Archive pour janvier, 2015

LA TEOLOGIA DELL’APOSTOLO PAOLO (interessante)

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LA TEOLOGIA DELL’APOSTOLO PAOLO

di Renzo Grassano

Paolo è ricordato giustamente come il principale diffusore del cristianesimo in epoca apostolica. Fu figura storica a tutti gli effetti e lasciò alcuni scritti la cui autenticità è indubbia, anche se non si possono escludere rimaneggiamenti e « correzioni » operate a posteriori. La Lettera agli Ebrei, di cui parlerò abbastanza diffusamente per la sua importanza particolare, non fu forse opera sua, ma ne rispecchia alcuni modi di dire e le idee generali. Sicuramente uscì, dunque, dall’indirizzo profondo che egli aveva impresso alla prima chiesa.
Nato a Tarso, in Asia Minore, qualche anno dopo la nascita di Gesù, da famiglia ebraica ma di cittadinanza romana, fu educato a Gerusalemme e frequentò la scuola farisaica di Gamaliele, che a sua volta dovrebbe aver studiato con Hillel. Venne cioè educato alla dottrina farisaica dai migliori maestri di moderazione, lo stesso ceppo di quelli che influenzarono Gesù negli anni giovanili.
Sotto questo profilo, dunque, è per molti aspetti inspiegabile il trovarlo tra i più fanatici persecutori del cristianesimo.
Probabilmente non conobbe Gesù di persona, anche se non si può escludere lo abbia ascoltato quando insegnava nel Tempio di Gerusalemme.
Comunque non ebbe alcuna parte nella cattura, nel processo e nell’esecuzione del nazareno.
Cominciò la sua attività pubblica qualche anno dopo, e lo incontriamo per la prima volta al processo contro Stefano ed alla successiva lapidazione.
Gran parte della sua più realistica biografia è documentata negli Atti degli Apostoli composti dall’evangelista Luca in appendice al suo Evangelo.
Il resto si può facilmente ricavare dalle stesse Lettere di San Paolo, che nel II° secolo d.C. vennero canonizzate, cioè inserite nella Bibbia cristiana come scritture sacre a tutti gli effetti.
La sua vera avventura cominciò con il famoso episodio della caduta da cavallo sulla via di Damasco. Recava con sé lettere del Sommo Sacerdote di Gerusalemme che lo autorizzavano a catturare i seguaci di Cristo per condurli in catene a Gerusalemme.
Da allora, ricevute istruzioni direttamente da Gesù, che gli parlava, ovviamente, « dall’altro mondo » secondo la testimonianza dello stesso Paolo, egli divenne instancabile ed inarrestabile predicatore del cristianesimo.
Nessuno come lui andò così lontano nei viaggi missionari. Nessuno come lui cercò un approfondimento radicale e totale del mistero cristiano. Nessuno come lui visse con altrettanto coraggio e scarsissima considerazione di sé l’avventura della predicazione.
Parlò sia agli umili che ai potenti, anzi fu il primo a provare la grande impresa di convertire re e governatori.
I suoi scritti sono ancor oggi alla base della codificazione e della dottrina.
Il catechismo che abbiamo imparato da bambini prima della cresima, e che non sarebbe male ripassare nella sua ultima versione, si fonda sulle sue più importanti acquisizioni teoriche.
Non si è autenticamente cristiani se non si è « paolini ». Ma Paolo fu anche l’autore più contestato di tutta la storia della Chiesa. Tutti i pensatori che in qualche modo rifiutarono il cristianesimo fecero puntello sugli aspetti più paradossali e contraddittori delle affermazioni paoline. Il solo Nietzsche se la prese direttamente con il Cristo.
Persino io, che mi dichiaro cattolico (all’acqua di rose) senza vergogna, ma anche senza entusiasmo, visto l’andazzo attuale, trovo spesso imbarazzo e difficoltà nell’interpretare il pensiero ed il comportamento di San Paolo.
Del resto egli non fu mai accettato del tutto nelle comunità cristiane. Fu criticato ed osteggiato. Probabilmente fu frainteso, e persino calunniato. Dovette più volte difendersi e giustificarsi, contrattaccare.
Sotto un certo profilo, se si trova rispetto ad ogni sua affermazione un punto di forza relativo e contestualizzabile, egli ebbe ed ha sempre ragione. Ovviamente per i credenti. Ma questi punti vanno trovati e spesso non è facile. Come scrisse Pietro, od un suo successore immediato (forse un vescovo di Roma), « le sue lettere sono un po’ difficili da capirsi. »(1) Ammissione della rilevanza dei tratti speculativi e della radicale complessità dei ragionamenti.
Ancor oggi Paolo è un mistero, una sfida per la ragione e persino per la fede, se si crede che ogni buona fede non possa che riposare su un primo passo ragionevole del tipo: « quello che mi racconti ha dell’incredibile, ma sarebbe sciocco rifiutarlo a priori. » E’ la ragione che mi consiglia di credere.

Troviamo la teologia dell’Apostolo Paolo esposta in forma epistolare alle diverse comunità cristiane, non in modo organico e sistematico ma, a volte seguendo linee apparentemente estemporanee di approfondimento dottrinale, ed altre muovendo da semplici spunti polemici nei confronti di affermazioni di altri predicatori cristiani. Per essere correttamente intesa andrebbe ricostruita passo a passo, impresa che richiederebbe un lavoro ed un’attenzione enormi, e che al momento non sono in grado di produrre.
Mi limito quindi ad alcune linee molto generali, centrando l’attenzione su sei punti fondamentali:
1) la cosiddetta « follia della predicazione »
2) la dottrina del Cristo come nuovo Adamo ( e Sommo Sacerdote che immola sé stesso)
3) il primato assoluto della fede (non c’è altra giustificazione davanti a Dio che la fede in Cristo Gesù)
4) la dottrina della salvezza per « grazia »
5) il dualismo carne-spirito (e la realtà contraddittoria delle cose)
6)La dottrina politico-sociale di Paolo

