Archive pour mars, 2015

4. SAN GIUSEPPE NELLA INTERPRETAZIONE PATRISTICA DEI PRIMI SECOLI

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(questa presentazione di San Giiuseppe è molto lunga, ne ho scelta un parte)

4. SAN GIUSEPPE NELLA INTERPRETAZIONE PATRISTICA DEI PRIMI SECOLI

Nel primo millennio non si può ancora parlare di una vera josefologia. Giuseppe viene nominato nella storia della salvezza e considerato come padre legale di Gesù e come « uomo giusto », che ha una particolare posizione nella vita del Figlio primogenito di Maria.
I primi grandi teologi della Chiesa sentono soprat­tutto il bisogno di liberare i fedeli dalle opinioni errate degli eretici precedenti. Per annullare certe idee fan­tastiche, senza distruggere un’iniziata devozione vo­gliono presentare la figura di Giuseppe nella chiara luce dei testi evangelici. Per questo, il loro scopo prin­cipale consiste nell’arrivare a un accurato esame della genealogia del Figlio di Dio, del matrimonio di Giu­seppe e Maria e della costituzione della Sacra Fami­glia. Sono i tre eventi essenziali che rappresentano l’impianto del piano della salvezza di Dio, nel quale Giuseppe ha il suo ruolo e anche la sua missione di partecipare ad essa come nessun altro uomo. Questi tre momenti essenziali ritornano in tutte le loro ricerche; talvolta si aggiungono anche riflessioni cri­stologiche, per poter interpretare certe ipotesi che riguardano la legge del matrimonio, la giustizia di Giuseppe, il valore dei suoi sogni. Ma non si arriva a poter presentare un suo profilo biografico e a inse­rire la sua figura nella storia della santificazione.
Il primo autore che ricorda Giuseppe è Giustino, il grande apologeta del secolo secondo. Le sue poche parole nel Dialogo con Trifone, le abbiamo già ripor­tate. Nel terzo secolo Origene in un’omelia ha voluto mettere in luce che «Giuseppe era giusto e la sua ver­gine era senza macchia. La sua intenzione di lasciarla si spiega per il fatto di aver riconosciuto in lei la forza di un miracolo e di un mistero grandioso. Per avvi­cinarsi ad esso, egli si ritenne indegno. San Giuseppe si umiliò, dunque, dinanzi a un’opera così grande ed inesprimibile, cercando di allontanarsi, come anche san Pietro si umiliò dinanzi al Signore dicendo: « Signore, allontanati da me, sono un peccatore », e fece come il capitano che confessò: « Signore, non vale vederti entrare nella mia casa. Così anch’io non sono degno di avvicinarmi a te »».
Origene continua con l’esempio di santa Elisabetta che disse alla beata Vergine: «Chi sono io, che da me viene la Madre del mio Signore? Così il giusto Giu­seppe si umiliò. Avendo paura, cercava di non unirsi con Maria e con la sua così grande santità».
Nel secolo IV sono stati san Cirillo di Gerusa­lemme, san Cromazio di Aquileia e sant’Ambrogio a fare qualche riflessione sulla verginità di Maria, sul matrimonio di Giuseppe con lei, sulla vera paternità del suo sposo. Per esempio, san Cirillo fa un para­gone per spiegare la paternità di Giuseppe: «Come Elisabetta, a motivo del suo affetto fu chia­mata madre di Giovanni ma non perché Giovanni sia nato da lei, così anche Giuseppe fu chiamato padre di Gesù, non a motivo della generazione, ma a motivo della sua cura ed educazione del bambino».
Non si trovano altri pensieri su Giuseppe in san Cirillo. Invece di san Cromazio sono rimaste 18 pre­diche che riprendono i primi capitoli del Vangelo di Matteo. San Girolamo si è ampiamente ispirato al suo commento che inizia con la « narrazione della nascita ter­rena del Signore, partendo da Abramo, seguendo la linea dei discendenti di Giuda, fino ad arrivare a Giuseppe e a Maria ». Cromazio afferma: «Non a torto Matteo ha ritenuto di dover assicurare che Cristo Signore nostro è figlio sia di Davide che di Abramo, dal momento che sia Giuseppe sia Maria traggono origine dalla schiatta di Davide, e cioè essi hanno un’origine regale».
Nella terza predica Cromazio, dopo aver gettato lo sguardo sul « segno nuovo e straordinario » del parto verginale di Maria, si dedica a un approfondimento teologico del racconto di Mt 1,24-25: «Continua a narrare l’evangelista: Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli avesse rapporti carnali con lei; partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. Dunque, Giuseppe viene illuminato sul sacramento del mistero celeste mediante un angelo: Giuseppe obbedisce di buon grado alle rac­comandazioni dell’angelo; pieno di gioia dà esecuzione ai divini comandi; prende perciò con sé la Vergine Maria; può menare vanto delle promesse che annun­ciano tempi nuovi e lieti, perché, per una missione unica, qual è quella che gli affida la maestà divina, viene scelta ad essere madre una vergine, la sua sposa, come egli aveva meritato di sentirsi dire dall’angelo.
Ma c’è un’espressione dell’evangelista: Ed egli non la conobbe fintanto ché lei non generò il figlio, che attende una chiarificazione, dal momento che gente senza cri­terio (gli eretici e lettori di libri apocrifi) fanno que­stioni a non finire; e poi dicono che, dopo la nascita del Signore, la Vergine Maria avrebbe conosciuto car­nalmente Giuseppe.
Ma la risposta all’obiezione mossa da coloro, viene sia dalla fede che dalla ragione della stessa verità: l’e­spressione dell’evangelista non può essere intesa al modo in cui l’intendono quegli stolti! Dio ci guardi dall’affer­mare una cosa simile, dopo che abbiamo conosciuto il sacramento di un sì grande mistero, dopo la condi­scendenza (il concepimento) del Signore che si è degnato di nascere dalla Vergine Maria. Credere che lei possa aver poi avuto dei rapporti carnali con Giuseppew, Cro­mazio lo esclude e, per vincere categoricamente tale opi­nione esistente ai suoi tempi, porta l’esempio della sorella di Mosè, che volle conservare la verginità. Nomina anche Noè che « »sì impose una perenne asti­nenza dal debito coniugale. Se vogliamo un altro esempio, Mosè, dopo aver percepito la voce di Dio nel roveto ardente, anche lui si astenne da qualsiasi rap­porto coniugale per il tempo che seguì. E sarebbe per­messo credere che Giuseppe, che la Scrittura definisce uomo giusto, abbia mai potuto avere relazioni carnali con Maria, dopo che ella aveva partorito il Signore?
La spiegazione del testo evangelico: Ed egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, è la seguente: spesso la Scrittura divina suole assegnare un termine a quelle cose che per sé non hanno termine e deter­minare un tempo per quelle cose che per sé non sono chiuse entro un determinato tempo. Ma anche per questo caso ci viene in soccorso la Scrittura; tra i molti esempi possibili ne scegliamo alcuni pochi».
E Crornazio si riferisce ad alcuni brani biblici, con l’invito al lettore di cercarli. Tutto serve per conclu­dere il suo Commento di Matteo dicendo: «Quando nel brano citato l’evangelista scrive: Egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, dobbiamo intendere che parla sì di un breve spazio di tempo (fintanto che lei non generò il figlio), ma con l’intenzione di voler includere tutto il tempo posteriore in cui Maria e Giu­seppe vissero insieme».
L’ultima ripresa della figura di Giuseppe è legata al racconto sul ritorno dalla fuga in Egitto: «Prosegue l’evangelista: Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino». Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. Il fatto che l’angelo abbia usato la precisa espressione: Sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino, quando si rivolse a Giuseppe, dichiara a tutte note che il Figlio di Dio, perfetto Dio e perfetto uomo, ha assunto tutto quanto l’uomo, cioè non solo il suo corpo, ma anche la sua anima. Se siamo costretti a fare tale afferma­zione, è perché vi sono stati degli sciocchi, i quali, nella loro stolta predicazione, hanno avuto l’ardire di sostenere che il Figlio di Dio avrebbe assunto uni­camente il corpo umano. Ma la loro stolta ipotesi trova una precisa smentita, non solo nelle parole del­l’angelo».
Ma non ci si può fermare al semplice racconto, che cioè Giuseppe, dopo la morte di Erode, sia stato avvi­sato di tornarsene nel paese d’Israele con il bambino e sua madre. Negli stessi eventi del Signore va ricer­cata anche la significazione dell’intelligenza dello Spi­rito. Per tale interpretazione Erode rappresenta il pro­totipo dell’infedeltà dei Giudei, come l’Egitto è tipo del nostro mondo. Dopo che l’Egitto ricevette la visita del Signore, il Signore torna dunque a visitare i figli d’Israele: Morto Erode, dice il testo, cioè dopo aver spento almeno in parte l’incredulità.
La narrazione procede dicendo che Giuseppe, par­tito dall’Egitto, tornò in Israele; il brano evangelico comprende la citazione profetica in cui si dice che il bambino sarà chiamato Nazareno».
Simili interpretazioni si possono dimostrare anche in sant’Ambrogio che, leggendo i racconti degli evan­gelisti, annota: «si conferma che in Giuseppe ci fu l’a­mabilità e la figura del giusto, per rendere più degna la sua qualità di testimone. Effettivamente la bocca del giusto non conosce menzogna, e la sua lingua parla secondo giudizio, e il suo giudizio proferisce la verità».
E nel vivo desiderio di presentare Giuseppe come uomo giusto, Ambrogio avverte che l’evangelista, quando spiega « l »imlnacolato mistero dell’incarnazione», vide in «Giuseppe un giusto che non avrebbe potuto contami­nare Sancti Spintus templum, cioè la Madre del Signore fècondata nel grembo dal mistero» dello Spirito Santo.
Nel commento classico del Vangelo, fatto poco dopo il Natale del 917-16 da sant’Agostino nel suo Sermone sulla Genealogia di Cristo, vengono riprese preziose notizie e opinioni anteriori, in cui non si può mettere in ombra una certa derivazione giudea di pensiero.
