4. SAN GIUSEPPE NELLA INTERPRETAZIONE PATRISTICA DEI PRIMI SECOLI

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(questa presentazione di San Giiuseppe è molto lunga, ne ho scelta un parte)

4. SAN GIUSEPPE NELLA INTERPRETAZIONE PATRISTICA DEI PRIMI SECOLI

Nel primo millennio non si può ancora parlare di una vera josefologia. Giuseppe viene nominato nella storia della salvezza e considerato come padre legale di Gesù e come « uomo giusto », che ha una particolare posizione nella vita del Figlio primogenito di Maria.
I primi grandi teologi della Chiesa sentono soprat­tutto il bisogno di liberare i fedeli dalle opinioni errate degli eretici precedenti. Per annullare certe idee fan­tastiche, senza distruggere un’iniziata devozione vo­gliono presentare la figura di Giuseppe nella chiara luce dei testi evangelici. Per questo, il loro scopo prin­cipale consiste nell’arrivare a un accurato esame della genealogia del Figlio di Dio, del matrimonio di Giu­seppe e Maria e della costituzione della Sacra Fami­glia. Sono i tre eventi essenziali che rappresentano l’impianto del piano della salvezza di Dio, nel quale Giuseppe ha il suo ruolo e anche la sua missione di partecipare ad essa come nessun altro uomo. Questi tre momenti essenziali ritornano in tutte le loro ricerche; talvolta si aggiungono anche riflessioni cri­stologiche, per poter interpretare certe ipotesi che riguardano la legge del matrimonio, la giustizia di Giuseppe, il valore dei suoi sogni. Ma non si arriva a poter presentare un suo profilo biografico e a inse­rire la sua figura nella storia della santificazione.
Il primo autore che ricorda Giuseppe è Giustino, il grande apologeta del secolo secondo. Le sue poche parole nel Dialogo con Trifone, le abbiamo già ripor­tate. Nel terzo secolo Origene in un’omelia ha voluto mettere in luce che «Giuseppe era giusto e la sua ver­gine era senza macchia. La sua intenzione di lasciarla si spiega per il fatto di aver riconosciuto in lei la forza di un miracolo e di un mistero grandioso. Per avvi­cinarsi ad esso, egli si ritenne indegno. San Giuseppe si umiliò, dunque, dinanzi a un’opera così grande ed inesprimibile, cercando di allontanarsi, come anche san Pietro si umiliò dinanzi al Signore dicendo: « Signore, allontanati da me, sono un peccatore », e fece come il capitano che confessò: « Signore, non vale vederti entrare nella mia casa. Così anch’io non sono degno di avvicinarmi a te »».
Origene continua con l’esempio di santa Elisabetta che disse alla beata Vergine: «Chi sono io, che da me viene la Madre del mio Signore? Così il giusto Giu­seppe si umiliò. Avendo paura, cercava di non unirsi con Maria e con la sua così grande santità».
Nel secolo IV sono stati san Cirillo di Gerusa­lemme, san Cromazio di Aquileia e sant’Ambrogio a fare qualche riflessione sulla verginità di Maria, sul matrimonio di Giuseppe con lei, sulla vera paternità del suo sposo. Per esempio, san Cirillo fa un para­gone per spiegare la paternità di Giuseppe: «Come Elisabetta, a motivo del suo affetto fu chia­mata madre di Giovanni ma non perché Giovanni sia nato da lei, così anche Giuseppe fu chiamato padre di Gesù, non a motivo della generazione, ma a motivo della sua cura ed educazione del bambino».
Non si trovano altri pensieri su Giuseppe in san Cirillo. Invece di san Cromazio sono rimaste 18 pre­diche che riprendono i primi capitoli del Vangelo di Matteo. San Girolamo si è ampiamente ispirato al suo commento che inizia con la « narrazione della nascita ter­rena del Signore, partendo da Abramo, seguendo la linea dei discendenti di Giuda, fino ad arrivare a Giuseppe e a Maria ». Cromazio afferma: «Non a torto Matteo ha ritenuto di dover assicurare che Cristo Signore nostro è figlio sia di Davide che di Abramo, dal momento che sia Giuseppe sia Maria traggono origine dalla schiatta di Davide, e cioè essi hanno un’origine regale».
