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Quarto giorno della creazione

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Publié dans:immagini sacre |on 3 février, 2015 |Pas de commentaires »

DIETRICH BONHOEFFER, SEQUELA – LA GRAZIA A CARO PREZZO – (PARTE PRIMA)

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DIETRICH BONHOEFFER, SEQUELA – LA GRAZIA A CARO PREZZO – (PARTE PRIMA)

La grazia a buon prezzo è il nemico mortale della nostra Chiesa. Noi oggi lottiamo per la grazia a caro prezzo. Grazia a buon prezzo è grazia considerata materiale da scarto, perdono sprecato, consolazione sprecata, sacramento sprecato; grazia considerata magazzino inesauribile della Chiesa, da cui si dispensano i beni a piene mani, a cuor leggero, senza limiti; grazia senza prezzo, senza spese.
La grazia a buon prezzo è il nemico mortale della nostra Chiesa. Noi oggi lottiamo per la grazia a caro prezzo.
Grazia a buon prezzo è grazia considerata materiale da scarto, perdono sprecato, consolazione sprecata, sacramento sprecato; grazia considerata magazzino inesauribile della Chiesa, da cui si dispensano i beni a piene mani, a cuor leggero, senza limiti; grazia senza prezzo, senza spese. L’essenza della grazia, così si dice, è appunto questo, che il conto è stato pagato in anticipo, per tutti i tempi. E così, se il conto è stato saldato, si può avere tutto gratis. Le spese sostenute sono infinitamente grandi, immensa è quindi anche la possibilità di uso e di spreco. Che senso avrebbe una grazia che non fosse grazia a buon prezzo?
Grazia a buon prezzo è grazia intesa come dottrina, come principio, come sistema; è perdono dei peccati inteso come verità generale, come concetto cristiano di Dio. Chi la accetta, ha già ottenuto il perdono dei peccati. La Chiesa che annunzia questa grazia, in base a questo suo insegnamento è già partecipe della grazia. In questa Chiesa il mondo vede cancellati, per poco prezzo, i peccati di cui non si pente e dai quali tanto meno desidera essere liberato. Grazia a buon prezzo, perciò, è rinnegamento della Parola vivente di Dio, rinnegamento dell’incarnazione della Parola di Dio.
Grazia a buon prezzo è giustificazione non del peccatore, ma del peccato. Visto che la grazia fa tutto da sé, tutto può andare avanti come prima. «È inutile che ci diamo da fare». Il mondo resta mondo e noi restiamo peccatori «anche nella migliore delle vite». Perciò anche il cristiano viva come vive il mondo, si adegui in ogni cosa al mondo e non si periti in nessun modo – a scanso di essere accusato dell’eresia di fanatismo – di condurre, sotto la grazia, una vita diversa da quella che conduceva sotto il peccato. Si guardi bene dall’infierire contro la grazia, dall’offendere la grande grazia data a buon prezzo, dall’erigere una nuova schiavitù dell’interpretazione letterale, tentando di condurre una vita in obbedienza ai comandamenti di Gesù Cristo! Il mondo è giustificato per grazia, e perciò – in nome della serietà di questa grazia! per non opporsi a questa insostituibile grazia! – il cristiano viva come vive il resto del mondo! Certo, il cristiano desidererebbe fare qualcosa di straordinario; è senza dubbio la rinuncia più difficile quella di non farlo, ma di dover vivere come il mondo! Ma il cristiano deve accettare questo sacrificio, essere pronto a rinunciare a se stesso e a non distinguersi, nel suo modo di vivere, dal mondo. Deve lasciare che la grazia sia veramente grazia, in modo da non distruggere la fede del mondo in questa grazia a buon prezzo. Il cristiano sia, nella sua vita secolare, in questo sacrificio inevitabile che deve compiere per il mondo – anzi, per la grazia! – tranquillo e sicuro nel possesso di questa grazia che fa tutto da sé. Il cristiano, dunque, non segua Cristo, ma si consoli della grazia! Questa grazia a buon prezzo, che è giustificazione del peccato, e non giustificazione del peccatore penitente che si libera dal suo peccato e torna indietro; non perdono del peccato che separa dal peccato. Grazia a buon prezzo è quella grazia che noi concediamo a noi stessi.
Grazia a buon prezzo è annunzio del perdono senza pentimento, è battesimo senza disciplina di comunità, è Santa Cena senza confessione dei peccati, è assoluzione senza confessione personale. Grazia a buon prezzo è grazia senza che si segua Cristo, grazia senza croce, grazia senza il Cristo vivente, incarnato.
Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va e vende tutto ciò che ha, con gioia; la perla preziosa, per il cui acquisto il commerciante dà tutti i suoi beni; la Signoria di Cristo, per la quale l’uomo si cava l’occhio che lo scandalizza, la chiamata di Gesù Cristo che spinge il discepolo a lasciare le sue reti e a seguirlo.
Grazia a caro prezzo è “l’Evangelo che si deve sempre di nuovo cercare, il dono che si deve sempre di nuovo chiedere, la porta alla quale si deve sempre di nuovo picchiare.
È a caro prezzo perché ci chiama a seguire, è grazia, perché chiama a seguire Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché l’uomo l’acquista al prezzo della propria vita, è grazia, perché proprio in questo modo gli dona la vita; è cara, perché condanna il peccato, è grazia, perché giustifica il peccatore. La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata molto a Dio; a Dio è costata la vita del suo Figliolo – «siete stati comperati a caro prezzo» – e perché per noi non può valere poco ciò che a Dio è costato caro. È soprattutto grazia, perché Dio non ha ritenuto troppo caro il suo Figlio per riscattare la nostra vita, ma lo ha dato per noi. Grazia cara è l’incarnazione di Dio.
Grazia a caro prezzo è la grazia ritenuta cosa sacra a Dio, che deve essere protetta di fronte al mondo, che non deve essere gettata ai cani; è grazia perché Parola vivente, Parola di Dio, che lui stesso pronuncia come gli piace. Essa ci viene incontro come misericordioso invito a seguire Gesù, raggiunge lo spirito umiliato ed il cuore contrito come parola di perdono. La grazia è a caro prezzo perché aggioga l’uomo costringendolo a seguire Gesù Cristo, ma è grazia il fatto che Gesù ci dice: «Il mio giogo è soave e il mio peso leggero».
Due volte è stata rivolta a Pietro la chiamata: seguimi!
È stata la prima e l’ultima parola di Gesù al suo discepolo (Mc 1,17; Gv. 21,22). Tutta la vita di questo è posta tra queste due chiamate. La prima volta Pietro ha sentito l’invito di Gesù sul lago di Genezaret ed ha abbandonato le sue reti, la sua professione, e lo ha letteralmente seguito. L’ultima volta il Risorto lo trova di nuovo nella sua professione di prima, sul lago di Genezaret, ed ancora una volta gli dice: seguimi! Frammezzo c’è stata tutta una vita di discepolato al seguito di Cristo; al centro la sua professione di fede in Gesù come il Cristo (l’unto) di Dio. Tre volte a Pietro fu annunziata la stessa cosa: al principio e alla fine a Cesarea di Filippo, che, cioè, Cristo è il suo Dio e il suo Signore. È la stessa grazia di Dio che lo chiama: seguimi! e che si manifesta nella sua professione di fede nel Figlio di Dio.
