorno della nostra vita, altrimenti la nostra fede è morta (vedi Giacomo 2:17 e seguenti). Dio vuole da noi TUTTO il nostro cuore: « Figliuol mio, dammi il tuo cuore, e gli occhi tuoi prendano piacere nelle mie vie » (Prov. 23:26).
La vera fede è una fede operante: non semplicemente credere, ma agire di conseguenza; così come non basta credere che Dio esista, ma bisogna riconoscersi peccatori, rivolgersi al Signore e accettare in dono la salvezza, la giustificazione, che si riceve solo per fede in Cristo Gesù (Galati 2:16).
« Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall’eternità » (2 Timoteo 1:9).

 

Publié dans:Lettera agli Efesini |on 13 mars, 2015 |Pas de commentaires »

OMELIA 4A DOMENICA DI QUARESIMA : « E IL GIUDIZIO È QUESTO…GLI UOMINI HANNO PREFERITO LE TENEBRE ALLA LUCE »

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15 MARZO 2015 | 4A DOMENICA – T. QUARESIMA B | APPUNTI PER LA LECTIO

« E IL GIUDIZIO È QUESTO…GLI UOMINI HANNO PREFERITO LE TENEBRE ALLA LUCE »

Anche se la Liturgia della quarta Domenica di Quaresima è introdotta da un’antifona che dovrebbe qualificarla come Domenica di gioia, di esultanza (Domenica « Laetare », appunto), di fatto il contenuto espresso nelle varie letture bibliche è « grave », invitante più ad una meditazione dalle decisioni taglienti e sofferte che ad un sobbalzo di felicità.
Il tema dominante, infatti, è quello del « giudizio » di Dio, a cui sottostanno le vicende umane, piccole e grandi, dei singoli e delle collettività, che egli soppesa e valuta in base alla capacità che gli uomini avranno avuto di cogliere in ogni cosa le tracce del suo disegno e della sua presenza. Ma questo sarà possibile solo a condizione di lasciarsi « illuminare », per mezzo della fede, dalla parola di Dio, che trova il suo culmine in Cristo: con lui « la luce è venuta nel mondo » (Gv 3,19) e non c’è che da farsi avvolgere e rischiarare dal suo fulgore. Nascondersi alla « luce » è già un cadere sotto il « giudizio », cioè sotto la condanna di morte.

« Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio… »
Mi sembra che questo tipo di discorso, anche se sarà sviluppato più direttamente nel brano del Vangelo di Giovanni (3,14-21), sia già presente nella prima lettura, in cui l’autore del libro delle Cronache, facendo una rilettura « critico-sapienziale » delle vicende storiche di Israele, che si erano concluse drammaticamente con l’esilio e la deportazione babilonese, così commenta: « Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio… » (2 Cr 36,15-16).
In tutto quello che è avvenuto a Israele l’autore sacro vede, dunque, il « giudizio » punitivo di Dio perché Giuda non ha ascoltato le « parole » ammonitrici dei profeti, è stato sordo ai richiami accorati e « premurosi » del suo Signore; il quale, però, « fedele » alla sua alleanza, fa intravedere un ulteriore barlume di speranza nell’editto di liberazione di Ciro (538 a.C.), con cui ha termine l’esilio babilonese: « Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e parta » (v. 23).

« Dio, ricco di misericordia… »
È forse riguardando a questo atto finale del dramma che la Liturgia esprime anche un senso di esultanza che ne giustifica in parte l’appellativo di Domenica « Laetare », dalle parole con cui si apre l’antifona introitale: « Rallegratevi, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza… » (Is 66,10-11).
Anche la seconda lettura, ripresa dall’epistola agli Efesini, puntando più sull’esito felice della redenzione che non sulla misura di sofferenza che essa è costata a Cristo, contiene un implicito invito alla gioia: « Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli… » (Ef 2,4-6).
Come si vede, è un anticipo della squillante gioia pasquale che qui si esprime, per non farci perdere di vista la « meta » a cui l’austera celebrazione quaresimale ci sospinge.

