Archive pour mars, 2015

ESPERIENZA DEI CARISMI NEI CORINZI

http://www.rnsbassano.it/node/669

ESPERIENZA DEI CARISMI NEI CORINZI

Tratto dalla rivista Rinnovamento nello Spirito Santo 7/2009

Nella Prima lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo analizza concretamente la relazione tra i diversi carismi per poi ricondurre, questa diversità, a un unico Spirito. Determinando inoltre una sorta di gerarchia dei carismi, sottolinea il fatto di saper riconoscere la presenza dello Spirito anche nei piccoli gesti di fede, e non solo in quelli eclatanti.

Premessa
La prima lettera ai Corinzi contiene, rispetto a tutte le altre lettere autentiche, in modo esplicito il pensiero teologico dell’apostolo Paolo circa l’esperienza dei carismi che caraterizza, in modo particolare, il vissuto della comunità di Corinto. E’ opportuno ricordare che quanto l’Apostolo scrive nelle sue lettere non è frutto di una elaborazione teorica degli elementi fondamentali della fede cristiana ma risposte a situazioni concrete, a problematiche storiche, reali, che caratterizzano le comunità da lui fondate. L’apostolo Paolo si lascia interpellare dal vissuto delle comunità offrendo loro tutta la sua esperienza, la sua sapienza derivante da una profonda conoscenza della Scritture (Antico Testamento), la sua grande capacità di elaborazione teologica forte della sua cultura greca ed ebraica. Per questo motivo, molti studiosi affermano che l’apostolo in realtà non ha scritto delle epistole ma delle lettere familiari il cui scopo è quello di comunicare con le comunità, di stabilire una relazione e non semplicemente di trasferire principi dottrinali. E’ utile non trascurare quest’aspetto onde evitare d’interpretare il pensiero dell’apostolo senza tener conto del contesto, delle reali esigenze storiche. Per quanto riguarda l’esperienza dei carismi è di fondamentale importanza comprendere il contesto della comunità di Corinto per cogliere i veri obiettivi che l’apostolo Paolo vuole raggiungere attraverso l’articolata argomentazione riportata nei capitoli 12, 13 e 14 della lettera in questione. Considerando, secondo una visuale d’insieme, i tre capitoli sopra citati, risulta particolarmente evidente l’unità tra i capitoli 12 e 14: in entrambi si parla dei carismi seppure con finalità differenti, mentre potrebbe apparire, a prima vista, non perfettamente in sintonia il capitolo 13 riportante il famoso « inno alla carità ». In realtà non si tratta di un semplice intermezzo o digressione perché, sin dai primi versetti, l’apostolo mette in relazione i carismi di glossolalia, di profezia e la conoscenza dei misteri con la carità (cf 1Cor 1-3).
La problematica sollevata dalla comunità di Corinto riguarda proprio questi due carismi: la glossolalia e la profezia considerati come i carismi per eccellenza; possederli significa essere pienamente uomini e donne spirituali. L’intervento dell’apostolo Paolo mira a regolamentare la concezione e l’esercizio di tali carismi, ridimensionando, senza però disprezzare, il carisma di glossolalia (varietà delle lingue cf 1Cor 12,10) per dimostrare invece la superiorità del carisma di profezia (cf 1Cor 14,5)

Unità nella diversità
Riguardo ai doni spirituali o carismi, nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi, è possibile approfondire tre aspetti principali.

Carismi per il bene comune
Romani 12, 1-11.
In questa prima pagina l’apostolo Paolo (vv. 1-3) sottolinea come principio di discernimento, per comprendere l’agire dello Spirito, la confessione della Signoria di Cristo (cf 1Cor 12,2) per poi rapportare, secondo lo schema trinitario, la diversità dei carismi all’unico Spirito, i diversi ministeri all’unico Signore e le diverse operazioni all’unico Dio (cf 1Cor 12,4). Solo dopo questa premessa teologica, san Paolo elenca i nove carismi preceduti da un’importante defizione del termine carisma: « A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune » (cf 1Cor 12,7), concetto ripreso in 1Cor 12,11:  » Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole ». A ragione del vero, nel testo originale non troviamo la parola « bene comune » (cf 1Cor 12,7); si tratta, infatti, di un’aggiunta che si ritrova in diverse traduzioni della Bibbia. Come dimostra il biblista Vanhoye, il termine greco pros to sympheron si ritrova in altri due testi del Nuovo Testamento (Mt 5, 29-30) con riferimento all’utilità personale « è vantaggioso (utile-sympherei soi) per te che non perisca uno dei tuoi membri e che non venga gettato nella Geenna », e nella Lettera agli Ebrei (cf 12,10) dove il termine fa riferimento alla santificazione personale « Dio lo fa per il vostro bene (vostro vantaggio, la vostra utilità), allo scopo di farci partecipi della sua santità ». L’Apostolo, inoltre, afferma che non tutti i carismi sono finalizzati al bene comune, come nel caso della glossolalia che edifica soltanto chi l’esercita e non la comunità (cf 1Cor 14,2).

Un unico corpo
Romani 12, 12-27.
In questa sezione, l’Apostolo affronta il tema dell’unità nella diversità paragonando la comunità al corpo umano. L’obiettivo è quello di affermare che la pluralità e la diversità sono costitutivi dell’unità; non può esistere una comunità senza la diversità dei carismi, poiché come il corpo umano è costituito da membra diverse con funzioni diverse, allo stesso modo è anche il Corpo di Cristo. Tutti i carismi nella comunità sono « utili e indispensabili »: « il piede » non può dire, « poiché io non sono mano, non appartengo al corpo » (1Cor 12,15), nè « l’occhio » dire alla « mano »: « non ho bisogno di te » (1Cor 12,21). Il « piede » rappresenta la parte depressa e scontenta della comunità, mentre « l’occhio e la testa » la parte super carismatica che si ritiene autosufficiente. Paolo vuole sradicare tale concezione della vita comunitaria per ribadire il primato della diversità nell’unità.

L’azione carismatica dello Spirito
Romani 12, 28-31.
L’Apostolo riporta un nuovo elenco dei carismi, determinando una sorta di gerarchia: « Alcuni però Dio li ha posti in primo luogo come apostoli, in secondo luogo….. » (cf 1Cor 12,28) aggiungendo, rispetto ai nove carismi sopra elencati, quelli di « governo e di assistenza ». La motivazione di questa aggiunta è dovuta al fatto che l’Apostolo vuole dimostrare ai super carismatici che l’autenticità delle manifestazioni straordinarie non è data dall’effetto esteriore, ma se queste contribuiscono all’edificazione comunitaria. I Corinzi, in altri termini devono imparare a riconoscere non solo nei fenomeni straordinari, ma anche in quelli meno straordinari, l’azione carismatica dello Spirito. « A questi spirituali Paolo impone un allargamento di prospettiva; debbono sapere che i fatti spettacolosi non sono l’unico modo in cui si manifestano la presenza e l’azione dello Spirto Santo. Un semplice atto di fede è già la sua opera, ed è anche, in realtà, un fatto straordinario, benché non sia spettacoloso ». (Vanhoye).

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 23 mars, 2015 |Pas de commentaires »

LA SAPIENZA DEL SERVIZIO, GOVERNARE CON SAPIENZA

http://www.usminazionale.it/sup_05_2007/rupnik.htm

LA SAPIENZA DEL SERVIZIO, GOVERNARE CON SAPIENZA

di Marko Ivan Rupnik

All’interno della realtà sapienziale, governare significa pensare con la Sapienza, cioè entrare, partecipare alla visione che Dio ha sulle persone, sulle singole suore che ci sono affidate, e governare. Governare significa far sì che si realizzi la visione divina. È questo il vostro servizio di governo. Io non sono mai stato superiore e sono, in questo senso, un uomo libero, per cui posso parlarvi liberamente. Governare significa partecipare in qualche modo alla visione sapienziale che Dio ha avuto creando le persone. Dio ha rivolto ad ognuna una parola: quale? La Sua visione coincide con la vocazione di ognuno, con la chiamata alla vita, non è una cosa astratta perché – lo abbiamo visto – si condensa in Cristo. Vive nella Chiesa. Ha un esemplare unico nella Madre di Dio, che molti autori, nei primi tempi della Chiesa, vedevano come « Sede della Sapienza ». La Sapienza non ha bisogno di una sede, di un trono di marmo. Sede della Sapienza è la persona vivente in Cristo.

Realizzare la salvezza
Governare vuol dire, allora, servire la salvezza, operare in modo che essa possa realizzarsi e raggiungere le persone su cui si governa. Dio le ha chiamate alla salvezza, ha preparato per loro la salvezza, l’ha realizzata in Cristo. Dio le attende nella Chiesa, e io devo far sì che avvenga l’incontro tra il Salvatore e la persona. Non si tratta solo di cooperare perché la persona sia salvata, ma anche che essa si metta a disposizione del Salvatore meglio che può, in modo che la salvezza si diffonda e raggiunga il mondo intero.
Io vedo il servizio di governo come un agevolare, un preparare la strada perché la salvezza passi meglio e raggiunga le persone. Troviamo in Gregorio Nazianzeno l’immagine di Dio che ha creato l’uomo rivolgendogli la Parola. Ma l’uomo, essere dialogante, a causa della tentazione e del peccato di Adamo, non ha risposto a questa Parola. Ha balbettato altre parole, ma non ha risposto alla Parola che il Creatore gli rivolgeva. Cristo è la risposta al Padre. La salvezza è allora di chi, nel Figlio e con la forza dello Spirito Santo, può pronunciare: « Abbà, Padre ».
Che le persone passino da uno stato servile di schiavo allo stato di figli e figlie: questa è l’opera del governo. Che le persone possano sentirsi figlie, che si sentano amate dal Padre, innestate nel Figlio, vivificate dallo Spirito che le muove verso il Figlio: lo Spirito muove tutta l’umanità verso questa figliolanza, per cui si può pronunciare: « Abbà ».