«Per narrare come nacque e apparve Gesù tra gli uomini», va considerata la sincera, non finta giustizia di Giuseppe, che aveva deciso di «ripudiare Maria in segreto perché non voleva esporla al disprezzo. Come marito egli, è vero, si turba, ma come giusto non incrudelisce. Tanto grande è la giustizia di quest’uomo che non volle tenersi un’adultera né osò punirla espo­nendola al pubblico discredito. Decise di ripudiarla in segreto – dice la Scrittura – poiché non solo non volle punirla, ma nemmeno denunciarla. Considerate com’era autentica la sua giustizia! Non voleva infatti risparmiarla, perché desiderava tenerla con sé. Molti perdonano le mogli adultere spinti dall’amore carnale, volendo tenerle, benché adultere, allo scopo di goderle per soddisfare la propria passione carnale. Questo marito giusto invece non vuole tenerla; il suo alletto dunque non ha nulla di carnale; eppure non la vuole nemmeno punire; il suo perdono, dunque, è solo ispi­rato dalla misericordia. Quanto è ammirevole questo giusto! Non la tiene come adultera per non dare a vedere di perdonarla, perché l’avrebbe amata sen­sualmente, eppure non la punisce, né la denuncia. Ben a ragione fu scelto come testimone della verginità della sposa. Egli dunque si turba à causa della debo­lezza umana, ma è rassicurato dall’autorità divina.
È una bellissima descrizione della vera figura giusta e santa di Giuseppe. Agostino ora mette in luce il significato della sua paternità: «La Scrittura vuol dimostrare che Gesù non nacque per discendenza car­nale da Giuseppe. Siccome era angustiato, perché non sapeva come mai la sposa fosse gravida, gli vien detto: È opera dello Spirito Santo. Con tutto ciò non gli vien tolta l’autorità di padre, dal momento che gli viene comandato d’imporre il nome al bambino. Infine la stessa Vergine Maria, sebbene fosse perfettamente consapevole d’aver concepito il Cristo senza aver avuto alcun rapporto o amplesso coniugale con lo sposo, lo chiama tuttavia padre di Cristo».
«State attenti a come ciò avvenne: il Signore Gesù Cristo essendo, in quanto uomo, nell’età di dodici anni, egli che, in quanto Dio, esiste prima del tempo ed è fuori del tempo, rimase separato dai genitori nel tempio a disputare con gli anziani, che rimanevano stupiti della sua scienza. I genitori, invece, ripartiti da Gerusalemme, si misero a cercarlo nella loro comitiva, cioè tra coloro che facevano il viaggio con loro, ma non avendolo tro­vato, tornarono a Gerusalemme angosciati e lo trova­rono che disputava con gli anziani, avendo egli – come ho detto – solo dodici anni. Ma che c’è da stupirsi? Viene dunque trovato nel tempio ed egli disse ai geni­tori: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? Rispose così, poiché il Figlio di Dio era nel tempio di Dio. Quel tempio infatti non era di Giu­seppe, ma di Dio. « Ecco – dice qualcuno – non ammise d’essere figlio di Giuseppe ». Fate un po’ d’attenzione, fratelli, affinché la strettezza del tempo ci basti per il discorso. Poiché Maria aveva detto: Tuo padre e io, ango­sciati, ti cercavamo, egli rispose: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? In realtà egli non voleva far credere d’essere loro figlio senza essere nello stesso tempo Figlio di Dio. Difatti, in quanto Figlio di Dio, egli è sempre tale ed è creatore dei suoi stessi genitori; in quanto invece figlio dell’uomo a partire da un dato tempo, nato dalla Vergine senza il consenso d’uomo, aveva un padre e una madre».
Agostino sente però la necessità di dire che Gesù non disconosce Giuseppe come suo padre. Riprende un’errata interpretazione di una frase di Rm 9,5: «Occor­reva che mi occupassi delle cose del Padre mio, essa sta ad indicare che Dio è suo Padre in modo da non ricono­scere come padre Giuseppe. In qual modo lo dimo­striamo? Attenendoci alla Scrittura che non dice era sottomesso alla madre, ma a loro, (chiediamo): Chi sono questi, ai quali era sottomesso? Non erano forse i suoi genitori? Erano entrambi i suoi genitori coloro ai quali Cristo era sottomesso per la degnazione per cui era figlio dell’uomo. Giuseppe non solo doveva essere padre, ma doveva esserlo in sommo grado…, perché con l’animo compiva meglio ciò che altri desiderano compiere con la carne. Così, per esempio, anche coloro che adottano dei figli, non li generano forse col cuore più castamente, non potendoli generare carnalmente?.
Per Agostino è molto importante spiegare la pater­nità di Giuseppe. Le generazioni sono infatti contate secondo la linea genealogica di Giuseppe e non di Maria: «Abbiamo dunque esposto a sufficienza il motivo per cui non deve turbarci il fatto che le generazioni sono enumerate seguendo la linea genealogica di Giu­seppe e non quella di Maria; come infatti essa è madre senza la concupiscenza carnale, così egli è padre senza l’unione carnale. Quindi le generazioni discendono e ascendono tramite lui. Non dobbiamo quindi metterlo da parte perché mancò la concupiscenza carnale. La maggiore sua purezza conferma la paternità, perché non ci rivolga un rimprovero la stessa Santa Maria. Essa infàtti non volle porre il proprio nome innanzi a quello del marito, ma disse: Tuo padre e io, angosaàt; ti cercavamo. Non facciano dunque i maligni detrattori, ciò che non fèce la casta sposa. Enumeriamo perciò le generazioni lungo la linea di Giuseppe, poiché allo stesso modo che è casto marito, così è pure casto padre. Dobbiamo invece mettere l’uomo al di sopra della donna secondo l’ordine della natura e della legge di Dio. Se infatti metteremo da parte lui e al suo posto metteremo lei, egli ci dirà giustamente: « Perché mi avete messo da parte? Perché le generazioni non ascen­dono o discendono per la mia linea genealogica? ». Gli si risponderà forse: « Perché tu non hai generato mediante la tua carne? ». Ma egli ci risponderà: “Par­torì forse anche Maria mediante la sua carne?”. Ciò che lo Spirito Santo eflèttuò, lo effettuò per ambedue. È detto: Essendo un uomo giusto. Giusto dunque l’uomo, giusta la donna. Lo Spirito Santo, che riposava nella giustizia (nel senso di santità) di ambedue, diede un figlio ad entrambi».
Dopo Agostino, nel secolo VI, nacquero due grandi Omelie latine su san Matteo, quella dello Pseudo-Cri­sostomo e quella dello Pseudo-Origene che è pro­babilmente di origine italiana (Ravenna?).
In questi due anonimi si incontrano splendide pagi­ne sulla figura e sulla missione di san Giuseppe. Nel­l’Omelia dello Pseudo-Crisostomo sorprende un’in­terpretazione tipologica del falegname Giuseppe. Come «figura verginale e feconda egli appare come tipo» di Cristo e della Chiesa e costituisce un certo simbolo della redenzione degli uomini sul legno della croce. «Maria era sposata con il falegname» e Giu­seppe era sotto due titoli (sposo e carpentiere) pre­sentato nel Vangelo come tipo di «Christus sponsus ecclesae» dal quale «omnem salutem hominem’» dipende e «per lignum crucis fuerat operatus »».
Nella stessa Omelia, Giuseppe viene messo in luce come «uomo giusto in parole ed in opere, giusto nel­l’adempimento della legge e per aver ricevuto la gra­zia». Per questo intendeva lasciare segretamente Maria. Che cosa era capitato? Qualcosa di sopranna­turale, certamente. Giuseppe non poteva dubitare delle parole dette da Maria. Ma una grande angoscia riempì il suo cuore, che dallo Pseudo-Crisostomo è descritta non senza riferirsi a qualche spiegazione nei testi antichi. E quando appare l’angelo a Giuseppe, si domanda perché non si è fatto vedere prima della con­cezione di Maria? L’angelo avrebbe potuto rivelare già prima tutto a Giuseppe perché accettasse il mistero senza difficoltà.
Anche nell’Omelia dello Pseudo-Origene si mani­festa l’intenzione di riflettere su un messaggio ante­riore dell’angelo. Egli domanda: «Giuseppe, perché hai dubbi? Perché hai pensieri imprudenti? Perché mediti senza ragionare? È Dio che viene generato ed è la ver­gine che lo genera. In questa generazione sei tu colui che aiuta e non colui dal quale essa dipende. Sei il servo e non il signore, il domestico e non il creatore. Di con­seguenza, mettiti ad aiutare, a servire, a custodire, a proteggere il Figlio che nascerà e colei che lo parto­risce. Anche se essa è chiamata tua moglie o se viene considerata come tua fidanzata, non è la tua donna, bensì la madre scelta da Dio per il suo unigenito».
L’anonimo continua a invitare Giuseppe con le parole dell’angelo a «non aver timore di ricevere Maria come un tesoro celeste, di non turbarsi ad accet­tarla come un tempio onorabile, come la dimora di Dio. La tua missione consiste nel vegliare su di essa e di aver cura di lei durante la fuga in Egitto e poi nel ritorno in terra d’Israele. Quanto al bambino che nascerà, il tuo ruolo si limita a dargli il nome di Gesù, un nome che tu non devi inventare, perché egli lo pos­siede da tutta l’eternità. Nomen eius est salvatorem».
In seguito Giuseppe viene soprattutto nominato nel racconto della fuga in Egitto. È lo Pseudo-Cri­sostomo che interpreta l’ordine dell’angelo di «pren­dere `il bambino e sua madre », come l’espressione della situazione particolare di Giuseppe nella Sacra Fami­glia. Surge et accipe puerum. Non il tuo bambino, ma quello di cui il primo Padre afferma: Hic est puer meus dilectus».
I due scrittori anonimi continuano con una ricca esposizione letteraria dei testi evangelici ispirata anche a riflessioni giudeo-cristiane da loro incontrate nei testi di autori palestinesi e di qualche libro apocrifo.
Negli ultimi secoli del primo millennio si conti­nuano a studiare i diversi aspetti dell’esistenza e della missione di Giuseppe, cercando di esporre l’etimologia del suo nome, la sua discendenza davidica, e soprat­tutto le solite realtà biblico-teologiche. Non sono grandi scoperte e novità, neanche si può parlare di pagine abbondanti di carattere letterario. Tra tutti questi autori ha però valore Beda il Venerabile, del quale riportiamo alcune pagine.

