Archive pour mars, 2015

OMELIA 5A DOMENICA DI QUARESIMA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/6-Quaresima/5a-Domenica-B-2015/12-05a-Quaresima-B-2015-SC.htm

22 MARZO 2015 | 5A DOMENICA – TEMPO DI QUARESIMA B | APPUNTI PER LA LECTIO

« VOGLIAMO VEDERE GESÙ »

C’è come un « urgere », direi quasi condensato, dei temi più tipicamente quaresimali che tendono a sfociare nella contemplazione sofferta e gioiosa dell’ »evento » pasquale ormai imminente, nella Liturgia di questa ultima Domenica di Quaresima: il richiamo sempre più palese alla morte di croce, che viene presentata più come mistero di « esaltazione » che di abbassamento, l’invito a seguire Gesù sulla via della rinuncia e della generosa « obbedienza » alla volontà del Padre, il « giudizio » di salvezza o di condanna che si esprime nell’atteggiamento che ognuno di noi assumerà davanti allo scandalo della croce, la « nuova alleanza » offerta agli uomini come frutto dell’ultima e « definitiva » donazione di amore di Dio in Cristo.
Tutto questo esprime, per un verso, lo sforzo di purificazione che deve affinare il nostro spirito in queste ultime tappe dell’itinerario quaresimale e, per un altro verso, ci dà come una pregustazione della gioia e della forza di rinnovamento che ci apporterà la Pasqua.

« Ecco verranno giorni, nei quali concluderò una alleanza nuova »
Fermiamoci per un attimo sulla prima lettura, ripresa dal cosiddetto libretto della « consolazione », in cui il profeta Geremia, preannunciando il ritorno dall’esilio babilonese, lo paragona ad una « nuova alleanza », che Dio contrarrà con il suo popolo e la cui caratteristica essenziale sarà quella della « definitività », appunto perché afferrerà, trasformandolo, il cuore dell’uomo: proprio per questo sarà un’alleanza che, a differenza di quella del Sinai, non verrà più infranta!
« Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova… Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo… » (Ger 31,31.33-34).
L’autore della lettera agli Ebrei ci dirà che tutto questo si è verificato in Cristo, offertosi per noi sulla croce (Eb 8,1-13).
In realtà, morendo per noi, Cristo si è legato per sempre agli uomini: un gesto di morte non può più essere ripreso indietro, è un fatto definitivo. E se è compiuto per amore, esprime un amore « eterno », di cui non ci può essere pentimento. È quello che l’autore della stessa lettera dice quando scrive che « come è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo (si è) offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti » (Eb 9,27-28).
Ma proprio perché si è legato per sempre agli uomini nell’offerta della sua morte, gli uomini dovranno pur dare una risposta d’amore definitiva a Cristo: è per questo che la « nuova » alleanza sarà scritta nel « cuore » e nell’ »anima » di ogni credente. Se non sarà l’amore a legarci a Dio, nessuna altra « legge » ne sarà capace, anche se venisse promulgata tra le fiamme e i tuoni del Sinai sobbalzante per il timore della presenza di Jahvè. L’itinerario quaresimale dovrebbe aiutarci a scoprire e a raggiungere quest’ultima tappa del nostro incontro con Dio: l’ »alleanza » nuova e definitiva che egli ci offre nel « sangue » di Cristo, quale pegno del suo amore e provocazione ad una nostra risposta di amore.

« Cristo nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime »
Tutto questo, però, passa per la via di una « docilità » interiore che sappia renderci sempre disponibili alle richieste di Dio: c’è « alleanza » finché e nella misura in cui l’uomo ascolta ed attua le esigenze di Dio, anche se esse torchiano la nostra carne e il nostro spirito, come è avvenuto per Cristo di fronte alla morte.
È quanto ci ricorda la seconda lettura, ripresa dalla già ricordata lettera agli Ebrei: « Cristo nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono » (Eb 5,7-9).
È evidente qui il riferimento alla paura e all’orrore di Gesù davanti alla morte, ricordati dai Sinottici: pur non avendolo « liberato » dalla morte, il Padre lo ha « esaudito » lo stesso, perché gli ha dato forza di compiere la sua « volontà » che passava per la croce. Cristo così non ha rotto l’alleanza, ma l’ha « compiuta » con la forza di un amore inesauribile.

« Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo… »
È sul terreno di questi concetti che si muove, con senso fortemente drammatico, il brano di Vangelo di Giovanni (12,20-33) che, secondo il suo stile, in una forma molto teologizzata, ci descrive l’equivalente della scena del Getsemani, che si ritrova solo nei Sinottici, come affermano molti studiosi.
Gesù è a Gerusalemme, dove ha fatto il suo solenne ingresso messianico, per l’ultima Pasqua della sua vita. « Alcuni Greci » che si trovavano lì per l’occasione della grande festa ebraica, forse presi dall’ammirazione per quanto avevano visto, chiedono a Filippo: « Vogliamo vedere Gesù » (v. 21). Consigliatosi con Andrea, va a riferirlo a Gesù il quale, però, sembra non rispondere direttamente al desiderio semplice ed intenso di quei credenti nel Dio di Israele, provenienti dal grande mondo dei pagani: « È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna » (vv. 23-25).
Il desiderio dei Greci di « vedere » Gesù non è da intendersi in senso materiale: sappiamo che in Giovanni il verbo « vedere » (= orào) significa un andare oltre le apparenze dei fatti e delle cose, per coglierne l’intimo significato. « Vogliamo vedere Gesù », perciò, esprime il desiderio di cogliere il mistero che c’è in lui e che forse era sfuggito alla maggior parte della folla, che pur l’aveva acclamato poco prima nel suo ingresso trionfale in Gerusalemme. In questo senso Gesù non delude la richiesta dei Greci, ma la soddisfa in pieno, perché le sue parole, che sembrano apparentemente un soliloquio con se stesso e con il Padre, in realtà svelano l’aspetto più segreto e più sconcertante del suo mistero: egli salverà gli uomini e darà la vita al mondo « sprecandosi » e consumandosi come « il chicco di grano » che deve morire per portare « molto frutto ». È tutto il contrario di quella gloria e di quella « esaltazione » che la folla giubilante poco prima gli aveva tributato!
In tal modo Gesù svela ai Greci, che rappresentano un po’ tutti noi, non solo il mistero della sua fecondità salvifica, ma anche il « mistero » della nostra esistenza quotidiana, che non può non essere uno sforzo di « seguirlo » per la stessa via: « Se uno mi vuol servire, mi segua » (v. 26).
E si noti che quel « perdere la vita » per « conservarla », non è tanto un invito alla mortificazione di se stessi, come più ordinariamente si intende svilendone il significato, quanto un invito a « darsi » per gli altri per diffondere il prodigio della salvezza, che non può venire se non dalla morte a noi stessi: il chicco di grano muore per dilatare la sua capacità di fruttificazione. Non è il morire per il morire che conta: anche questo potrebbe essere un gesto di volgare egoismo!

« Padre, glorifica il tuo nome »
Ma in questo sapersi « spendere » per gli altri c’è per Cristo il massimo di « gloria »: « È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo… Padre, glorifica il tuo nome » (vv. 23.28). E questo per un doppio motivo: primo, perché il lasciarsi « infrangere » come il grano di frumento è la manifestazione più radiante dell’amore; secondo, perché di fatto tutto questo avrà capacità di salvezza e di « calamitazione » degli spiriti. Solamente l’amore completamente gratuito è convincente!
I Greci, che domandano di « vedere » Gesù, sono la prima espressione del mondo pagano che viene come « attratto » entro l’orbita della salvezza: l’ombra della croce già irradia, in un certo senso, il volto di Cristo! Quando poi quell’ombra sarà diventata realtà, non ci sarà più nessuno che saprà resistere alla sua forza di attrazione: « Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (v. 32).
Di nuovo qui abbiamo il verbo « elevare », « esaltare » (= ypsóo), che abbiamo già incontrato in Giovanni 3,14; 8,28, e che esprime il materiale essere « sollevato » di Gesù in croce (cf v. 33), ma per essere posto come al cospetto del mondo perché tutti leggano e « decifrino » il senso e il valore di quel gesto: chi si sarà lasciato afferrare dalla forza dell’amore di Cristo, sarà come un trofeo di vittoria che aumenterà la « gloria » per il vincitore della morte. È a motivo di questo che per Giovanni la morte di croce è già un’ »esaltazione » ancor prima della risurrezione del Signore.
Il fatto però di essere già un’ »esaltazione », non toglie per niente alla morte di croce il suo orrore, la sua repellenza: ed è per questo che Cristo esprime in forma accorata tutto il suo turbamento, la sua paura davanti all’incalzare di quell’ »ora » decisiva e tremenda. È quanto descrive il seguito delle parole di Gesù, che sono più una preghiera rivolta al Padre che una risposta agli uomini che lo hanno interpellato: « Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome » (vv. 27-28).
È un contrasto drammatico che si svolge all’interno dell’animo di Gesù: la morte spaventa anche lui!
Ma egli supera questa straziante tensione, che per un attimo lacera il suo spirito, con l’affidarsi completamente al Padre facendolo diventare protagonista soprattutto di quest’ »ora », che è l’ora decisiva per la storia del mondo.
E il Padre risponde con un’ultima rivelazione: « L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò » (v. 28). È il sigillo misterioso che viene dall’alto e che dà senso a tutta la vita di Gesù: quella che è già trascorsa e quella che ancora dovrà cimentarsi con la morte e che diventerà « vita » anche più luminosa nella risurrezione. In tutto questo si è manifestato e si manifesterà, come in trasparenza, la rilucenza, cioè la « gloria », del Padre: « Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre » (Gv 14,9).