Un servizio « senza utile »
In termini più concreti questo vuol dire che noi siamo servi « inutili ». Ma un servo non è mai inutile. Infatti, se tu dici ad un servo: portami un bicchiere d’acqua, lui lo porta e perciò non è inutile. In realtà siamo servi « senza utile », che è ben diverso. Sappiamo dall’esegesi che il « senza » è stato tradotto con « in ». Siamo servi senza utile, cioè senza paga.
Per comprendere, bisogna andare un po’ indietro. Per gli ebrei era lecito dare ai servi una ricompensa minima. Tuttavia una ricompensa era dovuta. Abbiamo un esempio di scontro su questa realtà del « dovuto », quando il figlio maggiore della parabola (fratello del figlio minore, che era libertino, un po’ scatenato), molto serio e preciso nel fare tutto come si doveva, secondo le norme della tradizione, tornando dai campi e trovata in casa una festa per il figlio minore, rivela la mentalità del servo che ritiene dovuta a lui – servo fedele – una ricompensa: « Ecco io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito a un tuo comando e tu non mi hai dato mai un capretto… » (Lc 15,29). Il padre è scioccato. Quel figlio non aveva infatti capito che tutto quello che è del padre è suo. Fin lì non era arrivato. Così il figlio che rimane a casa è identico al figlio prodigo. Questi aveva detto: dammi quello che mi spetta e io lo gestisco. Il figlio maggiore in fondo vuole lo stesso. Qualcosa gli è dovuto perché ha fatto un servizio.
Una mentalità che in diverse forme vive sempre tra di noi. Un anno sabbatico è dovuto, prima o poi, anche alle Madri Generali, dopo 6 o 12 anni di servizio. È un regalo, è chiaro. È curioso, ma davvero c’è la mentalità che qualcosa ci è dovuto, perché abbiamo fatto un servizio. Siccome ho fatto tante cose, posso guardare la TV almeno tre ore. Dal momento che ho fatto tanto bene e mi sono stancato tanto nella missione, almeno le vacanze devo averle e belle. « Mi è dovuto ».
Ma « servi inutili » significa senza paga: lavoriamo come matti e non ci viene dato niente. Come capire questa cosa? Un servo non può dire « sono senza paga », altrimenti non parla da servo. Solo un figlio lo può dire. La comunione con il maestro, con il Signore, per me è più di qualsiasi paga possibile. La comunione con il Signore, con il mio padrone, l’unione con lui, l’amicizia con lui è per me tutto. Ma questo me lo dice la fede. Me lo dice un « occhio » d’amore, non un « occhio » commerciale e mercantile.
In termini concreti, dunque governare, servire nel governo, significa essere servo senza utile. Bisogna essere già figli, già liberi per poter avere questa mentalità. In termini ancora più concreti, questo vuol dire servire senza cercare interesse o utile. Essere totalmente disinteressati: se cerchi la visione di Dio, allora lo sei; se invece cerchi per te, allora vuoi l’interesse.

La cardiognosia
Apriamo qui una parentesi, che potrebbe illuminarci molto nella comprensione di ciò che stiamo dicendo.
Nella paternità/maternità spirituale si parla della cosiddetta cardiognosia, la conoscenza del cuore. Padre Pio ti veniva vicino e ti diceva tutto di te. Don Bosco, al ragazzino che gli chiedeva di andare a confessarsi a Torino, raccomandava di non dimenticare quel certo peccato. Allora, certo, non aveva più senso andare a Torino. Era già detto tutto.
Cardiognosia vuol dire: viene una persona a parlare con me; se io sono in atteggiamento di preghiera, mentre la persona parla, la indirizzo a Dio. Signore, questa suora sta dicendo che ha i reumatismi, che le fanno male le ossa, che le fanno male tutte le sorelle… Io dico tutto questo al Signore direttamente. Questa è la preghiera di chi ascolta ed è l’atteggiamento con cui fare i colloqui.
Preghiera vuol dire: « Io ti affido, Signore, quello che l’altro sta dicendo. Io sono solo un tramite ». Lo racconto al Signore. La persona finisce di parlare e io le dico allora il primo pensiero che mi viene… È certamente un pensiero spirituale, perché è senza interesse. E se l’altra persona mi chiedesse: come hai capito? Non lo so: è arrivato. Questo è semplicemente un atteggiamento mariano. Totalmente aperto. « Mi è venuto questo pensiero e te lo dico così: se ti serve va bene, altrimenti lo butti via ». L’altro risponde: « Proprio questo aspettavo, almeno da dieci anni. Nessuno me lo aveva ancora detto ».
Ma se io ascolto una persona e penso: « Ma guarda… questa sa così bene usare il computer che può benissimo trascrivere questa conferenza e nel pomeriggio alle tre l’abbiamo già pronta. Poi siccome mi hanno chiesto in curia a Milano una suora che sappia lavorare al computer, questa è proprio per quel posto ». Intanto lei parla, ma io l’ho ascoltata a malapena, non l’ho affidata al Signore e non ho ascoltato lo Spirito perché sono andato dietro al mio ragionamento. Allora, qualsiasi cosa dirò, alla fine del colloquio, sarà sbagliata.
La conoscenza del cuore è una cosa che si acquista attraverso l’esperienza, perché tutti pecchiamo più o meno allo stesso modo, facciamo le stesse cose; l’egoismo è sempre conservatore. Essere servi senza utile invece vuol dire non andare al governo con interessi, ma con un atteggiamento libero. L’unico interesse è che il Signore incontri questa persona, che la salvezza passi, che la visione di Dio su questa persona si realizzi.
Ma, mi direte voi, ci sono tante cose concrete: « C’è la Congregazione, ci sono le opere, ci sono le case da chiudere e da aprire, come si fa? ». Sì, ma tutto questo è da mettere dietro, sullo sfondo; prima di tutto si dà la precedenza a Dio perché possa realizzare la salvezza in questa persona. Altrimenti non ce la faremo mai ad uscire dall’interesse. Noi infatti sposiamo così radicalmente gli interessi della Congregazione, di un’opera apostolica, di una missione apostolica, di un vescovo… che non riusciamo a vedere se per queste persone il Signore sta dicendo qualche altra cosa. E non posso ascoltare il Signore dal momento che già in anticipo ho elaborato dove questa persona potrebbe essere collocata e sono troppo sicura che è la visione di Dio.

