CRISTO RISORTO, LA SCONFITTA DEL NULLA – LUIGI GIUSSANI

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(ho trovato questo scritto facendo una ricerca apposita su San Paolo)

CRISTO RISORTO, LA SCONFITTA DEL NULLA

LUIGI GIUSSANI

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani al ritiro d’Ascensione dei Memores Domini. Riva del Garda, 16 maggio 1992

Come giustamente mi è stato fatto osservare ieri sera, è vero e non è vero che il “mistero” è una realtà visibile, perché questa è la caratteristica del concetto di Mistero cristiano. Quante volte l’abbiamo detto, anche nella Scuola di comunità.
Il Mistero non è l’ignoto; è l’ignoto in quanto diventa contenuto di esperienza sensibile. È un concetto molto importante: per questo si parla del mistero dell’Incarnazione, del mistero dell’Ascensione, del mistero della Risurrezione.
Dio come Mistero sarebbe un’immagine intellettuale se ci si arrestasse alla frase così come è detta: «Dio è Mistero». Il Dio vivente è il Dio che si è rivelato nell’Incarnazione: nella morte e nella Risurrezione di Cristo. Il Dio vero è Colui che è venuto tra noi, reso sensibile, toccabile, visibile, udibile.
Comunque, è ben vero che il Mistero non può essere posseduto: è oggetto di esperienza ma non può essere posseduto, cioè misurato, esaurito, abbracciato nella sua totalità. Ma è altrettanto vero che è posseduto. Il Verbo di Dio, fatto seme nel seno della Madonna, la Madonna lo possedeva; fatto bambino, giovane, uomo, la Madonna come madre lo possedeva, come donna che era sua madre lo possedeva. È un possesso inesauribile e, perciò, non può che essere vissuto nell’umiltà. Quell’umiltà che dovrebbe riverberarsi poi – ed è l’unica sorgente da cui si può riverberare – tra l’“io” e il “tu” umano: tra una persona e un’altra persona, perché l’altro sorge da Dio.
Ma, adesso, non voglio ritornare sulla parola principale di ieri sera, che è quella che manca di più a noi, vale a dire quella elementare, il “senso religioso”, il contenuto del senso religioso, il senso religioso come autocoscienza, la coscienza della presenza del Mistero. Noi siamo, come dire, surrounded, circondati e penetrati, avvolti e penetrati, avvolti da qualcosa che ci penetra (altrimenti, è come essere accerchiati e imprigionati, se si è avvolti senza essere penetrati; si è avvolti quando si è penetrati; quando uno ti abbraccia, ti avvolge se l’abbraccio ti penetra): noi siamo davanti al mistero dell’Essere così – dovremmo essere davanti al mistero dell’Essere così, la mattina, in qualsiasi momento della giornata -.
Mentre dicevamo il Benedictus pensavo – come mi capita spesso recitando il Benedictus, perché è la preghiera più intensa, espressiva della nostra attesa certa, del possesso senza ancora possesso, del possesso ancora non compiuto, in quanto non compiuto -, prima, durante il salmodiare, pensavo all’idea, alla preghiera, che il Signore illumini il suo popolo: «Il Signore ha illuminato il suo popolo, illumina il suo popolo»; meglio, «ha illuminato i suoi eletti, illumina i suoi eletti»: penso sempre che noi siamo tra questi eletti! Che il Signore illumini questa gente senza della quale io non sono io! Ma, come dire, è un’impazienza che la vita della giornata deve scandire, nell’umile attesa che la preghiera misura. Comunque, affrontiamo il tema di questa mattina, che è lo svisceramento della parola Mistero usata ieri sera. Il Mistero, come abbiamo detto poco fa, è il Mistero in quanto si rende sperimentabile, si è reso sperimentabile, si è reso presenza nella storia dell’uomo. Proviamo a pensare a quello che abbiamo detto nelle Lodi: «Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti»1. La resurrezione è il culmine del mistero cristiano. Tutto è stato fatto per questo, perché questo è l’inizio della gloria eterna di Cristo: «Padre, è venuta l’ora, glorifica il Figlio tuo»2. Tutto e tutti abbiamo un senso in questo avvenimento: Cristo risorto. La gloria di Cristo risorto è la luce, il colorito, l’energia, la forma del nostro esistere, dell’esistere di tutte le cose.
La centralità della resurrezione di Cristo è direttamente proporzionale alla nostra fuga, come da un incognito, alla nostra smemoratezza di essa, alla timidezza con cui pensiamo alla parola e ne siamo come rimbalzati via: a ciò è direttamente proporzionale la decisività della resurrezione, come proposizione del fatto di Cristo, come contenuto supremo del messaggio cristiano, nel quale contenuto si avvera quella salvezza, quella purificazione dal male, quella rinascita dell’uomo, per cui Egli è venuto.
È nel Mistero della resurrezione il culmine e il colmo dell’intensità della nostra autocoscienza cristiana, perciò dell’autocoscienza nuova di me stesso, del modo con cui guardo tutte le persone e tutte le cose: è nella resurrezione la chiave di volta della novità del rapporto tra me e me stesso, tra me e gli uomini, tra me e le cose. Ma questa è la cosa da cui noi rifuggiamo di più. È come la cosa più, se volete, anche rispettosamente, lasciata da parte, rispettosamente lasciata nella sua aridità di parola intellettualmente percepita, percepita come idea, proprio perché è il culmine della sfida del Mistero alla nostra misura.
