OMELIA III DOMENICA DI QUARESIMA: « DISTRUGGETE QUESTO TEMPIO E IN TRE GIORNI LO FARÒ RISORGERE »

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8 MARZO 2015 | 3A DOMENICA – T. QUARESIMA B | APPUNTI PER LA LECTIO

« DISTRUGGETE QUESTO TEMPIO E IN TRE GIORNI LO FARÒ RISORGERE »

Non è facile raccordare fra di loro le letture bibliche di questa terza Domenica di Quaresima, che sembrano esprimere messaggi religiosi piuttosto divergenti.

« Noi predichiamo Cristo crocifisso »
La prima lettura (Es 20,1-17), infatti, ci descrive la promulgazione della legge mosaica nella sua parte più significativa, cioè a dire i dieci comandamenti, o « dieci parole », come vengono anche chiamati; la seconda ci riporta un breve, ma efficacissimo, brano di san Paolo sulla « follia » della croce: « Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio » (1 Cor 1,22-24). Il brano di Vangelo, infine, ci descrive la scena della cacciata dei venditori dal tempio nella redazione giovannea (Gv 2,13-25).
Come si vede, una sovrapposizione di testi che non sembrano avere molta connessione tra di loro e neppure con il ciclo liturgico che stiamo celebrando.
Ad una lettura più attenta, però, c’è più di una armonia che i testi si rimandano vicendevolmente e più di un richiamo per approfondire il senso della Quaresima. Elenco soltanto qualcuno di questi « raccordi », per poi concentrare l’attenzione sul densissimo brano di Vangelo di san Giovanni.

« Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto »
E prima di tutto questo: non si deve dimenticare che Dio fa la sua « alleanza », di cui sono parte fondamentale i dieci comandamenti, con Israele proprio durante la lunga peregrinazione nel « deserto », in marcia verso la terra promessa. È importante poi notare che la formulazione dei dieci comandamenti è preceduta da questa solenne proclamazione: « Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù » (Es 20,2).
I « dieci comandamenti » sono dunque espressione di « libertà » e garanzia del superamento della « condizione di schiavitù », a cui Israele era stato sottoposto durante tutto il lungo periodo di umiliante servaggio in Egitto. Le esigenze « morali », che Dio propone sempre di nuovo agli uomini in Cristo, sono un costante invito ad una « liberazione » e ad una purificazione dello spirito: più l’uomo aderisce a Dio (i primi tre comandamenti) e aderisce nell’amore e nel rispetto ai fratelli (i rimanenti sette comandamenti), più realizza se stesso e più « si libera » dai falsi « idoli » che è continuamente tentato di costruirsi momento per momento per rendersi più comoda la vita.
Perché il « comandamento » sia autentico strumento di liberazione, però, non deve mai diventare abitudine, o legalismo, o mera esteriorità, come di fatto erano diventate certe pratiche cultuali che si svolgevano nel tempio di Gerusalemme, contro le quali reagisce violentemente il Signore secondo il Vangelo di Giovanni.
Un secondo raccordo lo vedrei nella tematica del « mistero pasquale », verso cui marcia la Quaresima e a cui si riferiscono sia il brano di Paolo (« noi predichiamo Cristo crocifisso »), sia il brano di Giovanni, come diremo tra poco. D’altra parte, la stessa osservanza dei « comandamenti », come espressione di amore e di fedeltà a Cristo, non si tinge anch’essa del colore sanguigno e martoriante del mistero pasquale? È quanto Gesù ricordava ai suoi apostoli, avviandosi alla morte: « Se mi amate, osserverete i miei comandamenti… Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando » (Gv 14,15; 15,14).