La follia della predicazione
Nella parte introduttiva alla sua Storia della filosofia medioevale, Etienne Gilson riconosce in Paolo un’influenza stoica. «… Paolo ha certamente ascoltato le « diatribe » stoiche di cui ha conservato il tono violento di alcune espressioni: ma anche qui troviamo qualcosa di ben diverso dai residui di metafisiche precedenti; due o tre idee semplici, quasi brutali, ad ogni modo forti, e che sono altrettanti punti di partenza. Innanzi tutto un certo concetto della Sapienza cristiana. Paolo conosce l’esistenza della sapienza dei filosofi greci, ma la condanna in nome di una nuova sapienza che è follia per la ragione: la fede in Cristo….» Segue la citazione di I Corinzi I 22-25, che riportiamo pari pari:
« Gli Ebrei cercano i miracoli e i Greci cercano la sapienza; noi predichiamo un Cristo crocefisso, scandalo per gli Ebrei e follia per i Gentili, ma per i chiamati, Ebrei o Greci, potenza di Dio e sapienza di Dio. Perchè la follia di Dio è più sapiente della sapienza degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini. »
Gilson commenta in modo da affermare il carattere di doppia sfida di quest’ affermazione, « che avrà lunga eco nel Medioevo »perchè si rivolge a filosofi, cioè a uomini che ragionano. Gilson parla di follia della predicazione, qualcosa che gli individui ragionevoli, cioè i filosofi stoici (e scettici ed epicurei) del tempo di Paolo consideravano probabilmente come una forma di stravaganza, se non di stoltezza.
I seguaci dei filosofi, dunque, più dei filosofi stessi (del resto non sembra che al tempo di Paolo esistessero personalità filosofiche di rilievo, se si escludono il giudaico Filone di Alessandria, che morì nel 40 d.C., e Seneca), vennero in vario modo sfidati a cogliere la predicazione cristiana come sapienza diversa, vera sapienza. Che tuttavia era anche follia di Dio, o come tale appariva. Purtroppo Gilson si ferma qui e, come molti altri commentatori, non da conto di come si possa osare di parlare di una follia di Dio.
Problema che mi sono posto ancor prima da credente che da filosofo. La mia impressione è che, parlando di follia di Dio, Paolo intendesse riferirsi ad una follia per Dio che è tipica di ogni predicatore di qualsiasi religione. Essa non è sapienza razionale, ma la sfida e la oltrepassa, non già in quanto credenza superstiziosa, ma in quanto sapienza fondata in una oscura regione dell’anima e dello spirito che solo in Cristo trova finalmente una luce, la sua luce.
E per l’Ebreo Paolo la luce non può che essere la comprensione, finalmente, del senso delle scritture profetiche. Esse sono realizzate nella figura di Cristo Gesù.
La follia di Dio è la predicazione della realizzazione completa, il compimento della Legge e dei profeti.
Analogamente, quando si accenna alla debolezza di Dio, si deve pensare ad una debolezza per Dio che ci dovrebbe rendere più forti degli uomini forti. Siamo deboli per timore di Dio. Siamo ancora più deboli perchè lo amiamo.
Ma poichè il passo è ambiguo, una volta giunti a questa possibile e plausibile chiarificazione, il dubbio ritorna. Per Paolo c’era propriamente una follia di Dio da intendersi letteralmente? Mi chiedo: ma è possibile che un credente in Dio possa anche solo lontanamente dubitare della razionalità e della giustizia di Dio? Del suo Logos?
La dottrina del Cristo come nuovo Adamo (e Sommo Sacerdote che immola sé stesso)
Dobbiamo andare a quello che mi sembra lo zoccolo duro della dottrina paolina per vedere un altro aspetto della vicenda.
Il vero centro dell’annuncio (il kerigma) paolino, sta nella proclamazione forte del sacrificio di Gesù quale riscatto dell’intera umanità. Egli è il nuovo Adamo, e nell’Epistola agli Ebrei, diventerà il Sommo Sacerdote che immola sé stesso quale prezzo da versare per la nuova Alleanza tra Dio e gli uomini. Con l’offerta del suo sangue Cristo Gesù diventa il vero ed unico mediatore tra uomo e Dio, colui che riscatta l’uomo dal peccato.
Nel subconscio di Paolo, comunque infarinato di greca filosofia, questa necessità del sacrificio assume indubbiamente il carattere di una follia divina. Ed essa gli esplode nella bocca e gli scoppia tra le mani che vergano le pergamene. Com’è possibile che un Dio di bene e d’amore per gli uomini, si abbassi fino a questo punto? Come è possibile che, come una qualsiasi deità pagana, Dio si plachi solo con un olocausto?
Più avanti negli anni e persino nei secoli troveranno soluzione a questo interrogativo alcuni padri della Chiesa. La doppia natura del Figlio, insieme divina ed umana, ci consente di affermare che Cristo soffrì come uomo, nella carne, e come uomo versò il suo sangue di uomo. Ma come Dio egli venne al mondo, ed è solo come Dio che il sacrificio ebbe un valore presso Dio. Non ci sono sacrifici di uomini che possano tanto. L’Agnello ha da essere puro e santo, Unico nel suo genere.
Di qui l’esigenza di affermare il trinitarismo, che all’inizio fu indubbiamente una cristologia, cioè un dualismo Padre-Figlio, un unico Dio, ma composto da due persone distinte, con il Figlio nella singolare posizione di « generato, non creato ». Assurdità che la ragione, anche quella più forte ed addestrata alle sottigliezze, faticherà sempre a comprendere. E tanto vale, allora, parlare di mistero della Trinità. Perchè effettivamente c’è solo da perdere la testa a confrontarsi con un simile problema. Non capisco ma mi adeguo, aggiungendo che non mi ritengo affatto toccato dallo Spirito Santo e che le mie sono solo opinioni maturate dopo studi e riflessioni. Pensieri di un uomo in carne ed ossa.
Epperò, in Paolo la questione fu solo accennata e mai sviluppata, almeno nelle Lettere. Egli si limitò a disegnare, ad abbozzare un orizzonte, ma non riuscì ad approfondirlo, a curarne i dettagli, a giustificarlo con una dottrina non dogmatica.
Infatti, Paolo interpretò Cristo Gesù come il prezzo del riscatto offerto per l’affrancamento della colpa di Adamo. Non si trova, là dove si dovrebbe trovare, ovvero tra le righe di Romani, alcun accenno alla divinità di Cristo. Egli fu solo « il primogenito » di una moltitudine di redenti. (Rm 8,29)
Bisogna abbandonare Romani ed andare a Colossesi per trovare un punto più alto ed elaborato, un punto in cui si afferma: «In Lui abbiamo il riscatto, la remissione delle colpe: Egli è l’immagine di Dio, l’invisibile, primogenito della universa creazione, poichè in Lui tutte le cose furono costituite, così nel cielo come sulla terra, le invisibili e le visibili, i troni e le signorie, i principi ed i poteri, tutto attraverso Lui e per Lui fu creato: ed Egli è prima di ogni cosa e tutto si regge in Lui. Egli testa del corpo che è la Chiesa». (Col 1,15)
Ulteriore chiarificazione in Filippesi.
«Ed Egli che pure era nella forma di Dio, non fu geloso della sua somiglianza con Dio, ma si annullò fino ad assumere la forma di schiavo fattosi simile agli uomini. Ed apparso in fattezze umane, si umiliò, obbedendo fino alla morte, alla morte ignominiosa della croce. Per questo Dio lo esaltò e gli conferì un nome superiore ad ogni nome, affinchè a tal nome ogni ginocchio si pieghi.»(Fil 2,6)
Lettera dopo lettera, passo dopo passo, predicazione dopo predicazione, dunque, Paolo venne precisando il suo pensiero. E tuttavia non riuscì mai a riassumersi in una formula semplice, sintetica e lineare. Come Mosè riuscì a guidare il popolo alla Terra Promessa, ma morì prima di entrarvi, perchè Dio volle che a completare l’opera fossero i suoi discendenti (come a dire che il merito era di Dio e che mai nessun uomo riuscirà a completare del tutto disegni divini da lui iniziati), così Paolo seminò germi di dottrina, ma non li vide germogliare nemmeno nella sua consapevolezza finale. Stando a quello che troviamo scritto.
Del resto, una volta affermato che Cristo fu il nuovo Adamo, il nuovo capo di una nuova umanità redenta dalla colpa, si devono fare i conti con evidenti e naturali obiezioni. Basta dire che Gesù fu obbediente, ed in questo si distinse da Adamo, il disobbediente? Chiaro che no. La storia sacra pullula di uomini obbedienti. Ognuno di essi, da Mosè ai profeti, obbedì ed anche Abramo obbedì, pur non essendo un profeta. Il criterio dell’obbedienza non ha dunque una sufficienza di per sé. Sarebbe bastato Noè a salvare l’umanità dal peccato perchè egli obbedì a Dio nel momento cruciale. Tutti gli altri erano morti. Noè non salvò che pochi esemplari della specie umana. Ma anch’essi, secondo Paolo, non furono redenti. Sarà lo stesso Paolo ad affermare che l’obbedienza alla Legge non giustifica.
Eppure, proprio a Noè, Dio diede un cospicuo anticipo di quella che sarà la futura legge:
«Certamente del sangue vostro, ossia della vita vostra, io domanderò conto: ne domanderò conto ad ogni animale; della vita dell’uomo io domanderò conto alla mano dell’uomo, alla mano d’ogni suo fratello!
Chi sparge il sangue dell’uomo,
per mezzo di un uomo il suo sangue sarà sparso;
perchè quale immagine di Dio
ha fatto egli l’uomo» (Gn 9,5 – 9,6)
Dunque da quel preciso istante, secondo un’ovvia logica cronologica, la Parola di Dio è operante in modo che gli uomini sopravvissuti al diluvio abbiano ad intenderla.
E’ già operante ben prima della Legge.
Eppure, stranamente, in Ebrei non si trova alcun riferimento al valore immenso di questo precetto che fu consegnato al nuovo Adamo, l’Adamo intermedio tra il primo ed il terzo, ovvero Noè.
No, l’abisso scavato tra Dio e l’uomo richiedeva ora molto di più. Occorreva che Dio morisse per Dio e per la salvezza degli uomini.
Forse era questo il pensiero inseguito da Paolo e spesso afferrato per i capelli, ma subito sfuggito, subito di nuovo inafferrabile. Dev’essere stato duro vivere in questa perenne tensione, in questa ansiosa ricerca. Ma era inevitabile, proprio alla luce della sua stessa dottrina, che l’angoscia di afferrare la verità di Dio naufragasse a pochi metri dalla spiaggia, sempre a pochi metri, persino a pochi pollici.
In altre parole: ho il sospetto che Cristo Gesù per Paolo rimase « altro » da Dio fino alla fine della sua grama esistenza. Vicinissimo alla soluzione, ma mai alla soluzione.
E questo, sempre che si prenda per buona la dottrina del Sommo Sacerdote che immola sé stesso.
Ma è una buona dottrina? Era veramente necessaria una simile formulazione?
Per gli Ebrei, forse sì. Per noi che siamo del tutto estranei a quella forma mentis ed a tematiche di Alleanze che si fondano sul sangue, credo proprio di no. Probabilmente, noi preferiamo consolarci con un’immagine del Cristo sofferente, torturato, umiliato, messo in croce da una masnada di delinquenti. E ci ripugna l’idea del kamikaze imbottito d’amore anzichè di tritolo.
Il primato assoluto della fede (non c’è altra giustificazione davanti a Dio che la fede in Cristo Gesù)
