SANT’AGOSTINO, L’AM0RE DELLA VERITA’ E IL DOVERE DELL’AMORE

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SANT’AGOSTINO, L’AM0RE DELLA VERITA’ E IL DOVERE DELL’AMORE

Oggi nei mass media in genere e nella pubblicità in particolare gli aggettivi superlativi si sprecano: tutti sono grandissimi, bravissimi, famosissimi (vedi giocatori, cantanti, attori et similia). Io ci andrei piano nel decretare il superlativo ad un personaggio ancora vivente. Semplicemente perché non ha ancora vinto l’usura del tempo, che divora con molta facilità miti e personaggi effimeri, che durano un anno o addirittura una sola stagione se non pochi mesi.
Sul santo di questo mese, sant’Agostino, gli aggettivi superlativi possiamo usarli tranquillamente: li merita tutti. Anche perché ha sfidato il tempo, che tutto consuma e molto dimentica. Agostino non è stato mai dimenticato anzi… da 1600 anni il suo nome risuona solenne, sia nelle chiese, dove è spesso citato, sia nelle aule universitarie (è stato un filosofo) sia nelle scuole di teologia (è stato un teologo). Ancora oggi ricordato, citato, ammirato, studiato, confrontato, pregato. Diciamolo tranquillamente: è un “grandissimo” dell’umanità.
Giovanni Paolo II lo ha definito: “il padre comune dell’Europa cristiana… Un uomo incomparabile, di cui un po’ tutti nella Chiesa e in Occidente ci sentiamo discepoli e figli”. Anche gli ultimi Papi lo hanno sempre posto tra i “sommi maestri” della Chiesa. Agostino è sì un padre e un dottore della Chiesa, ma la sua influenza va al di là della sfera semplicemente ecclesiale. È su tutta la cultura occidentale che Agostino ha esercitato una influenza profonda, duratura e continua. Un parere autorevole del filosofo Karl Jaspers: “Agostino è la figura più originale del pensiero cristiano e l’influenza esercitata sul pensiero occidentale è la più vasta di tutte”.
Ha vinto brillantemente il test del tempo. Perché? Perché ha saputo parlare all’uomo eterno che c’è in tutti noi, a tutte le sue componenti: è stato il contemporaneo di tutti. “Con una intensità riscontrabile in pochi casi, in Agostino la dimensione esistenziale e quella affettiva si intrecciano inestricabilmente con quella religiosa e con quella filosofica: fede e ragione, ricerca della verità e conquista di essa, invocazione e riflessione, lettura e dialogo, scrittura polemica e preghiera appassionata, amore e amicizia, spirito e carne si incontrano e si scontrano nella vita di Agostino, entrano in conflitto, si compenetrano, si attraggono, si respingono, fino a trovare una sintesi suprema nella pace interiore raggiunta… (M. Schoepflin).
Un lungo cammino di ricerca della verità
Questo autentico genio dell’umanità nacque nel 354 a Tagaste, nell’attuale Algeria del nord, da Monica, una donna cristiana e molto pia, e dal padre Patrizio, che non era né l’uno né l’altro.
Le grandi verità della fede cristiana fu solamente la madre Monica a instillarle in Agostino, e bisogna dire che erano così ben radicate che riemersero alla fine del lungo travaglio spirituale ed esistenziale, culminato nella conversione dell’anno 387 a Milano, quando ricevette il battesimo dalle mani del grande vescovo Ambrogio.
Alcune date principali della sua vita. Nel 371 faceva la prima tappa a Cartagine, con l’aiuto dell’amico Romaniano, per gli studi di retorica, mentre nello stesso anno cominciava a convivere con una donna (qualcuno dirà che è moderno anche in questo!). Non la sposerà mai, anche se gli darà un figlio, Adeodato. Nel 374 tornò a Tagaste come professore di retorica ma sua madre non lo accettò più in casa, per via della convivenza con la donna e anche perché nel frattempo aveva aderito all’eresia manichea. Nel 375 aprì una scuola di eloquenza a Cartagine. Aveva grandi speranze, ma non ebbe vita facile: gli allievi erano dei veri “eversores” oggi diremmo molto indisciplinati o, se preferite, “casinisti” (qualche professore di oggi dirà “niente di nuovo”).
Finalmente nel 383, il giovane Aurelio Agostino, cittadino romano di famiglia africana, fece il grande salto: Roma, la grande capitale, in cerca di un posto… fisso, come professore di retorica. Non ebbe molta fortuna: lavori saltuari, un po’ di precariato, e, anche qui, studenti non proprio modello (disciplinati sì un po’ di più, ma non pagavano). Oltre queste difficoltà dovette affrontare anche una grave malattia.
Intanto continuava a frequentare i manichei. Poi, nel 384, la svolta decisiva: è inviato dal prefetto di Roma, Simmaco, a Milano come professore di eloquenza. Qui lo raggiunse anche la madre Monica, che non lo perdeva mai di vista, ed ebbe la fortuna di conoscere, in un incontro provvidenziale e decisivo, il grande vescovo della città: Ambrogio.
L’anno 386 è quello decisivo, con le importanti letture dei filosofi platonici e delle lettere di San Paolo che saranno la scintilla ultima della conversione.
Un giorno mentre era nel giardino… sentì la voce di un bambino che gli ripeteva: “Tolle, lege, tolle, lege”. Prendi il libro e leggi. Aprì San Paolo dove dice: “Comportiamoci onestamente… non nelle ubriachezze e nell’impurità… Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo…” (Rm 13,13).
Agostino venne come folgorato da quella Parola, come San Paolo sulla via di Damasco. Aveva trovato o forse meglio ri-trovato (e questa volta accettato pienamente) Gesù Cristo come il proprio Maestro, guida, mediatore, Redentore, Salvatore, Vita e… amico.