« Ora è il giudizio di questo mondo »
Nello stesso tempo, però, vi si manifesta il « giudizio », cioè la condanna, del « mondo ». Giovanni ci ha già ricordato che davanti al Cristo, che è « luce » e « vita » nello stesso tempo, il mondo incredulo viene « giudicato »: « E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie » (3,19). Però, è soprattutto nella morte di Cristo che il « giudizio » definitivo viene pronunciato: « Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (vv. 31-32).
Per ben due volte Gesù dichiara che è « ora », cioè nel presente, mentre gli uomini, istigati da Satana, tramano la sua morte, che si pronuncia su di loro il « giudizio » tremendo e inappellabile. L’uccisione di Cristo è stato l’ultimo peccato contro la luce: come non cogliere nella grandiosità e nella dignità della sua morte il segno della « gloria » di Dio?
È questa incapacità di ricevere amore e di donare amore che « condanna » per sempre Satana e gli uomini che si lasciano da lui signoreggiare. D’altra parte, ognuno che si lasci fedelmente « attrarre » da Gesù e si apra al suo dono di amore, sta lì ad attestare che « il principe di questo mondo » è già stato spodestato. La vittoria di Cristo su Satana, perciò, passa attraverso coloro che credono fino in fondo all’amore che egli ha avuto per noi.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola.

Il naufragio di Paolo

Il naufragio di Paolo dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) DSCF4698_2

https://vassallomalta.wordpress.com/2015/02/10/shipwreck-of-st-paul-2/

BENEDETTO XVI A MALTA – …NAUFRAGIO DI SAN PAOLO – (17-18 APRILE 2010)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2010/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20100417_grotta-malta.html

VIAGGIO APOSTOLICO A MALTA IN OCCASIONE DEL 1950° ANNIVERSARIO
DEL NAUFRAGIO DI SAN PAOLO – (17-18 APRILE 2010)

VISITA ALLA GROTTA DI SAN PAOLO

PAROLE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Rabat, Sabato, 17 aprile 2010

Caro Arcivescovo Cremona,
Cari fratelli e sorelle,

il mio pellegrinaggio a Malta è iniziato con un momento di preghiera silenziosa nella grotta di san Paolo, che per primo portò la fede in queste isole. Sono venuto sulle orme di quegli innumerevoli pellegrini lungo i secoli, che in questo santo luogo hanno pregato, affidando se stessi, le loro famiglie e la prosperità di questa Nazione all’intercessione dell’Apostolo dei Gentili. Mi rallegro di essere finalmente tra di voi e vi saluto tutti con grande affetto nel Signore.
Il naufragio di Paolo e la sua sosta per tre mesi a Malta hanno lasciato un segno indelebile nella storia del vostro Paese. Le sue parole ai compagni prima di giungere a Malta sono ricordate per noi negli Atti degli Apostoli e sono state un tema speciale nella vostra preparazione alla mia visita. Queste parole – “Jeħtieg iżda li naslu fi gżira” [“Dovremo però andare a finire su qualche isola”] (At 27,26) – nel contesto originale sono un invito al coraggio di fronte all’ignoto e alla fiducia incrollabile nella misteriosa provvidenza di Dio. I naufraghi, infatti, furono calorosamente accolti dalla gente di Malta, a seguito dell’esempio dato da san Publio. Nel piano di Dio, san Paolo divenne perciò il vostro padre nella fede cristiana. Grazie alla sua presenza tra voi, il Vangelo di Gesù Cristo si radicò saldamente e portò molto frutto non soltanto nella vita degli individui, delle famiglie e delle comunità, ma anche nella formazione dell’identità nazionale di Malta, come pure nella sua vibrante e particolare cultura.
Le fatiche apostoliche di Paolo portarono pure una ricca messe nella generazione di predicatori che seguirono le sue orme, e particolarmente nel gran numero di sacerdoti e religiosi che imitarono il suo zelo missionario lasciando Malta per andare a portare il Vangelo in lidi lontani. Sono lieto di aver avuto l’opportunità di incontrarne oggi così tanti in questa Chiesa di san Paolo, e di incoraggiarli nella loro vocazione piena di sfide e spesso eroica. Cari missionari: ringrazio ciascuno di voi, a nome di tutta la Chiesa, per la vostra testimonianza al Signore Risorto e per le vite spese al servizio degli altri. La vostra presenza ed attività in così tanti Paesi del mondo fa onore alla vostra Patria e testimonia la spinta evangelica innestata nella Chiesa a Malta. Preghiamo il Signore affinché susciti ancor più uomini e donne, che continuino la nobile missione di proclamare il Vangelo e di operare per il progresso del Regno di Dio in ogni terra e in tutti i popoli!
L’arrivo di san Paolo a Malta non era programmato. Come sappiamo, si stava recando a Roma quando sopraggiunse un violento temporale e la sua nave fu scaraventata su quest’isola. I marinai possono tracciare una rotta, ma Dio, nella sua sapienza e provvidenza, dispiega il proprio itinerario. Paolo, che aveva incontrato in maniera drammatica il Signore Risorto sulla via di Damasco, lo sapeva molto bene. Il corso della sua vita cambiò improvvisamente; per lui, pertanto, vivere era Cristo (cfr Fil 1,21); ogni sua azione ed ogni suo pensiero erano diretti ad annunciare il mistero della croce ed il suo messaggio d’amore di Dio che riconcilia.
Quella stessa parola, la parola del Vangelo, ha tutt’oggi il potere di irrompere nelle nostre vite e di cambiarne il corso. Oggi lo stesso Vangelo che Paolo predicò continua a esortare il popolo di queste isole alla conversione, ad una nuova vita e ad un futuro di speranza. Mentre mi trovo fra voi come Successore dell’apostolo Pietro, vi invito ad ascoltare la parola di Dio con animo nuovo, come fecero i vostri antenati, e di lasciare che essa sfidi i vostri modi di pensare e la maniera in cui trascorrete la vostra vita.
Da questo luogo santo dove la predicazione apostolica si diffuse per prima in queste isole, invito ciascuno di voi a far propria la sfida esaltante della nuova evangelizzazione. Vivete la vostra fede in maniera ancor più piena assieme ai membri delle vostre famiglie, ai vostri amici, nei vostri quartieri, nei luoghi di lavoro e nell’intero tessuto della società maltese. In modo particolare esorto genitori, insegnanti e catechisti a parlare agli altri del vostro stesso incontro vivo con Gesù risorto, specialmente ai giovani che sono il futuro di Malta. “La fede si rafforza quando viene offerta agli altri” (cfr Redemptoris missio, 2). Sappiate che i vostri momenti di fede assicurano un incontro con Dio, il quale nella sua onnipotenza tocca il cuore dell’uomo. Così, introdurrete i giovani alla bellezza e alla ricchezza della fede cattolica, offrendo loro una solida catechesi ed invitandoli ad una partecipazione sempre più attiva alla vita sacramentale della Chiesa.
Il mondo ha bisogno di tale testimonianza! Di fronte a così tante minacce alla sacralità della vita umana, alla dignità del matrimonio e della famiglia, non hanno forse bisogno i nostri contemporanei di essere costantemente richiamati alla grandezza della nostra dignità di figli di Dio e alla vocazione sublime che abbiamo ricevuto in Cristo? Non ha forse bisogno la società di riappropriarsi e di difendere quelle verità morali fondamentali che sono alla base dell’autentica libertà e del genuino progresso?
Proprio ora, mentre stavo davanti a questa grotta, riflettevo sul grande dono spirituale (cfr Rm 1,11) che Paolo diede a Malta, ed ho pregato che voi possiate mantenere integra l’eredità consegnatavi dal grande Apostolo. Possa il Signore conservare voi e le vostre famiglie nella fede che opera mediante l’amore (cfr Gal 5,6), e rendervi gioiosi testimoni di quella speranza che non delude (cfr Rm 5,5). Cristo è risorto! Egli è veramente risorto! Alleluia!

