LA KÉNOSI DEL SERVO (IN) FIL 1,27-2,11 (pregare il testo)

http://www.amogesu.it/home/index.php?option=com_content&view=article&id=1519:vi-domenica-di-quaresima-la-kenosi-del-servo-fil-1-27-2-11&catid=139&Itemid=380

LA KÉNOSI DEL SERVO (IN) FIL 1,27-2,11

INSERITO IN SESTA DOMENICA DI QUARESIMA – DOMENICA DELLE PALME

Un metodo per pregare il testo. Don Giuseppe De Virgilio, biblista

Rileggi personalmente la pagina biblica.

Ogni Lectio segue lo schema in cinque tappe:
a) il testo biblico
b) breve contestualizzazione e spiegazione
c) spunti per la meditazione
d) parole-chiavi per aiutare a pregare con il testo
e) Salmo di riferimento

Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo perché, sia che io venga e vi veda, sia che io rimanga lontano, abbia notizie di voi: che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del Vangelo, senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo per loro è segno di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio. Perché, riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che mi avete visto sostenere e sapete che sostengo anche ora.
Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Breve contestualizzazione e spiegazione
- Il brano comprende due unità, introdotte da due particelle avverbiali (1,27: monon «soltanto»; 2,1: oun «dunque»): Fil 1,27-30, in cui si riporta l’esortazione a «vivere come cittadini degni del Vangelo» e Fil 2,1-11 in cui Paolo invita i cristiani a «rendere piena la sua gioia» mediante l’adesione a Cristo, che si fece servo obbediente di Dio fino alla morte. Nel v. 27 l’avverbio «soltanto», in posizione enfatica, sottolinea il passaggio ad una sezione esortativa. Dopo aver presentato la situazione del Vangelo e l’incoraggiamento dei cristiani nell’impegno per l’evangelizzazione, Paolo assume un deciso tono esortativo, con una serie di imperativi che spingono i Filippesi a vivere nell’unità e nell’umiltà la testimonianza della fede. Il primo imperativo è politeuesthe (comportatevi da cittadini), applicato al modo di vivere degno del Vangelo di Cristo.
- L’interpretazione del verbo può intendersi in senso generico di un comportamento sociale nel contesto della città macedone, oppure può essere interpretata alla luce di Fil 3,20, dove l’Apostolo tratta della «cittadinanza celeste» (to politeuma en ouranōn), con un chiaro riferimento alla dimensione escatologica della fede cristiana. Questo invito costituisce il motivo dominante dell’esortazione paolina ai Filippesi: essi sono chiamati a dare una qualificata testimonianza di unità (essere saldi in un solo spirito) e di lotta «per» la fede del Vangelo. La forza della fede aiuterà la comunità cristiana anche a «soffrire per Cristo» (v. 29: to hyper autou paschein), condividendo il medesimo combattimento (v. 30: ton auton agōna echontes) che l’Apostolo sta conducendo nella lontana sua prigionia. Sia nella professione di fede che nella comune lotta contro gli avversari del Vangelo, Paolo e la Chiesa di Filippi devono sentirsi uniti e chiamati a vivere nella comunione vicendevole una coraggiosa presenza cristiana.
- In 2,1 con l’avverbio «dunque» (oun) si apre la seconda unità, che raccoglie l’accorato appello di Paolo alla concordia nel «modo di sentire» e nelle relazioni interpersonali. Il tono del discorso è introdotto da quattro brevi frasi condizionali («se c’è…»), che delineano in modo essenziale lo stile di vita della Chiesa. La consolazione (paraklēsis), il conforto (paramytion), la comunione nello spirito e le viscere e compassione e sono le quattro prerogative della vita comune che l’Apostolo chiede di ravvivare ai Filippesi.