Per Agostino questa era la verità, la Verità ultima, e per lui Cristo solo era l’unica Via per arrivare a Dio (che è il sospiro e il desiderio finale di ogni cuore umano: “Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”).
Era diventato di nuovo, dopo la lunga ricerca della verità, cristiano cattolico. Era la vittoria della grazia di Dio, delle incessanti preghiere e delle molte lacrime della madre Monica. Ha scritto il padre Agostino Trapè, studioso di Agostino: “Il punto centrale, il più importante e il più illuminante, della vita di Agostino è la sua conversione; da essa dipende tutto il resto della vita, dipende perfino il taglio del suo pensiero.
Quella sua implacabile insistenza contro lo scetticismo, il materialismo, il razionalismo, quel ritorno così frequente sui temi di ragione e fede, Dio e l’uomo, libertà e grazia, Cristo e Chiesa, carità e vita spirituale sono frutto della conversione, dove questi grandi temi erano stati presenti e avevano trovato una soluzione embrionale nell’atto di fede. Studiare pertanto la conversione di Agostino significa studiare il lungo, tortuoso, doloroso cammino di un grande pensatore che fa e disfà i suoi pensieri finché non ha trovato ciò che cercava. Le forze che lo sospingevano erano due: l’amore per la verità e la verità dell’amore o, più brevemente, l’amore per la verità amata e cercata con tutta l’anima” (Il Maestro Interiore, pag. 17).
Grande vescovo e grande scrittore
Questa conversione portò una cesura totale con la vita precedente. Addio alla carriera di professore, addio alle prospettive di matrimonio (la donna che gli era stata sempre vicino tornò in Africa). Lasciò Milano per tornare in Africa. Ad Ostia, Agostino e Monica ebbero un’estasi, forse una visione del Paradiso.
La madre morì prima di imbarcarsi.
Tornato a Tagaste, vendette parte dei suoi beni dando il ricavato ai poveri, e si ritirò col figlio Adeodato e alcuni amici a vita monastica. Nel 391 fu ordinato sacerdote, e poi nel 396 vescovo di Ippona. Incominciava così una prodigiosa attività pastorale (in difesa della fede cattolica contro le varie eresie) e di scrittore infaticabile (ricordiamo i numerosissimi Sermoni, Sulla Trinità, Il Maestro, i Soliloqui, La Città di Dio, le celeberrime Confessioni, e numerose altre opere).
L’attualità di Agostino è indiscutibile. Parla all’uomo d’oggi e si fa ascoltare. Con la sua profondissima intelligenza ha gettato fasci di luce ancora oggi positiva su coppie di termini apparentemente opposti.
Il primo: rapporto tra ragione e fede. Agostino esalta i due primati, l’uomo ha bisogno di queste due ali se vuole andare lontano. Nella filosofia recente si è proclamato la Morte di Dio… in nome dell’uomo. Per Agostino bisogna scegliere tutte e due, non c’è alcuna dicotomia. Anzi in Dio l’uomo riconosce la verità più profonda di se stesso (“Ci hai fatti per Te”). Per Agostino l’uomo profondo non solo è capace di Dio ma è anche bisognoso di Lui. Nei decenni passati era in voga lo slogan: “Cristo sì, Chiesa no”. Niente di nuovo: anche Agostino l’aveva proclamato e vissuto secoli prima. Ma poi si era accorto che non si potevano scindere le due realtà, assolutamente legate, come il capo è legato al resto del corpo. Sul binomio libertà e grazia Agostino afferma che la prima è indice della grandezza dell’uomo, in quanto capace di autodeterminazione, la seconda gli ricorda la sua fragilità (il peccato) e il bisogno di Dio per la propria salvezza.
L’ultimo binomio, di attualità bruciante: scegliere tra amore privato e amore pubblico. Oggi la nostra cultura propende e raccomanda in mille modi il proprio interesse, il proprio tornaconto, i propri diritti, molto spesso il tutto visto in modo egoistico a scapito del bene comune, dei diritti degli altri, dell’interesse pubblico. Agostino ha scritto che ci sono due amori che sono alla base di due città (che necessariamente convivono).
Scrive: “Due amori hanno dunque fondato due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio ha generato la città terrena, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé ha generato la città celeste… Due amori… uno sociale e l’altro privato, uno sollecito nel servire all’utilità comune in vista della città superna, e l’altro pronto a subordinare anche il bene comune al proprio potere in vista di un’arrogante dominazione… uno che vuole al prossimo ciò che vuole a se stesso, e l’altro che vuole sottomettere il prossimo a se stesso, uno che governa il prossimo per l’utilità del prossimo e l’altro che governa per la propria utilità…”.
Due amori e due forme di mentalità e di comportamento che sperimentiamo ogni giorno in noi stessi e attorno a noi.
E gran parte del male che si verifica nelle nostre società è prodotto dalla preponderanza di questo amore privato che vuole schiacciare tutto il resto. Esaltazione del proprio io a scapito di Dio e della sua legge che ci dice di rispettare (e amare) il prossimo almeno come noi stessi.
È questa, penso, la lezione sempre attuale che Agostino lascia all’uomo moderno o post moderno, troppo ripiegato su se stesso, super esperto e pronto a difendere i propri interessi e i diritti (dimenticando i doveri verso se stesso e gli altri).
Ecco il messaggio attualissimo: “Ciascuno è tale quale l’amore che ha. Ami la terra? Sarai terra”. Essere “terra” significa coltivare l’amore egoistico di se stessi. L’invito di Agostino è di amare Dio, perché così si ameranno anche gli altri e si costruirà la città di Dio, dove tutti sono amati e rispettati.

MARIO SCUDU SDB

 

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