 

Publié dans:Santi: San Giuseppe |on 18 mars, 2015 |Pas de commentaires »

Icona: Madre di Dio e di tutti gli affritti (Chiesa Ortodossa, festa 23 luglio)

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IL SIGNIFICATO DEL TERMINE “GIUDAISMO” IN PAOLO (29.06.2014) – Piero Stefani

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IL SIGNIFICATO DEL TERMINE “GIUDAISMO” IN PAOLO (29.06.2014)

Piero Stefani

Il pensiero della settimana, n. 484

Il significato del termine «giudaismo» in Paolo[1]
Cosa intende Paolo per «giudaismo» (ioudaismòs)? Non basta ovviamente indagare su un semplice lemma; tuttavia è anche circostanza fortunata constatare che Paolo è l’unico autore neotestamentario a far ricorso a questo termine. Egli sembra impiegarlo in un senso, già precedentemente attestato, volto a indicare l’appartenenza a un gruppo che si oppone all’introduzione, da esso giudicata inaccettabile, di innovazioni in seno alla tradizione: «Intanto Giuda e i suoi compagni, passando di nascosto nei villaggi, chiamavano a sé i loro congiunti e, raccolti quanti erano rimasti fedeli al giudaismo, misero insieme circa seimila uomini (2Mac 8,1; cf. 2Mac 2,21; 4,26;14,38).
All’inizio del II secolo, la parola «giudaismo» è giudicata ancora significativa da Ignazio di Antiochia. Infatti è proprio pensando a essa che introdusse, per contrapposizione, il neologismo (almeno stando alle nostre conoscenze) di christianismòs (Ai Magnesi 10,1,3; Ai Romani 3,3; Ai Filadelfesi 6,1).
Paolo fa ricorso a «giudaismo» solo due volte all’interno di uno stesso passo della lettera ai Galati (1,13-14).