È infatti il contenuto del primo messaggio cristiano. Tutti i primi discorsi degli Atti degli Apostoli, il contatto primo che gli apostoli hanno avuto con gli ebrei e con i pagani, con la gente, è stato esclusivamente questo, sovranamente questo. Quando Pietro ha guarito a Gerusalemme lo storpio e fu imprigionato per questo, gli dissero: «“Con quale potere e in nome di chi avete fatto questo?”. Allora Pietro, pieno di Spirito Santo, disse loro: “Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato ad un uomo infermo e in qual modo egli abbia ottenuto la salute, la cosa sia nota a tutti voi e a tutto il popolo di Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocefisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo [punto ricostruttivo del mondo]. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati [perché Dio l’ha risuscitato dai morti]”»3.
È la primissima catechesi, il primissimo contenuto dei discorsi cristiani, primissimo; ed è riflesso nel quindicesimo capitolo della Prima Lettera ai Corinti di san Paolo: «Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato [la buona notizia che vi ho annunziato] e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui io ve l’ho annunziato. Altrimenti avreste creduto invano [se aveste creduto secondo la vostra testa: come è vero, da allora in poi, che questa è l’alternativa segreta e decisiva!]! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto [prima di tutto ho ricevuto, dice, e a questo aderisco]: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto. Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato [questo è il punto ultimo, supremo, di tutta la dialettica cristiana, di tutta la verifica cristiana, di tutta la dimostrazione cristiana], allora vana è la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo testimoni falsi di Dio [del Mistero], perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. (…) Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita [se Cristo è un nostro partito, un nostro contenuto ultimo, ideologico o anche pratico], siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo»4.
Per questo è stato giustamente ripreso da quell’insostituibile strumento che è Il Sabato, in tanti suoi brani, questo primo annuncio, questo cuore del messaggio cristiano iniziale: «Cristo è risorto» (prima della Rivoluzione, gli ortodossi, specialmente in Russia, erano abituati a salutarsi così: «Cristo è risorto»).
«Vale la pena – premette il cardinal Ruini in un suo articolo -, dunque, cercare di mettere a fuoco i termini di quella questione. È anzitutto una questione di fatto: Gesù è o no risorto? Le testimonianze sono molte, ed alcune sono arrivate a noi in forma diretta e personale da parte dei protagonisti, come ad esempio, e incontestabilmente, quella dell’apostolo Paolo nelle sue lettere. Su questo piano dei dati di fatto nulla di altrettanto attendibile, o anche solo di paragonabile, può essere addotto per negare la resurrezione di Gesù»5. Nessun fatto dell’antichità è così certificato.
«In una vecchia omelia pasquale il cardinale Albino Luciani si muove sulla stessa linea “realista” [realista, proprio come dice Il senso religioso, prima premessa]. Ricorda come san Paolo nella prima lettera ai Corinti adopera quattro volte il verbo “apparve”, insistendo sulla percezione visiva. “Ora, l’occhio non vede qualcosa di interno, ma di esterno a noi, una realtà distinta da noi, che ci si impone dal di fuori”. Ricordando che gli apostoli erano gente non incline a raffinati misticismi ma gente “sana, robusta, realista, allergica ad ogni forma di allucinazione”, Luciani aggiunge: “Con un materiale umano siffatto era anche improbabilissimo [altamente impossibile] il passare dall’idea di un Cristo meritevole di rivivere spiritualmente nei cuori all’idea di una resurrezione corporale [era impossibile fare questo passaggio, questo stravolgimento] a forza di riflessione e di entusiasmo [per questo bisognerebbe andare a cercare certi giovanilismi, o certi filosofi]. No, si sono arresi solo davanti all’evidenza dei fatti”»6.
Si sono arresi solo davanti all’evidenza dei fatti, e – ripeto – non esiste niente di più attendibile che quanto ci è stato tramandato da duemila anni, dal primissimo inizio. Il primissimo inizio portò questa parola come un trofeo di vittoria: Cristo è risorto. Il cardinale Ratzinger risponde a una certa interpretazione dei giornali: bisogna tradurre “carne”, “risurrezione della carne” e non “risurrezione dei morti”. Bisogna sottolineare che Cristo è la risurrezione della carne7.
Così si introduce quello a cui si vuole arrivare e che deve essere a tema della nostra meditazione.
Il cristianesimo è l’esaltazione della realtà concreta, l’affermazione del carnale, tanto che Romano Guardini dice che non c’è nessuna religione più materialista del cristianesimo8; è l’affermazione delle circostanze concrete e sensibili, per cui uno non ha nostalgia di grandezza quando si vede limitato in quel che deve fare: quel che deve fare, anche se piccolo, è grande, perché dentro lì vibra la Risurrezione di Cristo. «Immersi nel grande Mistero»9. È sperperare qualche cosa dell’Essere, dilapidare l’Essere della sua grandezza, della sua potenza e della sua signoria; è lentamente svuotare di contenuto e far appassire l’Essere, Dio, il Mistero, l’Origine e il Destino, se noi non ci sentiamo immersi in questo Mistero, nel grande Mistero: la Risurrezione di Cristo. Immersi come l’io è immerso nel «tu» pronunciato con tutto il proprio cuore, come il bambino quando guarda la madre, come il bambino sente la madre. L’intelligenza del bambino bisogna che sia recuperata in noi. Si chiama “fede” l’intelligenza umana quando, rimanendo nella povertà della sua natura originale, è tutta riempita da altro, poiché in sé è vuota, come braccia spalancate che hanno ancora da afferrare la persona che attendono. Non mi posso concepire se non immerso nel Tuo grande Mistero: la pietra scartata dai costruttori di questo mondo, o da ogni uomo che immagina e progetta la sua vita, si è fatta pietra d’angolo su cui solo si possa costruire10. Questo Mistero – Cristo risorto – è il giudice della nostra vita; Egli, che la giudicherà tutta alla fine, la giudica di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento, senza soluzione di continuità. Voglio sottolineare che questo “vederLo” come il Risorto, questo riconoscere ciò che è accaduto di Lui, di Lui morto, è un giudizio: sei risorto, o Cristo. «Cristo è risorto» è un giudizio, perciò è un gesto, un atto dell’intelletto che sfonda l’orizzonte normale della razionalità e afferra e testimonia una Presenza che da tutte le parti oltrepassa l’orizzonte del gesto umano, dell’esistenza umana e della storia. Questo giudizio è dato dalla nostra intelligenza povera, quella originale, quella che per sua natura è affermazione della positività del reale che le appaia di fronte, che le si proponga; è affermazione amorosa della realtà secondo la natura originale della coscienza dell’uomo, per cui l’io è spinto per natura ad aderire in modo affettivo – e perciò positivo, affermativo – alla realtà che gli si presenta. Si chiama “fede” questo sfondamento che avviene per grazia ai margini della ragione naturale e che rappresenta una continuità strana ed eccezionale dell’intelligenza. È questa potenza – come dicono i teologi – «obbedienziale»11, è questa disposizione d’obbedienza alla forza del Creatore che realizza l’intelligenza umana facendole superare se stessa.