Saper unire il pensiero alla vita
Adesso arriviamo al punto più delicato, che spero di saper esprimere chiaramente.
Se io ragiono secondo le necessità e i bisogni, ho un modo di ragionare. Se ragiono invece secondo la Sapienza, il mio ragionamento è unito alla Vita, perché la Sapienza è unita alla Vita come il cuore all’essere vivente.
Se leggiamo i brani della Sapienza, ci rendiamo subito conto di quanto la Sapienza sia viva. Chi pensa con la Sapienza ha un pensiero vivo, cioè favorisce la vita, bada alla vita, ha cura della vita. È un pensiero materno. I russi dipingono la Sapienza sempre come una donna, perché è qualcosa di femminile. Come dice il profeta Malachia, è alla donna che Dio ha affidato il soffio della vita. È un pensiero femminile che cura la vita e la persona. Ma questa vive quando è in comunione. Quando invece è isolata muore. Se allora ragiono con la Sapienza, ragiono con le persone vive, curo la loro vita; il che vuol dire: curo la loro comunione, cerco di favorirla perché questa è certamente la visione di Dio. Trascurando la comunione, io posso anche fare grandi opere, ma di fronte alla vita eterna tutto quello che faccio non ha peso e non è detto che supererà la tomba e sarà nel regno dei cieli.
Il ragionare con i bisogni, le necessità e le analisi, produce pensieri morti, astratti, non sapienziali. È come ragionare con la morte. La logica della morte si riconosce nel fatto che si vuole salvare noi stessi. Dobbiamo stare attenti, perché noi cerchiamo di salvare le nostre opere, le nostre Congregazioni, le vocazioni, rischiando in questa maniera di acquisire esattamente il modo di ragionare e di agire tipico di Adamo dopo il peccato: salva te stesso; si salvi chi può…, ma questa è la logica del peccato, della morte, e produce solo morte.
Basti pensare che più cerchiamo di salvarci, più cerchiamo di avere delle vocazioni, meno ne abbiamo. Così più cerchiamo di salvare le nostre posizioni, più siamo stanchi, preoccupati, tesi, malati. Non è chiaro che Dio ci sta dicendo di non fare così, che questo non è secondo la sua sapienza, ma secondo la sapienza del mondo, del potere, dell’agire, della presa di posizione. Questa è la logica del mondo, che la Sapienza distruggerà, dice il Signore.
Il governo è certamente una delle cose più vulnerabili nei confronti della logica mondana. La difficoltà di trovare un modo di governare è stata sperimentata anche dalla nostra Chiesa. In mezzo alle cose del mondo, forse dopo secoli siamo riusciti a cristallizzare e a rendere chiara una modalità di governo della Chiesa che si chiama « collegialità ». Si tratta del modo più apostolico e più autentico. Ma quanta fatica! Perché il governo, volenti o nolenti, è un potere. E il potere è un giocattolo del diavolo. Lì infatti entra la logica possessiva, affermativa, autoaffermativa.
Allora non sono più servo senza utile, amico di Dio verso il quale la Sapienza mi muove. La Sapienza rende amici di Dio. La Sapienza afferma la comunione con Dio e con le persone. Nel governo invece saltano fuori il potere, l’avere, l’imporre, l’organizzare, il gestire. È sottilissimo il modo con cui la tentazione agisce. Ma si riconosce secondo i frutti: cioè la morte. Non produce la vita spirituale, la comunione, la gioia di vivere, l’amore. Non si riesce infatti a produrre l’amore da soli, perchè è un dono dello Spirito Santo.
Perciò l’atto più delicato di uno che governa è veramente quello di servire senza utile, il che vuol dire favorire la comunione. Servire il governo significa operare perché l’amore si possa realizzare, mettere una diga agli interessi individualisti e soggettivi. Mettere una diga anche perché nel governo non entri la logica del salvarsi ad ogni costo, sapendo che solo Dio salva e che questa è la visione che Dio vuole promuovere. Dico questo con grande sicurezza. Da missiologo, infatti, ragiono in questa chiave: se noi due, che siamo qui in missione, non abbiamo sperimentato la salvezza, se in noi due non si sta realizzando la salvezza, è chiaro che quello che noi due stiamo facendo non susciterà il desiderio della salvezza, perché non la vedrà nessuno.
Se non suscitiamo il desiderio di vivere la stessa visione, l’evangelizzazione è piatta, è semplicemente una proposta di contenuti che non interessa nessuno; può essere un dibattito dialettico con il mondo laico, liberale, neocomunista, neofascista, quello che si vuole, ma non serve a niente. Se voglio avere una Congregazione apostolica, una comunità religiosa apostolica, come governo devo essere preoccupato di una sola cosa: che davvero passi attraverso la Congregazione la salvezza del Signore e che queste donne, ovunque siano, suscitino il desiderio, l’appetito della salvezza. Se queste persone – tramite il nostro governo – saranno garantite che possono veramente sperimentare la comunione, la susciteranno ovunque. Saranno madri che genereranno per Dio. Ma, se non lo sono, non succederà niente. Le madri generano per Dio affinché l’uomo non viva più per se stesso, ma per colui che li ha salvati. Ma per questo bisogna avere delle donne salvate. Allora governare vuol dire favorire questo.
Su un piano ancora più concreto questo significa esattamente che prima di partire con i progetti devo mettere davanti le persone che ho, perché questo è sapienziale, dal momento che la Sapienza è Dio che ha la visione di comunione delle persone. Si tratta allora di governare la Congregazione non con progetti a tavolino, ma tenendo conto delle persone. In questo modo sono certamente sapienziale. Inutile dire: apriamo una comunità in Albania. In Albania ci si deve andare da sportivi: non c’è luce, non c’è acqua calda… Nella Congregazione qual è la situazione? La più giovane ha 68 anni, e non è il caso di mandarla a morire in Albania. Cominciamo a pensare partendo dalle persone, sapienzialmente. Che cosa possiamo inventare? Nulla. Perché io devo garantire che la salvezza passi. La salvezza chiama tutte. Se c’è qualcuno che dice: noi vogliamo lavorare in questo luogo, bene, noi siamo qui per discernere, per vedere se questo entra nella visione di Dio.
Abbiamo detto che la Sapienza abita nella Chiesa. Dove chiama la Chiesa? Che dice il Papa all’Angelus della domenica? Cosa ha detto in qualche enciclica? Dove vuole lanciare la Chiesa? Vediamo se possiamo rispondergli tenendo conto delle persone che abbiamo… Ragionare con le persone significa servire veramente le persone. Il modo sapienziale unisce le persone e le salvaguarda, insieme alla loro comunione e alla salvezza che Dio opera in esse. Solo così diventeranno strumento per la salvezza nel mondo.
Altrimenti, se queste persone non sono salvate, ma sono piene di rancore, di rabbia, che cosa le mandiamo a fare, a dire? Ripeto ancora: servire il governo significa alzare le dighe per bloccare gli interessi soggettivi di individui, di gruppi e di partiti dentro la Congregazione. In realtà qualche volta prepararsi al capitolo generale è come mettere in moto una guerra. « Adesso sostituiremo una linea con un’altra linea ».
Quale linea vogliamo sostituire? Non si sa. Si pensa astrattamente e in modo passionale; si è schierati riguardo alle persone con una mente passionale e non con l’intelligenza della comunione. Anche dal modo passionale di pensare dobbiamo imparare a difenderci: difendere noi stessi e la Congregazione.
Pian piano Dio qualche cosa ci farà capire fino a poter desiderare di non governare solo per cercare di portar avanti le cose, ma per verificare se le nostre sorelle veramente amano il Signore, se sono davvero innamorate di Cristo, se stanno bene religiosamente, se la vita religiosa e spirituale fiorisce, se vivono la salvezza o sono invece tutte amareggiate. Sono queste le domande da farsi per poter ripartire.
A mio parere il servizio di governo oggi è esattamente questo. Ripartire dalla Sapienza e leggere in modo sapienziale i segni del tempo. Altrimenti continuerà a non succedere niente.*

* Il testo non è stato rivisto dall’autore.

 

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IL BIG BANG DI DIO (DI G.RAVASI)

http://liberstef.myblog.it/2008/04/20/il-big-bang-di-dio-di-g-ravasi/

IL BIG BANG DI DIO (DI G.RAVASI)

Posted on 20 aprile 2008
Il rapporto fra creazione ed evoluzione, il dialogo tra fede e scienza, il futuro dell’universo: una riflessione di Gianfranco Ravasi

fonte: www.avvenire.it (19.04.08)

Per la tradizione giudeo-cristiana nella creazione è insita una rivelazione cosmica che non si oppone a quella soprannaturale. Il confronto fra le diverse cosmologie.

Nell’assemblea del tempio di Gerusalemme si fece silenzio; un solista si alzò e intonò il Grande Hallel, la lode a Dio per eccellenza, il Salmo 136: «Lodate il Signore: egli è buono! / I cieli ha fatto con sa­pienza, / la terra ha stabilito sul­le acque, / ha fatto le grandi lu­ci: / il sole a reggere i giorni, / la luna e le stelle a regger la not­te! ». E il popolo a ogni verso ac­clamava: Ki le’olam hasdò, «per­ché eterno è il suo amore!». In quella strofa, che avrebbe gui­dato un rosario di altre strofe dedicate alla storia sacra così da comporre il Credo d’Israele, ba­lenava la prima, indimenticabile pagina della Bibbia, quel celebre capitolo 1 della Genesi, aperto da un lapidario Bereshit bara’ E­lohìm,
«In principio Dio creò…». Era, quella della Gene­si, una pagina curiosa nella sua ieratica ripetitività. Essa sembra oggi elaborata al computer se­condo un complesso schema numerico: 7 giorni nei quali af­fiorano 8 opere divine scandite in 2 gruppi di 4; 7 formule fisse alla base dell’intera trama del racconto; 7 ritorni del verbo ba­ra’,
‘creare’; per 35 volte (7×5) risuona il nome di Dio; per 21 volte (7×3) entrano in scena ‘terra e cielo’; il primo versetto si compone di 7 parole e il se­condo di 14 (7×2)… Questa spe­cie di cabala, ritmata sul 7 della settimana liturgica, numero di pienezza, di perfezione e di ar­monia, era destinata a celebrare lo squarcio che nel silenzio del nulla e nella tenebra del caos compie la parola divina creatri­ce. Tutta la creazione, infatti, è riassunta in un possente impe­rativo: «Sia la luce! E la luce fu».
Forse il miglior commento a questa riga biblica è nell’orato­rio La creazione di Haydn, con la sua prodigiosa generazione di un solare Do maggiore che sboccia dal caos di una modula­zione infinita di suoni. Per la Bibbia Dio non crea il mondo attraverso una lotta primordiale intradivina, come insegnavano le cosmologie babilonesi per le quali il dio vincitore Mar­duk faceva a pezzi la divi­nità negativa Tiamat, com­ponendo con essa l’univer­so. In tal modo il creato reca­va in sé neces­sariamente e definitivamen­te la stimmata del male e del limite. Per la Bibbia, invece, co­me dirà l’evangelista Giovanni in quel capolavoro innico che è il prologo al suo vangelo, «in principio c’era la Parola (il Lo­gos) », il Verbo efficace divino.
Nel libretto del profeta Baruk si dice che «le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono. Dio le chiama per nome ed esse ri­spondono: Eccoci! E brillano di gioia per colui che le ha create» (3,34-35). Nell’idillio primaverile dipinto nel Salmo 65, la terra di­venta come un manto fiorito e chiazzato di greggi perché in es­sa è passato col suo cocchio il Signore delle acque e della fe­condità e «tutti gridano e canta­no di gioia». In modo più freddo e ‘teorico’ il libro della Sa­pienza, uno scritto biblico sorto forse ad Alessandria d’Egitto alle soglie del cri­stianesimo, osserverà che «dalla gran­dezza e dalla bellezza delle creature per a­nalogia si co­nosce l’autore» (13,5). E in que­sta stessa linea si muoverà Paolo nel suo capolavoro teologico, la Lettera ai Romani: «Dalla crea­zione del mondo in poi, le per­fezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intel­letto nelle opere da lui compiu­te » (1,20).
Il creato è, dunque, latore di una rivelazione ‘cosmica’ e ‘natura­le’ che non sostituisce ma nep­pure si oppone a quella ‘so­prannaturale’. Per ricorrere a un gioco di parole, possibile solo in greco, si potrebbe dire col filo­sofo ebreo alessandrino Filone (I secolo d.C.) che Dio ha com­posto dei poiemata, cioè delle ‘opere’ che sono anche ‘poe­mi’, atti che sono messaggi, realtà che sono parole. Dopo tutto in ebraico un unico voca­bolo, dabar, significa contem­poraneamente ‘parola’ e ‘fat­to’. L’orizzonte creato per il cre­dente ebreo o cristiano è, sì, un panorama mirabile che può es­sere contemplato con animo ro­mantico (nella Bibbia ci sono al riguardo pagine emozionanti) ma è soprattutto un ‘testo’, un bagliore del Creatore, una pre­senza nascosta ma reale.
Questa presenza, però, non si­gnifica identità panteistica tra creato e Creatore. La concezione ebraico-cristiana della natura comprende in modo vigoroso il senso del limite e della finitudi­ne. Dio stesso impedisce alla sua creazione – pur limitata e fragile – di dissolversi. È ciò che dichiara con un interrogativo re­torico Dio stesso a Giobbe: «Chi serrò tra due battenti il Mare, quando erompeva a fiotti dal suo grembo materno, quando spezzavo il suo slancio impo­nendogli confini, spranghe e battenti e gli dicevo: Fin qui tu verrai e non oltre, qui s’abbas­serà l’arroganza delle tue onde?» (38,8-11).
A questa forza negativa si asso­cerà anche la potenza oscura della libertà umana che irrompe sul creato, come insegna il capi­tolo 3 della Genesi, sfasciando­ne l’armonia col suo peccato di orgoglio e di egoismo e riducen­dolo a un deserto di ‘spine e cardi’.
Ma la grande attesa non è domi­nata dall’incubo di una dissolu­zione. Paolo, infatti, immagina la creazione come una donna che geme nelle doglie di un par­to e l’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia, dipinge il mondo futuro come un creato privo del mare-male e del dolore-morte: «Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più… Dio tergerà ogni lacrima dai loro oc­chi, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (21,1.4).