Vi dichiaro infatti, fratelli, che il vangelo da me annunciato non è secondo gli uomini: neppure io infatti l’ho ricevuto, né sono stato istruito da parte d’uomo, ma [l’ho ricevuto] per rivelazione di Gesù Cristo. Avete ascoltato al mio riguardo il mio rivolgimento [anastrophē] nel giudaismo, come io perseguitassi oltre misura la chiesa di Dio e la sconvolgessi, progredendo nel giudaismo più di molti mie coetanei della mia stirpe (ghenos), essendo più che zelante nel sostenere la tradizione dei padri (zēlōtēs hypàrchōn tōn patrikōn mou paradoseōn). Ma quando colui che mi segregò fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché compissi il buon annuncio di lui in mezzo alle Genti (ta ethnē), subito, senza consultare carne e sangue e senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco (Gal 1, 11-17).

Sembra lecito affermare che la parola anastrophè più che significare semplicemente condotta, qui alluda anche a un «volgersi indietro» verso la «tradizione dei padri» (così anche la Vulgata conversatio). Non importa stabilire con precisione i contenuti della «tradizione dei padri», non è questo il punto; il discrimine sta nel fatto che il «principio di verità» del giudaismo»(non a caso termine astratto) è – così come sarà per il cristianesimo – radicato in ciò che si afferma di aver ricevuto. Non è rilevante se i contenuti siano effettivamente quelli del passato o se siano state introdotte delle non dichiarate innovazioni. Quel che conta è che si dichiara di aver ricevuto l’insegnamento da un passato a cui ci si sta conformando. La rottura rispetto a questo schema trova il proprio fulcro nel verbo apokalyptō «rivelare» (Gal 1,16; 3,23; cf. apokalypsis Gal 1,12 2,2). Qui siamo di fronte a un «criterio di verità» diverso da quello della traditio. Il genitivo oggettivo «rivelazione del Figlio suo» implica una riapertura di una vocazione paragonabile alla chiamata degli antichi profeti. Il «criterio di verità» è nel presente e non nel passato.
Paolo rivendica per sé una chiamata grazie alla quale il vangelo da lui annunciato dipende solo da Dio. Egli non fa memoria di alcuna apparizione avvenuta sulla via di Damasco, si rifà invece in modo esplicito alla vocazione profetica di Geremia in tutto dipendente da una libera scelta divina: «prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho costituita profeta per le genti (goyim)» (Ger 1,5). Alle spalle del mutamento di Paolo non vi è alcuna insoddisfazione per il giudaismo; né si allude a qualche richiesta di perdono nei confronti dei membri della chiesa di Dio da lui perseguitati. Quel che lo costituisce apostolo è soltanto l’azione di Dio che gli rivela il proprio Figlio. È questa «novità» a rendere manifesta, per contrasto, la ragione del suo precedente attaccamento al «giudaismo» che egli, in pratica, fa coincidere con la tradizione dei padri. La grazia e la chiamata di Dio, palesatesi nella rivelazione del Figlio, lo costituiscono evangelizzatore delle Genti, di questo compito deve rendere conto solo a Dio, nessun’ altra autorità ha diritto di intervenire. Da queste righe risulta con evidenza sia il «teocentrismo» del discorso, sia il fatto che Dio, Signore di tutti, chiama un figlio di Israele per essere annunciatore alle Genti. Tuttavia sarebbe un grave errore ritenere che la rottura compiuta da Paolo con il «principio di verità» insito nel giudaismo comporti un rinnegare la sua condizione di giudeo.

 

PIETRO A ROMA

http://www.30giorni.it/articoli_id_14055_l1.htm

PIETRO A ROMA

Il vicepresidente del Senato, dopo la lettura del libro O Roma felix, chiede in una lettera quali siano le prove storiche per cui possiamo dire con certezza che il Principe degli apostoli è venuto ed è morto nella capitale dell’Impero. Gli risponde Lorenzo Bianchi