La fede è l’intelligenza umana che supera se stessa. E tutto questo è soltanto grazia, questo credere come affermazione di un’intelligenza sostenuta dall’amorosità per il reale, da un’affettività aperta a quel che vale, a ciò che c’è veramente, a ciò che “è” veramente. Per il bambino questo è, fragilmente, inevitabile; per questo «se non sarete come bambini…»12: ma da grandi bisogna essere come bambini!
L’immergermi nel Tuo grande Mistero di Risorto è un giudizio; parte come giudizio della mia intelligenza della realtà che opera nella sua povertà originale, là dove essa è strutturalmente spalancata all’affermazione positiva, perché amorosa, della realtà che le si presenti e, perciò, affettivamente aperta a quel che vale, cioè a ciò che è veramente. La fede in Cristo risorto è il supremo atto dell’intelligenza umana nel cogliere la realtà con lealtà e con affettività, amorosamente affermandola. Questa affermazione amorosa del reale è condizione per cui l’intelligenza dell’uomo, di fronte alla proposta di Cristo risorto, diventa fede. La proposta di Cristo risorto e il riconoscimento di fede non sono opera dell’uomo, non il prodotto di un’ipotesi di lavoro della mente, non forza dell’intelletto, bensì possibilità della nostra intelligenza, in quanto – come creatura – è una potenza d’obbedienza al Creatore: è per grazia.
È per grazia che noi possiamo riconoscerlo risorto e che noi possiamo immergerci nel suo grande Mistero; è per grazia che noi possiamo riconoscere che, se Cristo non fosse risorto, vano è tutto, vana è la nostra fede, cioè, diceva san Paolo, vana è la nostra affermazione positiva, sicura, gioiosa, vano è il nostro messaggio di felicità e di salvezza, e «voi siete ancora nei vostri peccati»13, cioè nella menzogna, nel non-essere, nel non riuscire ad essere.
Senza la resurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente. Noi non pensiamo mai a questo. Perciò passiamo le giornate con quella viltà, con quella meschinità, con quella storditezza, con quell’istintività ottusa, con quella distrazione ripugnante in cui l’io – l’io! – si disperde. Così che, quando diciamo «io», lo diciamo per affermare un nostro pensiero, una nostra misura (chiamata anche “coscienza”) o un nostro istinto, una nostra voglia di avere, un nostro preteso, illusorio possesso. Al di fuori della resurrezione di Cristo, tutto è illusione: ci gioca. Illusione è una parola latina che ha come ultima sua radice la parola “gioco”: siamo giocati, giocati dentro, illusi. Ci è facile guardare tutto lo sterminato gregge degli uomini nella nostra società: è la grande, sterminata presenza della gente che vive nella nostra città, della gente che vive vicino a noi nella parrocchia, nella Chiesa, della gente più strettamente vicina a noi nella casa. E noi non possiamo negare di sperimentare questa meschinità, questa grettezza, questa storditezza, questa distrazione, questo smarrirsi totale dell’io, questo ricondursi dell’io ad affermazione accanita e presuntuosa del pensiero che viene (chiamandolo “voce” o “verità della mia coscienza”) o dell’istinto che pretende afferrare e possedere una cosa che lui decide essergli piacevole, soddisfacente, utile. È che tutto è illusione. Distaccatevi due metri dalla vostra casa, guardate tutta la gente come vive tante volte; normalmente viviamo così. Guardatela, uscite dalla vostra casa e state lì a guardarla, due metri fuori: ditemi se l’ambiente non è così, se l’umanità non è questa!
È per questo che la liturgia ci fa dire: «Custodisci la tua famiglia, o Dio [la tua famiglia è l’insieme di quelli che hai chiamati, di quelli che hai eletti, di quelli che hai designati], con la fedeltà del tuo amore [almeno Tu sei fedele a te stesso, Tu che ci hai amato perché ci hai designati; non possiamo più strapparci di dosso l’essere stati designati, l’essere stati amati; possiamo tradirti miliardi di volte più di san Pietro, ma la fedeltà del Tuo amore sta e custodisce la nostra famiglia] e sostieni sempre la fragilità della nostra esistenza [dunque, lo sa bene la Chiesa, che ricompone ogni istante per noi lo sguardo, la parola giudicatrice e il cuore amante di Cristo, lo sa bene che siamo fragili] con la tua grazia, unico fondamento della nostra speranza»14. La Tua grazia è l’unico fondamento della nostra speranza: questa è la premessa della fedeltà alla vocazione nelle circostanze concrete, banali, ottuse, ripugnanti, in cui Dio ci ha messi.