EFESO-MILETO: “HO SERVITO IL SIGNORE” IL TESTAMENTO DI PAOLO (ATTI 20,17-38)

http://www.sacrocuoreaigerolomini.it/documenti/documenti_lab/Efeso%20Mileto.doc.

LABORATORIO DELLA FEDE

EFESO-MILETO: “HO SERVITO IL SIGNORE” IL TESTAMENTO DI PAOLO (ATTI 20,17-38)

Anche se l’episodio si svolge a Mileto, Paolo si rivolge ai presbiteri di Efeso e dintorni.
Efeso è la più grande metropoli dell’Asia Minore e condivideva con Antiochia ed Alessandria il primato nel Mediterraneo. A soli 5 Km dal mare all’imbocco della vallata da dove passava il percorso più rapido verso la Siria e l’interno del Medio Oriente, divenne ben presto un emporio tra i maggiori dell’ Asia. Fu sottomessa a Roma dal 133 a.c. divenendo centro amministrativo e religioso della provincia romana dell’Asia. La città era dedicata ad Artemide, dea della fertilità, e ne custodiva il grande tempio, considerato una delle sette meraviglie del mondo antico. Nel mese dell’Artimisio (marzo-aprile) una gran folla di pellegrini rendeva omaggio alla dea, facendo la fortuna degli argentieri che preparavano gli ex voto. Durante la seconda visita di Paolo che si protrasse a lungo, costoro, vedendo minacciati i loro interessi economici, suscitarono una tumultuosa sommossa, che costrinsero l’apostolo ad abbandonare la città e che fece correre gravi rischi ad Aquila e Priscilla. Di ritorno dal terzo viaggio missionario, Paolo preferì incontrare i responsabili della comunità nella vicina Mileto, anziché ad Efeso. A questa comunità è indirizzata una lettera a lui attribuita.