GIOIA E UMORISMO PER UNA SANA SPIRITUALITÀ (I)

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=2519

GIOIA E UMORISMO PER UNA SANA SPIRITUALITÀ (I)

(Teologo Borèl) Luglio 2006 – autore: padre Jesús Castellano Cervera OCD

A pensarci bene dobbiamo ammettere che la gioia è una parola chiave del lessico cristiano. Gioia di Dio per la sua creazione, fino al punto che vedendo la bellezza del mondo e specialmente della creatura umana la pupilla di Dio, dico i rabbini, si è dilatata, fino a far fluire una lacrima di estrema gioia…

Introduzione
Sono rimasto sorpreso per l’insistenza con cui ricorre nei Vangeli dell’ultima cena l’invito alla gioia (Gv 15, 11; 16, 20-21; 22.24; 17, 13). E’ uno dei temi più presenti nei discorsi di addio dell’ultimo incontro conviviale di Gesù con i discepoli, quasi una preparazione psicologica e una pedagogia amorevole per quanto sta per accadere, e che, tuttavia, non è una fine tragica ma un passaggio doveroso. La tristezza dei discepoli, assicura Gesù, si muterà in gaudio. Nelle sue confidenze intime Gesù ci parla della sua gioia e ci assicura la nostra. E’ promessa ed è dono. E’ invito ed è superamento. E’ un invito alla pienezza. “La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (1). Vale la pena riferirsi ad un maestro che parla così di sé, e promette tanto a noi.
A pensarci bene dobbiamo ammettere che la gioia è una parola chiave del lessico cristiano. Dall’Antico Testamento, con la gioia di Dio e dell’uomo nella creazione, all’Apocalisse con la promessa della gioia senza ombre, un fiume pieno di letizia percorre tutta la Bibbia, con momenti di notte e di buio, ma con la vittoria finale che tutto mette a posto e anticipa le ragioni della speranza in ogni momento. Tutto è detto nelle pagine della Bibbia. Gioia di Dio per la sua creazione, fino al punto che vedendo la bellezza del mondo e specialmente della creatura umana la pupilla di Dio, dico i rabbini, si è dilatata, fino a far fluire una lacrima di estrema gioia divina e di piacere divino per la sua creazione. La gioia quindi è insieme realtà interiore e manifestazione esteriore. Con mille ragioni per essere felici. E mille inviti a vivere così, e a manifestare questo modo di essere e di relazionarsi dei credenti dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Tutto il Vangelo di Luca è un inno alla gioia con una intonazione da inno gioioso come accade nel saluto dell’Angelo a Maria (“Rallegrati”) e nel Magnificat, nella buona novella annunziata ai Pastori: “Vi annunzio una grande gioia”, nell’annuncio di Gesù alla Sinagoga di Nazaret, nell’esultanza di Gesù nella sua preghiera, mosso dallo Spirito Santo. Possiamo dire che tutta la vita e la predicazione di Gesù sono un vero e proprio “Evangelion”, una Buona e gioiosa notizia del Regno, dall’inizio fino alla fine (2).
Ragioni non mancano per essere felici. Sono settanta o centomila, quante ne vogliamo. Come tante sorgenti, ma con un’unica acqua. Forse alle volte i cristiani non se ne accorgono e non danno testimonianza di una realtà così semplice. Spesso i non credenti rimproverano ai cristiani il volto triste, come se non fosse vero che hanno una fede che è sorgente di felicità. In realtà, anche le ragioni per essere tristi, ci sono; ma sono sempre relative e non definitive, perché vi è una speranza cristiana che ha già sconfitto in precedenza le ragioni di una tristezza definitiva.
La gioia: un quarto trascendentale per l’uomo di oggi
Oggi si parla della riscoperta della bellezza come espressione di una necessaria integrazione con la verità e la bontà, due trascendentali classici. Io mi batto anche per l’introduzione di un altro trascendentale che è quello della gioia, della felicità, della beatitudine, se al pari della ricerca della verità e della bontà, oggi si afferma che la bellezza salverà il mondo. La gioia è anche desiderio intimo della persona, ricerca costante e mai appagata, promessa di qualcuno che veramente c’invita ad essere sempre nella gioia, anche in mezzo alle persecuzioni. Alla parola più recente della teologia, cioè “Dio è bellezza”, occorre aggiungere: Dio è gioia. Una giovane santa carmelitana, la cilena Teresa de los Andes, ha coniato la frase: “Dio è gioia infinita”.
Occorre quindi mettersi alla riscoperta delle sorgenti e del percorso della gioia di Dio e dell’uomo per un cristianesimo che porti il timbro di questo Dio che è gioia infinita vissuta e comunicata. Del resto, il grande predicatore Gesù, figlio di Dio, ha iniziato la propaganda del suo messaggio nuovo nel Vangelo di Matteo con un invito alla felicità e una promessa, quella delle beatitudini e della beatitudine. Beati, cioè, felici, gioiosi…Certo, non a poco prezzo, ma rovesciando i valori della vera gioia secondo il mondo, con un invito a tutti coloro che ad ascoltarlo sembravano piuttosto dei poveri e degli infelici del suo tempo e di tutti i tempi.
Il Regno di Dio che Gesù annunzia con divina pedagogia, porta sempre con sé, come frutto e come lievito, l’esperienza e la promessa di una santa letizia. Gesù ha vissuto una esperienza giubilare, gioiosa, nella libertà e nella condivisione di tutto con gli altri. Ha creato una Chiesa della gioia se dei primi cristiani si metteva in luce specialmente la letizia e la semplicità nel cuore….La gioia ha un’espressione che dal cuore fiorisce nel volto. La luminosità degli occhi, la lievità aperta del volto, la forza dell’amore che si esprime in parole e in sguardi, la dilatazione del sorriso, il battito del cuore che si manifesta nello stupore di un sentimento nuovo e gratificante che fa bene anche alle arterie e porta ad illuminare tutta la persona che a sua volta illumina gli altri, sono componenti della gioia.
Qualche riflessione antropologica
Talvolta il sorriso scoppia nella risata, procurata da un colpo di ingegno da una osservazione acuta, da una uscita imprevedibile, da un rovesciamento della logica, da una presa in giro, nel senso più esatto della parola, da un rigirare le cose e la logica amara, per scoprire un altro lato della realtà, configgere una certa visione pessimista, scoprire, il senso del ridicolo di certi atteggiamenti, contestare un modo tutto razionale e serio di vedere le cose che non è l’unico, ampliare gli orizzonti del pensiero e dell’esistenza. Ed ecco il sorriso e la risata che fanno buon sangue come si dice. Ecco come gioia, sorriso ed umorismo nascono dal cuore buono, mite e profondamente umano. Come una forza creativa che nel nostro cuore non si rassegna alla tristezza e ai limiti, come uno scoppiettio della speranza che cerca altre soluzioni ed altre ragioni, semina allegrezza, perché è della natura umana, ad immagine di Dio, comunicare, donare, condividere…Ma tutto questo nella verità, altrimenti la gioia è vuota ed effimera, ingannevole e pericolosa, lascia una tristezza ancor più grande. Il sorriso e la risata chiedono la verità e la schiettezza, ma anche una certa bontà ed una bellezza un po’ arlecchina, anche quella del clown che, consapevole dei limiti propri ed altrui, strappa sorrisi ai bambini e agli adulti.
Ma attenzione! Il sorriso e la risata non devono diventare una smorfia infelice e vuota, e l’umore non deve caricare ancora le tinte per diventare quello che si chiama “humour nero”, che incenerisce subito al gioia e la seppellisce in una tristezza ancor più profonda; humour superficiale o morboso che scandalizza, seminando nel cuore e nella mente tossine di malizia e di cattiveria che sconvolgono l’equilibrio personale e il rapporto con gli altri. Basterebbe questa serie di osservazioni per capire quanto importante sia la gioia, il sorriso e l’umorismo, quanto si addicano alla vocazione umana e cristiana, quanto siano un dono di Dio ed una invidiabile qualità, quanto possano contribuire a cambiare il mondo, incominciando a cambiare il volto e il cuore delle persone, i rapporti, gli incontri. E tuttavia quanto fragile è l’equilibrio e sottile la demarcazione fra la vera gioia, piena di bontà e di bellezza, che si colora di umorismo e trasfigura i volti nel sorriso, e la falsa gioia che produce smorfie e non sorrisi. “Humour nero” e non bianco, che distilla amarezza e pessimismo e non bontà ed ottimismo cristiano.
Se poi si guarda questo mondo dove c’è tanta tristezza e tanta gioia superficiale, viene da pensare che i cristiani, uomini della gioia, del sorriso e del buon umore, devono diventare apostoli di un nuovo apostolato umanistico, quello del buon umore e dell’ottimismo cristiano. La Chiesa ha bisogno di diventare insieme una casa ed una scuola di comunione nella gioia vera, tanto più umana quanto divina.
Dalla teologia all’esperienza
Ma quale posto occupa la gioia e l’umorismo in una sana spiritualità? A dir vero non è difficile trovare a livello teorico in libri e Dizionari di vita spirituale, anche recenti pagine belle e suggestive sulla gioia. Certo non è facile parlare della gioia nell’ambito della spiritualità. La parola risuona centinaia di volte con una sinfonia di parole, come è stato ricordato, nelle pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento. Si può quindi proporre un vero e proprio trattato di teologia biblica della gioia, come è stato fatto di recente in due libri monografici del Dizionario di spiritualità biblica e patristica, uno dedicato alla Bibbia, AT e NT, un altro dedicato ai Padri della Chiesa di Oriente e di Occidente (3). Ma non vogliamo tediare con una serie infinita di citazioni bibliche sulla gioia, le sue cause, le sue fonti. Basta fare memoria, per il momento e sapere che esistono queste trattazioni sistematiche. Cerchiamo piuttosto di offrire alcuni spunti che ci permettono attraverso l’esperienza spirituale di entrare nel mondo della gioia di Dio e della gioia umana, come autentica esperienza di spiritualità