« Si avvicinava la Pasqua dei Giudei… »
Ma vediamo adesso di esaminare il densissimo brano di Vangelo di Giovanni, senza perderci nella quantità dei dettagli esegetici che rischierebbero di farci perdere di vista il quadro d’insieme del racconto.
È risaputo da tutti che, mentre Giovanni colloca l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio all’inizio dell’attività pubblica di Gesù, i Sinottici lo trasferiscono al termine, in occasione della sua ultima andata a Gerusalemme, subito dopo il suo ingresso « messianico » nella città santa. Ed è certo che in questo sfondo si comprende meglio sia come manifestazione di ampia risonanza popolare, sia come motivo immediato e diretto del suo arresto. Ecco infatti come annota l’episodio Marco: « L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento » (11,18).
Come mai san Giovanni ha anticipato l’episodio? Certamente per motivi teologici, inerenti alla trama caratteristica del suo Vangelo. E a mio parere i motivi dovrebbero essere due.
Il primo è legato al tema della Pasqua, che sappiamo quale importante ruolo giochi nella struttura « liturgica » del quarto Vangelo, secondo la convinzione di molti studiosi. Qui il riferimento alla Pasqua è fatto per ben due volte: « Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme » (2,13); « Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua… » (2,23). Giovanni, che fa presentare Gesù, da parte del precursore, come « l’agnello di Dio » (1,29.36), ce lo mostrerà sulla croce come innocente agnello pasquale a cui, secondo la legge mosaica (Es 12,46), non si dovrà « spezzare alcun osso » (19,36). Qui abbiamo l’avvio a quell’itinerario di sofferenza!
Il secondo motivo è determinato dall’intimo legame che questo episodio ha con il precedente miracolo delle nozze di Cana: ambedue sono dei « segni » che, per essere intesi, abbisognano di un particolare sforzo di penetrazione che colga la loro « allusività », la quale va molto al di là della materialità del fatto; e in realtà gli apostoli ci capirono qualche cosa solo dopo che « fu risuscitato dai morti… » (2,22); ambedue dicono un riferimento all’ »ora » (cf 2,4) della sua passione e morte: « Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere » (2,19); ambedue si collocano come misura del « nuovo » che porta con sé Gesù fin dal principio della sua attività pubblica: l’abbondanza di quel « vino buono » conservato fino al termine del banchetto, la sostituzione del vecchio « tempio » con il « nuovo » che è il « corpo » stesso del Cristo (v. 21).

« Non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato »
Questa ultima riflessione ci rimanda al significato di fondo di tutto il brano. Che il « tempio », in quanto luogo di incontro di tanta gente che aveva bisogno di trovare nelle immediate adiacenze l’indispensabile per offrire i sacrifici (buoi, pecore, uffici di cambio del denaro, ecc.), si potesse prestare ad abusi e a vero luogo di « mercato », è più che comprensibile. Perciò il profeta Zaccaria aveva preannunciato che al tempo della salvezza messianica non ci sarebbe stato « più nessun mercante nella casa del Signore degli eserciti » (14,21). È certamente a questo passo che si riferisce Gesù quando, in un gesto di collera violenta, dopo aver buttato tutto all’aria, grida: « Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato » (v. 16).
Ma è solo contro gli « abusi » a cui si prestava il culto dell’Antico Testamento, che trovava nel tempio la sua espressione più alta, o contro il culto del tempio in quanto tale che reagisce con violenza « profetica » Gesù?
Credo che sia soprattutto contro il culto del tempio in quanto tale che egli lancia il suo attacco, ponendo se stesso in alternativa con il vecchio culto, non tanto e solo perché ormai « sclerotizzato », quanto e soprattutto perché aveva esaurito la sua funzione, che era quella di indirizzare a Cristo come definitivo « punto » di presenza e di incontro con Dio.