Nella terza predica Cromazio, dopo aver gettato lo sguardo sul « segno nuovo e straordinario » del parto verginale di Maria, si dedica a un approfondimento teologico del racconto di Mt 1,24-25: «Continua a narrare l’evangelista: Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli avesse rapporti carnali con lei; partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. Dunque, Giuseppe viene illuminato sul sacramento del mistero celeste mediante un angelo: Giuseppe obbedisce di buon grado alle rac­comandazioni dell’angelo; pieno di gioia dà esecuzione ai divini comandi; prende perciò con sé la Vergine Maria; può menare vanto delle promesse che annun­ciano tempi nuovi e lieti, perché, per una missione unica, qual è quella che gli affida la maestà divina, viene scelta ad essere madre una vergine, la sua sposa, come egli aveva meritato di sentirsi dire dall’angelo.
Ma c’è un’espressione dell’evangelista: Ed egli non la conobbe fintanto ché lei non generò il figlio, che attende una chiarificazione, dal momento che gente senza cri­terio (gli eretici e lettori di libri apocrifi) fanno que­stioni a non finire; e poi dicono che, dopo la nascita del Signore, la Vergine Maria avrebbe conosciuto car­nalmente Giuseppe.
Ma la risposta all’obiezione mossa da coloro, viene sia dalla fede che dalla ragione della stessa verità: l’e­spressione dell’evangelista non può essere intesa al modo in cui l’intendono quegli stolti! Dio ci guardi dall’affer­mare una cosa simile, dopo che abbiamo conosciuto il sacramento di un sì grande mistero, dopo la condi­scendenza (il concepimento) del Signore che si è degnato di nascere dalla Vergine Maria. Credere che lei possa aver poi avuto dei rapporti carnali con Giuseppew, Cro­mazio lo esclude e, per vincere categoricamente tale opi­nione esistente ai suoi tempi, porta l’esempio della sorella di Mosè, che volle conservare la verginità. Nomina anche Noè che « »sì impose una perenne asti­nenza dal debito coniugale. Se vogliamo un altro esempio, Mosè, dopo aver percepito la voce di Dio nel roveto ardente, anche lui si astenne da qualsiasi rap­porto coniugale per il tempo che seguì. E sarebbe per­messo credere che Giuseppe, che la Scrittura definisce uomo giusto, abbia mai potuto avere relazioni carnali con Maria, dopo che ella aveva partorito il Signore?
La spiegazione del testo evangelico: Ed egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, è la seguente: spesso la Scrittura divina suole assegnare un termine a quelle cose che per sé non hanno termine e deter­minare un tempo per quelle cose che per sé non sono chiuse entro un determinato tempo. Ma anche per questo caso ci viene in soccorso la Scrittura; tra i molti esempi possibili ne scegliamo alcuni pochi».
E Crornazio si riferisce ad alcuni brani biblici, con l’invito al lettore di cercarli. Tutto serve per conclu­dere il suo Commento di Matteo dicendo: «Quando nel brano citato l’evangelista scrive: Egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, dobbiamo intendere che parla sì di un breve spazio di tempo (fintanto che lei non generò il figlio), ma con l’intenzione di voler includere tutto il tempo posteriore in cui Maria e Giu­seppe vissero insieme».
L’ultima ripresa della figura di Giuseppe è legata al racconto sul ritorno dalla fuga in Egitto: «Prosegue l’evangelista: Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino». Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. Il fatto che l’angelo abbia usato la precisa espressione: Sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino, quando si rivolse a Giuseppe, dichiara a tutte note che il Figlio di Dio, perfetto Dio e perfetto uomo, ha assunto tutto quanto l’uomo, cioè non solo il suo corpo, ma anche la sua anima. Se siamo costretti a fare tale afferma­zione, è perché vi sono stati degli sciocchi, i quali, nella loro stolta predicazione, hanno avuto l’ardire di sostenere che il Figlio di Dio avrebbe assunto uni­camente il corpo umano. Ma la loro stolta ipotesi trova una precisa smentita, non solo nelle parole del­l’angelo».