Anche nell’esposizione delle virtù cristiane per eccellenza, fede, speranza e carità, Paolo cadde in una sorta di imprecisione. Conoscendo un po’ meglio la storia del cristianesimo si troverebbe facilmente, almeno oggi, la correzione dell’errore nella lettera di Barnaba, o pseudo Barnaba che sia. Essa non era di molto posteriore a quelle di Paolo, pochi decenni e forse meno. Le tre virtù per Barnaba erano fede, giustiziae carità. Guardando all’etimo delle parole non si sfugge all’impressione che il ritmo triadico cercato da Paolo quale simbolo di una perfezione pitagorica di origine squisitamente greca, che la parola giustizia non sia stata trovata non per negligenza ma, per ancora reconditi pensieri che non riuscivano a venire alla coscienza, se non a spezzoni. La speranza è qualcosa che è già compresa nella parola fede. Non proprio una tautologia, non proprio una vuota ed inutile ripetizione, ma certamente un accessorio. Chi ha fede non può non avere speranza, ed a volte si incontrano anche speranze senza fede. No, la seconda virtù cristiana, posto che la più grande sia la carità, insegnata da Gesù con la parabola del samaritano, è la giustizia. Lo disse Barnaba, propagandista cristiano che fu a lungo con Paolo prima di litigare furiosamente con lui. Il tutto si trova rendicontato negli Atti.
Il problema è che per Paolo il termine era troppo impegnativo. C’è una sola giustizia, quella di Dio. Agli uomini non è concesso di essere giusti, nemmeno dopo Cristo.
Adamo fu cacciato dal Paradiso terrestre perchè volle avere scienza del bene e del male, cioè un senso autonomo della giustizia. Ma con Paolo, nemmeno dopo Cristo si poteva pretendere di avere in sé la giustizia. Essa è eteronoma, come ovviamente anche in Gesù, ma di per sé nemmeno l’osservanza dei precetti divini porta giustificazione.
Dura da capire. Eppure è così. Guai a chi si ritiene giusto in virtù delle opere! La Legge non ha giustificato Israele, tuonò Paolo ancora in Romani. E non perchè, in verità, Israele non seguì mai la Legge e la Parola di Dio, ma perchè essa, la Legge, di per sé era ed è insufficiente. Nemmeno la giustizia, dunque è sufficiente.
E perchè?
Beh, questo è il punto. Da un lato è troppo stretta e dall’altro troppo larga. L’uomo è peccatore di natura. Sbaglia facilmente. « Persino io mi sbaglio, voglio il bene e faccio il male che non voglio ». Quindi chi si ritiene giustificato dalla giustizia del suo fare è solo un presuntuoso. Il che, rispetto a quel punto relativo che dovremmo sempre cercare, è certamente vero. Ma il passo di Romani in cui si annunciano queste cose non è di chiarezza cristallina, anzi devo dire che ho capito qualcosa solo attraverso una lunga meditazione.
Dopo un’introduzione nutrita di corrette citazioni (i profeti Osea ed Isaia), Paolo arriva al nocciolo del suo pensiero affermando in modo davvero brutale:
«Che diremo dunque? Che i pagani che non perseguivano la giustificazione si sono impadroniti della giustificazione, della giustificazione che deriva dalla fede. Israele, invece, che ha perseguito una legge di giustificazione, non è arrivato alla legge. Perchè mai? Perchè non l’hanno cercata dalla fede, ma dalle opere. Inciamparono nella pietra di scandalo come sta scritto:
Ecco, pongo in Sion
una pietra d’inciampo
ed un sasso di scandalo,
e chi crederà in esso
non rimarrà svergognato.
Fratelli, il desiderio del mio cuore e la preghiera a Dio per essi tendono alla loro salvezza. Do infatti loro atto che hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza. Non volendo infatti riconoscere la giustizia di Dio e cercando di far sussistere la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. Infatti il compimento della legge è Cristo per portare la giustificazione ad ognuno che crede. Mosè infatti scrive riguardo alla giustizia quale proviene dalla legge: l’uomo che la metterà in pratica vivrà in essa. La giustizia che viene dalla fede dice così:
Non dire in cuor tuo: Chi salirà al cielo?
nel senso di farne scendere Cristo, oppure:
Chi scenderà nell’abisso?
nel senso di far risalire Cristo dai morti. Ma che dice?
La parola è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore.
E questa è la parola della fede che noi proclamiamo: se tu professerai con la tua bocca Gesù come Signore, e crederai nel tuo cuore che Dio lo ha resuscitato da morte, sarai salvato. Col cuore infatti si crede per ottenere la giustificazione, con la bocca si fa la professione per ottenere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: Chiunque crederà in lui non rimarrà confuso. Infatti non c’è distinzione tra Giudei e Greci; poichè lo stesso è il Signore di tutti e spande le sue ricchezze su tutti coloro che lo invocano, e chiunque avrà invocato il nome di Dio sarà salvato.» (Rm 9,30 – 10,13)
Da qui in poi, Paolo non fa che rimproverare ai Giudei la loro incredulità, quindi la mancanza di fede in Gesù. E siccome era fermamente convinto che solo Gesù fosse la salvezza, i passi successivi non mancano di chiarezza e coerenza.
Ma il complesso ragionamento sopra citato è ambiguo ed enigmatico, innanzi tutto perchè manca di prospettiva storica. Israele non ha trovato giustificazione non già perchè la Legge era insufficiente (e questo sembra invece dire Paolo), ma perchè pochi l’hanno messa in pratica. E’ da quest’inosservanza, mancanza di fedeltà alla Parola di Dio, e non di fede che nasce la confusione, il dramma, la caduta di Israele. Altrimenti non si capiscono i profeti e la loro necessità. Tutti i libri profetici non sono altro che l’ininterrotto lamento del giusto obbrobriato e disgustato dal comportamento di re e di popolo. E gli ultimi dicono che proprio non se ne più, tanto è grande l’ignominia.
Solo così si comprende anche il ruolo di Giovanni il Battista, l’ultimo dei profeti.
In secondo luogo non priva di ambiguità è anche la citazione di Mosè. Come se la Legge fosse opera dello stesso Mosé e non Parola di Dio.
Superata questa impasse che comunque non cessa di dare da pensare, Paolo si può finalmente riassumere. Chiunque osservi solo i comandamenti morali, e non importa se per timore della punizione o per convinta adesione interiore, non trova giustificazione presso Dio. Da adesso in poi, solo chi professa Cristo come Signore sarà giustificato. E non ha alcuna importanza donde venga, se sia Ebreo, Romano o Persiano. Il lato religioso-cultuale prevale su quello pratico-morale. Come a dire: prima dimmi se credi, il resto è di secondaria importanza. E’ questo il punto sul quale un qualsiasi filosofo razionale avrebbe molto, moltissimo, da ridire. Stoici, epicurei, filoniani, in fondo non fa differenza. E potrebbero obiettare a Paolo persino muovendo dal Vangelo. Se l’albero è buono, lo si riconosce dai frutti che dà. E se a qualcuno è stato affidato un talento, il Signore glie ne chiederà conto. Non conosco persone che abbiano ricevuto solo il talento della fede.
Paolo affrontò la stessa questione, più o meno negli stessi termini, in diverse occasioni. In Galati, ad esempio, una lettera composta tra il 56 ed il 57 d.C., egli scrisse:
«E allora, perchè la legge? Essa fu aggiunta a motivo delle trasgressioni, finchè non giungesse il seme oggetto della promessa, promulgata per mezzo degli angeli, tramite un mediatore. Ma un mediatore non esiste quando si tratta di una persona sola; e Dio è uno solo. La legge allora va contro le promesse di Dio? Non sia mai detto! Se infatti fosse stata data una legge capace di dare la vita, la giustificazione si avrebbe realmente dalla legge. Ma la Scrittura ha chiuso tutte le cose sotto il peccato, affinchè la promessa fosse data ai credenti per la fede in Gesù Cristo.
Prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi come prigionieri sotto il dominio della legge, in attesa della fede che sarebbe stata rivelata. Cosicchè la legge è divenuta per noi come un pedagogo che ci ha condotti a Cristo, perchè fossimo giustificati dalla fede. Sopraggiunta poi la fede, non siamo più sotto il dominio del pedagogo.» (Ga 3,19 – 3,25)
Per Paolo la fede è sempre il momento cardinale. Fino al punto che non esitò nemmeno a cambiare le parole dei passi citati dalla Bibbia per dare forza ai propri discorsi.
Citando il profeta Abacuc, che scrisse: il giusto vivrà per la propria fedeltà al Signore ed alla sua Legge, Paolo sostituì la parola fedeltà con la parola fede. Il giusto vivrà in forza della fede.
E’ un gesto che si commenta da sé.
E la stessa disinvoltura ritorna in Ebrei, in modo molto più diffuso. Mettendo in un unico mazzo Abele, Enoch, Abramo, David, i profeti, Noè, Barak, Sansone… Sara, egli vide ed esaltò solo la loro fede, tipico di Paolo.
Persino troppo facile controbattere, lo farà Giacomo, capo della corrente cristiano-giudaica, asserendo che ciò che giustificò i vari personaggi biblici fu la loro obbedienza, cioè la loro fedeltà al Signore. E che obbedienza significa azione, cioè opere e comportamento.
Ma Paolo ha un partito preso, la priorità della confessione di fede, e quindi procede senza scrupoli. Sicchè incontriamo un’autentico gioiello di esegesi: « Per fede Abramo messo alla prova offrì Isacco… Egli pensava infatti che Dio è capace di far resuscitare i morti.» (Ebrei 11,17 – 11,19)
Qui, ancora una volta, la prospettiva storica è completamente stravolta. Gli Ebrei cominciarono a credere alla sopravvivenza dell’anima in epoca molto tarda, in ragione di influenze provenienti da culture e religioni esterne. In tutto l’antico testamento non ci sono passi espliciti che rinviino ad una simile credenza. La frase ricorrente alla morte di qualcuno è che si coricò con i padri. Per la verità, c’è un passo, in Genesi 5, 24, che dice qualcosa di diverso: «Enoch camminò con Dio e non ci fu più, poichè Dio lo rapì.» E’ l’unico indizio. Ma più che di morte cui seguì una sopravvivenza dell’anima od una resurrezione, farebbe pensare ad un’ascesa in cielo del tutto singolare, un premio assegnato ad un uomo del tutto particolare. Però anche l’Adamo intermedio, ovvero Noè, conobbe la corruzione e la morte.
Mi ha molto colpito l’intepretazione che ha dato Gabriel Josipovici di questo infelice passaggio. E’ utile citarla per intero. «Una sfilata grandiosa ed affascinante, ma che inevitabilmente lascia alquanto perplessi i lettori dell’A.T. Come leggiamo il capitolo non possiamo evitare di domandarci se corrisponde alla nostra memoria del testo. E proprio tutto quanto si può dire di quelle persone? Ci rammentiamo di Sara che ride dentro di sé quando origliando il colloquio fra Dio ed Abramo apprende che concepirà un figlio, una scena tanto rilevante da essere perpetuata nel nome del figlio, Isacco; pensiamo agli anni giovanile di Mosè; ci tornano alla mente i tremendamente complicati e ambigui rapporti di Davide con Dio…. e riflettiamo: tutto questo può essere rubricato sotto la solo voce fede? E non è sufficiente rispondere che la fede fu l’elemento dominante della loro vita e che evidentemente l’autore della lettera agli Ebrei non intendeva riprendere per intero le scritture ebraiche. Non è sufficiente proprio perchè il riso di Sara e la passione di Davide per Betsabea ci impediscono di compendiare la loro vita e i loro rapporti con Dio in un unico concetto. Le storie della Bibbia ebraica sembrano per lo più destinate a lasciarci in una sconcertante ma feconda ambiguità: hanno evidentemente un significato, non sono pura e semplice cronaca di fatti: eppure stranamente, il significato è insito in esse più che essere un qualcosa che noi possiamo estrarre da esse. Giacobbe non è necessariamente migliore o più credente di Esaù, riesce difficile non biasimare Giuda, i peccati di Davide sono altrettanti o più numerosi di quelli di Saul. Eppure questi e non altri sono scelti. Perchè ci domandiamo, e ci pare che questa sia la precisa domanda che quelle storie ripetutamente attendono da noi. Ebrei, dando un’interpretazione, annulla la domanda.» (2)
