IL BIBLISTA ROMANO PENNA: COSÌ L’APOSTOLO «SPIEGA» LA PASSIONE SENZA AVERLA VISTA

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CON PAOLO SUL CALVARIO DI CHI NON C’ERA

IL BIBLISTA ROMANO PENNA: COSÌ L’APOSTOLO «SPIEGA» LA PASSIONE SENZA AVERLA VISTA

(intervista al docente della Lateranense, autore di un Dizionario sul «gigante della fede», ripercorre con lui l’evento della Pasqua)

«Dietro alle parole sulla Croce come scandalo per i giudei c’è la sua esperienza: quel fatto era tutto ciò che conosceva di Gesù prima della conversione»

Francesco Ognibene

E chi sotto la croce, quel giorno, non c’era? Meditando nella basilica del Santo Sepolcro accanto alla vetta spaccata del Calvario, è impossibile non sentirsi sopraffatti da questa considerazione: io non c’ero ma, pur non avendo visto, ora sono qui, ed è come se il tempo non si fosse spostato dalle tre di quel pomeriggio. Perché è vero che non vedo scorrere il sangue e non sento i colpi che conficcano i chiodi: ma tocco con mano la fede. Il cristiano è testimone di un mistero grande come il Venerdì Santo: non ha visto ma crede, e non solo perché ha « letto » o « ascoltato ». Per muovere qualche passo dentro questo labirinto può affidarsi a san Paolo, che di questa fede è un po’ il prototipo. A guidarci è don Romano Penna, studioso della prima cristianità e professore alla Lateranense, oltre che curatore qualche mese fa dell’edizione italiana dell’imponente Dizionario di Paolo e delle sue lettere (San Paolo, 1886 pagine, 120 mila lire), che tenta di tracciare un profilo di questo gigante della fede e della teologia facendo giustizia di luoghi comuni e tesi stravaganti fioccate negli ultimi tempi.
Colpisce nelle lettere di Paolo trovare essenzialmente due soli episodi della vita di Cristo: la morte e la risurrezione. Cosa significa?
«C’è anzitutto un dato biografico. Stando alle lettere, non è possibile stabilire con certezza quanto ampia e dettagliata fosse la conoscenza che Paolo aveva della vita di Gesù. L’Apostolo non poteva conoscere i Vangeli: le lettere sono state scritte tra il 50 e il 55, il testo di Marco, il primo evangelista a scrivere, è del 70: ritengo inattendibili le datazioni più « alte » proposte sulla base di labilissimi indizi, tipo il frammento di Qumran 7Q5. Ciò premesso, è interessante notare che nelle lettere paoline la morte e la risurrezione non siano descritte ma ripensate nel loro spessore salvifico. Non c’è alcun riferimento a fatti compiuti da Gesù, ma a sue parole. Se però Paolo ha perseguitato la prima comunità cristiana è perché doveva sapere di cosa si trattava e cosa c’era dietro. Là dove dice che la croce di Cristo è « scandalo per i giudei » bisogna intravedere una citazione autobiografica: era lui a essersi scandalizzato prima della conversione. Non aveva conosciuto fisicamente Gesù, ma
sapeva bene chi era e cosa rappresentava».
Qualcuno ne ha dedotto che allora è Paolo il vero fondatore del cristianesimo…
«È una tesi infondata, chi la afferma non coglie la prospettiva paolina: i Vangeli narrano, Paolo è su un piano diverso per quanto non alternativo. Nei Vangeli ci sono i fatti ma non è altrettanto centrale la loro interpretazione in chiave salvifica. Non cadiamo nell’errore del protestantesimo liberale di fine ’800, che si è appiattito sulla vicenda storica riducendo Gesù al livello dei grandi dell’umanità, un’istanza che trasforma il Messia in un maestro da imitare, una linea solo parallela alla vita del
credente. Paolo invece gli fa intersecare l’esistenza concretissima del cristiano, annunciandolo come il Risorto».
Fu subito chiaro che dal Calvario al sepolcro vuoto c’è tutto ciò che basta al credente?
«Sì. Però quel che più conta è che non si tratta di un’intuizione di Paolo ma di un patrimonio dei cristiani delle origini. Al capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi l’Apostolo scrive: « Vi ho trasmesso anzitutto quello che ho ricevuto, che Cristo morì per i nostri peccati, e che fu sepolto, e fu risuscitato il terzo giorno ». Dunque un annuncio pre-paolino, fatto proprio e sviluppato da Paolo in modo originale ma già presente nella Chiesa primitiva. Dopo Gesù non viene subito Paolo ma la prima
comunità cristiana. Quel che Paolo approfondisce sono le conseguenze salvifiche della morte in croce».
E non è un modo per sovrapporre una dottrina agli eventi?
«Nient’affatto. Le radici paoline sono giudaiche, e in quella cultura la storicità è fondamentale. Paolo parla di un personaggio con una precisa fisionomia, non di una leggenda. E si rende conto che dal venerdì alla Pasqua si verificano i fatti culminanti, quelli che esprimono maggiormente l’atto di amore di Gesù per l’uomo. In Romani 5,8 si legge che « mentre ancora eravamo peccatori Cristo morì per noi ». È questa dimensione di dedizione totale che Paolo sottolinea, in polemica con il giudeo-cristianesimo: la figura di Cristo infatti emerge con tale forza da rendere chiaro che la salvezza si trova in lui solo, e non nella Torah».
Dal Venerdì Santo alle lettere passano poco più di vent’anni: bastano per una teologia già così compiuta?
«In mezzo c’è la genialità di Paolo. La comunità primitiva aveva fede nel dato del Cristo risorto. La confessione di fede della prima lettera ai Corinzi appare già consolidata e – guarda caso – non si perde in resoconti ma si concentra sull’essenziale: morte e risurrezione. La sintesi paolina è esemplare della fede della prima comunità, che aveva capito tutto: Gesù è morto « per i nostri peccati », e questo
è già un annuncio. Aggiungere poi che è risuscitato il terzo giorno è qualcosa di straordinario, rispetto alla grecità ma anche all’interno di Israele. Il cristiano dunque non spera in un evento generico che va atteso, ma ha la certezza di un fatto già avvenuto».

Gli evangelisti conoscevano le lettere di Paolo?
«No, e secondo me non lo conosceva neppure Luca che proprio a Paolo dedica oltre metà degli Atti. Il motivo? Le lettere erano state scritte a comunità diverse, e solo più tardi verranno raccolte in un corpus che però quando Luca scrive, alla fine degli anni 80, non esiste ancora. Tutt’al più possiamo dire che le lettere forse gli erano note ma lui non le ha volute utilizzare. Illogico? È sbagliato pretendere dagli autori antichi la nostra stessa logica compositiva».

Dalla croce quale fede nasce nel credente che « non ha visto »?
«Quella per il Gesù del quale si vive una presenza: altrimenti lo si ridurrebbe a un Buddha o a un Maometto, morti e basta. Dalla croce alla risurrezione sgorga tutto un concetto di salvezza e di comunità cristiana, perché ci si rapporta a questi eventi non per ricostruirne la memoria archeologica, ma per vivere del « Cristo attuale »: di colui che, pur essendo morto, vive».

Francesco Ognibene

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