Ma non ci si può fermare al semplice racconto, che cioè Giuseppe, dopo la morte di Erode, sia stato avvi­sato di tornarsene nel paese d’Israele con il bambino e sua madre. Negli stessi eventi del Signore va ricer­cata anche la significazione dell’intelligenza dello Spi­rito. Per tale interpretazione Erode rappresenta il pro­totipo dell’infedeltà dei Giudei, come l’Egitto è tipo del nostro mondo. Dopo che l’Egitto ricevette la visita del Signore, il Signore torna dunque a visitare i figli d’Israele: Morto Erode, dice il testo, cioè dopo aver spento almeno in parte l’incredulità.
La narrazione procede dicendo che Giuseppe, par­tito dall’Egitto, tornò in Israele; il brano evangelico comprende la citazione profetica in cui si dice che il bambino sarà chiamato Nazareno».
Simili interpretazioni si possono dimostrare anche in sant’Ambrogio che, leggendo i racconti degli evan­gelisti, annota: «si conferma che in Giuseppe ci fu l’a­mabilità e la figura del giusto, per rendere più degna la sua qualità di testimone. Effettivamente la bocca del giusto non conosce menzogna, e la sua lingua parla secondo giudizio, e il suo giudizio proferisce la verità».
E nel vivo desiderio di presentare Giuseppe come uomo giusto, Ambrogio avverte che l’evangelista, quando spiega « l »imlnacolato mistero dell’incarnazione», vide in «Giuseppe un giusto che non avrebbe potuto contami­nare Sancti Spintus templum, cioè la Madre del Signore fècondata nel grembo dal mistero» dello Spirito Santo.
Nel commento classico del Vangelo, fatto poco dopo il Natale del 917-16 da sant’Agostino nel suo Sermone sulla Genealogia di Cristo, vengono riprese preziose notizie e opinioni anteriori, in cui non si può mettere in ombra una certa derivazione giudea di pensiero.
«Per narrare come nacque e apparve Gesù tra gli uomini», va considerata la sincera, non finta giustizia di Giuseppe, che aveva deciso di «ripudiare Maria in segreto perché non voleva esporla al disprezzo. Come marito egli, è vero, si turba, ma come giusto non incrudelisce. Tanto grande è la giustizia di quest’uomo che non volle tenersi un’adultera né osò punirla espo­nendola al pubblico discredito. Decise di ripudiarla in segreto – dice la Scrittura – poiché non solo non volle punirla, ma nemmeno denunciarla. Considerate com’era autentica la sua giustizia! Non voleva infatti risparmiarla, perché desiderava tenerla con sé. Molti perdonano le mogli adultere spinti dall’amore carnale, volendo tenerle, benché adultere, allo scopo di goderle per soddisfare la propria passione carnale. Questo marito giusto invece non vuole tenerla; il suo alletto dunque non ha nulla di carnale; eppure non la vuole nemmeno punire; il suo perdono, dunque, è solo ispi­rato dalla misericordia. Quanto è ammirevole questo giusto! Non la tiene come adultera per non dare a vedere di perdonarla, perché l’avrebbe amata sen­sualmente, eppure non la punisce, né la denuncia. Ben a ragione fu scelto come testimone della verginità della sposa. Egli dunque si turba à causa della debo­lezza umana, ma è rassicurato dall’autorità divina.
È una bellissima descrizione della vera figura giusta e santa di Giuseppe. Agostino ora mette in luce il significato della sua paternità: «La Scrittura vuol dimostrare che Gesù non nacque per discendenza car­nale da Giuseppe. Siccome era angustiato, perché non sapeva come mai la sposa fosse gravida, gli vien detto: È opera dello Spirito Santo. Con tutto ciò non gli vien tolta l’autorità di padre, dal momento che gli viene comandato d’imporre il nome al bambino. Infine la stessa Vergine Maria, sebbene fosse perfettamente consapevole d’aver concepito il Cristo senza aver avuto alcun rapporto o amplesso coniugale con lo sposo, lo chiama tuttavia padre di Cristo».