La gioia: una esperienza liturgica
Di gioia parlano tanti testi liturgici, oltre a quelli dei salmi e dei cantici, che mettono sulle labbra dei fedeli, più che parole, sentimenti che fanno commuovere il cuore nella esperienza ineffabile del canto, spesso accompagnato da felici melodie che sono chiamate “jubilus”, come l’alleluia del gregoriano, un modo di gioire e far gioire con il canto che si eleva e cade, si rialza e si slancia, quasi con un desiderio di non finire mai.
“Luce gioiosa”, “Phos ilaron” cioè “Ilare luce”, luce che procuri la gioia, il gaudio che generi il sorriso del cuore e della labbra, è l’inizio di uno degli inni più antichi della Chiesa, rivolto a Cristo, cantato ancora oggi tutti i giorni nel vespro nella liturgia bizantina, quando scende la sera. Bisogna ascoltare quell’antica melodia cantata dai nostri fratelli ortodossi della Grecia per sperimentare la vera gioia spirituale dell’invocazione a Cristo mentre il sole tramonta e il giorno volge al termine. Canti della Chiesa antica e moderna che hanno prodotto tanta gioia nei cuori nella celebrazione della santa liturgia, come quelli che ricorda Agostino nel momento della sua conversione o Paul Claudel, più vicino a noi, nel giorno del suo battesimo a Notre Dame de Paris.
Gioia del cielo sulla terra, è il titolo di uno dei primi libri di Max Thurian, nei primi anni di monaco di Taizé, parlando della liturgia vissuta con la semplicità dei cuori puri. Una liturgia, come quella attuata dai monaci di Taizé che tanti giovani è riuscita ad attirare, dove bellezza, bontà e gioia si mescolano nei gesti e nelle luci, nelle icone e nei canti…Ma la gioia vissuta nella liturgia si porta in terra con la carità vissuta, affinché secondo la bella espressione del Crisostomo, facendo a Cristo quello che è fatto al più piccolo “la terra diventi cielo”. Un messaggio sempre attuale: portare la gioia, dono di Dio, dove c’è la tristezza per essere veicoli della gioia di Cristo nel mondo…Per questo la liturgia, specialmente la liturgia pasquale, che prende spunto dalla notte santa di Pasqua, è piena di inviti alla gioia, ad incominciare dal grane preconio pasquale, che dà il “la” di una tonalità gioiosa e pasquale alla vita cristiana: “Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste, sia in festa tutta la Chiesa…”. Un canto nel quale la gioia profonda e travolgente non manca dell’umorismo della sfida teologica di Agone, quando si arriva a riconoscere come “felice” la colpa di Adamo che ci ha procurato un tale Redentore. Il testo attuale dell’Exultet, canto e sfida del gaudio della Chiesa nella proclamazione della risurrezione del Signore, conserva ancora gli echi del cantico antico iniziale dell’Anonimo quartodecimano in una delle prime omelie pasquali.
Una ondata di letizia percorre i canti liturgici pasquali di Oriente e di Occidente, il saluto pasquale che si rivolgono i cristiani durante il tempo di Pasqua e con motivo della morte di un cristiano come sfida alle ragioni della tristezza e della morte: “Cristo è risorto”; “Sì è veramente risorto”. Gioia che si rinnova e si prolunga in ogni domenica. E’ nota la famosa frase della Didascalia degli apostoli: “Chi è triste nella domenica commette peccato”. Perché se l’enigma che fa piangere, ci fa essere tristi e talvolta porta a stravolgere la gioia in lutto, è paura della morte, la vittoria di Cristo rimane la ragione definitiva della gioia cristiana. Per i cristiani è emblematico il canto dell’Alleluia, che è sinonimo di gioia cantata al Signore; alleluia è il canto nuovo della Pasqua, il canto del cammino verso la patria, con quel “canta e cammina” dei pellegrini verso la patria, secondo la bella espressione di Agostino; pellegrini che condividono la stessa letizia traboccante della speranza e che si fanno coraggio nella stanchezza guardando in avanti prendendosi per mano, cantando camminando e camminando cantando (4).
Davvero un cammino gioioso è quello del cristiano. Un autore cristiano dei primi secoli, Eusebio di Seleucia, ha potuto scrivere una frase ad effetto che rivela un valore perenne della spiritualità cristiana, attinta alla gioia della pasqua: “La risurrezione di Gesù ha fatto della vita dei cristiani una festa senza fine” (5). Questa frase, letta da un monaco di Taizé afflitto da cancro e comunicata a Roger Schutz, ha dato origine a un libro che ha avuto molta risonanza presso i giovani pellegrini della comunità di Taizé: La tua festa non abbia fine (6). “Festa senza fine”, una “sacra celebrazione”, un giorno senza tramonto è stata definita la vita dei cristiani che credono nella Pasqua. Non è motivo di gioia e di realismo sentirsi dire dal serio “didascalo” di Alessandria, Origene, che il cristiano è il luogo della celebrazione e della festa con tutte le opere della sua vita quotidiana e che si deve ritenere sempre un tempio, abitato da Dio, anche se ti trovi nel teatro, perché sei il santuario di Dio? (7).
Forse dobbiamo ritornare alla Pasqua come ad un punto di riferimento essenziale per la gioia cristiana. La certezza della Risurrezione di Gesù è anche certezza della vittoria del bene sul male, dell’amore sulla morte, la vittoria del Padre del nostro Signore Gesù Cristo, cioè del Padre che ha risuscitato Gesù e lo ha costituito Signore. Egli è la garanzia della vittoria finale ma anche della presenza con noi e in noi di una sorgente di gioia infinita. Un autore spagnolo, J. Martin Descalzo, ha scritto un succoso libretto dal titolo Le ragioni della gioia. 70 motivi per trovare la serenità (8). Alla fine del libro sintetizza tutto il suo insegnamento con una considerazione sul tempo di Pasqua ed una serie di ragioni fondamentali che partono dalla risurrezione di Cristo come motivi essenziali e definitivi di letizia. La Pasqua è stata considerata un “laetissimum spatium”, uno spazio traboccante di gioia, come afferma Tertulliano da celebrare durante cinquanta giorni, e poi ogni settimana. Non dimentichiamo la profonda affermazione di Paolo VI: “Per essenza la gioia cristiana è partecipazione alla gioia insondabile, insieme divina ed umana, che è nel cuore di Gesù Cristo glorificato”. E’ Cristo che vive in noi e gioisce in noi con la stessa esaltazione dello Spirito.
“Gaudente in Domino”: Esortazione alla gioia
Ma ecco che dobbiamo parlare di Paolo VI, il Papa che ha scritto un bel documento sulla gioia cristiana (9). Sì, abbiamo anche fra i documenti recenti del Magistero un bel trattato sulla gioia cristiana. L’ha scritto un Papa che aveva piuttosto un volo mesto, lo chiamavano alcuni maliziosamente “Paolo mesto”, ma forse non avevano mai fissato gli occhi di quel Papa luminoso e non avevano mai ascoltato certe parole di fuoco dette in determinati momenti. Ecco cosa ha detto parlando dello Spirito Santo in un inno al Consolatore, in una pagina fra le più belle forse scritte sul Paraclito in tutta la storia della Chiesa: Egli è “animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza, suo sostegno e suo consolatore, sua sorgente di carismi e di canti, sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio di vita beata ed eterna” (10). Un testo che fa gioire dal più profondo del cuore e dice che non solo la gioia è dono dello Spirito, ma che lo Spirito è la gioia e la sorgente perenne della letizia cristiana. Ecco quindi che Paolo VI, nel 1975, celebrando l’anno giubilare ha voluto donare alla Chiesa il manifesto della gioia cristiana con l’Esortazione Apostolica “Gaudente in Domino” del 9 maggio 1973. Tutto quanto si può dire a livello biblico e teologico della gioia cristiana si trova scritto lì come in una sintesi della gioia. Gioia come espressione caratteristica della natura umana; è, infatti, una delle “passioni” della persona umana, cioè di quei sentimenti ricchi di risonanza e di bellezza che sono il patrimonio antropologico più bello. Gioia non frenata e non offuscata dalle contraddizioni che la minacciano e la fanno venire meno, per i mille fenomeni che la mettono in difficoltà. Paolo VI annunzia le grandi verità della Bibbia, l’esempio dei Santi Martiri gioiosi che hanno dato testimonianza della gioia e perfino dell’umore davanti ai carnefici, come si racconta di san Lorenzo sulla graticola. Figure luminose di apologisti, testimoni e dottori della gioia come Agostino, testimoni come Francesco, Bernardo, Domenico, Ignazio, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e Giovanni Bosco, Teresa de Lisieux e Massimiliano Kolbe. Anche se mancano all’appello Francesco di Sales e Filippo Neri.
Non manca quindi nella Chiesa cattolica una buona teologia della gioia radicata nella stessa psicologia umana, nelle ragioni più profonde della fede, della natura e della grazia, nelle certezze che ci vengono dalla paternità di Dio, della presenza di Cristo, della nostra vita destinata alla gloria, delle mille gioie della vita, seminate lungo le strade della nostro giornata. Gioie che fanno la storia del quotidiano.