Come non essere d’accordo? Tanto più che con questa pretesa della fede che tutto spiega, sia la storia che il suo intricato spessore umano perdono la drammaticità, e rendono persino il dolore e le lacrime inutili al limite della farsa. Perchè mai Abramo dovrebbe dolersi del sacrificio di Isacco se tanto credeva che Dio lo avrebbe resuscitato? E perchè non avrebbe dovuto dubitare di un Dio che prima gli promise una discendenza, e dopo che l’ebbe, subito glie la tolse? Che diavolo d’un dio era questo che manco manteneva le promesse? E, soprattutto, perchè, perchè, perchè, dopo il passo citato in Gn 9,5, contenente il comandamento di non uccidere, Dio pretese da Abramo il sacrificio di Isacco? Che diavolo d’un dio era questo che smentiva e tradiva persino i suoi comandamenti.
Ci vorrebbe un volo pindarico della ragione per spiegare tutto ciò.
La dottrina della salvezza per grazia
Uno dei punti cardine della predicazione paolina la troviamo espressa in Efesini. Essa si può definire come una conseguenza del principio Dio può tutto, tutto quello che accade è volontà di Dio, ergo anche la conversione al cristianesimo, che è l’unica via di salvezza, è frutto della volontà di Dio. L’uomo che gode del privilegio di conoscere l’insegnamento di Cristo e di accettarlo, non si è salvato da solo, non ha fatto uso della sua ragione e della sua libertà, ma è stato salvato (altri diranno predestinato alla salvezza). All’uomo, dunque, nessun merito. Non lo può salvare il buon comportamento, non lo può salvare il suo istintivo senso della rettitudine, e nemmeno la sua formazione etico-filosofica. Nemmeno l’accettazione del mistero cristiano è merito suo.
Nel corso del tempo questa dottrina sarà ulteriormente estremizzata, a partire da Agostino, e poi dai pensatori protestanti, sia da Lutero che, ancora più estremisticamente, da Calvino. Verrà combattuta da Pelagio, verrà di molto annacquata dalla Chiesa Cattolica, e sarà osteggiata da Erasmo da Rotterdam, il quale disputerà con Lutero a proposito del « libero arbitrio ».
Pochi si sono accorti che riducendo l’uomo a poco più di un bambino in balia degli eventi e della presunta volontà divina, gli si leva ogni merito, ma si finisce col sollevarlo anche da ogni responsabilità. Se non ci sono giusti per meriti acquisiti, allora non vi sono nemmeno criminali ed assassini per demeriti e libera scelta. Una simile sciocchezza non poteva essere accettata dalla Chiesa cattolica, soprattutto quando divenne religione ufficiale prima, e Chiesa di governo poi. E se questa è una delle ragioni storiche per cui la Chiesa cattolica dovette ammettere la dottrina del libero arbitrio, un’altra andrebbe certamente ravvisata nella lenta e progressiva valorizzazione della ragione, culminata nella filosofia di San Tommaso.
Il dualismo carne-spirito
Chi professa Gesù Cristo come nostro salvatore è già un uomo spirituale di per sé?
A Paolo sembra di sì. Però la cosa è fatalmente contraddittoria.
A leggere le lettere si ha l’impressione di un uso alternato di carota e bastone. A fragorosi proclami di grandezza spirituale ed un po’ ipocriti riconoscimenti di meriti alle varie comunità cristiane, seguono ammonimenti pedanti a non ubriacarsi, a non fornicare, a non dire bugie, non rubare e così via, che fanno a pugni sia con l’asserto del primato della fede che con quello dell’ormai avvenuta conquista della spiritualità. Insomma, si finisce col chiedere opere e comportamenti coerenti con la professione di fede proprio agli spirituali. Un po’ ridicolo, no?
Se davvero tra i fratelli si mentiva, si rubava, si fornicava e ci si ubriacava, era evidente che la trasformazione da chiesa di quadri puri e duri a chiesa di massa aveva comportato qualche prezzo da pagare. Cani e porci erano entrati nel sacro recinto e faticavano non poco a trasformarsi in persone rette. Così si comprendono le riserve sollevate dalla corrente di Giacomo e l’azione sobillatrice di alcuni Giudei convertiti che passavano di comunità in comunità a confutare quanto Paolo aveva proclamato, ovvero a richiedere l’osservanza della Legge, essendo insufficiente per loro la recitazione rituale di un credo.
Crebbero le incomprensioni e nacquero feroci polemiche proprio tra i quadri, per usare un’espressione moderna.
Molte lettere paoline contengono denunce accorate contro questi superapostoli dell’ortodossia giudaico-cristiana. La ragione, come spesso accade, stava da entrambe le parti, almeno un po’, ma per una serie di sviluppi storici ancora tutti da decifrare, Paolo ebbe partita vinta e la corrente giudaico-cristiana si sciolse come neve al sole già prima della rivolta giudaica e la distruzione del tempio di Gerusalemme attuata da Tito, figlio di Vespasiano. Giacomo fu ucciso durante una persecuzione, Pietro e Giovanni erano in giro per il mondo, al pari di Paolo. Di tutti gli altri Apostoli, ad eccezione di Giacomo Zebedeo ucciso a sua volta, si persero le tracce, anch’essi svaniti nel nulla.
Vincitore indiscusso, con forza sovraumana e volontà incrollabile, Paolo continuò a proclamare le sue più profonde convinzioni. Nella II lettera ai Corinzi abbiamo un passo veramente esemplare: «L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno morì per tutti e quindi tutti morirono; e morì per tutti affinchè quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per Colui che è morto e resuscitato per loro. Quindi ormai non conosciamo più nessuno secondo la carne; ed anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo è creatura nuova; le vecchie cose sono passate, ecco, ne sono nate di nuove!»
Qui, quando Paolo parla di una conoscenza secondo la carne, probabilmente voleva dire secondo criteri esteriori e, per così dire, « romanzeschi » e « narrativi ». Ora, però, noi che professiamo Gesù come salvatore, è come se fossimo morti con lui, e dunque resuscitati con lui.
Nella lettera ai Galati la vita spirituale conquistata in Cristo diventa sinonimo di libertà ed è contrapposta alla schiavitù della legge, la quale è la semplicistica espressione di una norma esteriore per mettere un freno alla carne.
«Ora vi dico: camminate nello Spirito e allora, non seguirete le bramosie della carne. La carne infatti ha desideri contro lo Spirito, lo Spirito a sua volta contro la carne, poichè questi due elementi sono contrapposti vicendevolmente, cosicchè voi non fate ciò che vorreste. Ma se siete animati dallo Spirito, non siete più sotto la legge. Ora le opere proprie della carne sono manifeste: sono fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, magia, inimicizie, lite, gelosia, ire, ambizioni, discordie, divisioni, invidie, ubriachezze, orgie e opere simili a queste; riguardo ad esse vi metto in guardia in anticipo, come già vi misi in guardia: coloro che compiono tali opere non avranno in eredità il regno di Dio.
Invece, il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, longanimità, bontà, benevolenza, fiducia, mitezza, padronanza di sé; la legge non ha che fare con cose del genere. Coloro che appartengono al Cristo Gesù crocifissero la carne con le sue passioni ed i suoi desideri.» (Ga 5,16 – 5,24)
La dottrina politico-sociale di Paolo
E’ in Romani che il pensiero di Paolo sul ruolo dei cristiani nella società comincia a prendere corpo e consistenza dottrinale. Posto che a Paolo interessasse ben poco fare del cristianesimo un movimento politico tout court, visto che la sua preoccupazione fondamentale era quella di salvare delle anime attraverso la conversione, in attesa della parusia immenente, cioè del ritorno di Cristo sulla terra, rimane che ad un certo punto della sua riflessione si trovò ad esplodere in due affermazioni molto impegnative. La prima riguardava il rapporto tra cristiani e le autorità politiche.
La seconda interessava addirittura il problema della legittimità del potere: secondo Paolo, è Dio che costituisce le autorità. L’ordine della società civile, amministrativa e politica, qualunque esso sia, è l’espressione della volontà di Dio.
Non è un pensiero che soddisfi più di tanto, per la verità, perchè nel bene e nel male, la conseguenza di questa affermazione è che anche i rivoluzionari che abbattono i regimi e riescono nell’impresa, fanno la volontà di Dio. Come poi nell’ordalia medioevale: chi vince, ha ragione per decreto divino?
Eppure questo fu uno dei più duraturi insegnamenti paolini.
Se i cristiani si comportano bene, e fanno del bene – scriveva l’Apostolo – non potranno che incontrare l’elogio delle autorità. I magistrati fanno paura solo a chi opera il male. Una simile affermazione cozzava non solo con l’esperienza concreta di Gesù (quanto bene aveva fatto e com’era stato ripagato?) ma con tutta la vicenda degli altri. Stefano, Pietro, Giacomo. Una serie ininterrotta di martiri, processi, prigionie e persecuzioni. Lo stesso Paolo era stato prima al servizio dell’autorità del tempio, come persecutore, poi perseguitato.
Come si spiega?
L’unica spiegazione probabile ed assennata deve far leva su quella che dovremmo considerare come una svolta, a meno che non si consideri il nostro Paolo come un demente forsennato. Quando Paolo scrisse queste righe, doveva essere in possesso, non dico di un concordato tra stato e chiesa, ma certo di un qualche solenne impegno da parte di qualche figura importante dell’impero. Ipotesi? Se ne può fare una sola: il rapporto maturato a Pafo in Cipro con il proconsole Sergio Paolo, che l’autore degli Atti definì uomo intelligente. Vedasi Atti 13,4 e seguenti. L’incontro col proconsole avvenne nel 46-47 d.C.
Sarà un caso che l’Apostolo decise di farsi chiamare Paolo proprio in conseguenza di quell’evento? E perchè Giovanni (quale Giovanni? I commentatori dicono Giovanni-Marco, cioè l’evangelista Marco) si separò da Paolo per tornare subito a Gerusalemme? E perchè, proprio a seguito del comportamento dell’evangelista, Barnaba e Paolo litigheranno?
Comunque sia, se si ritiene che questo sia un enigma ancora irrisolto, è qui che bisognerebbe cercare, nelle carte della diplomazia paolina.
Io sono propenso a credere che al di là di un possibile pre-concordato, Paolo facesse molto conto sulla conversione di pezzi grossi quali appunto il proconsole.
L’Apostolo, probabilmente, scriveva una delle più sbagliate e tragiche profezie della storia persuaso di poter godere per sé e soprattutto per la chiesa di una certa protezione. In quel momento si trovava a Corinto e si era nell’anno 57 d.C.
La prima persecuzione contro i cristiani di Roma venne avviata dopo l’incendio ordinato da Nerone nell’anno 62. Sotto l’imperatore Claudio, esattamente nel 49 d.C., è però vero che vennero espulsi Giudei considerati ospiti indesiderati. Ne parlò Svetonio nella Vita Claudii. Ma c’è una bella differenza tra espellere (o rimpatriare) e perseguitare.
Sembra che Claudio fosse preoccupato dalla crescita geometrica della comunità giudaica, che nelle grandi città dell’impero, in particolare ad Alessandria, andava a formare una minoranza etnico nazionale impenetrabile e compatta, del tutto restia a cancellare usi e costumi ed integrarsi nella comunità.
Non c’è dunque continuità tra la misura repressiva di Claudio e la successiva persecuzione neroniana. Semmai, come provato, sotto Nerone si ebbe dapprima una riapertura di credito nei confronti degli Ebrei, protetti da Poppea.
Poi cominciò la tragedia che toccò direttamente lo stesso Paolo. Ma questa è un’altra storia.
Note
1) La seconda lettera di Pietro. NT.
2) Gabriel Josipovici – Come leggere la Bibbia – Rusconi