Per tre volte la grazia si è fermata sulla via di Pietro: una grazia annunziata tre volte in maniera diversa; e così fu la grazia di Cristo stesso, e non certo una grazia che il discepolo si annunziava da se stesso. Fu la stessa grazia di Cristo che vinse il discepolo e lo indusse ad abbandonare tutto per seguirlo, la stessa che operò in lui la professione di fede, che a tutto il mondo doveva apparire una blasfemia, la stessa che richiamò l’infedele Pietro alla comunione del martirio e gli perdonò così tutti i peccati. Grazia e seguire Cristo, nella vita di Pietro, sono indissolubilmente legati. Egli aveva ricevuto la grazia a caro prezzo.
Con la diffusione del cristianesimo e la progressiva secolarizzazione della Chiesa, a poco a poco la conoscenza della grazia a caro prezzo andò perduta. Il mondo era cristianizzato; la grazia era divenuta un bene comune a tutto il mondo cristiano. La si poteva ottenere a poco prezzo. Ma la chiesa romana conservò un resto della sua conoscenza primitiva. Fu un fatto di importanza decisiva che il monachesimo non si separò dalla Chiesa e che la prudenza della chiesa sopportò il monachesimo. Qui, ai margini della Chiesa, era il luogo dove si manteneva ancora viva la conoscenza del prezzo della grazia, dove si sapeva che la grazia è a caro prezzo, che la grazia include la necessità di seguire Gesù. Ci furono uomini che per amore di Cristo abbandonavano tutto ciò che possedevano e cercavano di seguire, in quotidiano esercizio, i severi comandamenti di Gesù. E la vita monastica divenne una protesta vivente contro la secolarizzazione del cristianesimo, contro il rinvilimento della grazia. Ma la Chiesa, sopportando questa protesta e non permettendo che scoppiasse completamente, non solo la relativizzò, ma, anzi, ne trasse persino la giustificazione della sua propria vita secolarizzata; perché così la vita monastica divenne una particolare opera meritoria di singoli, alla quale il popolo non poteva essere impegnato in massa. La fatale limitazione dei comandamenti di Gesù, ritenuti validi solo per un determinato gruppo di persone particolarmente qualificate, portò alla distinzione in prestazione massima e prestazione minima dell’obbedienza cristiana.
E così ad ogni ulteriore attacco contro la secolarizzazione della Chiesa si poteva rispondere rimandando alla vita monastica entro la Chiesa, accanto alla quale l’altra possibilità di una via più facile era senz’altro giustificata. Così il rinvio al concetto di grazia a caro prezzo com’era inteso nella chiesa primitiva e come fu mantenuto nella chiesa di Roma mediante il monachesimo, servì paradossalmente a sua volta a dare l’ultima giustificazione alla secolarizzazione della Chiesa. In tutto ciò l’errore fondamentale del monachesimo non consisteva nel fatto che – con tutti i malintesi di contenuto di fronte alla volontà di Gesù – esso aveva scelto la via della grazia nella severa imitazione di Gesù; il monachesimo, piuttosto, si allontanava fondamentalmente dal cristianesimo per il fatto che permise che la sua via divenisse un’opera particolare di alcuni pochi e pretendeva che si vedesse in questa via un particolare merito. Quando il Signore risvegliò, mediante il suo servitore Martin Lutero, nella Riforma, l’Evangelo della grazia pura, a caro prezzo, egli fece passare Lutero per il monastero. Lutero fu monaco. Aveva abbandonato tutto e voleva seguire il Cristo in assoluta obbedienza. Rinunciò al mondo e si dedicò all’opera cristiana. Imparò a obbedire a Cristo e alla sua Chiesa, perché sapeva che solo chi obbedisce può credere. La vocazione ad entrare nel convento costò a Lutero l’impegno totale della sua vita. Lutero naufragò in questa sua via «andando a sbattere» contro Dio stesso. Dio, tramite la Sacra Scrittura, gli mostrò che seguire Cristo non è una particolare opera meritoria di alcuni singoli, ma comandamento divino rivolto a tutti i cristiani. L’umile atto di seguire Cristo era divenuto, nel monachesimo, opera meritoria dei santi. La rinuncia al proprio io di chi seguiva Cristo si svelò qui come estrema affermazione spirituale di se stessi da parte degli uomini pii. Con questo il mondo aveva fatto irruzione nel monachesimo stesso e agiva di nuovo nella maniera più pericolosa. L’evasione del mondo lontano dal mondo si era svelata come il più raffinato modo di amare il mondo. In questo naufragio dell’ultima possibilità di condurre una vita devota Lutero afferrò la grazia. Nel crollo del mondo monastico egli riconobbe la mano salvatrice di Dio tesa in Cristo. Egli l’afferrò convinto nella sua fede che «tutte le nostre opere sono inutili, anche nella migliore delle vite». Era una grazia a caro prezzo quella che gli si offriva, e spezzò tutta la sua esistenza. Egli dovette abbandonare un’altra volta le sue reti e seguire. La prima volta, quando entrò in convento, aveva lasciato dietro di sé tutto tranne se stesso, tranne il suo pio ‘io’; questa volta gli fu tolto anche questo. Seguì non per un suo qualche merito proprio, ma per la grazia di Dio. Non gli fu detto: «hai, sì, peccato, ma ora tutto è perdonato; resta pure dove eri prima e consolati con il perdono!». Lutero dovette abbandonare il convento e tornare nel mondo, non perché il mondo fosse buono e sacro in sé, ma perché anche il convento non era altro che mondo.
Il ritorno di Lutero dal convento nel mondo era l’attacco più grave condotto contro il mondo dopo i primordi del cristianesimo. La rinuncia al mondo da parte del monaco era una cosa da niente di fronte alla rinuncia che il mondo ebbe a subire da parte di chi tornava nel mondo. Ora l’attacco era frontale. Si doveva seguire Gesù in mezzo al mondo, ora. Ciò che si compiva come opera meritoria nelle particolari situazioni e facilitazioni della vita monastica era ora divenuto necessità, comandamento rivolto ad ogni cristiano nel mondo. L’assoluta obbedienza al comandamento di Gesù doveva ora essere messa in atto nella vita quotidiana e nella professione. Così il conflitto tra la vita del cristiano e la vita del mondo si aggravò in maniera imprevedibile. Il cristiano incalzava il mondo. Ora era una lotta «corpo a corpo».
Non si può fraintendere in maniera peggiore l’atto di Lutero che credendo che egli, con la scoperta dell’Evangelo della pura grazia, abbia proclamato la dispensa dall’obbedienza al comandamento di Gesù nel mondo, che la scoperta della Riforma sia stata la canonizzazione, la giustificazione del mondo mediante la grazia che perdona tutto. La professione laica del cristiano per Lutero trova la sua giustificazione solo nel fatto che in essa la protesta contro il mondo viene espressa in tutto il suo rigore. Solo in quanto il cristiano esercita la sua professione seguendo Gesù, questa ha acquistato un nuovo diritto basato sull’Evangelo. Non la giustificazione del peccato, ma la giustificazione del peccatore fu la ragione del ritorno di Lutero dal convento nel mondo. A Lutero era stata donata una grazia a caro prezzo: grazia perché era acqua per il campo assetato, consolazione per la paura, liberazione dalla schiavitù della via scelta da lui stesso, perdono di tutti i peccati; ma questa grazia era a caro prezzo, perché non dispensava dall’agire, anzi, rendeva infinitamente più rigorosa l’invito a seguire Gesù. Proprio, però, lì dove era a caro prezzo, era la grazia, e dove era grazia lì era a caro prezzo. Ecco il segreto dell’Evangelo della Riforma, il segreto della giustificazione del peccatore.