«Sostieni sempre la fragilità della nostra esistenza con la tua grazia, unico fondamento della nostra speranza»: il che vuol dire che senza il Mistero di Cristo risorto, il Mistero supremo del cristiano, sarebbe vana la fede e saremmo ancora nel nostro peccato, vale a dire in una realtà che è destinata a dissolversi e a omologarsi nella cenere ultima, nel nulla – e tutto ciò che vibra nella vita e sembra eccitare i nostri nervi, i nostri desideri e i nostri pensieri sarebbe illusione, ci gioca -. Non c’è altra alternativa che quella tra il Cristo risorto e questa illusione della vita, «il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera, / e l’infinita vanità del tutto», come finisce la breve poesia A se stesso di Leopardi15. Non c’è alternativa a Cristo risorto, se non questa frase di Leopardi.
Ma noi siamo fragili e questa affermazione amorosa del reale, con cui siamo creati, quell’affettività aperta a ciò che vale, al reale vero, come c’è nel bambino, per la nostra fragilità si corrompe, imputridisce, si rende piena di vermi, si sfoca e svanisce. Per questo la Chiesa, che ci porta il messaggio di Cristo risorto, che ci fa diventare presente Cristo risorto, in cui è presente Cristo risorto, prega così: «Custodisci la tua famiglia, o Dio, con la fedeltà del tuo amore [perché noi non abbiamo un amore fedele] e sostieni sempre la fragilità della nostra esistenza». Cioè, bisogna chiedere! Mai, come di fronte a Cristo risorto, la nostra insistenza sul chiedere, sul pregare, sul domandare (usiamo la parola che è l’essenza della preghiera: domandare), la nostra domanda deve intensificarsi. Mai abbiamo chiesto, domandato, la fedeltà nell’affermazione della tua resurrezione, o Cristo! Così, come in un recente dibattito culturale, di fronte a una regista, non abbiamo saputo rispondere; essa non ha trovato tra noi uno che dicesse: «Sei risorto, o Cristo», «Cristo è risorto», «Un uomo è risorto dalla morte». È più intelligente umanamente lei – come Camus, del resto – che non noi16. Mai la parola chiedere, pregare, domandare diventa così decisiva come di fronte al Mistero di Cristo risorto. Per immergerci nel grande Mistero dobbiamo supplicare, domandare: domandare, questa è la ricchezza più grande. Come l’intelligenza più grande è affermarlo, così l’affettività più ricca è domandarlo, il realismo più intenso e più drammatico è domandarlo.
Del resto, l’istante prima se n’è andato, l’istante successivo ancora non esiste: la nostra libertà è nella decisione dell’istante. Se la nostra libertà è nella decisione dell’istante, che cosa possiede la nostra libertà, che cosa è capace di creare? Soltanto di svelarsi come domanda. Essa è, infatti, esigenza di pienezza e di felicità, di essere. La nostra libertà è esigenza; il cuore, se vogliamo usare il paragone biblico, è esigenza, cioè desiderio; l’istante è desiderio. Allora la verità del desiderio è solo nel diventar domanda. La libertà è il desiderio originale che diventa domanda. Nella domanda è il riconoscimento del positivo del disegno di Dio; nella domanda è il riconoscimento – imperfetto e timidamente iniziato – del Mistero che è tra noi. «Camminiamo, dunque, e cantiamo per animarci nel desiderio. Chi desidera, infatti, anche se tace con la lingua, canta con il cuore; chi invece non desidera, anche se ferisce con le sue grida le orecchie degli uomini, è muto dinanzi a Dio, al Mistero», dice sant’Agostino17. Come possiamo parlare oggi pomeriggio delle nostre case18, se non sono il luogo dove questo desiderio fa così cantare il cuore che uno, entrandoci, ne sente come l’eco, e non ne capisce – se è estraneo – il perché?