« Come Mosè innalzò il serpente nel deserto… »
Come abbiamo già accennato, è soprattutto il brano di Vangelo di Giovanni che sviluppa il tema severo del « giudizio » sulla vita di ogni uomo: « giudizio », che trova la sua manifestazione più clamorosa nell’ »innalzamento » di Gesù sulla croce.
È davanti a questa manifestazione sovrana dell’amore di Dio in Cristo che la vita di ogni uomo viene « discriminata », messa come allo scoperto, giustificata o condannata: chi accetta il dono di quell’amore e ne fa la misura della propria vita, è già riscattato dalla vacuità dell’esistenza e si trova nello spazio, direi anche fisico, della salvezza; chi si chiude invece a quel dono di amore rimane solo in se stesso, incapace di assumere la « gratuità » come norma del suo agire e perciò già « condannato » per la sua durezza di cuore e per l’angustia del suo orizzonte spirituale. Perché voler rimanere nelle tenebre quando, tutto all’intorno, brilla accecante e festosa la luce?
Ma analizziamo più da vicino il Vangelo di Giovanni. I primi due versetti fanno ancora parte del discorso di Gesù con Nicodemo, anzi ne rappresentano il punto più alto: « Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna » (3,14-15).
La « rinascita » dall’alto, di cui precedentemente ha parlato con Nicodemo (3,3-13), è possibile solo a condizione di saper « riguardare » a Gesù « innalzato » sull’albero della croce: questo « innalzamento » è da intendersi in senso fisico ma anche, e soprattutto, in senso teologico e spirituale, per l’ambivalenza che san Giovanni dà al termine ypsóo (= innalzo). Gesù sulla croce viene « innalzato » perché viene presentato al mondo come il « segno », come la « rivelazione » più grande dell’amore di Dio, come si dirà al v. 16: « credere » perciò a questo amore di Dio, significa dargli gloria, celebrarlo, « esaltarlo ».
Cristo « esaltato » nel cuore degli uomini che credono al suo amore, poi, è come una conferma della « esaltazione » più grande che Dio concederà al Figlio nella gloria della risurrezione e della sua ascensione al cielo.
Ma l’amore si esalta, soprattutto, « vivendolo »: ed è per questo che la « rinascita » del cristiano avverrà solo nella dimensione dell’amore. Quando più tardi Gesù, nell’imminenza della sua passione, adoperando quasi le stesse parole, proclamerà: « Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (12,32), intende affermare non solo la forza calamitante del suo amore, ma anche l’invito ai credenti in lui perché diventino, essi pure, il segno dell’amore di Dio « innalzato » al cospetto di tutti gli uomini.

« Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito »
I versetti successivi, che il brano di Vangelo ci propone, a confessione di quasi tutti gli studiosi non sono più parole di Cristo, ma una meditazione solitaria che san Giovanni fa per sé e per i suoi lettori, tentando di leggere più in profondità il « senso » delle sconcertanti affermazioni di Gesù sul suo « innalzamento » sulla croce. È questo solo un gesto di amore, da ricordare e da ammirare con senso di commozione e anche di partecipazione, oppure è una provocazione, un « giudizio » implacabile che si pronuncia sulla nostra vita ad ogni momento, perciò una realtà « presente » e « inquietante » davanti a cui non ci si può nascondere?
È quanto l’evangelista ci dice nei seguenti termini drammatici, che intendono descrivere l’atteggiamento degli uomini di tutti i tempi davanti alla suprema rivelazione di Dio in Cristo: « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui… » (vv. 16-18).
Parole davvero « sconcertanti » queste dell’evangelista e, al limite, quasi contraddittorie! Un amore immenso, quello di Dio, offerto solo per « salvare » e che alla fine, per alcuni almeno, diventa « giudizio » e « condanna » inappellabile: « Chi non crede è già stato condannato » (v. 18). Come conciliare tutto questo?
La spiegazione è all’interno della grandezza e della luminosità del « dono », offertoci da Dio in Cristo « innalzato » sulla croce: perché è indubbio che quel « dare » (édoken) del Figlio, da parte del Padre, è « darlo alla morte » per noi, che siamo il « mondo », con tutta quella ambiguità che il termine assume in san Giovanni: una realtà mista di bene e di male. Orbene, Dio offre alla morte il suo Figlio, l’ »unigenito », quello cioè che non può essere sostituito da nessun altro, per « salvare » questa realtà « ambigua » che è ciascuno di noi: messi, noi e il Cristo, sulla bilancia, questa si è spostata in nostro favore!
Fra la « morte » del Figlio e la nostra « vita », Dio ha preferito noi uomini. È questo che stupisce l’evangelista, che riprende il tema anche nella sua prima lettera quando si sforza di giustificare la sua definizione di Dio come « amore »: « In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1 Gv 4,9-10).

« Gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce »
Il « giudizio » sugli uomini esplode proprio da questa « grandezza » di amore. Non accoglierlo significa respingere Dio, rinnegare la luce, respingere una « vita » che ci viene offerta. Ma a questo punto è chiaro che il « giudizio » è l’uomo stesso a pronunciarlo sopra di sé: quando si chiudono gli occhi alla luce, non si può rimproverare la « luce » delle nostre tenebre e della nostra cecità!
Ed è precisamente a questa immagine che l’evangelista ricorre per chiarire meglio il suo pensiero: « E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere… » (vv. 19-21).
È qui che tocchiamo il fondo più « oscuro » del cuore dell’uomo: il suo « odio » verso la luce perché mette a nudo le nostre doppiezze, i nostri calcoli, le nostre viltà.
Ma questo non voler « venire alla luce » per timore che siano « svelate » le nostre opere, cioè per sfuggire al « giudizio », è esso stesso un « giudizio », anzi il più terribile: perché sta a testimoniare che l’uomo è talmente immerso nelle tenebre, da non desiderare neppure di uscirne. Si verifica quanto ha detto altrove Gesù: « Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! » (Mt 6,23).
A questo punto è chiaro che l’uomo si è « condannato » per sempre, perché « non ha creduto all’amore » (cf 1 Gv 4,16) manifestatogli da Dio nel Cristo « innalzato » sulla croce; soprattutto perché non ha creduto che la « luce » di Dio che, come una lama tagliente, penetrava nel suo cuore, non voleva « giudicarlo », cioè condannarlo, ma « salvarlo ».
E « salvarlo » in special modo da se stesso e dalle sue presuntuose « sicurezze »!

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

Salvador Dali « Vanitas vanitatum »

Salvador Dali
http://www.liveauctioneers.com/item/19147434_salvador-dali-vanitas-vanitatum

Publié dans:immagini varie |on 12 mars, 2015 |Pas de commentaires »

IL GIOCO DI DIO – GIANFRANCO RAVASI

http://www.famigliacristiana.it/blogpost/il-gioco-di-dio.aspx

IL GIOCO DI DIO

GIANFRANCO RAVASI

27 ottobre 2011

 » Ero con lui come una giovane, ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui in ogni istante,
giocavo sul globo terrestre… » (Proverbi 8,30-31)

«Mentre la beata Umiliana giaceva nel suo letto, ecco un bambino di quattro anni, dal volto bellissimo. Giocava con impegno proprio nella sua cella davanti a lei che gli disse: “Carissimo bambino, non sai fare altro che giocare?”. E il bambino: “Che altro vuoi che faccia?”. E la beata: “Voglio che tu mi dica qualcosa di bello su Dio”. E il bimbo: “Credi che sia bene che uno parli di sé stesso?”. E con queste parole disparve». Questo episodio della vita della beata Umiliana de’ Cerchi (1219-1246), narrato dal suo biografo, fra Vito da Cortona, ha certamente alla base un’allusione alla frase evangelica sul diventare piccoli come bambini per essere grandi nel Regno dei cieli (Matteo 18,4).
Tuttavia, l’originalità sta nell’applicazione a Dio stesso dell’immagine del bambino che gioca. Ora, nel passo biblico che noi abbiamo estratto da un inno grandioso in cui la Sapienza divina si autopresenta, si ha una sorprendente metafora per definirla: è quella da noi tradotta con «giovane». In realtà, in ebraico abbiamo un termine che non ricorre altrove nella Bibbia, ’amôn (si trova, però, due volte nella variante hamôn) e che potrebbe designare anche un “architetto, artefice”, ma è possibile pure la resa “ragazzo, giovane”.
Sia nell’uno sia nell’altro caso la Sapienza del Creatore – che in questo inno è personificata sotto i tratti di una figura femminile – sarebbe raffigurata con simboli che evocano arte, festa, bellezza. A spingerci verso l’immagine della ragazza è proprio il verbo successivo che per due volte parla di “gioco”. Nelle distese immense dei cieli, negli spazi mirabili della natura Dio sembra del tutto immerso in un atto creativo libero e appassionato, un po’ come accade al bambino quando sta giocando. Tutte le sue energie intellettuali e fisiche sono assorbite in quel piacere intimo e totale. È ciò che si ripete per l’artista quando è coinvolto nella sua attività creatrice: nulla lo distrae e il suo spirito e il suo corpo sono totalmente consacrati all’opera che sta uscendo dalle sue mani.
Ebbene, non di rado in teologia si è ricorsi proprio al simbolo del gioco e della creazione artistica per parlare “analogicamente” di Dio. Chi conosce qualcosa di questa scienza sacra avrà sentito parlare, ad esempio, dell’“analogia estetica” sviluppata dal teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, oppure di quella “ludica” (cioè legata all’immagine del gioco) suggerita dall’americano Harvey Cox. Il gioco puro, senza l’inquinamento dell’interesse o della violenza come avviene oggi in certi sport, il gioco innocente e libero del bambino può essere un’analogia, cioè un modo umano adatto a descrivere la divinità, la felicità di Dio e in Dio.
L’abbandono di tutto l’essere che l’artista, come si diceva, sperimenta nell’istante creativo si trasforma in un segno visibile dell’infinita perfezione della mente e dell’azione del Creatore. C’è, a questo proposito, un testo molto suggestivo di Lutero che, ammiccando idealmente al passo del libro dei Proverbi da noi proposto, così dipinge la meta ultima della storia e dell’essere: «Allora l’uomo giocherà con il cielo e con la terra, giocherà con il sole e con tutte le creature. Tutte le creature proveranno anche un piacere immenso, un amore immenso, una gioia lirica, e rideranno con te, o Signore, e tu a tua volta riderai con loro».