Eppure non è la grazia, come era stata conosciuta da Lutero, a trionfare nella ,storia della Riforma, ma il vigile istinto religioso dell’uomo, sempre pronto a trovare il luogo dove si può ottenere la grazia a minor prezzo. Bastò un leggerissimo, appena percettibile spostamento di accento, perché si compisse l’opera più perniciosa e pericolosa. Lutero aveva insegnato che l’uomo non può giustificarsi davanti a Dio nemmeno con le sue vie e le sue opere migliori, perché, in fondo, egli cerca sempre se stesso. In questa sua situazione così misera egli aveva afferrato per fede la grazia del perdono libero e incondizionato di tutti i suoi peccati. E Lutero sapeva che questa grazia gli era costata, e gli costava ogni giorno, la vita, poiché la grazia non lo dispensava dal seguire Cristo, ma anzi ve lo spingeva ancor più. Quando Lutero parlava della grazia, intendeva sempre riferirsi anche alla vita che solo tramite la grazia era stata sottoposta pienamente all’obbedienza a Cristo. Non poteva parlare della grazia se non in questo modo. È la grazia sola ad agire, aveva detto Lutero, ed i suoi discepoli lo ripetevano alla lettera, con la sola differenza che ben presto lasciarono da parte, sia nel pensiero che nelle parole, ciò che era sempre stato pensiero ovvio per Lutero, cioè la necessità di seguire Gesù; Lutero non aveva bisogno di esprimere questo pensiero, perché parlava sempre come uno che dalla grazia era stato condotto per la via più difficile del discepolato. L’insegnamento dei suoi seguaci, quindi, proveniva senz’altro dall’insegnamento di Lutero, eppure questo insegnamento segnò la fine e la rovina della Riforma in quanto manifestazione della grazia a caro prezzo di Dio in terra. La giustificazione del peccatore nel mondo fu mutata in giustificazione del peccato e del mondo. La grazia a caro prezzo fu mutata in grazia a buon prezzo senza la necessità di seguire Cristo.
Se Lutero diceva che tutte le nostre opere sono vane anche nella migliore delle vite e che presso Dio non vale altro che «la sua grazia e la sua benevolenza pronte a perdonare i peccati», lo diceva come uno che fino a quel momento, e nello stesso momento di nuovo, si sapeva chiamato ad abbandonare tutto quello che aveva e a seguire Gesù. La conoscenza della grazia fu per lui l’ultimo netto e radicale taglio col peccato della sua vita e certo non la sua giustificazione. Affermare il perdono significava per lui ultima radicale rinuncia alla propria vita, alla propria volontà; e proprio in ciò la grazia era veramente un serio invito a seguire il Signore. Era sempre il ‘risultato’, certo un risultato divino, non uno umano. Ma questo risultato presso i suoi seguaci divenne il presupposto per principio di un calcolo. Ecco in che cosa consisteva il male. Se la grazia è il ‘risultato’ di una vita cristiana, donato da Cristo stesso, questa vita non è dispensata nemmeno un attimo dal seguirlo. Se la grazia è, invece, presupposto per principio della mia vita cristiana, allora i peccati che commetto durante la mia vita in terra sono giustificati in partenza. E allora in base a questa grazia posso peccare, dato che il mondo, per principio, è giustificato per grazia. lo, allora, continuo a vivere la mia vita secolare-borghese; nulla cambia nella mia esistenza, eppure sono sicuro di essere coperto dalla grazia divina. Tutto il mondo, sotto questa grazia, è divenuto ‘cristiano’, ma il cristianesimo, sotto questa grazia, è divenuto mondo come mai in precedenza. Il conflitto fra la vita professionale cristiana e quella secolare-borghese è superato. La vita cristiana consiste appunto nel fatto che io vivo nel mondo come il mondo, che non mi distinguo in nulla da esso, anzi, non devo nemmeno – per amore della grazia! – distinguermi da esso, ma che al momento opportuno dall’ambiente ‘mondo’ mi reco nell’ambiente ‘chiesa’ per ricevervi l’assicurazione del perdono dei peccati. Sono dispensato dalla necessità di seguire Cristo mediante la grazia a buon prezzo, che deve essere il nemico più accanito della volontà di seguirlo, che deve odiare e disprezzare l’impegno a seguirlo. veramente. La grazia come presupposto è una grazia di nessun valore; la grazia come risultato è una grazia a caro prezzo. È terribile riconoscere quanto è importante il modo con cui una verità evangelica viene espressa e messa in atto. È la stessa parola che esprime la giustificazione per sola grazia, eppure l’uso errato della stessa frase porta alla distruzione totale della sua essenza.
Se Faust, alla fine della sua vita spesa nello sforzo di conoscere, dice: «Riconosco che non possiamo sapere nulla», questo è un risultato ed ha un senso ben diverso che se uno studente di primo anno si arroga tale frase per giustificare con essa la sua pigrizia (Kierkegaard). Come risultato l’affermazione è vera, come presupposto è un autoinganno. Il che significa che non si può separare ciò che è stato riconosciuto dall’esistenza che ha portato a tale constatazione. Solo chi si trova al seguito di Gesù, dopo aver rinunciato a tutto ciò che aveva, può affermare di essere giustificato per sola grazia. Egli riconosce nell’invito stesso a seguire Gesù la grazia, e nella grazia questo invito. Chi, però, pensa di essere dispensato per via della grazia dal seguirlo inganna se stesso.
Ma Lutero non ha corso lui stesso questo grav1ssimo pericolo di fraintendere completamente il concetto di grazia? Che significano le sue parole: «pecca fortiter, sed fortius fide et gaude in Christo» – pecca coraggiosamente, ma credi tanto più coraggiosamente e gioisci in Cristo[1] -? Dunque, sei, sì, un peccatore e non riuscirai mai a liberarti dal peccato; che tu sia monaco o laico, che voglia essere pio o malvagio, non riesci a sfuggire alle catene del mondo, pecchi comunque. E allora pecca coraggiosamente – e questo proprio perché la grazia è un fatto! – Sarebbe la proclamazione manifesta della grazia a buon prezzo, la franchigia per il peccato, l’annullamento della necessità di seguire Gesù? Sarebbe il blasfemo invito a peccare temerariamente basandosi sulla grazia? Chi potrebbe mostrare un disprezzo della grazia più diabolico di colui che pecca richiamandosi alla grazia donata da Dio? Il catechismo cattolico non ha forse ragione se vede in questo il peccato contro lo Spirito Santo?