«State attenti a come ciò avvenne: il Signore Gesù Cristo essendo, in quanto uomo, nell’età di dodici anni, egli che, in quanto Dio, esiste prima del tempo ed è fuori del tempo, rimase separato dai genitori nel tempio a disputare con gli anziani, che rimanevano stupiti della sua scienza. I genitori, invece, ripartiti da Gerusalemme, si misero a cercarlo nella loro comitiva, cioè tra coloro che facevano il viaggio con loro, ma non avendolo tro­vato, tornarono a Gerusalemme angosciati e lo trova­rono che disputava con gli anziani, avendo egli – come ho detto – solo dodici anni. Ma che c’è da stupirsi? Viene dunque trovato nel tempio ed egli disse ai geni­tori: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? Rispose così, poiché il Figlio di Dio era nel tempio di Dio. Quel tempio infatti non era di Giu­seppe, ma di Dio. « Ecco – dice qualcuno – non ammise d’essere figlio di Giuseppe ». Fate un po’ d’attenzione, fratelli, affinché la strettezza del tempo ci basti per il discorso. Poiché Maria aveva detto: Tuo padre e io, ango­sciati, ti cercavamo, egli rispose: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? In realtà egli non voleva far credere d’essere loro figlio senza essere nello stesso tempo Figlio di Dio. Difatti, in quanto Figlio di Dio, egli è sempre tale ed è creatore dei suoi stessi genitori; in quanto invece figlio dell’uomo a partire da un dato tempo, nato dalla Vergine senza il consenso d’uomo, aveva un padre e una madre».
Agostino sente però la necessità di dire che Gesù non disconosce Giuseppe come suo padre. Riprende un’errata interpretazione di una frase di Rm 9,5: «Occor­reva che mi occupassi delle cose del Padre mio, essa sta ad indicare che Dio è suo Padre in modo da non ricono­scere come padre Giuseppe. In qual modo lo dimo­striamo? Attenendoci alla Scrittura che non dice era sottomesso alla madre, ma a loro, (chiediamo): Chi sono questi, ai quali era sottomesso? Non erano forse i suoi genitori? Erano entrambi i suoi genitori coloro ai quali Cristo era sottomesso per la degnazione per cui era figlio dell’uomo. Giuseppe non solo doveva essere padre, ma doveva esserlo in sommo grado…, perché con l’animo compiva meglio ciò che altri desiderano compiere con la carne. Così, per esempio, anche coloro che adottano dei figli, non li generano forse col cuore più castamente, non potendoli generare carnalmente?.
Per Agostino è molto importante spiegare la pater­nità di Giuseppe. Le generazioni sono infatti contate secondo la linea genealogica di Giuseppe e non di Maria: «Abbiamo dunque esposto a sufficienza il motivo per cui non deve turbarci il fatto che le generazioni sono enumerate seguendo la linea genealogica di Giu­seppe e non quella di Maria; come infatti essa è madre senza la concupiscenza carnale, così egli è padre senza l’unione carnale. Quindi le generazioni discendono e ascendono tramite lui. Non dobbiamo quindi metterlo da parte perché mancò la concupiscenza carnale. La maggiore sua purezza conferma la paternità, perché non ci rivolga un rimprovero la stessa Santa Maria. Essa infàtti non volle porre il proprio nome innanzi a quello del marito, ma disse: Tuo padre e io, angosaàt; ti cercavamo. Non facciano dunque i maligni detrattori, ciò che non fèce la casta sposa. Enumeriamo perciò le generazioni lungo la linea di Giuseppe, poiché allo stesso modo che è casto marito, così è pure casto padre. Dobbiamo invece mettere l’uomo al di sopra della donna secondo l’ordine della natura e della legge di Dio. Se infatti metteremo da parte lui e al suo posto metteremo lei, egli ci dirà giustamente: « Perché mi avete messo da parte? Perché le generazioni non ascen­dono o discendono per la mia linea genealogica? ». Gli si risponderà forse: « Perché tu non hai generato mediante la tua carne? ». Ma egli ci risponderà: “Par­torì forse anche Maria mediante la sua carne?”. Ciò che lo Spirito Santo eflèttuò, lo effettuò per ambedue. È detto: Essendo un uomo giusto. Giusto dunque l’uomo, giusta la donna. Lo Spirito Santo, che riposava nella giustizia (nel senso di santità) di ambedue, diede un figlio ad entrambi».