di Lorenzo Bianchi

Presenza, martirio e sepoltura di Pietro a Roma non sono più seriamente messe in dubbio, a livello di ricerca scientifica, da nessuno ormai da vari decenni; neppure da certa critica protestante che – come è noto – aveva in passato negato quei fatti, con la conseguenza (o lo scopo) di negare anche il primato del papa, vescovo di Roma. E, senza voler entrare nella discussione di che cosa significhi “il primato del Papa”, non è vero che la presenza di Pietro a Roma non sia necessaria per motivarlo: al contrario, è necessaria, perché l’autorità della Chiesa di Roma si fonda sulla trasmissione diretta, tra i vescovi che si succedono nella sua guida, del mandato di Gesù Cristo a Pietro (Mt 16, 18-19): «Et ego dico tibi quia tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam. Et tibi dabo claves regni caelorum. Et quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in caelis, et quodcumque solveris super terram, erit solutum et in caelis».
Per le testimonianze di presenza, martirio e sepoltura di Pietro a Roma non occorre arrivare fino ad Eusebio di Cesarea, cioè al IV secolo.
La sepoltura è attestata per la prima volta dalle parole del presbitero Gaio, che allude al “trofeo” (si intenda “le spoglie mortali”) di Pietro in Vaticano; sebbene questa testimonianza sia riportata proprio nell’opera di Eusebio di Cesarea, si tratta di una citazione diretta delle parole di Gaio e alla sua epoca deve essere attribuita, cioè alla fine del II secolo o all’inizio del III (per la precisione, negli anni del pontificato di Zefirino, tra il 199 e il 217). Dice dunque Gaio (in Eusebio, Hist. eccl. II, 25, 7): «io posso mostrarti i trofei degli apostoli [Pietro e Paolo]. Se vorrai recarti nel Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa [di Roma]».
In quello stesso periodo, il martirio è attestato da Tertulliano, che verso il 200 scrive (De praescr. haer. 36) che la preminenza di Roma è legata al fatto che tre apostoli, Pietro, Paolo e Giovanni, vi hanno insegnato e i primi due vi sono morti martiri: «Si autem Italiae adiaces, habes Romam, unde nobis quoque auctoritas praesto est. Ista quam felix Ecclesia! cui totam doctrinam apostoli cum sanguine suo profuderunt: ubi Petrus passioni dominicae adaequatur; ubi Paulus Ioannis [Baptistae] exitu coronatur; ubi apostolus Ioannes postquam in oleum igneum demersus nihil passus est, in insulam relegatur».
Ma ancor prima il martirio è attestato da Clemente Romano, nella lettera ai Corinzi databile forse al 96 (1Cor 5-6):«prendiamo in considerazione i buoni apostoli: Pietro, che per gelosia ingiusta sopportò non uno né due ma molti affanni, e così, dopo aver reso testimonianza, s’incamminò verso il meritato luogo della gloria. [...] Intorno a questi uomini [Pietro e Paolo] che piamente si comportarono si raccolse una grande moltitudine di eletti, i quali, dopo aver sofferto per gelosia molti oltraggi e tormenti, divennero fra noi bellissimo esempio». Certo, non è nominata la parola “Roma”, ma Clemente scrive da Roma e il contesto stesso della lettera si riferisce a fatti accaduti a Roma: a Pietro e Paolo vengono inoltre accomunati i martiri romani («fra noi») della persecuzione neroniana, ai quali si riferisce l’ultima frase riportata. Non sono personalmente d’accordo con Margherita Guarducci nel dedurre da questo testo (esaminato in combinazione con altri, specialmente quello famoso di Tacito) anche il luogo preciso (il Circo Vaticano) e l’anno (il 64) del martirio di Pietro, questioni del resto molto controverse fra gli studiosi e per le quali si potrebbero elencare svariate opinioni dedotte da ricerche serie e condotte con metodologia scientifica (purtroppo, però, sono i dati di base che scarseggiano). Tutto ciò non invalida però la notizia del martirio di Pietro a Roma.
Un graffito rappresentante san Pietro, catacombe di Sant’Agnese, Roma
Un graffito rappresentante san Pietro, catacombe di Sant’Agnese, Roma
La presenza di Pietro a Roma, ben prima che da Eusebio di Cesarea, è testimoniata anche da Ignazio di Antiochia, che, nella lettera ai Romani, databile al 107, la sottintende chiaramente quando si rivolge alla Chiesa di Roma con queste parole (Rom. 4, 3):«Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato…».
E, qualche decennio più tardi, tra il 175 e il 189, Ireneo di Lione attribuisce alla Chiesa di Roma «la più forte preminenza» («potentior principalitas») fra le altre, proprio in virtù della sua istituzione per opera di Pietro e Paolo (Adv. haer. III, 2: il brano ci è giunto nella traduzione latina): «Sed quoniam valde longum est in hoc tali volumine omnium ecclesiarum enumerare successiones, maximae et antiquissimae et omnibus cognitae, a gloriosissimis duobus apostolis Petro et Paulo Romae fundatae et constitutae ecclesiae, eam quam habet ab apostolis traditionem et adnuntiatam hominibus fidem per successiones episcoporum pervenientem usque ad nos indicantes, confundimus omnes eos qui quoquo modo, vel per sibiplacentiam vel vanam gloriam vel per ceacitatem et sententiam malam praeterquam oportet colligunt. Ad hanc enim ecclesiam propter potentiorem principalitatem necesse est omnem convenire ecclesiam, hoc est eos qui sunt undique fideles, in qua semper ab his qui sunt undique conservata est ea quae est ab apostolis traditio» («Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prendiamo la Chiesa più grande e la più importante e conosciuta da tutti, fondata e istituita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo, e, mostrandone la tradizione ricevuta dagli apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi, confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Con questa Chiesa infatti, per la sua più forte preminenza, è necessario che concordi ogni Chiesa, cioè i fedeli che da ogni parte del mondo provengono; con essa, nella quale da coloro che da ogni parte provengono fu sempre conservata la tradizione che discende dagli apostoli»).
Non bisogna credere alla presenza di Pietro a Roma perché gli Atti degli Apostoli non ne parlano? Gli argumenta e silentio in genere poco spesso hanno valore “forte”, e mai valore decisivo. D’altronde, più forte deve essere senz’altro considerato un opposto argumentum e silentio, e cioè che nessuna città ha mai rivendicato per sé il martirio e la sepoltura di Pietro.
Ma, oltre e a conferma delle testimonianze più sopra ricordate, a dimostrare la presenza di Pietro a Roma c’è l’evidenza archeologica, che almeno per quel che riguarda la presenza della tomba di Pietro sotto l’altare della Basilica vaticana, non può essere messa in dubbio. Devo innanzitutto chiarire che gli scavi sotto l’altare della Confessione di San Pietro (certo condotti con metodi che oggi nessun archeologo accetterebbe) non sono stati fatti da Margherita Guarducci, bensì, tra il 1940 e il 1949, sotto la direzione di monsignor Ludwig Kaas, da Enrico Josi, Antonio Ferrua, Engelbert Kirschbaum e Bruno Maria Apollonj Ghetti. Questi scavi, i cui risultati sono stati pubblicati nel 1951, hanno portato al ritrovamento, scientificamente dimostrato, della tomba di Pietro, sulla base di alcuni elementi datanti, della stratigrafia delle sepolture e della particolare collocazione della tomba terragna attorno e rispetto alla quale si orientano, con particolari accorgimenti, una serie di strutture successive, fino all’altare tuttora visibile nella Basilica. Questa conclusione, rafforzata dal ritrovamento del graffito «Petros eni» (databile a prima della fine del II secolo), è pacificamente accettata dagli archeologi (senza voler andare a consultare più ponderosi studi, basti leggere le argomentazioni alle pagine da 168 a 185 del manuale di Archeologia cristiana del compianto professore Pasquale Testini, Edipuglia, Bari 1980).
L’altare della Confessione nella Basilica di San Pietro, sotto il quale si trova la tomba dell’apostolo
L’altare della Confessione nella Basilica di San Pietro, sotto il quale si trova la tomba dell’apostolo
Non tutti sono invece concordi sull’identificazione delle ossa di Pietro, proposta dalla professoressa Guarducci dopo ricerche complesse, articolate e condotte con rigore scientifico, come stanno a dimostrare se non altro la analitica decifrazione dei graffiti del “muro g” e le perizie compiute sulle ossa. Certo Margherita Guarducci, recentemente scomparsa, aveva un carattere forte e deciso, per taluni forse anche poco gradevole, ma è profondamente falso e ingiusto dire che “trova quello che ha deciso di trovare”. Personalmente ritengo che giudizi e critiche sui risultati di queste ricerche possano essere proposti solo dopo averli studiati a fondo, e, in ogni caso, debbano essere affidati a puntuali argomentazioni scientifiche, e non a “sorrisi assai eloquenti” o a “distinguo” verbali quali “epigrafista”/“archeologo”.
Sarebbe poi curioso conoscere, da chi giudica in base a tali distinzioni, in quali atti e competenze debba caratterizzarsi scientificamente la figura dell’archeologo. Le recenti vicende del parcheggio di Propaganda Fide e della rampa Torlonia al Gianicolo, nelle quali ho avuto una qualche parte, mi hanno fra l’altro dimostrato che a volte anche la più alta scientificità di qualche archeologo si mostra incline a decadere, come tutte le cose umane, a più mediocri livelli, se le circostanze del momento suggeriscono di ignorare la “tradizione” (e relative fonti storiche) oppure di sostenere contro ogni evidenza, ad esempio, che dei cunicoli di catacombe siano solo semplici “cantine”, o ancor più di avallare, ripudiando più di mezzo secolo di metodologia della ricerca archeologica, improbabili “tagli conservativi” d’asporto di strutture murarie.