- La consolazione è la capacità di sostenere l’altro che vive nell’angoscia (cf. Mt 5,4). In questo caso la figura di Paolo è allo stesso tempo bisognosa di consolazione e consolatrice. Il conforto dell’amore completa l’atto del consolare, partecipando all’altro la capacità di amare e di riempire i vuoti della solitudine. Vi è poi la «comunione dello spirito» che implica il coinvolgimento di tutto l’essere che si dona all’altro in modo gratuito ed incondizionato. Infine i due sostantivi plurali «viscere e compassione» indicano i sentimenti profondi che governano la persona umana e le permettono di comunicare la ricchezza interiore delle proprie emozioni. L’argomentazione paolina culmina nel v. 2 con l’imperativo aoristo plerōsate (rendete piena) seguito dal complemento oggetto mou tēn charan (la mia gioia). Paolo invita i Filippesi ad un «sentire unanime» (to auto phronete), a condividere l’amore e ad essere concordi. Questa sottolineatura della comunione e dell’unità si contrappone alle espressioni del v. 3, in cui si citano gli atteggiamenti negativi da evitare: non agire «per rivalità» (kat’eritheian) nè «per vanagloria» (kata kenodoxian), atteggiamenti che generano divisioni e chiusure nella comunità.
- Al v. 4 la raccomandazione di Paolo spinge i cristiani alla reciprocità, facendosi partecipi dell’interesse dell’altro; letteralmente, «non guardando ognuno alle proprie cose» (v. 4), «ciascuno sappia guardare (anche) alle cose dell’altro». Si costruisce la comunione ecclesiale solo nella capacità di saper perdere se stesso e il proprio prestigio personale per il Vangelo (cf. Mt 10,39). In Paolo la parola pronunciata diventa «testimonianza vivente» proprio a motivo della sua condizione di prigionia! I destinatari di questa lettera ne sembrano coscienti, dimostrando una solidarietà senza limiti con l’Apostolo e le sue tribolazioni. Al v. 5 è inserita un’ulteriore breve esortazione, con la ripetizione dell’imperativo phroneite (abbiate un medesimo sentire) che riassume il contenuto essenziale delle precedenti espressioni parenetiche. Il «sentire unanime» dei cristiani deve essere commisurato a Cristo Gesù, la cui persona è presa come modello essenziale su cui “con-figurare” (syn-morphizō: cf. Fil 3,10.21; Rm 8,29) la vita personale e comunitaria dei credenti. In tal modo l’Apostolo introduce i suoi lettori il notissimo brano cristologico, mirabilmente incastonato nei vv. 6-11. Va rilevata la formula finale «in Cristo Gesù» che richiama in modo inclusivo l’inizio del brano parenetico di Fil 2,1.
- La composizione cristologica si colloca all’interno dell’esortazione paolina, introdotta dal pronome relativo os (il quale) e seguita da tra verbi all’aoristo indicativo: «non considerò», «svuotò se stesso», «umiliò se stesso» e successivamente dal soggetto o theos (Dio) che regge altri due verbi in aoristo che hanno come complemento oggetto la persona del Cristo: «lo sopraesaltò», «gli donò». Si tratta di un testo narrativo assai complesso, che ha conosciuto un’articolata storia interpretativa, per via della corretta comprensione di alcuni termini collegati alla natura, alla funzione e ala preesistenza del Cristo.
- Leggendo il brano cristologico appare evidente la divisione in due unità letterarie all’insegna del duplice movimento dell’abbassamento (vv. 6-8) e dell’innalzamento (vv. 9-11) collegate dalla congiunzione «e perciò» del v. 9 (dio kai) e contrassegnate dalla diversità dei soggetti. Nella fase dell’abbassamento il soggetto è Cristo, mentre in quella dell’innalzamento è Dio. Cristo liberamente «discende» dalla sua condizione divina, si abbassa dal suo trono altissimo fino a prendere la forma umana e a morire in modo ignominioso sulla croce. I tre gradini della discesa del Cristo sono: l’umanità, la morte e la croce. Nei vv. 9-11 viene descritta la «risposta» di Dio all’azione “kenotica” del Figlio: dopo essersi abbassato fino alla morte in croce, Dio ha “super-esaltato” il Cristo donandogli il “nome” più eccelso che esista, il nome divino di «Signore» (v. 11: kyrios). La conseguenza di questa esaltazione è duplice: affinché tutti («in cielo, in terra e sotto terra») si inginocchino e facciano la loro confessione di fede nella divinità del Cristo, signore del cosmo e della storia.