BENEDETTO XVI – LA SECONDA ENCICLICA: LA FEDE È SPERANZA

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BENEDETTO XVI – LA SECONDA ENCICLICA: LA FEDE È SPERANZA

Benedetto XVI si conferma, alla sua seconda enciclica, come un papa teologo e un teologo papa. Non solo perché la cifra del suo pontificato è la riflessione teologico-dottrinale, ma perché egli applica alla figura del magistero petrino la sua personale teologia.

La fede è speranza
Benedetto XVI si conferma, alla sua seconda enciclica, come un papa teologo e un teologo papa. Non solo perché la cifra del suo pontificato è la riflessione teologico-dottrinale, ma perché egli applica alla figura del magistero petrino la sua personale teologia. In questo vi sono una nota di libertà e una di novità rispetto alla maggior parte dei papi del XX secolo, i quali hanno cercato soprattutto di fare sintesi. Il nucleo teologico portante della seconda enciclica di papa Benedetto XVI, intitolata alla speranza, Spe salvi, è la fede. Le parole fede e speranza sono «intercambiabili». Le ragioni della speranza cristiana sono le ragioni della fede cristiana.
« »Spe salvi facti sumus » – nella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo ai Romani e anche a noi» (Rm 8,24). La forma dello scritto è elegante. Ricca di echi della tradizione cristiana. Anzi è proprio la tradizione cristiana del primo millennio, quella dei padri della Chiesa, la cifra teologica con la quale Benedetto XVI esprime il mistero della vita divina. Come già nella parte iniziale della sua prima enciclica, Deus caritas est, egli usa la fede espressa dalla Chiesa dei padri per confermare la rinuncia conciliare e post-conciliare alla mediazione filosofica.
Il testo, reso noto il 30 novembre scorso (cf. Regno-doc. 21,2007,649), dopo una breve introduzione (n. 1) ripercorre la testimonianza biblica sulla speranza (nn. 2-9), per passare poi alla testimonianza storica della Chiesa e dei cristiani (nn. 10-15). Il confronto con le domande del tempo presente (nn. 16-23) introduce il tema della differenza cristiana rispetto allo sviluppo della modernità: dall’Illuminismo alle ideologie dell’Ottocento e del Novecento. Ne «La vera fisionomia della speranza cristiana» (nn. 24-31) l’enciclica affronta il tema della libertà dell’uomo orientata al bene, fondata nella speranza assoluta di Dio come vero antidoto alla presunzione scientista di rappresentare per gli uomini una forma surrogata di redenzione. Infine il papa riprende alcuni «luoghi» teologici di apprendimento della speranza (nn. 32-48): la preghiera, l’azione e la sofferenza, il giudizio finale di Dio; per concludere con la figura esemplare di Maria «stella della speranza».

Speranza e modernità
La considerazione della testimonianza biblica sulla speranza consente all’enciclica di affermare che «speranza, di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole « fede » e « speranza » sembrano intercambiabili» (n. 2). Piuttosto che l’accettazione di un certo numero di verità astratte, la fede consiste nel dare la propria vita alla persona di Cristo, Dio vivo e vero. Al contrario, Paolo ricorda agli efesini (cf. Ef 2,12) come, prima del loro incontro con Cristo, essi fossero « senza speranza e senza Dio nel mondo».
Vi è dunque un profondo legame tra la speranza e la storia nella rivelazione cristiana, tensione che muove a un futuro di cui già partecipa. Non un’impotenza della mente, com’era parso a Spinoza, una perpetua disgiunzione di sé in rapporto a sé stessi, ma una memoria del futuro. «Chi ha speranza vive diversamente», dice il papa. Di qui il significato storico della testimonianza cristiana, la sua efficacia che cambia il mondo e la vita.
Il papa esclude, sin nei riferimenti alla Chiesa primitiva, sia la deriva sociale utopistica, rivoluzionaria, di un’embrionale teologia politica della speranza, sia il dominio naturale di ogni visione immanentistica: «Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale (…), uno Spirito che in Gesù si è rivelato come amore» (n. 5).
Nelle pagine relative alla vita eterna e all’ipotesi di un individualismo cristiano il papa analizza alcune malattie della speranza: «Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente». La seconda malattia, oltre a quella «eraclitea» di un presente sufficiente a se stesso, è quella individualistica, o «dongiovannea» potremmo dire con Kierkegaard, di una condizione esistenziale estetica, sufficiente a se stessa. Qui il papa apre alla definizione comunionale della felicità, a una vita beata orientata verso la comunità.
La parte più critica è quella che il papa riserva all’analisi della trasformazione della fede-speranza cristiana nel mondo moderno. Si tratta di una critica piuttosto tradizionale, quella che individua da Francesco Bacone, attraverso l’Illuminismo, sino all’analisi marxiana, quella secolarizzazione della redenzione che ha assunto diverse forme nel pensiero e nella prassi.
Sono molti i limiti del moderno e alquanto numerose le analisi che si sono affaticate a enuclearli, al punto che appare difficile anche per un’enciclica sintetizzarli. Ma al papa questa limitata attraversata del moderno serve per indicare alcune illusioni attuali. Tra esse l’assolutizzazione della ragione, soprattutto nelle forme della scienza e della tecnica performativa e della libertà. Attraverso la riflessione di Adorno, il papa invoca un’autocritica della modernità e del modernismo: «Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male». Solo la fede può aprire a un’umanizzazione della ragione: «Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell’umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l’apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana». «Non v’è dubbio, pertanto, che un « regno di Dio » realizzato senza Dio – un regno quindi dell’uomo solo – si risolve inevitabilmente nella fine perversa di tutte le cose descritta da Kant: lo abbiamo visto e lo vediamo sempre di nuovo» (n. 23).