Per poter comprendere ciò è assolutamente necessario fare una netta distinzione tra risultato e presupposto. Se la frase di Lutero diviene presupposto di una teologia della grazia, si proclama la grazia a buon prezzo. Ma la frase di Lutero non può, appunto, essere intesa come principio, ma esclusivamente come fine, come risultato, come chiave di volta, come ultima parola. Inteso come presupposto, il «pecca fortiter» diventa un principio etico; ad un principio della grazia corrisponde necessariamente il principio del «pecca fortiter». Questo è giustificazione del peccato. E così la frase di Lutero viene mutata nel suo contrario. «Pecca coraggiosamente» per Lutero non poteva essere che proprio l’ultima parola, il conforto per chi, sul suo cammino al seguito di Gesù, riconosce che non può liberarsi dal peccato e, atterrito dal peccato, dispera della grazia di Dio. Per lui il «pecca coraggiosamente» non è una ratificazione di fatto della sua vita peccaminosa, ma è l’Evangelo della grazia divina, di fronte al quale siamo, sempre ed in qualunque situazione, peccatori, Evangelo che ci cerca e giustifica proprio in quanto peccatori. Confessa pure coraggiosamente di essere peccatore, ma «credi ancora più coraggiosamente». Tu sei un peccatore, quindi sii peccatore, non voler essere diverso da quello che sei; anzi, sii pure ogni giorno di nuovo peccatore e comportati coraggiosamente come tale. Ma a chi può essere rivolto questo invito se non a colui che, ogni giorno, ricusa il peccato, che, ogni giorno, ricusa tutto ciò che gli impedisce di seguire Gesù e che pure è sconsolato per la sua quotidiana infedeltà e per il suo peccato? Chi può ascoltare questa parola senza pericolo per la sua fede se non colui che, confortato da questo incoraggiamento, sa di essere nuovamente chiamato a seguire Cristo? Così la frase di Lutero, intesa come risultato, diviene la grazia a caro prezzo, la sola vera grazia.
Grazia come principio, «pecca fortiter» come principio, grazia a buon prezzo, in fondo, non è altro che una nuova legge che non aiuta e non libera. Grazia come parola viva, «pecca fortiter» come conforto nella tentazione e chiamata a seguire Gesù, grazia a caro prezzo, è la sola grazia pura, che veramente perdona i peccati e libera il peccatore.
Ci siamo raccolti come corvi attorno al cadavere della grazia a buon prezzo, da essa abbiamo ricevuto il veleno che fece morire tra noi l’obbedienza a Gesù. La dottrina della grazia pura conobbe, sì, un’apoteosi senza pari, la dottrina pura della grazia divenne Dio stesso, la grazia stessa. Erano, in tutto, le parole di Lutero, eppure erano tramutate dalla verità in un autoinganno. Si diceva una volta che, se la nostra Chiesa ha la dottrina della giustificazione, è certo anche una Chiesa giustificata. La vera eredità di Lutero doveva, dunque, essere riconosciuta nel fatto che la grazia era resa accessibile ad un prezzo quanto mai minimo. Si considerava atteggiamento luterano lasciare che seguissero Gesù i legalisti, i riformati, i fanatici, – tutto per amore della grazia -, giustificare il mondo e dichiarare eretici i cristiani che seguivano Gesù. Un popolo era divenuto cristiano, luterano, ma sacrificando il desiderio di seguire Gesù; lo era divenuto a poco prezzo. La grazia a buon prezzo aveva vinto.
Ma lo sappiamo che questa grazia a buon prezzo è stata estremamente spietata verso di noi? Il prezzo che oggi dobbiamo pagare con la rovina delle chiese istituzionali non è forse la conseguenza necessaria della grazia acquistata troppo a buon prezzo? Predicazione e sacramenti venivano concessi ad un prezzo troppo basso; si battezzava, si cresimava, si dava l’assoluzione a tutto un popolo senza porre domande e senza mettere condizioni; per amore umano le cose sacre venivano dispensate a uomini sprezzanti e increduli; si distribuivano fiumi di grazia senza fine, mentre si udiva assai raramente l’invito a seguire Gesù con impegno. Dove restava ciò che aveva riconosciuto la Chiesa primitiva la quale, durante il catecumenato, vigilava tanto attentamente sulle frontiere tra Chiesa e mondo, sulla grazia cara? Dove restavano gli ammonimenti di Lutero di guardarsi dall’annunziare un Evangelo che tranquillizzasse gli uomini nella loro vita senza Dio? Quando mai il mondo fu cristianizzato in maniera più orrenda e funesta? Che cosa sono le tre migliaia di Sassoni uccisi da Carlo Magno fisicamente di fronte ai milioni di anime uccise oggi? Si è realizzato sopra di noi l’ammonimento che i peccati dei padri saranno puniti sopra i figli fino alla terza e quarta generazione. La grazia a buon prezzo si è mostrata alquanto spietata verso la nostra chiesa evangelica.
E spietata la grazia a buon prezzo lo è stata pure verso la maggior parte di noi personalmente. Non ci ha aperta la via verso Cristo, ma anzi l’ha bloccata. Non ci ha invitati a seguirlo, ma ci ha induriti nella disobbedienza. O non era forse spietato e duro se, dopo aver sentito l’invito a seguire Gesù come invito della grazia, dopo aver, forse, osato una volta fare i primi passi sulla via che ci portava a seguirlo nella disciplina dell’obbedienza al suo comandamento, fummo colti dalla parola della grazia a buon prezzo? Quale senso poteva avere per noi questa parola se non quello di un richiamo ad una sobrietà assai umana, inteso a fermare il nostro cammino, a soffocare in noi il piacere di seguire Gesù, con l’affermazione che questa era una via scelta solo da noi stessi, un impiego di forze, una fatica e una disciplina non solo inutili, ma addirittura dannosi? Infatti nella grazia tutto era già pronto e compiuto! Il lucignolo fumante fu spento in maniera spietata. Era spietato parlare in questo modo ad un uomo, perché egli, turbato da un’offerta così a buon prezzo, necessariamente lasciava la via alla quale era chiamato da Gesù, perché ora voleva afferrare la grazia a buon prezzo che gli precludeva per sempre la possibilità di riconoscere la grazia a caro prezzo. Non poteva essere diversamente; l’uomo debole, ingannato, possedendo la grazia a buon prezzo doveva sentirsi improvvisamente forte, mentre, in realtà, aveva perduto la forza di obbedire, di seguire Gesù. La parola della grazia a buon prezzo ha rovinato più uomini che non qualunque comandamento di buone opere.
Nelle pagine seguenti vogliamo parlare per coloro che sono tentati appunto, perché la parola della grazia è divenuta per loro terribilmente vuota. Per amore di sincerità si deve parlare per quelli tra noi che confessano che con la grazia a buon prezzo hanno perduto la vocazione di seguire Cristo, e seguendo Cristo, invece, la comprensione per la grazia a caro prezzo. E appunto perché non vogliamo negare che non seguiamo più Gesù come dovremmo, che siamo, sì, membri di una Chiesa che conserva la dottrina della grazia in maniera pura e ortodossa, ma non più altrettanto membri di una Chiesa che segue il suo Signore, dobbiamo tentare di comprendere di nuovo il senso della grazia e della vocazione a seguire Gesù nel loro giusto rapporto reciproco. Non possiamo più, oggi, eludere il problema. Diviene sempre più evidente che la difficoltà della nostra chiesa ,sta solo nel problema di come vivere, oggi, da veri cristiani.
Beati coloro che si trovano già alla fine del cammino che noi vogliamo percorrere, e che comprendono, pieni di meraviglia, quello che veramente non pare comprensibile, cioè che la grazia è a caro prezzo proprio perché è grazia pura, perché è grazia di Dio in Gesù Cristo. Beati coloro che, seguendo semplicemente Gesù Cristo, sono vinti da questa grazia, così che possono lodare con cuore umile la grazia di Cristo che sola agisce. Beati coloro che, avendo conosciuto questa grazia, possono vivere nel mondo senza perdersi in esso, che, seguendo Gesù Cristo, hanno acquistato una tale certezza della loro patria celeste, che sono veramente liberi per la vita in questo mondo. Beati coloro, per i quali seguire Gesù Cristo non ha altro significato che vivere della grazia, e per i quali grazia non ha altro significato che seguire Gesù Cristo. Beati coloro che sono divenuti cristiani in questo senso, coloro dei quali la grazia ha avuto misericordia.