 

Caro direttore,
non ho titolo specialistico per discettare sulla venuta di Pietro a Roma, data per scontata in O Roma felix, libro allegato a 30Giorni; pure, essa venuta mi sembra non provata.
Clemente Romano, nella lettera scritta nel 96, non dice, per quanto io ricordi (non ho il testo con me), che Pietro venne a Roma: dice soltanto che subì il martirio sotto Nerone. La locuzione è temporale, non locativa, come è provato dai riferimenti di altri martìri, avvenuti sicuramente lontano da Roma, e portanti lo stesso riferimento temporale ad un imperatore in carica. È forse perciò ultronea la conclusione tratta dagli autori in cui si dice che «la lettera di Clemente è la più antica testimonianza sul Principe degli apostoli a Roma». E così anche il Bianchi, nel testo più recente scritto sull’argomento, afferma che la «prima notizia del martirio di Pietro a Roma, [...] risale alla fine del primo secolo, cioè al papa Clemente [...]». Riporta poi il testo, ove non v’è traccia del fatto che il martirio sarebbe avvenuto a Roma (L.Bianchi, Ad limina Petri, Roma 1999).
Non ho ora la possibilità di consultare il testo di papa Clemente, ma il mio ricordo (non esservi scritto che Pietro fu a Roma) è rafforzato dalle citazioni del testo nei due libri ora da me citati, ove questa notizia non c’è.
A me sembra che la prima notizia della presenza delle spoglie di Pietro in Vaticano, e perciò della probabile venuta a Roma, sia molto ma molto più tarda. Mi riferisco ad Eusebio di Cesarea, che scriveva agli inizi del IV secolo. Ed è significativo il fatto che la tradizione della presenza di Pietro a Roma vada di pari passo con l’affermando primato del vescovo di Roma.
A destra, il “muro g” con i graffiti contenenti acclamazioni a Cristo, Maria e Pietro. Nel loculo al di sotto del “muro g” sono riposte le ossa di Pietro. A sinistra, il frammento del “muro rosso” sul quale è inciso in greco il graffito PETROS ENI, «Pietro è qui dentro»
A destra, il “muro g” con i graffiti contenenti acclamazioni a Cristo, Maria e Pietro. Nel loculo al di sotto del “muro g” sono riposte le ossa di Pietro. A sinistra, il frammento del “muro rosso” sul quale è inciso in greco il graffito PETROS ENI, «Pietro è qui dentro»
La “tradizione” è stata trasformata in verità senza discussione dopo gli scavi di Margherita Guarducci. Non sto qui a ricordare tutti i problemi posti dagli scavi della archeologa vaticana (per la verità, più epigrafista che archeologa): quelli ben noti del trofeo, del “muro rosso”, del “Petros eni” che vi sarebbe scritto (ma il graffito di che epoca è?), delle presunte ossa di Pietro puntualmente ritrovate. Non sto a ricordarli, perché sono troppo note le polemiche tra la Guarducci e il gesuita padre Ferrua, maltrattatissimo dalla studiosa, ma fermo nei suoi scientifici intendimenti. La professoressa Guarducci (non voglio metterne in discussione la buona fede) è una archeologa che ha grandi ed illustri precedenti, Schliemann ed Evans: trova quello che ha deciso di trovare. Voglio raccontare un episodio, che mi riguarda. Ho chiesto alla Sopraintendenza di Roma, l’anno scorso, di visitare l’area sacra protoromana di Sant’Omobono: mi ha accompagnato cortesemente un’archeologa ben nota. Non ricordo come, siamo venuti a parlare della professoressa Guarducci: l’archeologa che mi accompagnava era imbarazzata, e poi non ha potuto trattenere un sorriso assai eloquente.
Infine, una domanda: se Pietro è venuto a Roma, perché negli Atti degli Apostoli (quelli autentici, non quelli apocrifi di Marcello) non si parla della venuta di Pietro a Roma? Pure essi descrivono con sufficiente dettaglio i primi anni del cristianesimo: mi sembra questo un argumentum ex silentio forte.
In verità, la presenza di Pietro a Roma sembra necessaria per motivare il primato papale: scrivo sembra, perché non lo è. Il primato romano è indiscutibile, perché assegnato dalla storia. Può essere rimesso in discussione dalla stessa Chiesa, per ragioni ecumeniche. Al momento non lo è. Scrivo queste cose, caro direttore, da laico e da “non specialista”; in più, scrivo da Roma e non da casa, ove avrei potuto consultare i testi. Mi scuso perciò per qualche imprecisione. In conclusione, non voglio affermare che Pietro non è venuto e non ha subito il martirio a Roma. Voglio solo dire che, mentre è scientificamente provata la venuta di Paolo, non lo è quella di Pietro. La sua presenza a Roma è perciò solo affidata ad una tradizione autorevole.
Con cordiale ossequio,

Domenico C. Contestabile
Vicepresidente del Senato

Publié dans:SAN PIETRO, SANTI |on 17 mars, 2015 |Pas de commentaires »

Saint Patrick stained glass window from Cathedral of Christ the Light, Oakland, CA.

Saint Patrick stained glass window from Cathedral of Christ the Light, Oakland, CA. dans immagini sacre 640px-Saint_Patrick_%28window%29

http://en.wikipedia.org/wiki/Saint_Patrick#/media/File:Saint_Patrick_(window).jpg

Publié dans:immagini sacre |on 16 mars, 2015 |Pas de commentaires »

MOLTI POPOLI PER LA MIA PREDICAZIONE SONO RINATI AL SIGNORE, SAN PATRIZIO

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010316_patrizio_it.html

MOLTI POPOLI PER LA MIA PREDICAZIONE SONO RINATI AL SIGNORE

DALLA « CONFESSIONE » DI SAN PATRIZIO, VESCOVO (CAP. 14-16; PL 53, 808-809)

A cura dell’Istituto di Spiritualità:
Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino

« Renderò grazie al mio Dio senza mai stancarmi, perché mi ha conservato fedele nel giorno della prova, sicché oggi posso offrire in sacrificio come ostia vivente la mia vita a Cristo, mio Dio, che mi ha salvato da tutti i miei affanni. Gli dirò: Chi sono io, o Signore, o a quale vocazione mi hai tu chiamato per ricoprirmi di tanti favori?
Oggi, dovunque mi trovo, mi posso rallegrare sempre e magnificare il tuo nome tra le genti non solo nella prosperità, ma anche nelle afflizioni. Qualunque cosa, buona o cattiva che sia, devo sempre accoglierla con animo sereno e rendere incessanti grazie a Dio, il quale mi ha fatto dono di una fede incrollabile in lui e mi darà ascolto.
Ancora in questi ultimi giorni della mia vita, sto pensando se intraprendere un’opera veramente santa e meravigliosa; se imitare cioè quei santi di cui il Signore aveva già predetto che avrebbero annunziato il suo Vangelo « in testimonianza a tutte le genti », prima della fine del mondo.
Da dove è venuta in me questa sapienza, che prima non avevo? Io non sapevo neppure contare i giorni, né ero capace di gustare Dio. Come mai dunque mi è stato dato un dono così grande, così salutare, come è quello di conoscere Dio e di amarlo? Chi mi ha dato la forza di abbandonare la patria e i genitori, di rifiutare gli onori che mi venivano offerti e di venire tra le gemi di Irlanda a predicare il Vangelo, sopportando gli oltraggi degli increduli e l’infamia dell’esilio, senza contare le numerose persecuzioni fino alle catene e al carcere? Così ho sacrificato la mia libertà per la salvezza degli altri!
Se ne sarò degno sono pronto anche a dare, senza esitazione e molto volentieri, la mia vita per il suo nome. Se il Signore me ne farà la grazia, desidero consacrare tutte le mie forze a questa causa. Ho tanti debiti verso il Signore perché egli mi ha fatto il dono inestimabile di rigenerare in lui con la mia opera molti popoli e di portarli alla pienezza della vita cristiana. Per la sua grazia ho potuto ordinare in tutti i loro villaggi alcuni chierici, a cui affidare queste genti, venute da poco alla fede.
Questo è veramente un popolo che il Signore ha chiamato a sé dagli estremi confini della terra, come aveva promesso anticamente, per mezzo dei profeti: « A te verranno i popoli dall’estremità della terra e diranno: i nostri padri ereditarono molte menzogne, vanità che non giovano a nulla » (Ger 16, 19). E ancora: Ti ho posto come luce per le genti, perché tu sia loro salvezza sino all’estremità della terra (cfr. Is 49, 6). Attendo il compimento della sua promessa. Egli, infatti, che non inganna mai alcuno, dice nel vangelo: « Verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe » (Mt 8, 11). Siamo certi perciò che i credenti verranno da ogni parte del mondo. »

Orazione
O Dio, che hai inviato ai popoli dell’Irlanda il vescovo san Patrizio come apostolo del Vangelo, per sua intercessione concedi alle nostre comunità di riscoprire il senso missionario della fede e di annunziare agli uomini le meraviglie del tuo amore. Per il nostro Signore.

Biografia:
Nato in Gran Bretagna verso il 385, ancor giovane fu portato prigioniero in Irlanda e mandato a pascolare le pecore. Riconquistata la libertà, volle essere ascritto fra i chierici. In seguito, eletto vescovo d’Irlanda, evangelizzò con grande zelo i popoli di quell’isola, convertendone molti alla fede. Ebbe grandissimi meriti nella istituzione della gerarchia ecclesiastica dell’isola. Morì presso Down nel 461.

Publié dans:EUROPA, SANTI |on 16 mars, 2015 |Pas de commentaires »

17 MARZO: SAN PATRIZIO : “CRISTO CON ME, MATTINO E SERA”

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/03-Marzo/San_Patrizio.html

17 MARZO: SAN PATRIZIO, APOSTOLO DELL’IRLANDA, VESCOVO 390(?)-461

“CRISTO CON ME, MATTINO E SERA”

È solo una leggenda ma la trovo significativa. Narra che San Patrizio, giunto in Irlanda, prima di iniziare il suo lavoro di apostolo ed evangelizzatore degli abitanti, si fosse ritirato sulla sommità di un picco ossuto e sassoso che si affaccia sull’Oceano. Qui iniziò il suo “deserto”, fatto di digiuno, di preghiera e preparazione spirituale alla grande missione. Finita questa esperienza di solitudine Patrizio si mise a suonare la sua campana. A quel richiamo accorsero i serpenti dell’isola, per poi gettarsi dal dirupo nel mare, liberando l’Irlanda dai rettili. Una leggenda certo, ma che ci fa capire l’importanza del protagonista e di quanto sia radicato nell’immaginario collettivo degli Irlandesi. Ci spiega anche il perché ogni ultima domenica di luglio questo monte sacro, chiamato “The Reek”, sia meta di pellegrinaggi di migliaia di persone. Queste, si arrampicano sul monte, in preghiera e in silenzio, spesso a piedi nudi in segno di umiltà, talvolta portando vestiti di penitenza e grandi croci sulle spalle.
Un pellegrinaggio che si ripete da secoli anche se oggi con meno partecipazione e convinzione, anche perché l’isola è profondamente cambiata. Se ne andata l’immagine tradizionale di una Irlanda povera ma devotissima, dalla frequenza all’Eucarestia domenicale altissima (le ho viste anch’io un po’ di anni fa, a Dublino, queste chiese strapiene di gente devota e simpatica), un’isola che andava orgogliosa per il proprio attaccamento e fedeltà a Roma, ricca di vocazioni e generosa esportatrice di missionari in tutta la Chiesa (in Italia San Colombano, fondatore della celebre abbazia di Bobbio).
Quell’Irlanda non c’è più. Il grande cambiamento è avvenuto grosso modo in quest’ultimo ventennio. Non c’è più la povertà che si era patita per secoli (da qui anche la grande emigrazione in America). L’Irlanda ha saputo approfittare con intelligenza e tempismo degli aiuti provenienti dalla Unione Europea (della quale sono stati sostenitori convinti, a differenza degli Inglesi, ancora malati di nostalgia del loro ex-impero) non solo per vincere la povertà ma per diventare un’isola di benessere. Non c’è più una cultura chiusa e isolana, ma aperta alla globalizzazione, con molte aziende multinazionali che hanno fatto fare un salto di qualità all’Irlanda intera: dalla campagna alla telematica e alla “Net Economy”.
Molto profondo è anche l’influsso della cultura americana, particolarmente attraverso la televisione ed i film. Non si parla più di povertà economica ormai, ma di una certa “crisi spirituale” ed ecclesiale. Questa è stata innestata anche dai molti problemi creati dai fenomeni quali urbanizzazione, secolarizzazione e consumismo, e, non ultimo, da alcuni scandali del clero che ha intaccato la fiducia di molte persone. In alcune zone dell’isola la pratica religiosa domenicale è crollata dal 90% al 50% (comunque sempre più alta rispetto alla nostra cattolica Italia!). In alcune periferie di grandi città anche di meno. Ma per avere il quadro completo, qualche Irlandese direbbe “You have to go west” bisogna andare all’Ovest dell’isola, dove la frequenza alla messa è rimasta ancora molto alta, anche se minore rispetto al passato. Questo significa che il Cristianesimo rimane sempre la struttura portante della mentalità e della cultura della gente irlandese.
E questo è merito anche di San Patrizio e delle radici profonde che ha dato al cristianesimo dell’isola.