Permettete che vi legga quest’altro commento sui salmi di sant’Agostino, anche se è un po’ lungo: «Dice il profeta: “Ruggisco per il gemito del mio cuore”. C’è un gemito segreto del cuore che non è avvertito da alcuno. Ma se il tormento di un desiderio afferra il cuore in modo che la sofferenza intima venga espressa e udita, allora ci si domanda quale ne sia la causa. Chi ascolta dice fra sé: “Forse geme per questo, forse gli è accaduto quest’altro” [il desiderio si esprime in domanda e la domanda, per sua natura, tende a farsi udire, si fa udire]. Ma chi lo può capire se non colui ai cui occhi, alle cui orecchie si leva il gemito? I gemiti che gli uomini odono, se qualcuno geme, sono per lo più i gemiti del corpo, ma non è percepito il gemito del cuore. Chi, dunque, capiva perché urlava? Aggiunge il salmo: “Signore, davanti a te è ogni mio desiderio” [immergimi nel tuo Mistero]. Non davanti agli uomini che non possono percepire il cuore, ma davanti a te sta ogni mio desiderio [gli uomini ne sentono l’eco, senza capire il perché]. Se il tuo desiderio è davanti a lui [il Mistero], lui che vede nel segreto lo esaudirà [non puoi chiedere, o Cristo risorto, che io mi immerga nel tuo Mistero: dammi la grazia di credere in te! Il Padre, che vede nel segreto, esaudirà il mio desiderio]. Il tuo desiderio è la tua preghiera [la tua domanda]; se continuo è il tuo desiderio, continua è pure la tua preghiera [comprendiamo che questa è un’inchiesta che tende a definire com’è la nostra vita: se tende o sta ferma, se è morale o immorale]. L’Apostolo infatti non a caso afferma: “Pregate incessantemente” (1Ts 5,17). S’intende forse che dobbiamo stare continuamente in ginocchio o prostrati o con le mani levate per obbedire al comando di pregare incessantemente? Se intendiamo così il pregare, ritengo che non possiamo farlo senza lunghe interruzioni. Ma v’è un’altra preghiera [un’altra domanda], quella interiore; e questa è senza interruzione [è una posizione del cuore] ed è il desiderio. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato [che è il grande giorno di Cristo], non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere di pregare, non cessare di desiderare. Il tuo desiderio è continuo? Continua è la tua voce. Tacerai se smetterai di amare [cioè di desiderare]. Tacquero coloro dei quali fu detto: “Per il dilagare della iniquità, l’amore di molti si raffredderà” (Mt 24,12). La freddezza dell’amore è il silenzio del cuore, l’ardore dell’amore è il grido del cuore [la domanda]. Se resta sempre vivo l’amore, tu gridi sempre [domandi sempre]; se gridi sempre, desideri sempre; se desideri, hai il pensiero volto alla pace [“per dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc 1,79)]. “Davanti a te ogni mio desiderio”. Se sta davanti a lui il desiderio, come può non essere davanti a lui anche il gemito, che è la voce del desiderio? [come può non stare davanti a lui anche la domanda, che è l’espressione del desiderio?] Perciò il salmo continua: “E il mio gemito a te non è nascosto”. Ma talora lo si vede anche ridere: forse che allora quel desiderio è morto nel suo cuore? Se c’è il desiderio, c’è pure il gemito; questo non sempre arriva alle orecchie degli uomini, ma non cessa di giungere alle orecchie di Dio [e questo desiderio sta anche nel riso]»19.
Che cosa accade di fronte alla grazia che rende la nostra intelligenza e la nostra affettività capaci di sperimentare l’immergersi nel Mistero di Cristo risorto? Che cosa accade immergendoci nel grande Mistero di Cristo risorto? Che cosa accade, fondamentalmente, quando la grazia ci è data come intelligenza e come affettività, quando la grazia ci rende credenti (affermazione amorosa del reale, affettività aperta a quello che vale, attraversando tutta la fragilità con un desiderio incessante, con una domanda)? Quello che accade «fondamentalmente» – perché è la pietra angolare, su cui si costruisce tutto, quella che ci viene data per questa grazia -, credo ci sia una parola che lo esprime («Illumini la notte che s’avanza»20): è la parola “luce”. Immaginiamoci, dunque, la notte; una notte fonda, senza luna e con le stelle oscurate dalle nuvole, una notte oscura. Immaginiamoci, improvvisamente, il sole. Paragoniamo le due cose: è sorto il mondo, non c’era ed è sorto, definito nei suoi particolari, nei fili d’erba, nel fiorellino del campo, nell’uccellino che cade – come nel Benedicite21: il cielo e la terra, il vento e la pioggia, il sole e il calore; rileggiamo attentamente il Benedicite alle Lodi -. Nasce il mondo in questa luce gettata sulla nostra esperienza della realtà, in questa luce che si irradia, che irradia tutto il nostro vivere, cioè tutto il nostro rapporto con il reale: il reale si rigenera, il reale rinasce, è generato, si rigenera. Non per nulla il Battesimo era dato a Pasqua, e il Battesimo è “nascere di nuovo”, un nascere diverso, una “nuova creatura”, la vera protagonista della storia, anche se fosse sola e uccisa: Cristo.
Come è interessante rileggere tutta quanta la letteratura liturgica del tempo pasquale, dove la parola “generare”, “rigenerare”, è continuamente citata, ricitata! Volevo scegliere una frase, espressiva più delle altre: «Concedi a noi di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto»22. «Per rinascere nella luce»: un essere umano che nasca è una coscienza della realtà, un’intelligenza della realtà e un’affettività precisa verso la realtà, un’adesione alla realtà, un abbraccio della realtà, un immergersi nella realtà: esattamente come si immerge nel Mistero di Cristo risorto, si immerge nella realtà. Che cosa, allora, caratterizza questa rinascita o questa rigenerazione? C’è qualche cosa cui possiamo ridurre, come caratteristica essenziale, l’avvenimento di questa rigenerazione, l’avvenimento di questa rinascita (io sono un altro, io non sono più io, ma qualcosa d’altro che vive in me23, sono un io nuovo)? Ciò che caratterizza l’io nuovo è la verità delle cose, è la verità della realtà, è una intelligenza della realtà nella sua verità, è un amore alla realtà nella sua verità, è un immergersi nella realtà come verità, è un immergersi nella verità della realtà.
Innanzitutto la liturgia pasquale ci ricorda come noi siamo immersi normalmente o troppo proclivi ad essere immersi normalmente in una falsità nell’intelligenza e nell’amore alla realtà. «O Dio, che con l’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta [la nostra posizione di fronte alla realtà è una caduta; la mia posizione di fronte a te è una caduta; se non sono ricuperato, risollevato da qualcosa d’altro che è in me, se non sono immerso nel Mistero di Cristo risorto, la mia posizione di fronte a te è una caduta, tant’è vero che mi scocci, oppure ti sono estraneo. Se invece ti sento come ti sento, è per qualcosa d’altro, che non è un pretesto per capirti e volerti bene, è per qualcosa d’altro che è in te come è in me: la tua verità; vedo e amo te nella tua verità, e mi immergo, collaboro e cammino insieme a te come verità, nella tua verità], concedi a noi tuoi fedeli una rinnovata gioia pasquale, perché, liberati dall’oppressione della colpa [questa caduta è una colpa, c’è una connivenza: è la storditezza e la distrazione di cui abbiamo parlato prima, e questo dà oppressione; non esiste una sola persona che, salvo che nelle larghe pause della distrazione totale, quando uno non è uomo, non ne sia oppressa, come un vecchio che, lo so per esperienza, non riesce più a respirare liberamente. Ma il problema è che un giovane, che voi siate così! Perché ci può essere un vecchio che è oppresso come respiro e non è affatto oppresso come spirito e, viceversa, un giovane che è oppresso nello spirito], possiamo partecipare alla felicità eterna»24.