[1] Enders III, p. 208, 118ss.
(L’autore) Dietrich Bonhoeffer, Sequela – autore: Dietrich Bonhoeffer

Publié dans:CHIESA EVANGELICA, D. |on 3 février, 2015 |Pas de commentaires »

LA RAGIONE VIENE MENO DI FRONTE AL MISTERO DELLA TRINITÀ – GIROLAMO, COMMENTO AL SALMO 91

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20021029_girolamo_it.html

LA RAGIONE VIENE MENO DI FRONTE AL MISTERO DELLA TRINITÀ

GIROLAMO, COMMENTO AL SALMO 91

« Perché le opere di Dio non possono venir comprese dal senso e dal pensiero umano, leggiamo in un passo della Scrittura: Tutte le tue opere sono conoscibili nella fede (Rm 11,33). Si accentua dunque la conoscenza delle opere per mezzo della fede. Ora, se già la nostra conoscenza delle opere riposa più sulla fede che sulla ragione, quanto più la conoscenza del creatore e del fondatore di tutte le cose! E se dunque è detto: «Tutte le tue opere sono conoscibili nella fede», ciò vale anche di me, che sto ora parlando a voi; altrimenti io non sarei parte delle sue opere. Anch’io, dunque, sono oggetto di fede, e non di conoscenza razionale. Io non so comprendere il motivo per cui i miei piedi si muovono e la mia voce risuona; io non so perché il pensiero intesse piani e la volontà comanda, e perché il corpo obbedisce alla volontà, e perché l’anima immortale è unita a un corpo mortale, e perché la mia anima si muove in tutte le direzioni e non può venir limitata da un mondo così grande, quantunque sia prigioniera nel corpo.
Perché noto tutte queste cose? Perché mi è stato comunicato che alcuni fratelli discutono talvolta e si chiedono come mai il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo siano insieme tre, e anche uno. Considerando il problema in questione, potete vedere quanto la discussione sia pericolosa. Un vaso di creta si mette a questionare sul suo creatore, mentre non giunge neppur a scandagliare la sua propria natura. Con curiosità cerca di sapere il mistero della Trinità, che neppure gli angeli del cielo possono perscrutare. Che dicono infatti gli angeli: Chi è il re della gloria? Il Signore degli eserciti, egli è il re della gloria (Sal 23,10). E similmente scrive Isaia: Chi è costui che ascende da Edom ammantato di vesti candide? (Is 63,1). Vediamo dunque che essi lodano la bellezza di Dio, ma che nulla dicono sulla sua essenza. Perciò restiamo anche noi semplici e modesti. Quando vuoi scrutare la natura divina, quando desideri sapere ciò che Dio sia, allora nota che tu nulla ne sai. Ma di ciò non devi conturbarti, perché gli stessi angeli nulla ne sanno, e nessun’altra creatura ne sa. Ma mi aspetto l’obiezione: «Perché dunque io credo, se non comprendo?». Cioè: perché io sono cristiano, e non so come sia diventato cristiano? Risponderò in tutta semplicità, piuttosto di addurre le sacre Scritture. O cristiano, perché ritieni di sapere tanto poco? Se tu sai di non saper nulla, non devi forse ritenere di aver fatto tua una grande sapienza?
Il pagano vede una pietra e la ritiene Dio; il filosofo considera il firmamento e crede di percepire in esso il suo Dio. Altri scorgono il sole, che sembra loro Dio. Considera dunque quanto tu superi in saggezza questa gente, quando dici: «Una pietra non può essere Dio; il sole, che segue il suo corso per comando di un altro, non può essere Dio». Nella confessione della tua ignoranza si nasconde una grande saggezza. E i pagani sono insipienti proprio per il fatto che essi ritengono di sapere, perché la loro conoscenza è errore. Oltre a ciò, tu non tieni presente il tuo nome: tu vieni detto un credente, non un pensante. Quando qualcuno riceve il battesimo, gli si dice: «Egli è» oppure «Io sono diventato credente». Cioè io credo ciò che non comprendo. E proprio per questo sono saggio, perché sono conscio della mia ignoranza. Si obietterà che questa non è una spiegazione, ma un diversivo: «Lo sapevamo già, che sappiamo e che non sappiamo. Insegnaci a comprendere anche ciò che è nascosto alla nostra conoscenza!». Ma non è meglio riconoscere umilmente la propria ignoranza, che arrogarsi superbamente qualche conoscenza? Al giorno del giudizio non sarò dannato se dovrò dire: «Non ho penetrato l’essenza del mio Creatore». Ma se io sostengo un’affermazione temeraria, la presunzione avrà il suo castigo, mentre l’ignoranza otterrà misericordia.
Ma desidero anche citare la sacra Scrittura, per appoggiarmi non tanto sul mio pensiero, come piuttosto sull’autorità del nostro Signore e salvatore. Cosa disse egli, dunque, poco prima della sua ascensione, agli apostoli a cui parlava come maestro e signore? Nessuno può parlare della propria natura come egli, che è Dio stesso. Per noi è sufficiente sapere della Trinità quanto il Signore si è degnato di comunicarci. Cosa disse dunque agli apostoli? Andate e battezzate tutti i popoli nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo (Mt 28,19). Odo tre nomi, eppure si parla di uno solo. Il Signore non dice: «nei nomi», ma: «nel nome»; eppure il Signore pronuncia tre nomi. Come può poi riassumerli in uno con le parole: «nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo»? Il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è uno; ma è il nome che veramente spetta alla Trinità. Quando si dice: «Nel nome di Dio Padre, nel nome di Dio Figlio e nel nome di Dio Spirito Santo», Padre, Figlio e Spirito Santo sono l’unico nome della divinità. E se tu mi chiedi come mai tre possono venir chiamati con un solo nome, io non lo so e ammetto con schiettezza la mia ignoranza, perché Cristo non ci ha rivelato nulla su di ciò. Questo solo io so: che sono cristiano, perché riconosco un Dio nella Trinità. »