Speranza e giustizia
Indicando la vera fisionomia della speranza cristiana, il papa ritorna al linguaggio dei padri e come sempre ad Agostino: «Cristo intercede per noi, altrimenti dispererei». In questo rovesciamento esistenziale, tipico delle Confessioni, il papa vede il continuo rimando tra la dimensione personale e quella comunitaria di fede.
Ed è nuovamente sul tema dell’amore che ritorna il monito nei confronti della tentazione del potere assoluto dell’uomo oggi esercitato attraverso la scienza: «Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore» (n. 26). Il Dio-amore, il Dio fatto uomo, lui solo è il fondamento della nostra speranza (n. 31).
L’enciclica vuole concretizzare queste affermazioni individuando alcuni «luoghi» di pratico apprendimento e di esercizio del dono della speranza. E li individua anzitutto nella preghiera come forza purificatrice, come dimensione interiore dell’uomo (siamo a un passo dalla mistica), che sfocia nella comunione con la Chiesa e con il mondo. E poi l’agire e il soffrire, come luoghi dell’apprendimento, della perseveranza. E potremmo dire della trasformazione storica. Si può qui nuovamente richiamare san Paolo e quei passi della Lettera ai Romani dove si dice della sofferenza che genera pazienza, della pazienza che genera una virtù provata, della virtù provata che genera la speranza che non delude (cf. Rm 5,3-5).
La parte conclusiva sul «Giudizio» finale di Dio recupera il tema dei Novissimi. E in esso persino quell’escatologia intermedia espressa nel secondo millennio dalla figura popolare del Purgatorio. Ma è nuovamente Adorno con la sua Dialettica negativa, è nuovamente (e in questo papa potremmo dire costantemente) il confronto con gli anni sessanta del Secolo breve che serve al papa per mostrare il senso di un giudizio finale sulla giustizia nella storia, sulle vittime e sui carnefici che solo Dio può dare perché conosce il segreto dei cuori. «Ora – dice il papa – Dio rivela il suo volto proprio nella figura del sofferente che condivide la condizione dell’uomo abbandonato da Dio, prendendola su di sé. Questo sofferente innocente è diventato speranza-certezza: Dio c’è, e Dio sa creare la giustizia in un modo che noi non siamo capaci di concepire e che, tuttavia, nella fede possiamo intuire. Sì, esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la « revoca » della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto. Per questo la fede nel giudizio finale è innanzitutto speranza, la cui necessità si è resa evidente proprio negli sconvolgimenti degli ultimi secoli. Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna» (n. 43).

Agnello di Dio, particolare della Crocefissione di Matthias Grünewald

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DOMENICA 18 GENNAIO II SETTIMANA DEL T.O. – COMMENTO ALLE LETTURE

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DOMENICA 18 GENNAIO II SETTIMANA DEL T.O. – COMMENTO ALLE LETTURE

Giornata Mondiale Migrazioni – 15 gennaio 2012

La Liturgia della Parola di questa domenica presenta un tema centrale: la vocazione. La Prima Lettura racconta la chiamata del giovane Samuele, che diventerà un grande profeta; il Vangelo, invece, narra la vocazione dei primi apostoli al seguito di Gesù.
Si tratta di un argomento cruciale per chi si riconosce nel messaggio evangelico. Infatti, essere cristiani significa accordare la propria libera adesione ad un appello rivolto da Cristo Signore. Anche se nel linguaggio comune accostiamo la parola “vocazione” alla vita dei preti e delle suore, in realtà i testi biblici – soprattutto quelli paolini – indicano che essa riguarda ogni battezzato e abbraccia l’intero
cammino verso la santità. Già nei primi racconti della Bibbia, Dio chiama l’umanità ad una relazione di
amicizia. Questo rapporto assume connotazioni speciali nelle vicende di grandi uomini e donne della storia della salvezza. Abramo, Mosè, Maria la Madre del Signore sono solo alcuni esempi di personaggi illustri che vengono raggiunti da un particolare invito di Dio. Tale invito è sempre funzionale ad una missione importante e rischiosa, che spesso costringe anche a peregrinare in terre sconosciute, assai
lontane dalle proprie sicurezze familiari. Percependo le difficoltà di questo incarico, non di rado, nella Bibbia, la persona chiamata è assalita dal timore e muove qualche iniziale obiezione. Ciò non impedisce però di sperimentare e ricordare la gioia e la dolcezza della predilezione, nonché la fedeltà di Dio che mai abbandona il suo eletto. L’assenso iniziale e la difficile sequela – in cui quell’assenso viene prolungato
quotidianamente – terminano con il “sì” conclusivo della vita, quando, ricordando le tappe cruciali della vocazione, col linguaggio silenzioso della gratitudine, il chiamato diventa testimone, offrendo a tutti una garanzia: “se tornassi indietro, lo rifarei”. Così, ad esempio, Maria di Nazaret, dopo il consenso iniziale (Lc 1,38) insolitamente gioioso, se messo a confronto con altre vocazioni bibliche – affronterà mille peripezie, fino a seguire il Figlio sotto la croce (Gv 19,25), per poi comparire, dopo la resurrezione, nel consesso degli apostoli (At 1,14), nel cuore della Chiesa.
La vocazione di Samuele, narrata dalla Prima Lettura odierna, presenta alcune peculiarità. Questo ragazzo è stato concepito dai suoi genitori dopo una lunghissima e sofferta attesa. Sua madre, finalmente liberata dall’umiliazione della sterilità, lo ha offerto al Signore. Per questo, Samuele svolge il proprio servizio nel santuario di Dio, dove alloggia vicino alla cella del vecchio Eli, il sacerdote. Ancora inesperto nelle cose sante, Samuele non riconosce la chiamata che per tre volte Dio gli rivolge; la parola illuminante del sacerdote, però, lo aiuta a comprendere ciò che avviene ed a rispondere in modo adeguato: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”. Da quel momento, Samuele non lascerà andare a vuoto nessuna delle parole di Dio, camminando fedelmente alla sua presenza. La sua apertura di cuore troverà eco nelle
parole degli oranti della Bibbia, come nella preghiera dell’odierno Salmo Responsoriale: “Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà”. L’offerta dei genitori di Samuele è quindi accolta da Dio, che fa di questo giovanotto l’ultimo grande Giudice d’Israele. La direzione del sacerdote è però provvidenziale per il suo discernimento e per la sua adesione. Poi, una volta iniziata la sequela, la costante accoglienza della Parola sarà garanzia di perseveranza. Questa perseveranza si nutre anche delle indicazioni concrete offerte da Dio.
Nella Seconda Lettura, San Paolo ricorda ai turbolenti cristiani di Corinto la necessità di mantenersi liberi dalla fornicazione. L’accoglienza della fede suscita ed esige una condotta morale conseguente; non si può avere Dio sulle labbra e abbandonarsi alle opere della carne. Ciò deturpa la vocazione del cristiano alla santità e può condurre all’annientamento spirituale.
Un tono personale e persino struggente scorgiamo, infine, nella narrazione evangelica odierna. Andrea e Giovanni evangelista – che scrive sulla base dei ricordi più cari – sentono dire che Gesù è “l’Agnello di Dio”. A parlare è il loro maestro, il grande Giovanni Battista che, come ha fatto Eli con Samuele, tramite una parola illuminante, orienta questi suoi discepoli verso il Cristo di Dio. Comincia così la loro attività di ricerca: sembrano predatori a caccia del Tesoro. A Gesù, che non può non accogliere questo desiderio sincero, domandano: “Dove abiti?” (Gv 1,38); la risposta è un’offerta di amicizia: “Venite e vedrete”. Essi si fermano presso di lui. Deve essere stata un’esperienza indimenticabile, tant’è che l’evangelista annota: “Erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,40), come si fa sul taccuino dei propri momenti memorabili. Da quel momento comincerà un’altra ricerca, quella della retta sequela di questo Messia così diverso dagli schemi dominanti. Bisognerà vestire dietro a Lui i panni del viandante, per le strade della Galilea e della Giudea, ma anzitutto nei sentieri del proprio spirito, continuamente chiamato ad emigrare dalle proprie mediocri convinzioni e dai propri egoismi, per approdare nell’unica autentica via, verità e vita. Ma non finisce qui. Come i grandi maestri, anche i buoni amici e i parenti sinceri si dimostrano ottime segnaletiche verso la vera vita. Andrea, infatti, conduce a Gesù suo fratello Simone. Al Maestro basterà uno sguardo per imporre un nuovo nome al Pescatore di Galilea: Cefa, che vuol dire Pietro, la roccia su cui sarà edificata la Chiesa. L’incontro con la verità ri-definisce l’identità del chiamato, trasformandolo in qualcosa di grande, che mai avrebbe potuto immaginare o persino scegliere. É questa la vera identità di Pietro, quella offertagli dal Cristo. Qui c’è la sua grandezza e la sua felicità. L’alternativa conduce piuttosto alla tristezza del giovane ricco. Samuele, Andrea, Giovanni, Pietro: esempi diversi di vocazione. Ogni chiamata è differente, perchè Dio non crea cloni e non fabbrica prodotti in serie. Per ciascuno usa un linguaggio e modalità proprie, perchè di ciascuno ha fatto il cuore. A tutti, però, offre la stessa letizia, che non coincide con l’assenza di sofferenza, ma con l’impagabile gioia di dare tutto per amore.

Mons. Carmelo Pellegrino

OMELIA II DOMENICA T.O.: « ANDARONO I DUE DISCEPOLI E VIDERO DOVE ABITAVA E SI FERMARONO PRESSO DI LUI »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/2a-Domenica-B/12-02a-Domenica-B-2015-SC.htm

18 GENNAIO 2015 | 2A DOMENICA   T. ORDINARIO B | APPUNTI PER LA LECTIO

« ANDARONO I DUE DISCEPOLI E VIDERO DOVE ABITAVA E SI FERMARONO PRESSO DI LUI »

L’idea di fondo del brano di Vangelo (Gv 1,35-42) di questa seconda Domenica del tempo ordinario, collegato con la prima lettura che ci descrive la vocazione di Samuele e la prontezza della sua risposta all’appello che gli veniva dall’alto (1 Sam 3,3b-10.19), mi sembra quella della « chiamata » e, più ancora, della « sequela ».
Del resto, direi che le due cose sono il duplice aspetto di una unica realtà: si segue qualcuno, o anche qualcosa, nella misura in cui ci sentiamo come interpellati dalla realtà che ci sta di fronte, dai valori che essa rappresenta, dalla suggestione misteriosa che sa comunicare ed esprimere.
E non è sempre vero che ci sia prima una chiamata e poi una risposta; talvolta, anzi, la risposta è già come sospesa in aria, a livello di desiderio inconscio, di generica disponibilità ad amare e a servire, in attesa che da qualche parte venga un appello, proprio quello che ci sembrava di attendere da sempre. In questo caso la « chiamata » ci afferra anche più profondamente, senza residui di opposizioni, proprio perché misteriosamente era già operante in noi in quella apertura e disponibilità del nostro spirito, di cui si è appena detto.