E ancora: «O Dio, che hai redento l’uomo innalzandolo oltre l’antico splendore [perché l’uomo è stato fatto splendore, ma non è capace di tenere l’antico splendore; l’antico splendore è perso, è smarrito, è caduto; è oppresso, l’uomo, e tu, Cristo risorto, mi innalzi all’antico splendore, oltre l’antico splendore: l’antico splendore, infatti, non sapeva, l’antico splendore non capiva, l’antico splendore ha potuto equivocare fino alla colpa chiara, distruttrice], per il mistero ineffabile della tua misericordia, guarda a noi tuoi figli, nati a nuova vita mediante il battesimo, e conservaci sempre i doni della tua grazia»25. «Fa’ che passiamo dalla decadenza del peccato [“decadenza”: ha un significato estetico, oggetto di una visibilità, è una cosa che si corrompe: quella oppressione diventa decadenza] alla pienezza della vita nuova»26.
Permettetemi di andare alla ricerca di altri brani della liturgia. «O, Dio nostro padre, questa partecipazione al mistero pasquale del tuo Figlio ci liberi dai fermenti dell’antico peccato [una vita che fermenta: il putrido, il fermento di ciò che è pane e ammuffisce] e ci trasformi in nuove creature».27 «Tutti i tuoi figli, così, nati a nuova vita…»28 è la generazione di cui abbiamo parlato prima: noi, tuoi figli. «… liberi da ogni colpa, possiamo ereditare i beni da te promessi»29: liberi da ogni colpa, possiamo ereditare la realtà come ci è stata promessa, cioè nella sua fattura originale, nella sua purità originale, nella sua verità. «Fa’ che accogliamo pienamente il dono della salvezza, perché, liberi dalla oscurità del peccato [dalla vita oscura, fermentata, decadente], aderiamo sempre più alla tua parola di verità30. «E poiché lo hai colmato della grazia di questi santi misteri, concedigli di passare dalla nativa fragilità umana alla vita nuova»31. «Dalla nativa fragilità umana»: l’antico splendore è stato come una meteora, come un disegno ideale appena accennato, perché nativamente l’uomo l’ha affrontato con una fragilità dentro. Il Signore ci fa passare dalla nativa fragilità umana alla vita nuova.
C’è una parola che abbiamo già usata e che adesso dobbiamo porre al centro della questione della realtà creata, della questione nostra di creature, della creazione mia, nostra, di tutto il mondo, così come può nascere soltanto dalla rinascita che la fede in Cristo risorto realizza, attua. Leggo un pezzo di Dante: «Io veggio ben sì come già risplende / nell’intelletto tuo l’eterna luce [nel tuo cuore l’eterna luce risplende: è esigenza di infinito, e l’insoddisfazione ha questo termine di paragone], / che, vista sola, sempre amore accende [fa affermare amorosamente ciò che vale, il reale autentico]; / e s’altra cosa vostro amor seduce [se qualche altra cosa seduce il vostro amore: il vostro giudizio e la vostra affettività], / non è se non di quella alcun vestigio [se “altra cosa vostro amor seduce”, quest’altra cosa non è se non di quella eterna luce “alcun vestigio”, un segno], / mal conosciuto [non capito nella sua natura, perché non ti rimanda ad altro: c’è un punto di fuga dentro ogni cosa, per cui essa è in rapporto con l’infinito; la prendi, la possiedi, credi di possederla, eccetto là dove essa diventa veramente se stessa; perciò dici alla donna: “Ti amo” ed è bugia, o dici: “Lavoro” ed è menzogna, menzogna detta alle cose, menzogna detta al tempo che dedichi alle cose, menzogna detta alla compagnia e al popolo cui servi, o dovresti servire, con il lavoro], che quivi traluce [che, dentro la cosa che ti attira, traluce]»32. «Io veggio ben sì come già risplende / nell’intelletto tuo l’eterna luce / che, vista sola, sempre amore accende; / e s’altra cosa vostro amor seduce, / non è se non di quella alcun vestigio, / mal conosciuto, che quivi traluce»: è la verità, che traluce, risplende, la verità delle cose. «Sia che mangiate, sia che beviate, siete di Cristo; sia che vegliate, sia che dormiate, siete del Signore; sia che viviate, sia che moriate siete del Signore»33.