Spiritualità della gioia
Esiste una considerazione particolare della gioia nell’ambito della spiritualità? Ad essere sistematici nelle nostre considerazioni dobbiamo dire che non esiste una vita cristiana, cimentata sulle ragioni della fede, che non sia per forza piena della letizia che è uno dei frutti dello Spirito. Anche se spesso gli spirituali scientifici dimenticano di inserirla nelle loro considerazioni sistematiche, i veri spirituali la mettono al centro delle loro testimonianze. Oggi ritorna di moda il tema della gioia e della festa. In realtà è da tempo che è ritornato. Con estrema regolarità, in tempi in cui il rigorismo e la freddezza prevalgono nella vita della Chiesa, lo Spirito Santo suscita una ventata di teologia e spiritualità della gioia, un’ondata carismatica. E’ capitato anche nei decenni passati. Quando il vento di tramontana della secolarizzazione ha spazzato via tante cose nella Chiesa, lo Spirito Santo ha soffiato un po’ di scirocco di fervore e semplicità per ridare equilibrio alla sua Chiesa. Basti pensare a quanto è avvenuto nella Chiesa con le espressioni di gioia del rinnovamento carismatico. Quando, i seri teologi hanno inondato con volumi ponderosi ed interminabili la teologia, è ritornata di moda la saggezza degli apologhi, delle fiabe e dei racconti.
E’ la teologia della gioia che risplende nella spiritualità della liberazione, gioia dei poveri di Yahvè che si “abbeverano nel proprio pozzo”, è la saggezza della vita che porta a festeggiare in letizia la creaturalità, la fede in Dio Padre, la speranza, la dimestichezza tutta familiare con la Vergine Maria ed i Santi, come accade nei popoli del così detto terzo mondo, veri maestri della gioia e della semplicità cristiana. Certo la gioia è un dono ed un cammino, una responsabilità ed un compito. Alcuni potrebbero ricondurre tutto ad una certa superficialità che metterebbe in pericolo la serietà della croce e il superamento ontologico del dolore e della morte con la risurrezione del Signore. Per questo non possiamo dimenticare che la gioia vera, come la Risurrezione del Signore, sorge dall’abisso del suo abbandono sulla Croce, limite di ogni limite. Ancora oggi la gioia più vera ed autentica nasce da questo abbraccio generoso del Dio Crocifisso e Risorto.
Ci sono di esempio i santi, i quali sanno distinguere alcuni processi ed alcuni momenti di questo stato luminoso e radioso della vita e del cristiano autentico. Uomo della gioia vera, provata ma autentica, comunicatore di entusiasmo e di speranza. Uomini e donne delle notti oscure e delle giornate luminose della quotidiana esperienza cristiana. Se è vero come dice il noto documento del Vaticano II dal titolo Gaudium et spes (Le gioie e le speranze) al n. 1 che nulla di quanto è umano è alieno al cuore del discepolo di Cristo, come possiamo togliere la gioia, con i suoi sentimenti più veri e le sue ragioni più umane, dal vocabolario, dalla teologia e dalla spiritualità di Colui che ci ha parlato della gioia ed è lui stesso, come dicono gli antichi inni latini dell’Ascensione è “il nostro gaudio”?

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1) G. Ferraro, La gioia di Cristo, Libreria Editrice Vaticana, 2000.
2) Cfr. il mio breve contributo Jubilate, in “Unità e carismi” n.1, 2000, pp. 2-4.
3) Roma, Editrice Borla, 2000, vol. 26 e 27.
4) Discorso 256 1-3: PL 38, 1191-1193.
5) Omelia Pasquale: PG 28, 1081.
6) Brescia, Morcelliana, 1980.
7) Carlo Lorenzo Rossetti, “Sei diventato il tempio di Dio”. Il mistero del tempio e dell’abitazione divina negli scritti di Origine, Roma, Gregoriana, 1998, pp. 143-173.
8) Gribaudi, Torino, 1992.
9) Cfr. M. Mantovani, Paolo VI, maestro e testimone della gioia, in “Unità e carismi” n.1, gennaio-febbraio 2000, pp. 23-30. Tutto il numero monografico è dedicato alla gioia.
10) Tutto il discorso pronunciato nell’Udienza del mercoledì 29 novembre 1972, in Insegnamenti di Paolo VI, X, Città del Vaticano, 1973, pp. 1210-1211.

Publié dans:GIOIA E LETIZIA |on 22 mars, 2015 |Pas de commentaires »

INNO VESPERTINO – SAN GREGORIO NAZIANZENO, IL TEOLOGO

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INNO VESPERTINO – SAN GREGORIO NAZIANZENO, IL TEOLOGO

Te, anche ora, noi benediciamo,
o Cristo, Parola del mio Dio,
luce da luce che non ha principio,
e dispensatore dello Spirito,
triplice luce che in unico
splendor s’aduna.
Tu dissipasti le tenebre
e stabilisti la luce;
e nella luce creasti ogni cosa,
e fissasti l’instabile materia
nelle forme del cosmo
e nel presente bell’ordine.
Tu illuminasti la mente dell’uomo
con la ragione e la sapienza,
offrendo anche quaggiù un’immagine
dello splendor dell’alto,
affinché con la luce l’uomo veda la luce,
e diventi tutto luce.
Con lumi vari
illuminasti il cielo.
Alla notte e al giorno
comandasti d’alternarsi in pace,
rendendo onore alla legge
del fraterno amore.
Con la notte dai tregua alle fatiche
della molto travagliata carne;
e col giorno svegli al lavoro
e all’opere a te gradite,
affinché, fuggendo le tenebre,
ci affrettiamo verso il giorno,
quel giorno che mai non dissipa
oscura notte.
Tu fa’ che scenda leggero
il sonno sulle mie palpebre,
affinché non troppo a lungo
giaccia la lingua senza lodarti;
e cessi di far eco al coro degli angeli
la tua creatura.
Insieme a te il letto induca
a pie meditazioni;
non rimproveri la notte
qualche sozzura del giorno;
né vani sogni mi turbino,
scherzi della notte.
La mente, invece, pur senza il corpo,
con te parli, o Dio,
e con il Padre e con il Figlio
e col Santo Spirito,
cui sia onore, potenza e gloria
per i secoli. Amen.

da: Carmi autobiografici, XXXII, in MG, XXXVII, 511-513

Publié dans:SERA (PENSIERI PER) |on 21 mars, 2015 |Pas de commentaires »

ELEVENTH STATION, Jesus promises his Kingdom to the good thief

ELEVENTH STATION, Jesus promises his Kingdom to the good thief dans immagini sacre stazione11

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2007/via_crucis/it/station_11.html

Publié dans:immagini sacre |on 20 mars, 2015 |Pas de commentaires »

LETTERA AGLI EBREI: PRESENTAZIONE GENERALE

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LETTERA AGLI EBREI: PRESENTAZIONE GENERALE

Giuseppe De Virgilio
La lettera agli Ebrei è l’esempio più antico e completo di omelia cristiana su Cristo «sommo sacerdote della nuova alleanza». Affascinante e complesso, questo scritto intende formare e sostenere i credenti nella concretezza della vita, in vista di un’autentica testimonianza di fede.
Lo scritto neotestamentario che va sotto il titolo di «Lettera agli Ebrei» costituisce, per forma e contenuto, una delle più importanti testimonianze della tradizione teologica sul sacerdozio di Cristo elaborata nel cristianesimo delle origini[1]. Proponiamo un percorso introduttivo alla lettera in quattro tappe: a) Tradizione e canonicità; b) Contesto e redazione; c) Caratteristiche letterarie; d) Caratteristiche teologiche.

Tradizione e canonicità
Tradizione
Nell’elenco della Bibbia cattolica la lettera agli Ebrei segue la lettera a Filemone e precede quella di Giacomo. Anche se non contiene come mittente il nome di Paolo, fin dall’antichità essa è stata inserita tra le lettere paoline. La collocazione attuale è attestata per la prima volta nel codice Cleromontano (VI sec.), mentre nei precedenti codici la lettera era posta tra 2Tessalonicesi e 1Timoteo (cf. Sinaitico e Alessandrino) e nell’antichissimo papiro P46 (Chester Beatty, sec. II) si trova tra Romani e 1Corinzi.
Non c’è concordanza della tradizione antica circa l’origine della lettera. La discussione riguarda il problema dell’autenticità paolina. Presso le comunità dell’Oriente, Ebrei fu ritenuta paolina nonostante le differenze rispetto al resto dell’epistolario. Queste erano spiegate in diversi modi: Clemente Alessandrino ipotizza che la lettera fosse stata inizialmente scritta da Paolo in ebraico e tradotta in greco da Luca[2]; Origene riconosce che la dottrina della lettera è degna di Paolo, mentre la forma letteraria sarebbe di un altro autore. In Occidente le perplessità circa l’autenticità paolina erano accentuate dall’impiego di Ebrei nelle controversie con gli ariani (cf. Eusebio; Tertulliano).