- Il v. 6 si apre con il pronome os riferito a Gesù Cristo, il quale «essendo nella condizione di Dio» (en morphē theou) scelse liberamente di entrare nella «condizione di servo» (en morphē doulou). Si nota il parallelismo tra condizione divina e condizione servile. La condizione «di Dio» non fu ritenuta un «privilegio» (harpagmon) («qualcosa da trattenere»), ma un «dono» per un progetto più grande, che equivale alla sua missione nel mondo. Nel v. 7 con un’avversativa (alla) si dichiara la scelta paradossale e libera del Cristo: «svuotò se stesso» (heauton ekenosen) per prendere la condizione umana. Va notata la singolarità del verbo kenoun (vuotare, annientare), che esprime l’azione della totale spoliazione del Cristo per farsi uno con l’umanità. L’espressione si rivela intensa e profonda. Sembra richiamare alla mente, pur nella diversità dei termini, la consegna alla morte del «servo sofferente» in Is 53,12.
- Nel v. 8 prosegue l’azione dell’abbassamento con un secondo verbo: «umiliò se stesso», che esprime lo stile assunto dal Cristo nello scendere attraverso la storia dei piccoli e dei poveri fino all’estremo. E’ l‘azione del farsi poveri che diventa ricchezza per i credenti (cf. 2Cor 8,9). Il fatto che il Figlio diventi «obbediente» (genonenos hypekoos) fino alla morte e alla morte di croce», implica il senso gratuito di questa scelta, che non è frutto di una cieca fatalità né di un meccanismo, bensì di una fedeltà piena a Dio e alla sua missione. L’obbedienza del Figlio culmina nella morte (thanatos): essa indica il massimo grado di sottomissione e la specificazione «morte di croce» esprime il massimo punto di degradazione della condizione umana. Non poteva esserci descrizione più toccante della vicenda del Cristo, fedele al Padre.
- Nel v. 9 il nuovo soggetto diventa Dio il quale di forte al dono gratuito e paradossale del Figlio «disceso nell’umanità fragile e mortale», ha scelto di «sopraesaltarlo» (hyperypsosen). L’azione di Dio si concretizza nel dono del «nome sopra (hyper) ogni altro nome»: si tratta del nome di «signore» (kyrios) con cui termina il brano al v. 11 e che designa la dignità e la sovranità della stessa posizione del Cristo, partecipe della signoria universale ed assoluta di Dio. Nei vv. 10-11 si delinea la conseguenza dell’esaltazione del Cristo con due subordinate introdotte dalla finale ina (affinché): «ogni ginocchio si pieghi» e «ogni lingua proclami». In queste immagini viene rappresentata la dignità assoluta che Gesù riceve in modo unico e sommo da tutti gli esseri viventi, in cielo, in terra e sotto terra. Tale omaggio è suggerito dal gesto di prostrazione (cf. Is 45,23; Rm 11,4) e di proclamazione «cosmica» («ogni lingua», cf. Is 66,18b; Dn 3,4.7) che culmina nell’affermazione finale del brano: Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre (cf. Rm 10,9-10).
- Questo titolo cristologico corrisponde nella Bibbia al tetragramma ebraico JHWH, che è il nome di Dio (cf. Es 3,15; Sal 99,3). In altre parole: al Cristo umiliato ed esaltato viene attribuita la signoria unica ed assoluta che nella tradizione biblica era propria di Dio. Questa designazione è da considerarsi il punto di arrivo del brano cristologico e allo stesso tempo l’esperienza intima e mistica che Paolo ha vissuto nel mistero della sua missione a servizio del Vangelo.