27 ottobre 2011

CIÒ CHE È STOLTO DINANZI A DIO, È PIÙ SAPIENTE CHE GLI UOMINI (CFR. 1 COR 2, 15)

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010206_thomas-aquinas_it.html

CIÒ CHE È STOLTO DINANZI A DIO, È PIÙ SAPIENTE CHE GLI UOMINI (CFR. 1 COR 2, 15)

DAGLI “OPUSCOLI TEOLOGICI” DI SAN TOMMASO D’AQUINO, SACERDOTE. (DE RATIONIBUS FIDEI, NELL’ED. LEONINA DI OPERA OMNIA, XL, ROMA 1969, PP. 56 SS.)

« Cristo scelse per sé genitori poveri e tut­tavia perfetti nella virtù, affinché nessuno si glori della sola nobiltà del sangue e delle ricchezze dei genitori. Condusse vita povera per insegnare a disprezzare le ricchezze. Visse in semplicità, senza ostentazione, allo scopo di tenere lontani gli uomini dalla disordinata brama degli onori. Sostenne la fatica, la fame, la sete e le afflizioni del corpo affinché gli uomini proclivi alle voluttà e delicatezze, a motivo delle asprezze di questa vita non si sottraessero all’esercizio della virtù. Infine sostenne la morte per impedire che il timore di essa facesse abbandonare a qualcuno la verità. E perché nessuno avesse paura di incorrere in una morte spregevole a causa della verità, scelse il più orribile genere di morte, cioè la morte in croce. Così dunque fu conveniente che il Figlio di Dio fatto uomo patisse la morte, per indurre col suo esempio gli uomini alla pratica della virtù, di modo che risulti vero ciò che Pietro dice: “Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme »(1 Pt 2,21).
Se infatti fosse vissuto ricco nel mondo e rivestito di potere e di qualche grande dignità, si sarebbe potuto credere che la sua dottrina e i suoi miracoli fossero accolti in forza del favore degli uomini e della potenza umana. Perciò, affinché fosse manifesta l’opera della divina potenza, scelse tutto ciò che nel mondo è vile e debole: una ma­dre povera, una vita indigente, discepoli e mes­saggeri incolti, il disprezzo e la condanna a morte da parte dei magnati della terra, onde apparisse chiaramente che l’accettazione dei suoi miracoli e della sua dottrina non erano opera di potenza umana ma divina.
A proposito di tutto questo c’è ancora un’altra cosa da tener presente. Secondo lo stesso piano provvidenziale per il quale il Figlio di Dio fatto uomo volle prendere su se stesso le debolezze umane, stabilì che anche i suoi discepoli – da lui costituiti ministri dell’umana salvezza – fossero essi pure disprezzati nel mondo. Perciò non li scelse dotti e nobili, ma senza cultura e di bassa condizione sociale, ossia poveri pescatori. E mandandoli a lavorare per l’umana salvezza, comandò loro di praticare la povertà, di accettare persecuzioni e ingiurie, e di subire anche la morte per la verità, cosicché la loro predicazione non apparisse esercitata per vantaggi terreni, e la salvezza del mondo non venisse attribuita alla sapienza e alla potenza dell’uomo, bensì soltanto a quella di Dio: per cui in essi – che secondo il giudizio del mondo sembravano spregevoli – non venne meno la potenza divina che opera cose mirabili.
Questo era necessario per l’umana salvezza, affinché gli uomini imparassero a non confidare orgogliosamente nelle proprie forze, ma solo in Dio. Infatti per la perfezione della santità umana è richiesto che l’uomo si sottometta in tutte le cose a Dio, da lui speri di poter conseguire il possesso di ogni bene e riconosca di averlo da lui ricevuto. »

Preparato dalla Pontificia Università Urbaniana,
con la collaborazione degli Istituti Missionari

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