LETTURA Atti 20,17-38
Paolo ormai alla conclusione del suo terzo viaggio Apostolico, sta tornando a Gerusalemme. Veleggiando al largo della odierna Turchia, la nave attracca al porto di Mileto. È durante quella sosta che l’apostolo convoca gli anziani di Efeso per un saluto. Il discorso che rivolge loro ha la forma di un “testamento”, come quello rivolto a Timoteo nella seconda lettera. Paolo avverte una atmosfera insolitamente cupa, con presagi minacciosi sul suo incerto futuro. Solo un fiducioso abbandono alla fedeltà del Signore dona squarci di sereno al suo animo.
Il discorso assume un importanza pastorale di assoluto rilievo e ci dona frammenti preziosi per capire il cuore di Paolo alla vigilia del suo arresto e della lunga detenzione che lo porterà a Roma in catene.
La predicazione di Paolo ad Efeso, durata circa due anni, costituisce un esperienza feconda di bene, capace di trasmettere uno stile di vita e di azione pastorale alla comunità… ora quella esperienza deve essere messa a frutto!
“voi sapete”… dice Paolo agli anziani… quasi a dire loro: “voi siete stati testimoni della mia predicazione… del mio servire il Signore… non dimenticate!!!
La memoria dell’amore e della dedizione di chi li ha condotti all’incontro con Cristo è senza dubbio un valore importante nella vita di un credente e dell’intera comunità. Il ricordo di quei giorni di grazia può sostenere la comunità.
Paolo vuole far cogliere in lui, l’immagine del servo del Signore, che ha obbedito al mandato affidatogli dal Cristo. Ovviamente egli ritiene titolo onorifico essere servo del Signore. E poiché tale compito si esplica nell’annunciare il vangelo alle genti, di tale servizio hanno beneficato le numerose chiese da lui fondate.
Tuttavia Paolo non si dichiara sevo delle comunità… ma servo del Signore Gesù. In questo modo egli rivendica la sua libertà nei confronti delle persone: non ha dovuto piacere a nessuno, né rendere conto a qualche membro della comunità, ma solo al suo Signore… questa medesima libertà di azione viene raccomandata agli anziani di Efeso.
Per Paolo, tale indipendenza non significa indifferenza… ne sono prova le umiliazioni e le lacrime versate durante questo servizio: sofferenze che considera un vanto (cfr. 1Cor 4,9-13; 2Cor 4,8-10; 11,21-33)… egli rimarca tale aspetto affermando infatti: “Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile”(20,20)… tutti infatti sapevano quante insidie gli avessero procurato i giudei, ed ognuno poteva testimoniare che nulla ha fermato il suo slancio ed il suo servizio missionario.

“Ora… mi attendono catene e tribolazioni”
L’avverbio “ora” sposta l’attenzione sul tempo presente e sulla situazione attuale di Paolo, in procinto di tornare a Gerusalemme. Egli spiega la sua decisione con l’azione dello Spirito Santo, che ne orienta le scelte e lo avverte delle prove e delle tribolazioni future. Paolo non si presenta in veste di eroe, quasi spavaldo e insensibile alle sofferenze… ma al contrario, appare soggiogato dal richiamo irresistibile dello Spirito, al quale non intende disobbedire. Sa bene che a Gerusalemme rischia l’arresto e la sua stessa vita… ma si considera già prigioniero, non legato dagli uomini, ma totalmente avvinto dallo Spirito di Cristo.
Egli… servo innamorato del Signore, ne segue le orme… fino alla fine… a Gerusalemme!
A questo punto compare un’immagine molto cara all’apostolo, ripresa anche in alcune sue lettere… quella della corsa!
Paolo la usa per rivelare che lui corre in vista del premio… come un corridore che gareggia nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27; Fil 3,13-14)…. Per questo stima un nulla la propria vita di fronte al dovere di proclamare il Vangelo.
“Non vedrete più il mio volto”… è la certezza di una partenza senza ritorno che lo spinge a fare un bilancio della propria vita… quasi una confessione pubblica… dove lascia trasparire la purezza del suo agire e la rettitudine del suo operare, mediante l’impiego di ogni energia.
Sono parole pesate… calibrate… verificate dall’esperienza diretta degli ascoltatori.
Non sono espressioni di ingenuità, bensì l’umile consapevolezza di aver agito così rettamente da poter proporre la sua opera come regola pastorale ai suoi successori.
Ancora una volta il futuro della Chiesa non è tutto da inventare, perché affonda le sue radici nella vita e nell’opera di chi ha servito il Signore prima di noi.
Terminata la sua confessione, Paolo detta le linee dell’azione di coloro che hanno compiti particolari a servizio della comunità. Richiamando l’immagine della sentinella, cara ad Ezechiele (Ez 33, 1-9), esorta gli anziani a vigilare anzitutto su se stessi, a non lasciarsi prendere dall’assopimento spirituale. Sa bene che a forza di vigilare sugli altri si rischia di non vegliare più su se stessi… anche il pastore fa parte del gregge di Cristo.
In questi primi anni della Chiesa, non esiste ancora la distinzione che oggi noi conosciamo tra vescovi e presbiteri… si strutturerà solo più avanti negli anni!
Il popolo cristiano appartiene al Signore e non agli uomini… e questo è un titolo di valore per ciascuno, che mette in risalto la responsabilità dei pastori verso Dio.
L’apostolo esorta alla vigilanza e alla responsabilità perché prevede un pericolo: maestri di errori e false guide insidieranno i fedeli, non solo all’esterno, con il ritorno a riti pagani o alla propaganda giudaica, ma anche all’interno della comunità (20,29-30). Gesù stesso aveva definito “lupi rapaci”, profeti, ingannatori e falsi messia (cfr Mt 7,15; Lc 21,8) ai lupi rapaci si affiancano poi, seminatori di eresie e dottrine fuorvianti, come se ne ha notizia nelle lettere pastorali (cfr 1Tim 1,3-4) e nelle lettere di Pietro (cfr 2Pt 2,1-3). Paolo esorta su tutto questo… memore che la vita e le sorti di ciascuno sono state pagate a caro prezzo dal sangue versato da Cristo… ma anche dalle sue tante lacrime!
Nel momento del congedo ed in vista di così gravi pericoli, potrebbero regnare incertezza e disorientamento. Cosa farà la comunità senza il suo apostolo? Paolo stesso dà la risposta: lui non ci sarà più, ma “Qualcuno” rimane: “Ecco ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia” (20,32). Bella questa affermazione… quasi a dire che gli stessi vescovi e presbiteri che sono gli uomini della Parola per eccellenza, si nutrono di essa e con essa nutrono il gregge!!!
Paolo dunque non lega la comunità alla sua persona, ma mostra al contrario, la libertà di chi sa bene che colui che salva è Dio!
Paolo ricorda di non aver vissuto alle spalle di alcuna comunità… ha lavorato guadagnandosi per vivere e lavorando anche per sostenere chi era nel bisogno… allo stesso modo invoca lo stesso comportamento per chi guiderà in futuro le comunità, ricordando loro una stupenda beatitudine “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (20,35).
La preghiera conclusiva orienterà tutto quanto è stato detto e rimanda ancora una volta all’esempio dato da Gesù (Lc 22,41)… “Si inginocchio con tutti loro e pregò”… pregare in ginocchio è un tratto distintivo dei cristiani, perché i giudei pregano sempre in piedi… infine il pianto e i baci riportano alla mente il bacio fraterno usato dai cristiani (cfr Rm 16,16) e indicano che si tratta dell’addio di Paolo alle comunità dell’Asia.
Questa commuovente scena finale, dipinge in modo efficace il legame di affetto che unisce la Chiesa Efesina al suo apostolo… “Erano davvero un cuor solo ed un anima sola” (At 4,32). Ma il momento è drammatico… Paolo si sta avviando alla sua passione!
Qui c’è il passaggio della prima generazione (quella degli apostoli e di Paolo stesso) che cede il campo alla seconda.
Qui possiamo con certezza affermare che il libro degli Atti, al di la delle intenzioni dell’autore, è destinato al lettore di oggi… all’intera Chiesa.
Guardando a Paolo, dobbiamo apprendere che cosa è davvero essenziale nella missione della Chiesa, quale deve essere lo stile di vita di ogni pastore e di tutti coloro che hanno un compito educativo nella Chiesa (famiglie comprese).
Il discorso di addio è ricco di insegnamenti per tutti voi laici.
Anzitutto, la certezza che per poter guardare al futuro con serenità occorre conservare chiara la memoria del passato, inteso come valore da difendere e custodire… e infine… l’ancoraggio più importante per la vita del cristiano è quello dell’affidamento alla Parola di Dio.