Vogliamo strappare le cose da ciò che le costituisce? «Tutto in Lui consiste»34. Quest’uomo che è risorto, è risorto per gridare a tutti, è il grido con cui il Mistero eterno della Trinità grida a tutto l’universo, a tutto il mondo, a tutta la storia che quell’uomo, il Verbo fatto carne, è ciò di cui tutto è costituito. Se tutto è costituito di lui, vogliamo strappare persone o cose, tempo, spazio, progetto, da ciò di cui sono costituiti? Colpa, decadenza, menzogna, nulla. Per questo, la liturgia di questi tempi dice: «Dio grande e misericordioso, che nel Signore risorto riporti l’umanità alla speranza eterna»35. Ogni cosa ha un punto di fuga verso l’infinito, l’eterno, ed è quello che ti attira, perché è sulla misura del cuore. Vogliamo stabilire rapporti con le persone e con le cose senza speranza eterna? Se non c’è speranza eterna, li perdiamo; avendoli, li perdiamo; stringendo, li sciupiamo. «Tu che ci hai liberato dalle tenebre con il dono della fede»36 illumina la notte che s’avanza. Ci ha liberati dalle tenebre con il dono della fede: è la luce, non le tenebre; la verità, non quel che appare a noi. La verità è quello che appare agli angeli di Dio, al cuore del bambino, per il suo verso e per la sua misura, ma – più precisamente – al povero di spirito, all’intelligenza povera, come ho detto prima.
«O Dio… là siano fissi i nostri cuori, dov’è la vera gioia»37; non si tratta di rinnegare neanche un capello del capo; si tratta di rendere vero quello che viviamo, si tratta di affermare l’intelligenza del vero, si tratta di amare la verità dell’affezione. Tutto questo è possibile esclusivamente riconoscendo e immergendoci nel Mistero di Cristo.
«Senza dubbio la risurrezione è per Gesù stesso – scrive Inos Biffi – un fatto nuovo e originale [immedesimiamoci con quell’uomo che risorge: è un fatto nuovo e originale per lui, esattamente come per noi], un fatto certamente storico [avvenuto, cioè storico] e che, d’altra parte, lo ha sottratto alla forma naturale dell’esperienza». Gesù quando è risorto ha fatto un’esperienza nuova della sua umanità, del suo essere davanti alla gente, dell’essere nel tempo e nello spazio, del camminare e del mangiare; è un’esperienza sottratta alla forma naturale dell’esperienza. Non era, il suo mangiare, lo stare davanti a Maria e agli Apostoli, come per noi; era stare davanti a tutto quello dentro il possesso della prospettiva ultima, dentro la verità, nella loro verità. Questo essere «sottratti alla forma naturale dell’esperienza» è ciò che rende vera anche la nostra esperienza di rapporto tra di noi, di rapporto con la casa, di rapporto con le cose, di rapporto con tutto. Se non è la forma naturale dell’esperienza, che cos’è? È la forma vera, è la forma dell’esperienza vera, eterna – perché ciò che è vero è eterno: «Ha valore eterno anche una parola detta per scherzo»38, «anche i vostri capelli sono numerati»39 dall’eterno -. La resurrezione è «un fatto nuovo e originale che lo ha sottratto alla forma naturale dell’esperienza». Si chiama verginità l’essere «sottratti alla forma naturale dell’esperienza»: un rapporto con un distacco dentro, che è verità del presente, un rapporto dove il punto di fuga non è evitato, non è occluso, non è eliminato dalla considerazione, non è stoppato nella pretesa di prender tutto, così che perdi tutto. L’essere sottratto alla forma naturale dell’esperienza, nell’esperienza di Cristo risorto, continua nella storia come verginità, continua, nella storia dell’uomo che Lui chiama, come verginità: un possesso con un distacco dentro, il punto di fuga ancora vibrante, ancora ferito, ancora spalancato, in attesa, in corsa, in supplica e in domanda dell’Eterno.
«La resurrezione ha sottratto Cristo alla forma naturale dell’esperienza – attenzione! -, pur lasciandolo ancora più profondamente nella nostra storia [l’ho già detto: non si evita niente], con noi sino alla fine del mondo [con la realtà tutta fino all’ultimo sangue, fino all’ultimo capello]. Il Risorto appartiene al mondo celeste [qui è la tragedia: per noi il mondo celeste è un mondo astratto, al di sopra, chissà dove, un altro mondo, mentre abbiamo sempre detto che è la verità di questo, che è la verità di te ai miei occhi, alla mia intelligenza e al mio cuore, è la verità di te; possiamo sbagliare mille volte al giorno contro questo, ma è impossibile oramai evitarlo, è impossibile non essere fedeli all’alleanza di Cristo risorto con noi, all’unità con lui: “Io sono la via”]. La resurrezione e la signoria di Cristo: è un fatto nuovo e originale per gli stessi discepoli. A motivo della resurrezione essi incominciano a vedere Gesù e la sua storia in una luce rinnovata, lo scoprono definitivamente nella sua identità [quello che è veramente] e aderiscono a lui senza più ondeggiamenti [magari con tradimenti, ma senza ondeggiamenti: che paradosso! Il tradimento è un intoppo della fragilità, l’ondeggiamento è abbandonare la strada], dopo il turbamento e la prova inquietante della Croce».
Io ho fatto un paragone negli ultimi Esercizi spirituali – e concludo con questa osservazione – un paragone che ripeto spesso: l’esperienza nuova, l’essere stato sottratto alla forma naturale dell’esperienza, questa forma nuova della stessa esperienza, implica una cosa affascinante che si può capire in riferimento al tempo e allo spazio. Il tempo e lo spazio sono i fattori che permettono allo spirito e alla coscienza di esprimersi e di diventare esperienza visibile, tangibile, udibile. Il tempo e lo spazio sono i fattori che permettono alla coscienza di dirsi, di realizzarsi nella storia, e perciò sono strumenti espressivi: se ho il tempo mi esprimo, se ho lo spazio mi esprimo, dove ho tempo e spazio mi esprimo, mi affermo e divento compiuto, mi compio nel momento, compio il mio momento. Ma, nello stesso identico tempo, nella stessa identica situazione, tempo e spazio non sono soltanto fattori che mi permettono l’espressione e il realizzarmi, sono anche limiti che non mi permettono di realizzarmi al di fuori di quel tempo e di quello spazio – sono schiavo, sono imprigionato -. Sono fattori espressivi, che però ultimamente mi imprigionano, perché se sono qui in questo momento e in questo luogo a parlare a voi, non posso essere a Milano in un raduno di amici a parlare a loro, perché il tempo e lo spazio mi imprigionano qui. La forma nuova dell’esperienza che Cristo risorto, come uomo, ha provato, ha vissuto, vive, vive fino alla fine dei secoli, è che il tempo e lo spazio non sono più un limite, sono soltanto fattori espressivi. Per questo, nello stesso identico tempo, poteva essere nello spazio di Gerusalemme e nello spazio della Giudea; nello stesso identico tempo Cristo può essere nell’eucarestia a Tokio e nell’eucarestia nel Duomo di Milano. Il tempo e lo spazio sono per lui solo fattori espressivi: è quello che noi sperimenteremo completamente alla fine del mondo, dove tutto sarà espressione, strumento espressivo, realizzazione completa.
