29 MARZO 2015 – D0MENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE – OMELIA

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29 MARZO 2015 – D0MENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

« Veramente questo uomo era Figlio di Dio! »

È un po’ strana la Liturgia di questa Domenica immediatamente precedente la Pasqua: per un verso è intrisa di gioia e intende celebrare l’ingresso « regale » di Gesù in Gerusalemme fra l’esultanza della folla e lo stupore innocente dei fanciulli; per un altro, è come oppressa da una pesante coltre di mestizia perché è tutta tesa verso lo sbocco drammatico di quei troppo rapidi momenti di trionfo, cioè la passione e morte del Signore. Di qui anche il suo doppio nome: « Domenica delle Palme », oppure « Domenica di Passione ».
In realtà, non c’è che un’opposizione apparente fra i due momenti o aspetti di un medesimo dramma, esaltante e rattristante nello stesso tempo. E questo per un doppio motivo: primo, perché sarà proprio quell’ingresso solenne di Gesù a provocare la reazione violenta delle classi dirigenti giudaiche che ne deliberano, per una specie di istinto difensivo, la morte; secondo, perché è nell’intenzione degli evangelisti dimostrare che Cristo conquista la sua più vera « regalità » messianica proprio salendo sul legno della croce. Non è un’ironia soltanto, oppure una semplice formalità giuridica, secondo cui si doveva esprimere il motivo della condanna, il « titulus » che fu collocato sulla croce: « Gesù, re dei Giudei »! Si è che Gesù, proprio morendo sulla croce, è diventato « re »: il suo immenso, cosmico « trono » di gloria è proprio lì.
Si capisce, perciò, questo « misto » di gioia e di tristezza, a cui la Liturgia di questa Domenica dà così plastica rappresentazione.

Cristo « si è fatto obbediente fino alla morte »
Si veda in questo senso soprattutto la seconda lettura della Messa, che riproduce il famoso « inno cristologico » della lettera ai Filippesi (2,6-11). Pur mettendo in evidenza, con espressioni di un realismo direi quasi raccapricciante, il volontario « svuotamento » del Cristo che nell’incarnazione si è fatto in tutto « simile agli uomini » e, quasi non contento di questo, « umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (v. 8), Paolo punta sulla « glorificazione » che ne è seguita, come premio e riconoscimento di questa « kénosi » spaventosa: « Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre » (vv. 9-11).
Anche la prima lettura, che riproduce parte del terzo « canto del Servo di Jahvè » (Is 50,4-7), ci presenta il Servo in atteggiamento di « fiducia » nella potenza dell’Altissimo, pur nella situazione di estrema umiliazione e di apparente fallimento della sua missione: « Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi… » (vv. 6-7).

La passione « secondo Marco »
Questa stessa tensione si trova, anche più approfondita, nell’asciutto racconto della passione secondo Marco (14,1-15,47), il quale più degli altri evangelisti fa parlare i fatti, lasciando ad essi il compito di gridare alto il « mistero » del Cristo, che solo adesso sembra squarciarsi. Più che sovrapporre ai fatti la sua teologia, direi che, rileggendoli alla luce della risurrezione, san Marco fa diventare i « fatti » stessi « teologia ».
È quello che emerge dalla confessione del centurione romano che, proprio davanti al « modo » in cui muore Gesù, grida: « Veramente questo uomo era Figlio di Dio! » (15,39).
E poco prima l’evangelista, dopo averci detto che Gesù, « dando un forte grido spirò » (v. 37), continua: « Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso » (v. 38). È incerto se si tratti del « velo » che separava il santuario dal « santo dei santi », oppure del cortinaggio esterno che ricopriva il frontone del tempio. In ogni modo, quello che ci vuol dire Marco è non solo che con la morte di Cristo ormai è esaurita la funzione del tempio secondo lo schema salvifico dell’Antico Testamento, ma soprattutto che la morte di Cristo « squarcia » il velo del suo mistero, ci fa come leggere e vedere dentro il suo cuore e ce lo fa riconoscere quale « Figlio di Dio ».
A questo punto il dramma della passione incomincia a stemperarsi nello stupore e nella gioia sommessa di una scoperta, verso cui tende tutta l’orditura del secondo Vangelo: in Gesù di Nazaret, rivelatosi finalmente come Figlio di Dio nella sua morte di croce, Dio ci dà salvezza! La sua morte non è, pertanto, un mero e criminale errore giudiziario, come potrebbe a prima vista apparire, ma un gesto di donazione e di amore, un’immolazione sacrificale, come spiega Gesù stesso, quando istituisce l’Eucaristia: « Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti » (14,24).
E così abbiamo già incominciato ad addentrarci in una lettura più attenta della « passione secondo Marco », i cui particolari sono così numerosi che non possiamo in nessuna maniera affrontarli uno per uno. Continuando nel tipo di riflessione già iniziata, vorrei soltanto aiutare il lettore a cogliere due « orizzonti » caratteristici, che certamente sono presenti all’evangelista nella intelaiatura del suo racconto. Il primo è l’orizzonte « cristologico », senz’altro fondamentale; il secondo è l’orizzonte « parenetico », cioè esortativo, che tende a coinvolgere in prima persona i suoi immediati lettori, per i quali egli ha scritto il suo Vangelo, e i lettori di tutti i tempi, e perciò anche noi.