The Presentation of the Child Jesus in the Temple

The Presentation of the Child Jesus in the Temple dans immagini sacre E9385364-0634-4756-AB41BC4DCE36540D
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Publié dans:immagini sacre |on 2 février, 2015 |Pas de commentaires »

LO STUPORE DAVANTI AL PROFETA – LECTIO SU IV DOMENICA T.O. E 2 FEBBRAIO

http://www.zenit.org/it/articles/lo-stupore-davanti-al-profeta

LO STUPORE DAVANTI AL PROFETA

LECTIO DIVINA SULLE LETTURE LITURGICHE DELLA IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B), 1° FEBBRAIO 2015

PARIGI, 30 GENNAIO 2015 (ZENIT.ORG) MONS. FRANCESCO FOLLO

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche della IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B), 1° febbraio 2015.
***

Lo stupore davanti al Profeta
Rito Romano
IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 1° febbraio 2015
Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28[1]
Rito Ambrosiano
IV Domenica dopo l’Epifania.
Sap 19,6-9; Sal 65; Rm 8,28.32; Lc 8,22-25

1) La parola dolce, forte, vera del “profeta” Gesù.
Cristo, che è più forte di Giovanni, ha una parola convincente, un insegnamento nuovo che stupisce ed è autorevole
La Liturgia della Parola di questa domenica presenta in risalto la figura di Gesù come il vero profeta, che parla ed agisce in nome di Dio.
Il brano preso dal libro del Deuteronomio descrive le caratteristiche del profeta, la cui missione è profondamente ancorata a Dio. Il profeta è il portavoce di Dio e la sua parola è efficace e creatrice, e chi non l’ascolterà sarà chiamato a renderne conto e guai a chi si spaccia come profeta e non lo è.
Il profeta non è uno che predice l’avvenire. L’elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro. Dunque anche quando parla del futuro il profeta non predice il futuro nei suoi dettagli, ma rende presente a chi lo ascolta la verità divina e indica il cammino da prendere.
A questo punto, uno può chiedersi si può chiamare profeta il Cristo? Penso proprio di sì. Nel Deuteronomio (cfr I letture di oggi) Mosè profetizza: “Un profeta come me”. La guida liberatrice dall’Egito ha trasmesso ad Israele la Parola e ne ha fatto un popolo, e con il suo “faccia a faccia con Dio” ha compiuto la sua missione profetica, portando gli uomini all’incontro con Dio. Tutti gli altri profeti seguono quel modello di profezia, sempre e nuovamente liberando la legge mosaica dalla rigidità per trasformarla in un cammino vitale.
Padri della Chiesa hanno interpretato questa profezia del Deuteronomio come una promessa del Cristo. Ed hanno ragione, perché il vero e più grande Mosè è quindi il Cristo, che realmente vive “faccia a faccia con Dio” perché ne è il Figlio.
In ciò i Padri della Chiesa non fanno che esplicitare il brano odierno preso dal Vangelo di Marco, che mette in risalto che il profeta annunciato da Mosè è Gesù ed infatti parla con autorità e comanda agli spiriti immondi che gli obbediscono.
Nel brano di oggi del Vangelo di Marco risalta che il profeta annunciato da Mosè è Gesù. Come è solito fare il sabato, il Messia entra nella sinagoga, dove la comunità ebraica locale[2] era solita riunirsi per ascoltare e commentare la Torah, cioè la legge. E proprio in questo contesto che Gesù si manifesta come nuovo profeta, suscitando stima e rispetto nei presenti, che però lo condanneranno per seguire i falsi profeti.
Con questo episodio l’Evangelista Marco inizia il racconto dell’attività pubblica di Gesù e inizia lo svolgimento del suo tema più importante: chi è Gesù?
Due cose sono subito affermate con chiarezza, anche se non ancora svolte compiutamente (l’Evangelista le svilupperà piano piano lungo l’intero suo Vangelo): 1) l’insegnamento di Gesù è nuovo e diverso da quello degli scribi; 2) la sua autorità si impone persino agli spiriti maligni.
2) Lo stupore.
A questo riguardo vorrei sottolineare lo stupore degli ascoltatori di allora perché diventi anche nostro. San Marco ha scritto: “Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi”. La stessa annotazione – con qualche variante – è ripetuta alla fine dell’episodio: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità”.
Tutti erano stupiti, quasi increduli, ma percepivano, nelle parole di lui, la forza superiore della grazia, come scriverà pure San Luca: “erano stupiti, per le parole di grazia che pronunciava” (Lc 4,22).
E’ questa l’autorevolezza di Gesù del quale si dice: “Un grande profeta è sorto tra noi: Dio ha visitato il suo popolo” (Lc 7, 16).
Davanti a questo profeta “definitivo”, l’atteggiamento da avere è quello dell’ascolto pieno stupore. Ascolto che esige un clima di silenzio interiore e di stupita tensione, segno del desiderio di conoscenza, nel quale nasce e cresce un atteggiamento di accoglienza, come ha fatto la Madonna: accoglienza della Parola, che, in Dio, è Persona, quel Verbo eterno, di cui Giovanni dice: “E il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui e, senza di lui, nulla fu fatto di ciò che è creato” (Gv 1,1-3).
La Parola di Dio non è un semplice suono di voce, che veicola un pensiero, ma parola che opera, e vivifica; Parola che salva e che, per amore, si è fatta carne in Gesù di Nazareth, il Figlio di Maria, la donna dell’ascolto e dell’accoglienza: “Eccomi -fu la sua risposta- avvenga (fiat) in me secondo la tua parola…”(Lc 1,38), quella parola, recata a lei dall’Angelo, che parlava da parte di Dio.
Siamo perseveranti nell’imitare Maria. Di lei, icona dell’ascolto, e nel cui grembo la Parola di Dio prese un corpo, come ogni altro figlio di donna. Il Vangelo dice: “Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”(Lc 2,19). Ed è attorno alla parola e all’ascolto stupito che ruota, oggi, il Vangelo di Marco, un brano brevissimo, che parla appunto di stupore, da parte di quanti, nella sinagoga di Cafarnao, avevano udito Gesù di Nazareth commentare i testi della Scrittura: “Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro, come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (Mc 1, 28).