Canonicità
Verso la fine del IV sec. si perviene alla determinazione canonica anche grazie al peso autorevole della Chiesa d’Oriente. Ilario di Poitiers cita Ebrei allo stesso titolo delle lettere paoline. Girolamo lascia aperta la questione dell’autenticità paolina, confermando però la canonicità della lettera. Agostino d’Ippona conferma la canonicità invocando l’autorità delle Chiese orientali[3]. Il riconoscimento canonico è ufficialmente sancito nel Concilio di Laodicea (360) ed è attestato da Attanasio (cf. Lettera di Pasqua del 367). In Occidente l’attestazione canonica si trova nel Sinodo romano (382) e nei successivi Concili africani di Ippona (393) e Cartagine (397 e 419). Confermando tale tradizione i Concili di Firenze (1441) e di Trento (1546) inseriscono Ebrei nell’elenco ufficiale dei libri biblici, per quanto la definizione canonica tridentina non si pronunciò sulla questione dell’autenticità.

Il dibattito sull’origine paolina
È comprensibile come le perplessità che accompagnarono gli antichi circa l’autenticità-paternità paolina e l’identità dell’autore abbiano caratterizzano anche l’epoca moderna e contemporanea. La prima questione concerne il confronto letterario e teologico di Ebrei con l’epistolario paolino. Pur riconoscendo alcune rilevanti convergenze letterarie e tematiche con le lettere dell’Apostolo, tutti i commentatori elencano una cospicua serie di elementi che dimostrerebbero la non paolinicità dello scritto. Forniamo una sintesi essenziale delle differenze sul piano stilistico e contenutistico.
Sul piano stilistico:
– nell’esordio non compare come mittente il nome di Paolo;
– propone uno sviluppo ponderato nel vocabolario (con la presenza di numerosi hapax legomena), misurato nel procedimento dimostrativo, raffinato nel linguaggio, così diverso dalla spontaneità e dall’impetuosità di Paolo;
– adopera appellativi diversi per parlare di Gesù, introduce in modo diverso le citazioni dell’Antico Testamento (di cui rivela una notevole competenza esegetica e teologica) rispetto all’uso paolino delle Scritture[4];
– l’autore di Ebrei non rivendica mai la sua autorità apostolica, preferendo dar rilievo al suo messaggio, a differenza di Paolo che è solito mettersi in primo piano e difendere il suo apostolato (cf. Gal 1,1.12; 2Cor 11,1-2.23).
In definitiva, la composizione di Ebrei dimostra un’arte raffinata, mentre l’epistolario paolino è caratterizzato dalla focosa irregolarità dell’Apostolo. Tali indizi non permettono di attribuire direttamente la paternità paolina a Ebrei.
Sul piano contenutistico:
– rispetto all’epistolario, in Ebrei spicca la peculiarità della dottrina cristologica del sacerdozio di Cristo, confermata dalle formule: «apostolo e sommo sacerdote» (Eb 4,14), «sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek» (6,20), «garante di un’alleanza migliore» (7,22), «pioniere e perfezionatore della fede» (12,2), «mediatore della nuova alleanza» (12,24)[5];
– la critica alla «legge» giudaica è concepita in un modo diverso rispetto all’epistolario paolino;
– nello sviluppo argomentativo l’autore di Ebrei si riferisce a predicatori come appartenenti a una prima generazione cristiana (cf. 2,3; 13,7).

Ipotesi circa l’autore
Alla luce di questi elementi, che non confermano la paternità paolina dello scritto, si comprende l’eccedenza delle ipotesi nel corso della storia circa il possibile autore, la cui collocazione dovrebbe comunque essere compresa nella cerchia dei discepoli di Paolo (cf. la menzione di Timoteo in Eb 13,23). La tradizione annovera l’apostolo Pietro, l’evangelista Luca, Clemente Romano (cf. Fil 4,3), Barnaba, il diacono Stefano, Filippo uno dei “Sette”, Giuda fratello di Giacomo, Sila compagno di Paolo, Priscilla moglie di Aquila, Aristione discepolo del Signore (secondo Papia di Gerapoli) e, soprattutto, Apollo, raffinato giudeo di Alessandria convertitosi al cristianesimo (cf. At 18,24-28; 1Cor 3,4-9: 16,12; Tt 3,13). Secondo Karrer,
l’autore deve essere appartenuto a una classe elevata del suo tempo. […] Egli pervade il cuore dell’antica retorica con elementi specificamente cristiani: proprio il Cristo disonorato sulla croce (12,2) ha il più alto onore di figlio di Dio (2,7-9; 3,3, ecc.). Questo capovolgimento fa pensare a Paolo. Ma l’arte retorica è superiore a quella di Paolo[6].
Malgrado l’ampio ventaglio di ipotesi, l’assenza di ogni testimonianza in proposito non permette finora di risolvere il dubbio circa l’autore della lettera.

Contesto e redazione
Contesto
Un’attenta analisi di Ebrei implica la domanda circa l’ambiente socio-culturale delle sue origini e soprattutto l’identità dei suoi destinatari. Anche se il titolo «agli Ebrei» compare negli antichi manoscritti, in realtà esso non appartiene al testo della lettera. Nell’epilogo della lettera troviamo tre indicazioni: l’autore chiede di pregare perché sia restituito al più presto alla comunità (13,19); egli parla del «nostro fratello Timoteo» rilasciato (o partito), insieme al quale potrà finalmente rivedere la comunità (13,23a); si menziona un gruppo di cristiani denominati «quelli d’Italia» (13,24) che inviano saluti alla comunità.
Dalla lettura del testo è possibile focalizzare diversi elementi che aiutano a precisare la situazione dei destinatari. Si tratta di cristiani che non hanno conosciuto direttamente il Signore (2,3), il che dissuade dall’attribuire loro un’origine palestinese. Venuti alla fede da tempo (5,12), essi hanno dovuto sopportare persecuzioni dolorose che sono state affrontare con eroismo e solidarietà (10,32-34). Di fronte alle nuove difficoltà (12,1-7) l’autore esorta alla costanza (10,36), a una più alta qualità della vita spirituale (5,11-12), all’assidua partecipazione alle riunioni (10,25), a fuggire la tentazione dello scoraggiamento (12,3.12) e a opporsi alle pericolose deviazioni dottrinali (13,9). Quest’ultima accentuazione assume un tono drammatico (il pericolo dell’apostasia: 6,4-6) con chiari intenti parenetici (10,26-31).
Data la sorprendente familiarità con la letteratura anticotestamentaria, la lettera depone a favore di un contesto di origine giudaica, con influenze culturali molteplici, soprattutto per l’impiego della forma retorica[7]. I commentatori hanno sviluppato la ricerca approfondendo la natura della radice giudaica e le sue influenze in tre direzioni.
a) Una prima direzione riguarda il grado di influenza della letteratura (ambiente) qumranica. Pur in presenza di rilevanti assonanze tematiche tra Ebrei e gli scritti di Qumran (ad esempio, il tema della nuova alleanza e l’attesa del grande sacerdote degli ultimi tempi), sono state evidenziate notevoli differenze che giustificano il radicamento di una comune tradizione biblica giudaica, ma con esiti teologici diversi.
b) Una seconda direzione concerne la relazione tra Ebrei e il variegato mondo del giudaismo ellenistico. Tale collegamento è rappresentato dalla vicinanza stilistica (retorica) e tematica con il libro della Sapienza e, più in generale, con la tradizione del pensiero greco-alessandrino di Filone. Occorre riconoscere che sussistono importanti connessioni tipologiche, anche se l’idealismo platonico filoniano non si associa alla concretezza e alla visione escatologica di Ebrei.
c) Una terza direzione richiama a possibilità di un’influenza gnostica (pre-gnostica?) che avrebbe potuto influenzare alcuni temi della lettera, quali la solidarietà del Figlio e dei figli (cf. 2,11), l’evocazione del riposo di Dio (cf. 4,1-11) e l’immagine del passaggio attraverso il velo (cf. 6,19-20; 10,20). Anche per questa ipotesi, l’attestazione di una corrente gnostica è da considerare anacronistica rispetto alla redazione di Ebrei e al suo ambiente cristiano.
Occorre concludere che la lettera si è originata ed è stata redatta in un ambiente caratterizzato da tradizioni giudaiche, nelle quali si coglie l’incrocio con molteplici influssi culturali provenienti soprattutto dal mondo ellenistico.

Redazione e datazione
Si ignora il luogo di redazione, malgrado diversi manoscritti aggiungano nella postilla l’Italia, Roma o Atene. Una traccia potrebbe provenire dalla menzione del saluto da parte di «quelli d’Italia» (13,24). L’espressione può alludere a credenti d’Italia che vivono a Roma (o in Italia), ovvero a credenti originari dell’Italia che sono altrove.
Nel primo caso la lettera sarebbe stata redatta a Roma e la notizia di Timoteo compagno di Paolo, prigioniero nella capitale dell’impero, troverebbe conferma in 2Tm 4,9.21. La convergenza di questi due indizi porterebbe a datare lo scritto prima del 70 d.C. È indicativo che proprio Clemente Romano sia il primo degli scrittori cristiani a conoscere e citare la lettera.
Nel secondo caso potrebbe valere l’ipotesi che la lettera sia stata inviata alla comunità di Roma al fine di aiutare la componente giudeo-cristiana, forse nostalgica dell’eredità israelitica dopo la caduta di Gerusalemme, ad approfondire il valore teologico del sacerdozio di Cristo. In tal caso la datazione del testo non dovrebbe oltrepassare l’anno 95-96, data in cui Clemente Romano allude alla lettera scrivendo ai Corinzi e il cenno alle sofferenze subite dai credenti (10,32-34) farebbe riferimento alle persecuzioni di Nerone (nell’anno 64).