“Io, Patrizio, vado avanti sostenuto dalla forza di Dio”
Patrizio nacque attorno al 390 a Bannavem Taberniae, un villaggio della Britannia Romana, sulla costa occidentale dell’Inghilterra. Possiamo dire che era un “figlio d’arte” perché suo nonno era prete e il padre era un diacono e nello stesso tempo decurione civile, incaricato cioè della riscossione dei tributi. Ma quando Patrizio era ancora un ragazzo le legioni romane cominciarono a ritirarsi dalla Britannia, lasciandola indifesa. E in quegli anni hanno inizio le incursioni, dal continente, di altri popoli quali gli Angli, i Sassoni, gli Juti (che più tardi si stabiliranno nell’isola che diventerà così la “Terra degli Angli” (England), con una popolazione in prevalenza quindi anglo-sassone.
Ma le incursioni non arrivavano solo dal continente, ma anche dalla vicina grande isola. Ed in una di queste razzie di pirati irlandesi, Patrizio venne rapito, a sedici anni, e portato in Irlanda a fare il pastore, proprio tra quelle popolazioni che diventeranno il terreno della sua missione evangelizzatrice. Si vede proprio che le vie della Provvidenza sono infinite, e si serve anche di una apparente disgrazia (essere rapiti) per i propri progetti di salvezza. Patrizio cominciò così a conoscere e studiare l’indole ed il carattere, gli usi e i costumi di quelle popolazioni. Questo avvenimento doloroso interruppe la sua formazione scolastica (e di questo si rammaricherà spesso dichiarando di essere rimasto purtroppo “ignorantissimo”), ma nello stesso tempo fu “provvidenziale”. Scrisse lui stesso nella sua “Confessio”:
“Arrivato in Irlanda, ogni giorno portavo al pascolo il bestiame, e pregavo spesso nella giornata; fu allora che l’amore e il timore di Dio invasero sempre più il mio cuore, la mia fede crebbe, e il mio spirito era portato a fare circa cento preghiere al giorno, e quasi altrettante la notte, e stavo nelle foreste e sulle montagne, e mi alzavo prima dell’alba a pregare, e nonostante la neve, il gelo e la pioggia non sentivo alcun male, e non c’era in me pigrizia alcuna, come vedo ora, perché allora il mio spirito era pieno di ardore”.
Dopo alcuni anni riuscì a fuggire dall’Irlanda e le notizie che si hanno su questo buco di circa vent’anni della sua vita sono controverse. Si sa che Patrizio si preparò a diventare diacono e prete, e che seguì poi il vescovo Germano ad Auxerre, nella Gallia romana. Germano era una figura importante: una specie di Ambrogio di Milano. Era stato infatti funzionario imperiale, chiamato poi dal popolo all’episcopato. Aveva fatto anche dei viaggi apostolici in Britannia (nel 430 e nel 445) predicando ed insegnando. Patrizio lo scelse come suo maestro e lo seguì nella città chiamata oggi Auxerre (qualche studioso afferma che sia stato anche a Roma).

Patrizio evangelizzatore e vescovo di tutta l’Irlanda
Patrizio non è stato il primo evangelizzatore. Prima di lui era arrivato Palladio, britannico come Patrizio, inviato dal papa Celestino I. Gli Annali Irlandesi parlano anche di altri tre vescovi provenienti dal continente per predicare il Vangelo nell’isola. Ma questi sono stati solo i primi tentativi. Patrizio portò a compimento la sua missione, diventando il vero e grande apostolo di tutta l’Irlanda.
Alla morte di Palladio, Germano consacrò Patrizio vescovo e lo inviò nell’isola. Per lui era stata terra di prigionia, ora diventava terra di missione. E a questo si dedicò con tutto se stesso. Cominciò il suo lavoro apostolico nel nord, ed in seguito fissò sua sede episcopale ad Armagh. Particolare interessante, visto che parliamo molto di Unione Europea. Patrizio portò con sé un “team” multinazionale di collaboratori: c’erano Romani, Britanni, Galli, Franchi. Il risultato di questo lavoro “europeo” fu splendido. Da vecchio, Patrizio si definiva “peccator rusticissimus” (peccatore ignorantissimo), ma il suo spendersi senza risparmio e con intelligenza diffuse la fede cristiana nell’isola dandole una forte organizzazione. Nella sua predicazione ebbe un primo obbiettivo:
“Il modo di operare di Patrizio fu quello di convertire i figli e le figlie dei re (se non proprio il re stesso). E lui stesso dice che molti di questi diventarono monaci e monache, tutti dedicati a Dio. E questo sostiene bene l’idea che la cultura druidica di allora era già ben sviluppata, e pronta a quell’ultimo passo della fede, in cui la grazia poteva costruire sulla base umana già molto alta. Questi due aspetti spiegherebbero il grande successo dell’inculturazione della fede nell’Irlanda di allora” (Pat Egan SDB).
Con i suoi collaboratori seppe infondere in tutti e in tutto una particolare energia che renderà l’Irlanda una “isola di santi e di dotti” facendone sentire l’influsso anche sul continente europeo. Darà poi agli irlandesi l’orgoglio della propria identità come un popolo unificato dalla stessa fede cristiana.
Ma chi era Patrizio? Di sé parla nella Confessio. “Traspare dagli scritti la figura di un uomo molto sensibile… Ma gli elementi del carattere che risaltano di più sono una franchezza disarmante, un senso acuto dei propri limiti, e insieme la coscienza di aver ricevuto una missione alla quale consacrarsi con uno zelo smisurato, una generosità istintiva, una vera e propria passione per il Vangelo, unita alla venerazione per tutta la Scrittura, senza trascurare l’attaccamento affettuoso alle persone da lui battezzate ordinate, che traspare con tutta la forza dell’emozione soprattutto nell’Epistola” (Domenico Pezzini).
Patrizio fu specialmente un apostolo, un evangelizzatore ed un grande catecheta, molto vicino alla gente semplice, che egli sapeva capire e dalla quale si faceva capire, anche quando parlava di grandi temi teologici, quali la Trinità. Di essa è rimasta celebre la spiegazione che diede al popolo: “Le Persone della Trinità sono distinte tra loro, come queste foglioline di trifoglio sul loro stelo. Ma unica è la loro sostanza: ciascuna Persona è Dio, come ciascuna fogliolina è erba”. Qualche teologo non sarà certo felice della espressione, ma il popolo semplice intravedeva il significato del grande mistero trinitario e ne era felice. Da qui viene anche la tradizione degli Irlandesi che nel giorno della sua festa, il “Saint Patrick’s Day”, ancora oggi portano all’occhiello un trifoglio. Per ricordare e per ringraziare il grande santo che portò il Vangelo alla loro verde isola.

Mario Scudu SDB ***

*** Questo e altri 120 santi e sante sono nel volume di :
MARIO SCUDU, Anche Dio ha i suoi campioni, Editrice Elledici, Torino

Cristo davanti a me e dietro di me
Io, Patrizio, vado avanti per la mia strada, sostenuto dalla forza di Dio.
La potenza di Dio mi protegge, la saggezza di Dio mi guida,
L’occhio di Dio mi indica la via, l’orecchio di Dio è testimone delle mie parole.
Le parole di Dio siano sulle mie labbra, la mano di Dio mi sostenga,
si apra dinanzi a me la via che conduce a Dio, lo scudo di Dio mi difenda
l’armata invisibile di Dio mi salvi dalle insidie del demonio,
dai difetti che mi imprigionano, da tutti coloro che mi vogliono ingannare.
Durante il mio viaggio, breve o lungo, da solo o accompagnato da molti,
Cristo mi protegga sulla mia via,
perché una messe abbondante sia il frutto della mia missione.
Cristo davanti a me, Cristo dietro di me,
Cristo sotto e sopra di me, Cristo dentro e di fianco a me,
Cristo attorno a me dappertutto, Cristo con me mattino e sera.
Cristo nel cuore di chi pensa a me, Cristo sulle labbra di chi parla di me,
Cristo nello sguardo di chi mi guarda, Cristo negli orecchi di chi mi ascolta.
San Patrizio d’Irlanda

 

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