RIFLETTIAMO INSIEME
• Paolo dice agli anziani di essere testimoni di ciò che lui ha trasmesso con la sua vita e il suo essere afferrato da Cristo… Chiediamoci: quale è lo spessore della nostra testimonianza della nostra fede… della nostra adesione a Lui?
• Le lacrime e la gioia non sono semplicemente sentimenti dettati da entusiasmi o depressioni emotive, ma denotano la sua intensa partecipazione alle vicende spirituali dei singoli. Lavorare in parrocchia significa soprattutto partecipare alle vicende spirituali della comunità, farsene carico umilmente nella preghiera e con gesti concreti. Esaminiamoci.
• I responsabili della comunità devono attendersi i momenti della prova come ci sono stati nella vita di Gesù e nella missione di Paolo. Le prove sono destinate a rivelare il cuore… questo vale anche per la vita ecclesiale e familiare. Come viviamo le vicissitudini che il Signore permette?
• Sull’esempio di Paolo, ogni educatore è chiamato a dare assoluta priorità e singolare attenzione all’annuncio della Parola, con una dedizione costante e multiforme. Che posto ha la Parola nella mia vita?
• Il metro di giudizio di una azione ecclesiale non è quello dell’efficienza ma della gratuità… assumere stili di vita coraggiosi per una testimonianza vera ed efficace. Sappiamo aiutare i nostri sacerdoti a non stancarsi di noi? Sappiamo donare loro collaborazione e aiuto nella gratuita, ber il bene e l’edificazione della comunità?
• L’orazione riempie l’ultimo momento di condivisione tra Paolo e i suoi presbiteri: so condividere momenti di preghiera con la comunità, con la famiglia e con gli amici?