Gesù come « nuovo » tempio
È quanto risulta dalla risposta di Gesù ai Giudei, che gli domandano quale « segno » egli possa mostrare (v. 18) che giustifichi il suo gesto « dissacratorio » nei confronti del tempio, che Erode il Grande aveva incominciato a ricostruire circa quarantasei anni prima, cioè il 19 a.C. (la scena, perciò, dovrebbe aver avuto luogo nella Pasqua del 28 circa d.C.): «  »Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere ». Gli dissero allora i Giudei: « Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? ». Ma egli parlava del tempio del suo corpo » (vv. 19-21).
Mentre i Giudei gli chiedono un « segno » da verificare immediatamente, salvo poi a interpretarlo secondo i loro pregiudizi ostili a Gesù, come quando diranno che egli « scaccia i demoni per mezzo di Beelzebul, il capo dei demoni » (Mt 12,24), Gesù rimanda a un « segno », già presente per un verso, e lontano per un altro: cioè al suo « corpo », che gli uomini devasteranno nella tragedia della passione e che egli stesso, con la potenza che viene da Dio, farà risorgere dopo tre giorni.
Un « segno », dunque, legato alla sua persona, anzi identificantesi con la sua persona: di qui l’equivoco costante dei suoi avversari, che cercano qualcosa di « diverso » da lui, magari un gesto di potenza, e non riescono a leggere la « presenza » di Dio proprio in lui, che ne è la « immagine » perfetta, la « trasparenza » luminosa.
Proprio per questo, prima aveva parlato della « casa del Padre mio » (v. 17), per esprimere il rapporto unico ed esclusivo che egli ha con Dio. Non sarebbe stato difficile, dunque, qualora ci fosse stata lealtà di animo e disponibilità da parte dei suoi avversari, cogliere nelle sue stesse parole il senso del suo gesto di rivendicazione « messianica »: se ormai era presente in mezzo agli uomini il « Figlio » del Padre, la cui « casa » era il tempio, non era più necessario ricercare Iddio in un edificio materiale, ma nel Figlio stesso di Dio che, più del tempio stesso, era la « manifestazione » del divino e con cui gli uomini potevano già aprire un dialogo di amore e di fiducia.
Con Gesù, dunque, era arrivato il momento del culto « in spirito e verità », di cui egli parlerà nel dialogo con la Samaritana: « È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori » (Gv 4,2.23). Anche qui l’insistenza è nel rapporto con il « Padre », che il Figlio solo è capace di realizzare e garantire in senso pieno ed assoluto.

« I suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo »
Gli apostoli stessi non afferrarono bene il significato « provocatorio » di queste parole di Gesù, pur intravedendo forse qualcosa. E come potevano anche loro comprendere questo strano « segno » proposto dal Maestro, ma ancora tutto da verificare? Solo che essi non respinsero le parole di Gesù, che « conservarono » diligentemente nel loro cuore: « Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù » (v. 22).
Nel linguaggio giovanneo sappiamo bene che « ricordare » non significa soltanto rammentare una parola o un gesto di Gesù, ma soprattutto comprenderne il « significato » spirituale e salvifico alla luce della risurrezione e dello Spirito che « guiderà alla verità tutta intera » (Gv 16,13) coloro che si affidano totalmente al Signore.
E proprio alla « luce » dello Spirito noi possiamo oggi comprendere meglio il senso profondo del gesto di Gesù e delle parole di sfida a chi gli domandava il perché di quello che aveva fatto: « Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere » (v. 19).
Certo, Gesù è « tempio » già per il fatto dell’incarnazione, come Giovanni dice al termine del prologo al suo Vangelo: « E il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi » (1,14). È qui evidente il rimando alla « tenda dell’alleanza », dove Dio dava convegno al popolo d’Israele; così come è evidente il rimando alla « gloria » (in ebraico kabhòd) di Dio che abitava nel tempio nello stico immediatamente successivo: « E noi vedemmo la sua gloria ». Però Cristo, secondo il testo che stiamo esaminando, sarà soprattutto « tempio » di Dio quando verrà « distrutto » violentemente dagli uomini e fatto « risorgere » per la potenza di Dio: il che significa che egli avrà il massimo di « sacralità » e di potenza salvante quando saprà esprimere il massimo di amore e di donazione e il Padre interverrà con il massimo di potenza per risuscitarlo dai morti.
È a questo punto che siamo riportati in pieno clima quaresimale: e cioè a riflettere sul nostro incontro con Cristo, « tempio » sacro di Dio, in cui il Padre si manifesta nella forma più clamorosa di amore e di donazione sofferente, perché anche noi varchiamo i penetrali di questo tempio per lasciarci avvolgere dal mistero di questa nuova e più intensa « presenza » di Dio nella nostra vita.

« Egli sapeva quello che c’è in ogni uomo »
È amara e drammatica la conclusione dell’odierno brano evangelico: nonostante che molti, presi dall’entusiasmo per i « segni » operati da Gesù, « credessero » nel suo nome, egli « non credeva a loro (questa è la traduzione letterale del testo greco), perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro; egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo » (vv. 24-25).
È l’illusione di una « fede » (che potrebbe essere anche la nostra!), che si è fermata solo davanti alla facciata del « tempio » e non è ancora penetrata nel « sancta sanctorum » sacrificale, dove solo è possibile incontrare il Signore della sofferenza e della gloria!

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola.

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 6 mars, 2015 |Pas de Commentaires »

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