Insisto sull’importanza dello stupore, perché secondo me la certezza della fede fiorisce dallo stupore di fronte a una presenza nella carne. Basta guardare i Vangeli: dai pastori alla culla di Betlemme, fino agli angeli che accolgono il Signore risorto nel suo vero corpo quando ascende al Cielo. Oggi questo tratto distintivo della fede di chi porta il nome cristiano sembra perduto. Tutto si concepisce e si organizza come se la certezza cristiana fosse -solo o soprattutto- conseguenza di una riflessione, di un discorso persuasivo. La Chiesa è Maestra, che insegna la verità, ma è anche Madre che dona la vita e come diceva san Giovanni di Damasco: “I concetti creano gli idoli, lo stupore genera la vita”. Scrivo questo per evitare che il nostro cristianesimo sia ridotto ad un discorso o ad un metodo astratto da insegnare o da apprendere concettualmente, perché i concetti sono l’esplicitazione sempre imperfetta di una conoscenza personale. La sostanza della rivelazione non consiste nell’insegnamento di una dottrina, ma nel manifestarsi di una presenza. Il card. Henri de Lubac ha scritto che “può esistere una idolatria della Parola e del parlare che non è meno dannosa di quella delle immagini”.
Insisto sullo stupore per sottolineare l’importanza della semplicità del cuore e della mente. La semplicità che i poveri di spirito vivono è pure il metodo con cui Dio si fa incontro a noi. Che c’è di più semplice della grotta di Betlemme, della casa di Gesù a Nazareth, della sinagoga a Cafarnao? E il Figlio di Dio vi è entrato. L’avvenimento di Cristo è un fatto nuovo che entra nella vita, semplicemente. Se ognuno di noi spalancherà gli occhi, il cuore, la mente e le braccia, Cristo entrerà nelle nostre case, portando la sua pace e la sua verità.
3) Non solo nelle nostre case ma in noi, Tempio di Dio.
Domani, 2 febbraio, la liturgia celebra la Presentazione[3] di Gesù. Quando Maria e Giuseppe portarono il loro bambino al Tempio di Gerusalemme, avvenne il primo incontro tra Gesù e il suo popolo, rappresentato dai due anziani Simeone e Anna. “Quello fu anche un incontro all’interno della storia del popolo, un incontro tra i giovani e gli anziani: i giovani erano Maria e Giuseppe, con il loro neonato; e gli anziani erano Simeone e Anna, due personaggi che frequentavano sempre il Tempio.” (Papa Francesco).
Alla luce di questa scena evangelica guardiamo alla vita consacrata come ad un incontro con Cristo: è Lui che viene a noi, portato da Maria e Giuseppe, e siamo noi che andiamo verso di Lui, guidati dallo Spirito Santo. Ma al centro c’è Lui. Lui muove tutto, Lui ci attira al Tempio, alla Chiesa, dove possiamo incontrarlo, riconoscerlo, accoglierlo, abbracciarlo.
Il segno specifico della tradizione liturgica di questa Festa sono le candele che irradiano luce. Questo segno manifesta la bellezza e il valore della vita consacrata come riflesso della luce di Cristo; un segno che richiama l’ingresso di Maria nel Tempio: la Vergine Maria, la Consacrata per eccellenza, portava in braccio la Luce stessa, il Verbo incarnato, venuto a scacciare le tenebre dal mondo con l’amore di Dio.
Un modo particolare di vivere ciò e di diventare Tempio e Tabernacolo della Divina presenza è quello delle Vergini consacrate nel mondo, per le quali il Vescovo prega: “Signore nostro Dio, tu che vuoi dimorare nell’uomo, tu che abiti quelle che ti sono consacrate … accorda loro il tuo sostegno e la tua protezione a quelle stanno davanti a Te e che attendono dalla loro consacrazione una accrescimento di speranza e di forza” (RCV 24), perché crescano nel loro credere all’amore, testimoniandolo con il sacrificio di sé nella vita quotidiana. Il loro essere lampade che irradiano la luce della verità e carità di Dio ci aiuti a diventarlo anche noi.
*
NOTE
[1] “Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.” (Mc 1, 21 -28).
[2] Nella Palestina del tempo c’erano sinagoghe non solo nei grandi centri, ma anche nelle piccole città e nei villaggi. Gli israeliti vi convenivano per la preghiera e per la lettura e la spiegazione della Scrittura. Non solo gli scribi e gli anziani, ma ogni israelita poteva chiedere la parola e intervenire. È così che Gesù, a Cafarnao, entra nella sinagoga e prende la parola per insegnare.
[3] Presentazione del Signore al Tempio – 2 Febbraio – è la Festa delle luci (cfr Lc 2,30-32) e ebbe origine in Oriente con il nome di ‘Ipapante’, cioè ‘Incontro’. Nel sec. VI si estese all’Occidente con sviluppi originali: a Roma con carattere più penitenziale e in Francia con la solenne benedizione e processione delle candele popolarmente nota come la ‘candelora’. La presentazione del Signore chiude le celebrazioni natalizie e con l’offerta della Vergine Madre e la profezia di Simeone apre il cammino verso la Pasqua (Mess. Rom.).
La festività odierna, di cui abbiamo la prima testimonianza nel secolo IV a Gerusalemme, venne denominata fino alla recente riforma del calendario festa della Purificazione della SS. Vergine Maria, in ricordo del momento della storia della sacra Famiglia, narrato al capitolo 2 del Vangelo di Luca, in cui Maria, nel rispetto della legge, si recò al Tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, per offrire il suo primogenito e compiere il rito legale della sua purificazione. La riforma liturgica del 1960 ha restituito alla celebrazione il titolo di « presentazione del Signore », che aveva in origine. L’offerta di Gesù al Padre, compiuta nel Tempio, preannuncia la sua offerta sacrificale sulla croce.
Questo atto di obbedienza a un rito legale, al compimento del quale né Gesù né Maria erano tenuti, costituisce pure una lezione di umiltà, a coronamento dell’annuale meditazione sul grande mistero natalizio, in cui il Figlio di Dio e la sua divina Madre ci si presentano nella commovente ma mortificante cornice del presepio, vale a dire nell’estrema povertà dei baraccati, nella precaria esistenza dei migranti e dei perseguitati, quindi degli esuli.
L’incontro del Signore con Simeone e Anna nel Tempio accentua l’aspetto sacrificale della celebrazione e la comunione personale di Maria col sacrificio di Cristo, poiché quaranta giorni dopo la sua divina maternità la profezia di Simeone le fa intravedere le prospettive della sua sofferenza: « Una spada ti trafiggerà l’anima »: Maria, grazie alla sua intima unione con la persona di Cristo, viene associata al sacrificio del Figlio.
Il rito della benedizione delle candele, di cui si ha testimonianza già nel X secolo, si ispira alle parole di Simeone: « I miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti ». Da questo significativo rito è derivato il nome popolare di festa della « candelora ».

VESPRI NELLA FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – BENEDETTO XVI (2011)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110202_vita-consacrata.html

CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Martedì, 2 febbraio 2011

Cari fratelli e sorelle!