PREGHIERA
Padre onnipotente e misericordioso,
tu hai chiamato Paolo,
lo hai riservato per te perché fosse testimone
ed annunciatore del vangelo in tutto il mondo.
Paolo non ha deluso le tue attese,
ha testimoniato il tuo amore che salva
senza mai tirarsi indietro,
anche a costo di subire catene e persecuzioni,
sofferenze ed umiliazioni.
Ha terminato la sua corsa
senza ritenere in nessun modo preziosa la sua vita
se non per dare voce al vangelo,
fino alla testimonianza suprema del martirio.
La fedeltà alla tua chiamata è costata a Paolo lacrime e sangue
… e lui ha continuato a dire
che si è più beati nel dare che nel ricevere.
Perdonaci Signore, se troppo spesso abbiamo il timore
che la Tua parola sconvolga la nostra vita
come è avvenuto per Paolo.
Ti chiediamo,
di mettere in noi una sana inquietudine
che non ci consenta mai di adagiarci nelle nostre certezze
dimenticando la luce della tua Parola.
Ti chiediamo la costanza
di lasciarci condurre dal tuo Spirito
nell’ascolto docile e fiducioso della tua Parola.
Allora, impareremo a capire che la croce del tuo Figlio,
scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani,
è la rivelazione
della potenza impotente del tuo amore per noi.
La tua salvezza,
manifestata e donata a noi nel Cristo crocifisso
e annunciata instancabilmente da Paolo
come dono gratuito da accogliere nella fede,
sia ogni giorno l’unica nostra forza.
Amen.

 

Guido Reni – St Joseph with the Infant Jesus – WGA19304

Guido Reni - St Joseph with the Infant Jesus - WGA19304 dans immagini sacre 640px-Guido_Reni_-_St_Joseph_with_the_Infant_Jesus_-_WGA19304

http://en.wikipedia.org/wiki/Saint_Joseph

Publié dans:immagini sacre |on 18 mars, 2015 |Pas de commentaires »

DONACI LA CONCORDIA E LA PACE, (PAPA CLEMENTE I)

http://www.paxchristiroma.org/html/preghiera_concordia_pace.htm

DONACI LA CONCORDIA E LA PACE

(PAPA CLEMENTE I)

Ti preghiamo, Signore,
non calcolare tutti i peccati
dei tuoi servi e delle serve,
ma purificaci con la purezza della tua verità
e drizza i nostri passi,
per camminare in santità di cuore
e fare ciò che è bello e gradito
agli occhi tuoi
e agli occhi di chi ci guida.
Sì, Signore, mostraci il tuo volto
per offrirci i beni della pace,
per proteggerci con la tua mano potente,
per liberarci da ogni peccato
col tuo braccio sovrano
e per salvarci da coloro
che ingiustamente ci odiano.
Da’ la concordia e la pace
a noi e a tutti gli abitanti del mondo
come l’hai data ai nostri padri,
che santamente ti invocavano
nella fede e nella verità;
dalla anche a noi che siamo sottomessi
al nome tuo potente e pieno di ogni virtù.
Ai nostri principi
e ai nostri capi sulla terra
tu, Signore, hai dato il potere del regno
per la tua potenza magnifica e ineffabile,
affinché riconoscano la tua gloria e l’onore
che hai concesso loro.
Concedi loro, Signore,
la salute, la pace,
la concordia e la fermezza,
affinché esercitino senza impedimenti
l’autorità che hai dato loro.
Dirigi, o Signore, il loro volere
secondo ciò che è bello e gradito
ai tuoi occhi,
affinché, esercitando santamente,
in pace e mansuetudine,
il potere che hai dato loro,
ti abbiano propizio.
A te che solo puoi fare tra noi
queste cose buone
ed altre ancora maggiori,
noi rendiamo grazie
per mezzo del gran sacerdote
e protettore delle nostre anime,
Gesù Cristo,
per il quale a te è resa
gloria e magnificenza
ora
e di generazione in generazione,
nei secoli dei secoli! Amen.

 

Publié dans:LA PREGHIERA ( AUTORI VARI) |on 18 mars, 2015 |Pas de commentaires »

MAGISTERO, LITURGIA, CULTO POPOLARE: VIAGGIO NELLA DEVOZIONE A SAN GIUSEPPE

http://www.zenit.org/it/articles/magistero-liturgia-culto-popolare-viaggio-nella-devozione-a-san-giuseppe

MAGISTERO, LITURGIA, CULTO POPOLARE: VIAGGIO NELLA DEVOZIONE A SAN GIUSEPPE

La Chiesa ha sempre riconosciuto al padre putativo di Gesù un posto d’onore tra i discepoli di Dio, come testimoniano i documenti magisteriali, la Liturgia e le reliquie