« Incominciò a sentire paura e angoscia »
L’orizzonte « cristologico » è presente a Marco fin dall’inizio del suo Vangelo, che si apre appunto con le note parole: « Principio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio » (1,1). Tutto il suo racconto, perciò, è sotto il segno di questa confessione di fede.
Senonché Gesù, durante tutta la sua vita pubblica, sfugge continuamente ad una precisa « identificazione » di se stesso. Anzi, quando sembra che i demoni abbiano intuito qualcosa del suo mistero e lo confessano in pubblico: « Io so chi sei tu: il Santo di Dio… Tu sei il Figlio di Dio » (1,24; 3,11), egli li sgrida severamente « perché non lo manifestassero » (3,12; cf 1,34, ecc.). Perfino ai tre apostoli che, nella folgorante esperienza della trasfigurazione, avevano udito la voce che lo proclamava « Figlio prediletto » del Padre (9,7), imporrà di « non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti » (9,9).
Perché tutto questo? È la famosa questione del « segreto messianico », su cui non ci interessa per il momento intrattenerci. A mio parere, il motivo è duplice: prima di tutto, perché c’era la possibilità effettiva di equivocarsi sulla vera identità di Gesù come Cristo, prendendolo come un messia politico; in secondo luogo, e soprattutto, perché secondo Marco Gesù si sarebbe manifestato come Figlio di Dio e Re messianico solo negli eventi della passione. Infatti, con la sua morte di croce Cristo non avrebbe solo rivelato al mondo in maniera inequivocabile la « natura » del suo messianismo, ma soprattutto avrebbe compiuto i « gesti » che in maniera definitiva lo consacrano Messia e Figlio di Dio: e precisamente i gesti non della potenza ma della « debolezza », cioè i gesti dell’amore, che è tale nella misura in cui si dona in maniera completamente gratuita.
E questa « debolezza » di Gesù è espressa in Marco, nella sua solita forma impietosa e quasi ruvida, più accentuatamente che negli altri evangelisti.
Così, ad esempio, si dirà che Gesù nell’orto del Getsemani « cominciò a sentire paura e angoscia » (14,33), e perciò prese con sé i tre discepoli prediletti; davanti al sommo sacerdote e a Pilato « taceva e non rispondeva nulla » alle false accuse rivoltegli (14,61; 15,4), tanto che il procuratore romano si « meraviglierà » del suo silenzio (15,5); dissanguato per la flagellazione subìta e per la corona di spine posta sulla sua testa, non avrà più forza neppure di trascinarsi dietro la croce, tanto che si dovette « costringere » un uomo che veniva dalla campagna, di cui Marco solo ci fornisce il nome, « Simone di Cirene, padre di Alessandro e Rufo » (15,21), a portare la croce insieme a lui.
La « debolezza » estrema, infine, è quella di non sapersi « slegare » dal legno della croce, come lo invitano a fare, schernendolo, i suoi avversari: « Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo » (15,31-32).

« Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza »
Orbene, è proprio in questa situazione di estrema « debolezza » che la fede coglie la « potenza » del divino: è qui che Cristo viene riconosciuto dal centurione, come abbiamo già ricordato, quale « Figlio di Dio » (15,39).
E poco prima, davanti al sommo sacerdote che lo interrogava: « Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto? », Gesù risponderà senza esitazione, pur sapendo la sorte che lo attendeva: « Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo » (14,62). Davanti a colui che lo giudica e lo condanna Gesù rivendica a sé, con le parole di Daniele (7,13-14) e del Salmo 109,1, la dignità e il potere di « giudice » escatologico: allora le parti saranno capovolte. Solo allora la « debolezza » si convertirà in « potenza »!
È certo che tutto questo orizzonte immenso di luce e di amore, che l’evangelista sa scorgere nelle « tenebre » della passione, gli si è disvelato dopo l’esperienza della risurrezione. In tal modo egli indica anche a noi l’angolazione giusta per cogliere il senso ineffabile dei misteri pasquali, a cui questa « Domenica di Passione » intende introdurci.

La « sfida » della croce
Più sopra ho parlato anche di un orizzonte « parenetico », a cui l’evangelista vuol fare affacciare i suoi lettori, coinvolgendoli nel dramma di sangue che egli sta descrivendo.
Che cosa intendiamo dire con questo? Che l’evangelista, al di là dei personaggi storici concreti, lancia un messaggio ai cristiani di tutti i tempi perché imparino la lezione di amore e di donazione di Cristo e diano una risposta adeguata alla « sfida » che egli continuerà a proporre ai suoi. Facciamo solo qualche esempio.
A poco a poco attorno a Cristo si fa il vuoto: non solo Giuda lo tradisce, non solo Pietro nega di averlo mai « conosciuto » (14,71), ma gli apostoli in blocco, presi dalla paura, « abbandonandolo, fuggirono » (14,40); e la folla intera, che qualche giorno prima lo aveva applaudito, manipolata dai sommi sacerdoti, adesso gli si rivolta preferendogli Barabba e domandandone la crocifissione (15,6-15).
Uniche ad avere un po’ di coraggio, in mezzo a questo generale tradimento, « alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salòme, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme » (15,40-41). Si direbbe che Marco abbia voluto riscattare la dignità della donna, riconoscendole una maggiore lucidità di penetrazione nel mistero e una maggiore capacità di amore e di fedeltà!
Comunque sia, rimane il fatto di questa « solitudine » desolante del Cristo nella sua passione, cioè a dire nei momenti in cui egli provoca di più lo « scandalo » dei suoi discepoli e dei benpensanti di tutti i tempi: « Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: « Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse »" (14,27).
Ma lo « scandalo » della croce è lo scandalo permanente della fede. Ed esso significa non soltanto avere il coraggio di accettare il mistero del Cristo « crocifisso », quale Paolo predicava come nucleo essenziale del messaggio cristiano (1 Cor 2,2), ma anche sentirci « crocifissi insieme » a Cristo, come diceva ancora il grande apostolo: « Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo » (Gal 6,14). E questo è più difficile ancora, soprattutto oggi, in questa società edonistica e consumistica, che pone come unico traguardo degno dell’uomo il « piacere », o il « guadagno » a tutti i costi e in qualsiasi modo, anche uccidendo i figli nel seno delle madri, oppure tradendo il proprio marito o la propria moglie, oppure passando sul cadavere del proprio avversario, anche solamente politico.
Sapranno i cristiani rendere un po’ di « sapore » alla vita, reinserendo nel cuore del mondo e nell’evolversi tumultuoso della storia il « segno » luminoso della croce, testimoniando che è solo da questa volontà di « versarsi » per gli altri, come Cristo ha fatto del suo sangue, che verrà la salvezza per tutti?
È questa la « parenesi » che Marco rivolge anche a noi, con trattenuta e sofferta commozione, nel raccontarci la drammatica storia della passione del Signore.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola.

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