Allora, già fin d’ora, se partecipiamo all’esperienza nuova che l’uomo Cristo, risorto da morte, vive sino alla fine dei secoli, noi partecipiamo inizialmente, incoativamente di questa sua signoria sul tempo e sullo spazio. È questo che esalta la vocazione alla verginità: solo nella verginalità di una vocazione il tempo e lo spazio incominciano a essere più trasparenti, più duttili, non sono più mura o inferriate di prigione. Mentre uno sta studiando e offre, in Cristo morto e risorto, il suo momento di studio per il mondo intero, per la povera gente che vive nell’Africa o nel Sudamerica, il suo gesto arriva là e – non sa come – si inscrive nel tempo e nello spazio della gente che è prigioniera là, vive da prigioniera là. Non lo sai, ma tu, quanto più fai così, quanto più cresci in questo, tanto più sperimenti, vivi la tua esperienza d’uomo in quest’ora come esperienza di signore del mondo, di intelligente del destino del mondo, di amante del mondo. Vivi sempre più il tuo momento come affermazione amorosa di tutto: ma allora vivi così anche il rapporto con la persona a cui vuoi bene, anche il rapporto con le persone che ti scocciano, anche il rapporto col peso della giornata, anche il rapporto con la gioia di un divertimento, anche il rapporto con ciò che ti è estraneo e che ti stringe da tutti i lati durante la giornata. Anche con ciò che non conosci, non sai, e di cui vivi però gli effetti, anche di fronte alla foresta selvaggia, alla barbarie della politica, anche di fronte a Chernobyl o all’Aids, di fronte a tutto tu vivi un’esperienza che ti dà la signoria su tutto, partecipi della signoria di Cristo, come coscienza della tua esperienza, come coscienza di te, di te in azione, cioè di te in esperienza, di te esistente.
Non c’è alternativa tra Cristo risorto e la decadenza totale verso il niente, verso la fermentazione che uccide, altera e uccide. Non c’è niente che possa togliere la differenza tra quella verità e la menzogna nei nostri rapporti: l’adesione a quella verità o la menzogna, nei nostri rapporti. Anche il più intimo e il più amato, fino all’ultimo ci lascerebbe con assoluto disinteresse. Mentre il rapporto più amato diventa eterno, un possesso già eterno, come ha detto Dante, ché in esso «traluce» qualcosa che tu riconosci. E perciò abbracci ciò che ami con quel distacco dentro che ti fa dire: «In te traluce il grande Altro, Cristo. Amo te come Cristo, amo Cristo in te, amo te in Cristo»; ma è la stessa cosa, senza nessun artificio e senza nessuna astrazione. “Carne”, ha detto il cardinal Ratzinger, non bisogna tradurre “risorto dai morti”, “risorto dal male”, dai peccati, ma “risorto nella carne”, nelle cose così come sono. E non esiste più l’estraneo, fosse anche il più lontano uomo che vive in Kamc?atka o nell’Australia: non esiste più estraneo, e tutto appartiene a me con quel sollievo e quel riposo che mi dà la percezione del punto di fuga che è in tutto e che raccorda tutto e ogni cosa al Destino ultimo, al Mistero ultimo che si è svelato in tutta la sua potenza e misericordia e giustizia: Cristo risorto.
«Ex uno Verbo omnia»: da una sola cosa tutto, da una sola realtà tutto. E questa cosa sola che tutto grida è ciò che parla anche in te, che coincide con l’attrattiva ultima che costituisce il tuo cuore. «Ex uno Verbo omnia et unum loquuntur omnia, et hoc est Principium quod et loquitur nobis»40. O, come dice Jacopone da Todi: «Amore, amore, omne cosa conclama»41. Tutto il mondo grida: «Amore, amore». Tutto.
Ma questo è ciò per cui ci svegliamo oramai tutte le mattine: è un orizzonte e un destino, un’intensità di vibrazione, è un vivere e un possedere, perché si è posseduti. È un essere posseduti, ciò da cui parte il possedere, da cui parte la vibrazione e l’intensità, da cui parte la cattolicità, la totalità dei rapporti, con la croce dentro (possesso con un distacco dentro). Ciò da cui tutto parte è l’essere posseduti da Cristo risorto, «immersi nel grande Mistero». La mattina ci è data per ricuperare questa verità elementare, originale del nostro essere creature chiamate, elette. Apparteniamo alla «generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe»42. Siamo parte della storia d’Israele, siamo parte della storia del Benedictus e davanti al mondo siamo come Giovanni Battista: «E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo»43. Profeti: la nostra esistenza deve parlare di fronte al mondo. Ma questa è un’altra questione, una successiva questione.

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