Roma, 19 Marzo 2014 (Zenit.org) Federico Cenci

Nel corso dei secoli la Chiesa si è sempre prodigata per sottolineare il valore della testimonianza dei discepoli del Signore. La diffusa devozione popolare di cui gode, dimostra come una speciale menzione in questo senso sia stata riservata a San Giuseppe, la cui memoria cade non a caso in un tempo di intensa preghiera qual è la Quaresima.
L’otto dicembre 1870, nel giorno “sacro all’Immacolata Vergine Madre di Dio e Sposa del castissimo Giuseppe” e – detto senza infingimenti – in un anno “di tempi tristissimi (per) la stessa Chiesa, da ogni parte attaccata da nemici”, Pio IX proclamò San Giuseppe patrono della Chiesa universale. Quel santo che lo stesso Pontefice definì “il più grande santo e il più potente intercessore che abbiamo in cielo, dopo la Vergine Maria”.
Chiunque si sia seduto sulla Cattedra di Pietro dopo Mastai Ferretti ribadì l’importanza di quello che Pio XII, proclamandolo Patrono degli operai e degli artigiani, chiama “l’umile artigiano di Nazareth”, il quale “non solo impersona presso Dio e la Santa Chiesa la dignità del lavoratore del braccio, ma è anche sempre il provvido custode vostro e delle vostre famiglie”.
Prima di lui Benedetto XV, con il Motu Proprio ‘Bonum sane’, nel 1920, esaltò l’efficacia della devozione a San Giuseppe come rimedio ai problemi del dopoguerra. Decenni più tardi, Giovanni XXIII inserì San Giuseppe nel Canone Romano e gli affidò il Concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II ha dedicato a San Giuseppe l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos (15 agosto 1989), emanata proprio un secolo dopo l’enciclica di Papa Leone XIII, sempre dedicata a San Giuseppe, Quamquam Pluries (15 agosto 1889).
Benedetto XVI, battezzato nel nome di Giuseppe, ha testimoniato attraverso profonde meditazioni come la figura di questo santo abbia accompagnato gli anni del suo pontificato. Durante l’omelia pronunciata il 19 marzo 2009, memoria liturgica di San Giuseppe, l’attuale Papa emerito disse: “Giuseppe è, nella storia, l’uomo che ha dato a Dio la più grande prova di fiducia, anche davanti ad un annuncio così stupefacente”.
Quel riconoscimento di straordinario coraggio e totale dedizione che Benedetto XVI assegnava a San Giuseppe, è stato raccolto nel maggio scorso da papa Francesco. La Congregazione per il culto divino ha, infatti, pubblicato un decreto che dispone che San Giuseppe venga menzionato accanto alla Madonna anche nelle preghiere II, III e IV del Canone Romano.
Padre Tarcisio Stramare, sacerdote degli Oblati di San Giuseppe nonché direttore del Movimento Giuseppino a Roma, istituto che studia e medita la figura salvifica di San Giuseppe, accolse questa decisione come un “atto dovuto”, aggiungendo – nel corso di un’intervista a ZENIT – che “papa Francesco abbia voluto porre fine a un’attesa che si protraeva ormai da oltre 50 anni”.
Attesa che dà la misura di quanto il popolo cristiano sia saldamente legato alla figura di San Giuseppe. Se la Liturgia e i documenti del Magistero ne onorano la memoria, non di meno avviene a livello di cultura popolare. E il culto delle sue reliquie, enormemente diffuso in Italia e in Europa, lo testimonia.
Frammenti di oggetti da associare a San Giuseppe sono presenti un po’ ovunque. L’anello nuziale che Egli mise al dito anulare di Maria sua sposa è gelosamente conservato nella Cappella di San Giuseppe dedicata al Santo Anello, all’interno del Duomo di Perugia. L’oggetto si trova nella città umbra dal 1473, ma già dal XI secolo si trovava a Chiusi proveniente da Gerusalemme. Secondo la tradizione, la Vergine lo avrebbe consegnato all’apostolo Giovanni prima di morire. E poi, non si sa come, l’anello finì nelle mani di un commerciante che lo vendette a un orafo di Chiusi.
Anche la Cattedrale di Notre Dame, a Parigi, può vantare non uno ma due anelli, quelli di San Giuseppe e di Maria. Si tratterebbe, in questo caso, degli anelli di fidanzamento. Sempre a Parigi, ma nella chiesa dei Foglianti, ci sarebbe poi un frammento della sua cintura, portata in Francia dalla Terra Santa nel 1254 da Jean de Joinville, biografo della Vita di San Luigi. Ad Aquisgrana, entro i confini tedeschi, tra le principali reliquie del tesoro di Carlo Magno sono presenti le fasce che avrebbero avvolto Gesù Bambino, ricavate, data la situazione di estrema necessità, dai calzettoni o bende di San Giuseppe.
Travalicate le Alpi, giunti in Italia, si assiste a un proliferare di reliquie di San Giuseppe. Nel Sacro Eremo di Camaldoli, in Toscana, si conserva all’interno di una teca d’oro a forma di mazza, un frammento del bastone del santo. Sino al 1935 la reliquia si trovava a Firenze, sempre in possesso dei frati camaldolesi. L’uso continuo della reliquia per assistere i malati diffuse talmente il culto del santo da indurre Cosimo III, Granduca di Toscana, a patrocinare la proclamazione di san Giuseppe compatrono di Firenze (1719). Ma i frammenti del bastone sono segnalati anche altrove: a Chambéry, Beauvais, Rabat (a Malta), san Martino al Cimino (vicino Viterbo) e in varie chiese di Roma.
Sempre a Roma, nella chiesa di Sant’Anastasia, si conserva un grande pezzo di mantello attribuito a San Giuseppe. Un documento attesta la visita di detta reliquia il 27 marzo 1628. Particelle del mantello di san Giuseppe sono conservate poi in altre chiese di Roma, ad esempio a San Giovanni in Laterano. Frammenti della tomba di San Giuseppe sono invece segnalati nella chiesa romana di Santa Maria in Campitelli.

Publié dans:Santi: San Giuseppe |on 18 mars, 2015 |Pas de commentaires »
1...34567...11

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01