« Ecco l’Agnello di Dio! »
Proprio in questo sfondo di sentimenti e di attese mi sembra che si collochi la pagina del Vangelo di Giovanni, che ci descrive l’incontro di Gesù con tre dei suoi futuri apostoli. È una pagina di una freschezza incantevole, che sa comunicare anche a noi, che la rileggiamo a così grande distanza di tempo, quello stesso senso di stupore e di meraviglia che afferrò allora i primi tre discepoli del Signore: Andrea, Giovanni e Pietro.
L’evangelista raccoglie l’episodio nello spazio di una giornata (« il giorno dopo »: 1,35), secondo un probabile schema « settimanale » delle cose qui raccontate, forse per mettere in parallelo l’opera creatrice di Genesi 1 (i « sette » giorni della creazione) e l’opera redentrice iniziata da Cristo.
L’episodio, poi, si divide in due parti: la prima ci descrive l’incontro, provocato da Giovanni Battista, di due dei suoi discepoli con Gesù (vv. 35-39); la seconda l’incontro di Pietro con Gesù, provocato da Andrea (vv. 40-42). Ciò che vi è di comune nei due quadretti narrativi è il fatto che Gesù viene incontrato dai suoi discepoli solo tramite altre persone, che, in qualche maniera, ne hanno intravisto il mistero o ne hanno fatto una, sia pure incipiente, esperienza. Senza escludere un intervento diretto di Cristo nell’intimo delle coscienze, come ci viene subito dopo detto di Filippo (v. 43), rimane la constatazione che più ordinariamente gli appelli di Dio passano attraverso la testimonianza dei nostri fratelli.
Pur a grande distanza di tempo, l’evangelista (perché è quasi certamente lui uno dei « due discepoli » che seguirono il Maestro: v. 40) ricorda con esattezza matematica l’ora precisa di quell’incontro: « Erano circa le quattro del pomeriggio » (v. 39). Segno evidente che esso fu determinante nella sua vita e rappresenta, anche adesso che scrive, qualcosa di indimenticabile.
Anche il giorno precedente Giovanni aveva reso la sua testimonianza al Cristo, in una forma addirittura più ricca, iniziandola con le stesse parole: « Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! » (v. 29). Queste parole allora forse non dissero gran che ai due discepoli: ripetute intenzionalmente dal loro maestro, adesso significano per loro qualcosa o, almeno, essi sono messi in un atteggiamento di curiosità e di ricerca: « I due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù » (v. 37).
Che cosa volesse precisamente dire san Giovanni con quella espressione, non è troppo chiaro. C’è chi ha pensato all’agnello pasquale di Esodo 12,1-28; chi al « servo sofferente di Jahvè », il quale « era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca » (Is 53,7); chi all’oblazione quotidiana di un agnello nel tempio (Es 29,38-46).
Come si vede, è un’espressione dalle molteplici risonanze, di cui non conviene eliminarne alcuna. Al centro, però, sta l’idea del Cristo come « servo sofferente » che, in virtù del suo « sacrificio » e della sua innocenza, riscatterà il « mondo » intero « vincendo » e « consumando », con la sua immensa capacità di amare, il « peccato » di tutti gli uomini e di tutti i tempi.
Il « sacrificio » del Cristo, in realtà, inizia proprio con questo suo spontaneo assoggettarsi al rito battesimale di Giovanni, mediante il quale lui, il « solo Santo », si professa solidale con il popolo peccatore. In questa prospettiva è evidente che, nel momento stesso in cui Gesù si abbassava davanti a Giovanni per ricevere il battesimo, il « più grande » era proprio lui, gli passava veramente « avanti », come dichiara il Battista (cf 1,30-31): però bisognava andare oltre le apparenze, tentare di penetrare il « mistero », per poter riconoscere in quell’uomo, in tutto uguale agli altri, il Figlio stesso di Dio, il « Salvatore del mondo » (cf 4,42). È quanto Giovanni tenta di fare con i migliori dei suoi discepoli, senza nessun sentimento di rivalità qualora anche lo volessero abbandonare, convinto com’è che Gesù « deve crescere, e lui invece diminuire » (3,30).

« Gesù, vedendo che lo seguivano, disse: « Che cercate? »"
I due si mettono dunque a « seguire » Gesù, senza nessun progetto concreto, spinti solo dal desiderio e dalla curiosità. È interessante il dialogo, che segue, fra Gesù e i due discepoli: esso non è fatto tanto di grandi elucubrazioni teologiche, quanto di cose semplici e concrete. Tutto si svolge sul piano del confronto personale e dell’esperienza: « Che cercate?… Rabbi, dove abiti?… Venite e vedrete… » (vv. 38-39). È l’esperienza di Gesù che fa nascere la fede in lui, che poi diventa contagiosa, come vedremo subito nel caso di Andrea.

R. Bultmann fa notare che le prime parole di Gesù, riportate nel Vangelo di Giovanni, sono rappresentate proprio da questa emblematica domanda: « Che cercate? ». Essa è rivolta non soltanto ai primi discepoli, ma ai discepoli di tutti i tempi; ed è un invito sia a considerare la « sequela » di Cristo come una costante « ricerca », sia a verificare continuamente i motivi e i contenuti di questa ricerca.

Il porci davanti a Cristo in atteggiamento di costante « ricerca » significa che siamo coscienti che il suo « mistero » ci trascende all’infinito, che la conoscenza o l’esperienza che potremmo avere di lui saranno sempre limitate, che solo la luce dello Spirito, che è « lo Spirito di verità », « ci guiderà alla verità tutta intera » (Gv 16,13), come Gesù stesso ci ha promesso prima di ascendere al Padre. Questo ci consentirà di essere più umili davanti al mistero, e perciò anche più disponibili a tutte le luci nuove e alle esperienze nuove che ci dilatano gli spazi della fede.
D’altra parte, questo sforzo di continua « ricerca » ci permetterà di vagliare e di verificare sempre da capo i « motivi » per cui seguiamo Gesù. Anche la folla, che aveva visto la moltiplicazione dei pani, si dà alla ricerca di Gesù dopo che egli si era ritirato sul monte e li aveva preceduti sull’altra riva del lago. Però egli li rimprovera, dicendo che lo seguivano per motivi non sinceri: « In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà » (Gv 6,26-27). In realtà quella gente, più che cercare Gesù attraverso i « segni » del divino che si manifestavano in lui, « cercava se stessa » per un certo vantaggio che aveva esperimentato nel mangiare del pane del miracolo.
È quello che può capitare a tutti noi quando, invece di adeguarci alla misura di Cristo, lo costringiamo ad abbassarsi alla nostra statura, oppure riduciamo il Vangelo a giustificazione delle nostre scelte, o delle nostre ideologie, o dei nostri comportamenti. Perciò abbiamo bisogno che Gesù ci interpelli sempre da capo: « Che cercate? ».

« Maestro, dove abiti? »
La sincerità della ricerca dei due discepoli è messa in evidenza dalla loro risposta: « Maestro, dove abiti? » (v. 38). Tanto poco essi sono disposti a ridurre Gesù alla loro misura, che vogliono passare del tempo con lui per conoscerlo meglio, per diventare amici, per farne esperienza, come dice meglio anche il seguito del racconto: « Andarono dunque e videro dove abitava, e quel giorno si fermarono presso di lui » (v. 39).
L’espressione che abbiamo tradotto: « Dove abiti? », nel vocabolario di Giovanni ha un significato più profondo: il verbo mènein, infatti, ordinariamente dice un reciproco « rimanere », come di un amico presso un amico, una reciproca « immanenza » con partecipazione di vita, di gioia, di conoscenza. Si pensi semplicemente all’invito di Gesù nel contesto dell’allegoria della vite e dei tralci: « Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso, se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me… Chi rimane in me ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla… » (Gv 15,4-5).
Si tratta dunque di un « abitare », che permette a degli ospiti-amici di fare un’esperienza che arrivi non solo ad afferrare totalmente l’altro, a conoscerlo, ma addirittura a sentirlo come elemento « vitale » del proprio esistere: il tralcio, che « non rimane nella vite », è destinato a « disseccarsi » e ad essere tagliato e gettato nel fuoco (Gv 15,6). Perciò l’espressione: « Dove abiti? », potrebbe essere parafrasata così: « Maestro, mostraci chi sei, facci conoscere il mistero della tua persona, perché possiamo anche noi diventare tuoi amici ». La risposta di Gesù è precisamente in questo senso: « Venite e vedrete » (v. 39), cioè fate l’esperienza di quello che sono e che posso « significare » per voi, per dare un senso nuovo alla vostra vita, che sarà ormai da vivere insieme a me.