Nella Festa odierna contempliamo il Signore Gesù che Maria e Giuseppe presentano al tempio “per offrirlo al Signore” (Lc 2,22). In questa scena evangelica si rivela il mistero del Figlio della Vergine, il consacrato del Padre, venuto nel mondo per compiere fedelmente la sua volontà (cfr Eb 10,5-7). Simeone lo addita come “luce per illuminare le genti” (Lc 2,32) e annuncia con parola profetica la sua offerta suprema a Dio e la sua vittoria finale (cfr Lc 2,32-35). È l’incontro dei due Testamenti, Antico e Nuovo. Gesù entra nell’antico tempio, Lui che è il nuovo Tempio di Dio: viene a visitare il suo popolo, portando a compimento l’obbedienza alla Legge ed inaugurando i tempi ultimi della salvezza.
E’ interessante osservare da vicino questo ingresso del Bambino Gesù nella solennità del tempio, in un grande “via vai” di tante persone, prese dai loro impegni: i sacerdoti e i leviti con i loro turni di servizio, i numerosi devoti e pellegrini, desiderosi di incontrarsi con il Dio santo di Israele. Nessuno di questi però si accorge di nulla. Gesù è un bambino come gli altri, figlio primogenito di due genitori molto semplici. Anche i sacerdoti risultano incapaci di cogliere i segni della nuova e particolare presenza del Messia e Salvatore. Solo due anziani, Simeone ed Anna, scoprono la grande novità. Condotti dallo Spirito Santo, essi trovano in quel Bambino il compimento della loro lunga attesa e vigilanza. Entrambi contemplano la luce di Dio, che viene ad illuminare il mondo, ed il loro sguardo profetico si apre al futuro, come annuncio del Messia: “Lumen ad revelationem gentium!” (Lc 2,32). Nell’atteggiamento profetico dei due vegliardi è tutta l’Antica Alleanza che esprime la gioia dell’incontro con il Redentore. Alla vista del Bambino, Simeone e Anna intuiscono che è proprio Lui l’Atteso.
La Presentazione di Gesù al tempio costituisce un’eloquente icona della totale donazione della propria vita per quanti, uomini e donne, sono chiamati a riprodurre nella Chiesa e nel mondo, mediante i consigli evangelici, “i tratti caratteristici di Gesù – vergine, povero ed obbediente” (Esort. ap. postsinod. Vita consecrata, 1). Perciò la Festa odierna è stata scelta dal Venerabile Giovanni Paolo II per celebrare l’annuale Giornata della Vita Consacrata. In questo contesto, rivolgo un saluto cordiale e riconoscente al Monsignor João Braz de Aviz, che da poco ho nominato Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e per le Società di Vita Apostolica, con il Segretario e i collaboratori. Con affetto saluto i Superiori Generali presenti e tutte le persone consacrate.
Vorrei proporre tre brevi pensieri per la riflessione in questa Festa.
Il primo: l’icona evangelica della Presentazione di Gesù al tempio contiene il simbolo fondamentale della luce; la luce che, partendo da Cristo, si irradia su Maria e Giuseppe, su Simeone ed Anna e, attraverso di loro, su tutti. I Padri della Chiesa hanno collegato questa irradiazione al cammino spirituale. La vita consacrata esprime tale cammino, in modo speciale, come “filocalia”, amore per la bellezza divina, riflesso della bontà di Dio (cfr ibid., 19). Sul volto di Cristo risplende la luce di tale bellezza. “La Chiesa contempla il volto trasfigurato di Cristo, per confermarsi nella fede e non rischiare lo smarrimento davanti al suo volto sfigurato sulla Croce … essa è la Sposa davanti allo Sposo, partecipe del suo mistero, avvolta dalla sua luce, [dalla quale] sono raggiunti tutti i suoi figli … Ma un’esperienza singolare della luce che promana dal Verbo incarnato fanno certamente i chiamati alla vita consacrata. La professione dei consigli evangelici, infatti, li pone quale segno e profezia per la comunità dei fratelli e per il mondo” (ibid., 15).
In secondo luogo, l’icona evangelica manifesta la profezia, dono dello Spirito Santo. Simeone ed Anna, contemplando il Bambino Gesù, intravvedono il suo destino di morte e di risurrezione per la salvezza di tutte le genti e annunciano tale mistero come salvezza universale. La vita consacrata è chiamata a tale testimonianza profetica, legata alla sua duplice attitudine contemplativa e attiva. Ai consacrati e alle consacrate è dato infatti di manifestare il primato di Dio, la passione per il Vangelo praticato come forma di vita e annunciato ai poveri e agli ultimi della terra. “In forza di tale primato nulla può essere anteposto all’amore personale per Cristo e per i poveri in cui Egli vive. … La vera profezia nasce da Dio, dall’amicizia con Lui, dall’ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia” (ibid., 84). In questo modo la vita consacrata, nel suo vissuto quotidiano sulle strade dell’umanità, manifesta il Vangelo e il Regno già presente e operante.
In terzo luogo, l’icona evangelica della Presentazione di Gesù al tempio manifesta la sapienza di Simeone ed Anna, la sapienza di una vita dedicata totalmente alla ricerca del volto di Dio, dei suoi segni, della sua volontà; una vita dedicata all’ascolto e all’annuncio della sua Parola. “«Faciem tuam, Domine, requiram»: il tuo volto, Signore, io cerco (Sal 26,8) … La vita consacrata è nel mondo e nella Chiesa segno visibile di questa ricerca del volto del Signore e delle vie che conducono a Lui (cfr Gv 14,8) … La persona consacrata testimonia dunque l’impegno, gioioso e insieme laborioso, della ricerca assidua e sapiente della volontà divina” (cfr Cong. per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Istruz. Il servizio dell’autorità e l’obbedienza. Faciem tuam Domine requiram [2008], 1).
Cari fratelli e sorelle, siate ascoltatori assidui della Parola, perché ogni sapienza di vita nasce dalla Parola del Signore! Siate scrutatori della Parola, attraverso la lectio divina, poiché la vita consacrata “nasce dall’ascolto della Parola di Dio ed accoglie il Vangelo come sua norma di vita. Vivere nella sequela di Cristo casto, povero ed obbediente è in tal modo una «esegesi» vivente della Parola di Dio. Lo Spirito Santo, in forza del quale è stata scritta la Bibbia, è il medesimo che illumina di luce nuova la Parola di Dio ai fondatori e alle fondatrici. Da essa è sgorgato ogni carisma e di essa ogni regola vuole essere espressione, dando origine ad itinerari di vita cristiana segnati dalla radicalità evangelica” (Esort. ap. postsinodale Verbum Domini, 83).
Viviamo oggi, soprattutto nelle società più sviluppate, una condizione segnata spesso da una radicale pluralità, da una progressiva emarginazione della religione dalla sfera pubblica, da un relativismo che tocca i valori fondamentali. Ciò esige che la nostra testimonianza cristiana sia luminosa e coerente e che il nostro sforzo educativo sia sempre più attento e generoso. La vostra azione apostolica, in particolare, cari fratelli e sorelle, diventi impegno di vita, che accede, con perseverante passione, alla Sapienza come verità e come bellezza, “splendore della verità”. Sappiate orientare con la sapienza della vostra vita, e con la fiducia nelle possibilità inesauste della vera educazione, l’intelligenza e il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo verso la “vita buona del Vangelo”.
In questo momento, il mio pensiero va con speciale affetto a tutti i consacrati e le consacrate, in ogni parte della terra, e li affido alla Beata Vergine Maria:

O Maria, Madre della Chiesa,
affido a te tutta la vita consacrata,
affinché tu le ottenga la pienezza della luce divina:
viva nell’ascolto della Parola di Dio,
nell’umiltà della sequela di Gesù tuo Figlio e nostro Signore,
nell’accoglienza della visita dello Spirito Santo,
nella gioia quotidiana del magnificat,
perché la Chiesa sia edificata dalla santità di vita
di questi tuoi figli e figlie,
nel comandamento dell’amore. Amen. 

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