Caratteristiche letterarie
Il genere letterario
A confronto con le lettere paoline, Ebrei presenta importanti differenze nell’esordio (1,1-4) e nel corpo epistolare (1,5-13,21), mentre la finale (13,22-25) ripete i canoni del genere epistolare (esortazione, notizie personali, saluti). La problematica del genere letterario è complessa perché il testo non sembra una lettera, ma un’omelia[8] o un trattato teologico-apologetico. Infatti, l’esordio, senza mittente né destinatari, appartiene al genere oratorio e il corpo epistolare rileva gli indizi letterari (stile dottrinale, mancanza di allusioni ai destinatari, forme espressive orali) di un “discorso” tematizzato sulla superiorità del sacerdozio di Cristo.
Per tale ragione la maggioranza degli studiosi esclude che si tratti di una lettera, ma che sia un’omelia, un «discorso di esortazione» (logos parakléseos: 13,22; cf. At 13,15). La caratteristica del genere omiletico è di unire l’aspetto dottrinale (esposizione delle verità da credere) con quello parenetico (esortazione a vivere la fede confessata). Di fatto il testo di Ebrei corrisponde esattamente a tale profilo letterario: tra l’esordio (1,1-4) e la perorazione (13,20-21) si ha una costante alternanza dei due generi in modo sequenziale: alla dimostrazione dottrinale segue l’esortazione pastorale (cf. 2,1-4; 3,7-4,16; 5,11-6,20; 10,19-39; 12,1-13,18). La presenza della finale epistolare funge da biglietto di accompagnamento e conferma che l’omelia fu inviata a una o più comunità per la lettura e l’insegnamento.

La struttura letteraria
Tra le proposte strutturali spiccano due modelli principali: il modello tripartito: (a) la parola di Dio: 1,1-4,13; (b) il sacerdozio di Cristo: 4,14-10,31; (c) il cammino dei credenti: 10,32-13,17 e un secondo modello articolato in cinque parti. Secondo quest’ultimo modello proposto da A. Vanhoye[9], per la composizione della sua omelia l’autore ha adottato procedimenti di composizione che permettono di individuare la struttura letteraria del suo discorso. Avendo presente la complessa analisi di A. Vanhoye segnaliamo solo due procedimenti stilistici: l’annuncio del tema di ciascuna parte (cf. 1,4; 2,17-18; 5,9-10; 10,36-39; 12,13) e l’impiego di inclusioni (ripetizioni verbali), che segnano l’inizio e la fine di un’unità letteraria. Si ottiene così la seguente articolazione:

Esordio:: L’intervento divino nella storia umana (1,1-4)
I Parte: Cristologia generale (1,5-2,18)
a) Intronizzazione del Figlio di Dio ed esortazione a riconoscerne l’autorità (1,5-2,4)
b) Solidarietà con gli uomini acquisita attraverso la passione (2,5-18)
II Parte: Cristologia sacerdotale, aspetti fondamentali (3,1-5,10)
a) Gesù sommo sacerdote degno di fede perché Figlio di Dio (confronto con Mosè) (3,1-6)
– Esortazione contro la mancanza di fede (3,7-4,14)
b) Gesù, sommo sacerdote misericordioso (4,15-5,10)
III Parte: Sacerdozio di Cristo, aspetti specifici (5,11-10,39)
– Esortazione previa (5,11-6,20)
a) Altro ordine sacerdotale (relazione con Melchisedek) (7,1-28)
b) Altro atto sacerdotale (confronto con i sacrifici antichi) (8,1-9,28)
c) Altra efficacia sacerdotale (10,1-18)
– Esortazione conclusiva (10,19-39)
IV Parte: Adesione a Cristo, mediante la fede perseverante (11,1-12,13)
a) Esempi antichi di fede in Dio (11,1-40)
b) Esortazione alla perseveranza (12,1-13)
V Parte: Esortazione alla carità e santità (12,14-13,19)
Postscritto: Augurio conclusivo (13,20-21)
Commiato (13,22-25)

La lunghezza delle cinque parti va dapprima crescendo dalla prima alla più consistente terza parte, per poi decrescere passando dalla terza all’ultima. Tale articolazione rispetta la disposizione letteraria, retorica e tematica della lettera, favorendo un’armoniosa simmetria concentrica, che ha il suo centro al punto b) della terza parte.

Caratteristiche teologiche
La qualità della composizione letteraria di Ebrei si aggiunge alla profondità dottrinale e teologica del suo contenuto, la cui peculiarità è la presentazione di Cristo «sommo sacerdote della nuova alleanza». Fin dai primi secoli la peculiarità teologica di Ebrei è stata interpretata come una nuova sintesi della dottrina e della vita cristiana imperniata sulla mediazione sacerdotale di Cristo. Ci limitiamo a riassumere il suo messaggio segnalando tre prospettive: a) la relazione tra antica e nuova alleanza; b) la cristologia sacerdotale; c) la vita cristiana.
La relazione tra antica e nuova alleanza
La densità teologica si manifesta anzitutto nella qualità dell’approccio ermeneutico e nell’uso delle tecniche esegetiche per l’impiego delle Scritture. Nell’evidenziare la peculiarità della posizione (mediazione) di Cristo nella storia salvifica, l’autore mostra come l’alleanza e i riti che accompagnano il divenire dell’identità del popolo eletto trovano compimento nella nuova alleanza inaugurata con la Pasqua del Signore.
Il procedimento dimostrativo che riguarda la relazione tra la prima e la nuova alleanza segue lo schema continuità-rottura-superamento. Si afferma la validità della connotazione profetica della prima alleanza, ma mediante l’opera di Cristo si riconosce anche la fine della sua istituzione. Ciò appare soprattutto nell’esposizione centrale della lettera (7,10-10,18) in cui si reinterpretano i Sal 110 e 40, l’oracolo di Ger 31 e i riti prescritti dalla Legge in Lv 16. Nel disegno divino l’antica alleanza ha svolto un ruolo importante ma preparatorio, in vista del compimento della nuova alleanza in Cristo. Allo stesso modo l’antico culto e la sua istituzione sacerdotale appaiono realtà inefficaci a confronto con il nuovo sacrificio di Gesù Cristo (9,11-26), unico mediatore dell’alleanza nuova (12,24).
La cristologia sacerdotale
Mediante il confronto con l’antico culto e sacerdozio levitico (Aronne), si elabora una singolare cristologia sacerdotale. Con i titoli di «sacerdote» e di «sommo sacerdote» applicati a Cristo, l’autore afferma l’identità e la funzione mediatrice del Figlio di Dio. Con l’aiuto della tradizione scritturistica s’introduce un cambiamento radicale delle nozioni di sacrificio e di sacerdozio. Partendo dalle funzioni sacerdotali e dai riti antichi, la lettera mostra come Cristo merita il titolo di sacerdote perché egli fu intimamente unito a Dio e agli uomini. Come Figlio egli è stato intronizzato alla destra del Padre (1,4-14); come uomo, egli ha raggiunto la gloria percorrendo un cammino di piena solidarietà con i peccatori (2,11-16). Pertanto Cristo è divenuto il «mediatore perfetto» e deve essere riconosciuto come il «sommo sacerdote» (2,7; 3,1; 4,14) capace di conferire la salvezza a quanti per mezzo suo si accostano a Dio (7,24-25; 9,11).
L’attestazione di questa verità di fede è avvalorata dall’interpretazione del Sal 110, che presenta il Messia nella linea di Melchisedek (Gen 14,18-20), figura prefigurativa dell’eterno sacerdozio di Cristo. Tale mediazione si è compiuta in Cristo che si è offerto «una volta per sempre» come vittima sacrificale nella sua passione, morte e risurrezione, entrando con il proprio sangue nel santuario celeste (tenda non fatta da mani d’uomo) e procurando una redenzione eterna (9,11-14; 10,8-10).
La vita cristiana
Il dono della salvezza connotato in chiave sacerdotale ha conseguenze radicali per la vita dei credenti. L’attesa segnata da riti di separazione e di purificazione del periodo pre-messianico è terminata grazie al sacrificio sacerdotale del Cristo, la cui obbedienza filiale schiude a tutti l’ingresso nel santuario, simbolo della riconciliazione con Dio (10,19-21). Avendo come fondamento la fede (11,1) ogni credente è invitato ad accostarsi al mistero di Dio e ad assumere la propria responsabilità nella storia, illuminata dalla splendida testimonianza dei padri (11,2-40).
L’accentuazione escatologica che accompagna la descrizione simbolica del processo redentivo (santuario celeste, tenda, beni futuri, ecc.) non elude il realismo del quotidiano. Emerge forte nella lettera la concretezza della vita cristiana, insieme alla preoccupazione per una comunità matura e solidale. Una vita credibile si declina mediante la comunione fraterna (10,25; 13,1), la corresponsabilità nella testimonianza (13,17) e soprattutto nella sollecitudine verso le persone bisognose (13,1-3). La logica del dono di sé che ha contrassegnato la cristologia sacerdotale e cultuale, illumina la sottostante visione etica della lettera e la sua proiezione pastorale.

 

Publié dans:Lettera agli Ebrei |on 20 mars, 2015 |Pas de commentaires »
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