Dopo Agostino, nel secolo VI, nacquero due grandi Omelie latine su san Matteo, quella dello Pseudo-Cri­sostomo e quella dello Pseudo-Origene che è pro­babilmente di origine italiana (Ravenna?).
In questi due anonimi si incontrano splendide pagi­ne sulla figura e sulla missione di san Giuseppe. Nel­l’Omelia dello Pseudo-Crisostomo sorprende un’in­terpretazione tipologica del falegname Giuseppe. Come «figura verginale e feconda egli appare come tipo» di Cristo e della Chiesa e costituisce un certo simbolo della redenzione degli uomini sul legno della croce. «Maria era sposata con il falegname» e Giu­seppe era sotto due titoli (sposo e carpentiere) pre­sentato nel Vangelo come tipo di «Christus sponsus ecclesae» dal quale «omnem salutem hominem’» dipende e «per lignum crucis fuerat operatus »».
Nella stessa Omelia, Giuseppe viene messo in luce come «uomo giusto in parole ed in opere, giusto nel­l’adempimento della legge e per aver ricevuto la gra­zia». Per questo intendeva lasciare segretamente Maria. Che cosa era capitato? Qualcosa di sopranna­turale, certamente. Giuseppe non poteva dubitare delle parole dette da Maria. Ma una grande angoscia riempì il suo cuore, che dallo Pseudo-Crisostomo è descritta non senza riferirsi a qualche spiegazione nei testi antichi. E quando appare l’angelo a Giuseppe, si domanda perché non si è fatto vedere prima della con­cezione di Maria? L’angelo avrebbe potuto rivelare già prima tutto a Giuseppe perché accettasse il mistero senza difficoltà.
Anche nell’Omelia dello Pseudo-Origene si mani­festa l’intenzione di riflettere su un messaggio ante­riore dell’angelo. Egli domanda: «Giuseppe, perché hai dubbi? Perché hai pensieri imprudenti? Perché mediti senza ragionare? È Dio che viene generato ed è la ver­gine che lo genera. In questa generazione sei tu colui che aiuta e non colui dal quale essa dipende. Sei il servo e non il signore, il domestico e non il creatore. Di con­seguenza, mettiti ad aiutare, a servire, a custodire, a proteggere il Figlio che nascerà e colei che lo parto­risce. Anche se essa è chiamata tua moglie o se viene considerata come tua fidanzata, non è la tua donna, bensì la madre scelta da Dio per il suo unigenito».
L’anonimo continua a invitare Giuseppe con le parole dell’angelo a «non aver timore di ricevere Maria come un tesoro celeste, di non turbarsi ad accet­tarla come un tempio onorabile, come la dimora di Dio. La tua missione consiste nel vegliare su di essa e di aver cura di lei durante la fuga in Egitto e poi nel ritorno in terra d’Israele. Quanto al bambino che nascerà, il tuo ruolo si limita a dargli il nome di Gesù, un nome che tu non devi inventare, perché egli lo pos­siede da tutta l’eternità. Nomen eius est salvatorem».
In seguito Giuseppe viene soprattutto nominato nel racconto della fuga in Egitto. È lo Pseudo-Cri­sostomo che interpreta l’ordine dell’angelo di «pren­dere `il bambino e sua madre », come l’espressione della situazione particolare di Giuseppe nella Sacra Fami­glia. Surge et accipe puerum. Non il tuo bambino, ma quello di cui il primo Padre afferma: Hic est puer meus dilectus».
I due scrittori anonimi continuano con una ricca esposizione letteraria dei testi evangelici ispirata anche a riflessioni giudeo-cristiane da loro incontrate nei testi di autori palestinesi e di qualche libro apocrifo.
Negli ultimi secoli del primo millennio si conti­nuano a studiare i diversi aspetti dell’esistenza e della missione di Giuseppe, cercando di esporre l’etimologia del suo nome, la sua discendenza davidica, e soprat­tutto le solite realtà biblico-teologiche. Non sono grandi scoperte e novità, neanche si può parlare di pagine abbondanti di carattere letterario. Tra tutti questi autori ha però valore Beda il Venerabile, del quale riportiamo alcune pagine.

 

Publié dans : Santi: San Giuseppe |le 18 mars, 2015 |Pas de Commentaires »

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