Spunti per la meditazione e l’attualizzazione
- Da appassionato predicatore della Parola, Paolo rivolge ai cristiani di Filippi una fondamentale esortazione: la capacità di «sentire insieme» a Cristo. La dinamica spirituale consente ai credenti di divenire «cittadini degni del Vangelo» (Fil 1,27). La metafora della cittadinanza indica la dimensione relazionale della vita cristiana. Essa si svolge all’interno di una città, che è abitata da uomini e donne che cercano la pace.
- Un secondo motivo è costituito dall’immagine del «combattimento condiviso» da tutti (synathlountes) «per» (o «per mezzo») della fede. La predicazione della Parola chiede di spendersi personalmente e di pagare il prezzo della sofferenza. Non c’è testimonianza cristiana che non sia «pagata a caro prezzo», non c’è missione che non comporti un coraggioso coinvolgimento nel donarsi e nel soffrire per il Signore. L’Apostolo chiede ai Filippesi di «stare saldi», di non «lasciarsi intimidire» (Fil 1,28) dagli avversari e considera la sofferenza come una «grazia» (1,29: echaristhē) assunta «a favore» (hyper) di Cristo. Paolo stesso rappresenta un «esempio nella lotta»: quelle catene portare per Cristo sono l’eloquente messaggio di come può essere interpretata la missione dei cristiani.
- Tuttavia il fondamento della novità del Vangelo va cercato nella stessa persona e missione del Figlio di Dio. In Fil 2,1-4 l’Apostolo invoca la pienezza della gioia cristiana e rinnova l’invito a non interpretare diversamente il cammino della fede: esso deve necessariamente seguire le stesse orme di Gesù Cristo (cf. 1Pt 2,21). Il brano cristologico di Fil 2,6-11 ci chiede di meditare sull’unicità della storia di amore che Dio ha voluto e realizzano attraverso il Figlio. Introdotto al v. 5 con l’invito a condividere i medesimi sentimenti di Cristo Gesù, il brano cristologico costituisce una delle più profonde e ricche sintesi del mistero cristiano. Entrare nella «spoliazione» e nella «umiliazione» del Figlio amato, che per amore sceglie di farsi il più piccolo e il più povero tra gli uomini.
- La missione del Figlio è accolta dal Padre: egli lo ha esaltato «sopra tutti e tutto». Il servo è diventato «signore», la spoliazione e l’umiliazione si è tramutate in esaltazione: nel trionfo della risurrezione e della vita Cristo esercita la signoria dell’amore e la sua missione porta il frutto della riconciliazione e della pace. Il contesto parenetico dell’unità non deve indurci a ritenere queste considerazioni delle pie esortazioni, ma deve spingerci a conformare tutta la nostra esistenza al progetto di Dio in Cristo Gesù. Misurato con la vicenda del Cristo, umiliato ed esaltato, il cristiano è in grado di interpretare la storia con le categorie e lo stile indicato dal Vangelo. La nostra vita non potrà che ispirarsi allo schema cristologico della croce e della gloria, dell’annullamento (kenosi) e della glorificazione (doxa), della concretezza dell’oggi, vissuto nella quotidiana lotta per il fede del Vangelo e della speranza nel domani, atteso in uno stile operoso nella fiducia che Dio realizzerà le sue promesse.
- La passione per la Chiesa che Paolo esprime tocca un aspetto centrale: condividere gli stessi sentimenti interiori. Come vivi la tua comunione con i fratelli nella comunità?
- Il modello della nostra santità è Gesù. Egli ha realizzato l’unità tra di noi e con Dio. Stai crescendo nel cammino di maturità verso l’unità? Quali sono i segni della maturità ecclesiale presenti nell’ambiente in cui operi? Bisogna fare ancora molto cammino per raggiungere un buon livello di maturità ecclesiale? L’inno cristologico è una sintesi dell’evento cristiano: fermati sui tre aoristi «non considerò la sua prerogativa divina», «svuotò», «umiliò» se stesso. Farti servo: cosa implica questa verità nella tua esistenza?
- L’abbassamento, la kenosi, non è soltanto un atteggiamento morale ma una scelta esistenziale che imita la grandezza divina: come vivi il tuo abbassamento quotidiano? Come si traduce nella concretezza delle relazioni interpersonali? Dio ha scelto di amarci così, mediante la morte del Figlio sulla croce: come ami le persone che ti sono poste accanto?

Parole-chiave per aiutare a pregare con il testo
Comportatevi da cittadini degni del vangelo / combattete unanimi per la fede del vangelo /
senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari / la grazia di soffrire per lui / sostenendo la stessa lotta / consolazione in Cristo / conforto derivante dalla carità / rendete piena la mia gioia / Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria / ciascuno di voi consideri gli altri superiori a se stesso / Abbiate in voi gli stessi sentimenti / non considerò un tesoro geloso / ma spogliò se stesso / umiliò se stesso facendosi / obbediente fino alla morte di croce / Dio l’ha esaltato / ogni ginocchio si pieghi

Salmo di riferimento Sal 22
Rileggendo le parole del Salmo, trasforma la lettura del brano evangelico in «preghiera».

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»: sono le parole del mio lamento.
Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo. (…)
Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico».
Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta. […]

Vous pouvez répondre, ou faire un trackback depuis votre site.

Laisser un commentaire

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01