Andrea « incontrò per primo suo fratello Simone »
La seconda parte del brano ci descrive l’incontro di Pietro con Gesù ad opera di Andrea (vv. 41-42).
In questo momento non ci interessa tanto di approfondire quella che sarà la futura missione di Pietro nella Chiesa e che viene espressa dal cambiamento di nome (« Ti chiamerai Cefa »: cf Mt 16,18), quanto di cogliere altri elementi costitutivi della « chiamata », che è il tema di fondo di tutto il brano.
E mi sembra che un elemento di primaria importanza, come abbiamo già accennato, sia rappresentato dalla carica « contagiosa » di colui che è stato chiamato: chi ha scoperto Cristo come colui che dà senso alla vita e apre il cuore degli uomini all’amore e alla donazione, non può non comunicare la sua scoperta agli altri! È quanto fa Andrea nei riguardi del fratello Simone (v. 41); è quanto farà poco dopo anche Filippo nei riguardi di Natanaele (vv. 45-46). La « chiamata » di Dio passa più comunemente attraverso la « mediazione » di fratelli che, per primi, hanno fatto un’intensa esperienza dei valori della fede e dell’amore: perciò non potrà mai essere un fatto né « isolato », né « isolante »!
E questo ci richiama ad un altro elemento costitutivo della « chiamata », cioè la sua dimensione « comunitaria ». È quanto vediamo nel caso di Simone, a cui Gesù cambia il nome in quello di Cefa, cioè « pietra », « roccia », per designare la sua futura funzione nella Chiesa; su Pietro, come « roccia » di fondamento e di unificazione di tutto l’edificio, Cristo « costruirà » appunto la sua Chiesa (Mt 16,18). Se questo è evidente nel caso di Pietro, è altrettanto vero per qualsiasi altra chiamata, anche la più umile, nella Chiesa. Lo ricordava san Paolo ai cristiani di Corinto, quando scriveva loro che ogni dono e « manifestazione dello Spirito è per il bene comune » (1 Cor 12,7).

« Tu, seguimi »
Si sarà notato come nella nostra pericope si ripete con insistenza il verbo « seguire » (vv. 37.38.40.43). Collocato nello sfondo della « chiamata », esso sta a significare il distacco del credente dai suoi punti di sicurezza, dai suoi progetti, dall’immobilismo dei suoi schemi e delle sue abitudini, per intraprendere un lungo ed avventuroso cammino, che Cristo solo sa dove potrà terminare e per dove potrà passare. E non è detto che sia sempre un cammino bello, o facile, o umanamente desiderabile!
Proprio come quello che, al termine del Vangelo di Giovanni, Gesù fa intravedere a Pietro, a cui precedentemente aveva dato il compito di « pascere » il suo gregge: «  »In verità, in verità ti dico, quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi ». Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: « Seguimi »" (Gv 21,18-19).
« Chiamata » e « sequela »: due termini che si integrano nel brano di Vangelo odierno, e in tutta la trama del racconto biblico: da Abramo, a Mosè, a Samuele, agli Apostoli, a Maria. È una storia che incomincia sempre da capo per ognuno di noi, dalla più grande chiamata, che è quella alla fede, a tutte le ulteriori chiamate che possono risuonare nella nostra vita come ulteriore specificazione del primo appello a credere e ad amare.
Quello che importa è saper « rispondere » con un desiderio tormentoso di « ricerca », che ci porti sempre avanti nel cammino e nella « sequela » di Cristo, dovunque a lui piaccia di « andare ». Superando, ovviamente, tutti gli « ostacoli » che si frappongono ad una generosa « sequela ».

« Glorificate Dio nel vostro corpo »
Fra questi possibili ostacoli è da collocare la tentazione costante, che ogni uomo sente acutamente in se stesso, di disperdersi nella sua capacità di amore e di donazione. La « impudicizia », o « fornicazione », a cui richiama san Paolo nella seconda lettura, e che esprime qualsiasi forma di ricerca egoistica di se stesso nell’uso della propria o altrui sessualità, al di fuori del matrimonio, è autentica chiusura a Dio e alle sue esigenze di « liberazione » integrale del cuore dell’uomo per aderire a lui solamente.
Di qui l’accorato richiamo di san Paolo ai cristiani di Corinto, che per la loro precedente pratica di vita pagana erano particolarmente inclini a simili degenerazioni: « Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?… Fuggite la fornicazione!… Glorificate dunque Dio nel vostro corpo » (1 Cor 6,15.18.20).
La « sequela » di Cristo, « umile e casto », per ognuno di noi, qualunque sia lo stato della nostra vita, esige che anche il nostro « corpo » sia espressione della sua « signoria » sopra di noi. San Paolo altrove ci insegna che è precisamente nel nostro « corpo » che celebriamo la prima e più vera « liturgia » al Signore.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 16 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

Enluminure Hildersheim The Annunciation

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Publié dans:immagini sacre |on 15 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – CHIESA, CORPO DI CRISTO (anche Paolo)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2014/documents/papa-francesco_20141022_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 22 ottobre 2014

CHIESA, CORPO DI CRISTO (anche Paolo)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Quando si vuole evidenziare come gli elementi che compongono una realtà siano strettamente uniti l’uno all’altro e formino insieme una cosa sola, si usa spesso l’immagine del corpo. A partire dall’apostolo Paolo, questa espressione è stata applicata alla Chiesa ed è stata riconosciuta come il suo tratto distintivo più profondo e più bello. Oggi, allora, vogliamo chiederci: in che senso la Chiesa forma un corpo? E perché viene definita «corpo di Cristo»?

Nel Libro di Ezechiele viene descritta una visione un po’ particolare, impressionante, ma capace di infondere fiducia e speranza nei nostri cuori. Dio mostra al profeta una distesa di ossa, distaccate l’una dall’altra e inaridite. Uno scenario desolante… Immaginatevi tutta una pianura piena di ossa. Dio gli chiede, allora, di invocare su di loro lo Spirito. A quel punto, le ossa si muovono, cominciano ad avvicinarsi e ad unirsi, su di loro crescono prima i nervi e poi la carne e si forma così un corpo, completo e pieno di vita (cfr Ez 37,1-14). Ecco, questa è la Chiesa! Mi raccomando oggi a casa prendete la Bibbia, al capitolo 37 del profeta Ezechiele, non dimenticate, e leggere questo, è bellissimo. Questa è la Chiesa, è un capolavoro, il capolavoro dello Spirito, il quale infonde in ciascuno la vita nuova del Risorto e ci pone l’uno accanto all’altro, l’uno a servizio e a sostegno dell’altro, facendo così di tutti noi un corpo solo, edificato nella comunione e nell’amore.
La Chiesa, però, non è solamente un corpo edificato nello Spirito: la Chiesa è il corpo di Cristo! E non si tratta semplicemente di un modo di dire: ma lo siamo davvero! È il grande dono che riceviamo il giorno del nostro Battesimo! Nel sacramento del Battesimo, infatti, Cristo ci fa suoi, accogliendoci nel cuore del mistero della croce, il mistero supremo del suo amore per noi, per farci poi risorgere con lui, come nuove creature. Ecco: così nasce la Chiesa, e così la Chiesa si riconosce corpo di Cristo! Il Battesimo costituisce una vera rinascita, che ci rigenera in Cristo, ci rende parte di lui, e ci unisce intimamente tra di noi, come membra dello stesso corpo, di cui lui è il capo (cfr Rm 12,5; 1 Cor 12,12-13).
Quella che ne scaturisce, allora, è una profonda comunione d’amore. In questo senso, è illuminante come Paolo, esortando i mariti ad «amare le mogli come il proprio corpo», affermi: «Come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo» (Ef 5,28-30). Che bello se ci ricordassimo più spesso di quello che siamo, di che cosa ha fatto di noi il Signore Gesù: siamo il suo corpo, quel corpo che niente e nessuno può più strappare da lui e che egli ricopre di tutta la sua passione e di tutto il suo amore, proprio come uno sposo con la sua sposa. Questo pensiero, però, deve fare sorgere in noi il desiderio di corrispondere al Signore Gesù e di condividere il suo amore tra di noi, come membra vive del suo stesso corpo. Al tempo di Paolo, la comunità di Corinto trovava molte difficoltà in tal senso, vivendo, come spesso anche noi, l’esperienza delle divisioni, delle invidie, delle incomprensioni e dell’emarginazione. Tutte queste cose non vanno bene, perché, invece che edificare e far crescere la Chiesa come corpo di Cristo, la frantumano in tante parti, la smembrano. E questo succede anche ai nostri giorni. Pensiamo nelle comunità cristiane, in alcune parrocchie, pensiamo nei nostri quartieri quante divisioni, quante invidie, come si sparla, quanta incomprensione ed emarginazione. E questo cosa comporta? Ci smembra fra di noi. E’ l’inizio della guerra. La guerra non incomincia nel campo di battaglia: la guerra, le guerre incominciano nel cuore, con incomprensioni, divisioni, invidie, con questa lotta con gli altri. La comunità di Corinto era così, erano campioni in questo! L’Apostolo Paolo ha dato ai Corinti alcuni consigli concreti che valgono anche per noi: non essere gelosi, ma apprezzare nelle nostre comunità i doni e le qualità dei nostri fratelli. Le gelosie: “Quello ha comprato una macchina”, e io sento qui una gelosia; “Questo ha vinto il lotto”, e un’altra gelosia; “E quest’altro sta andando bene bene in questo”, e un’altra gelosia. Tutto ciò smembra, fa male, non si deve fare! Perché così le gelosie crescono e riempiono il cuore. E un cuore geloso è un cuore acido, un cuore che invece del sangue sembra avere l’aceto; è un cuore che non è mai felice, è un cuore che smembra la comunità. Ma cosa devo fare allora? Apprezzare nelle nostre comunità i doni e le qualità degli altri, dei nostri fratelli. E quando mi viene la gelosia – perché viene a tutti, tutti siamo peccatori -, devo dire al Signore: “Grazie, Signore, perché hai dato questo a quella persona”. Apprezzare le qualità, farsi vicini e partecipare alla sofferenza degli ultimi e dei più bisognosi; esprimere la propria gratitudine a tutti. Il cuore che sa dire grazie è un cuore buono, è un cuore nobile, è un cuore che è contento. Vi domando: tutti noi sappiamo dire grazie, sempre? Non sempre perché l’invidia, la gelosia ci frena un po’. E, in ultimo, il consiglio che l’apostolo Paolo dà ai Corinzi e anche noi dobbiamo darci l’un l’altro: non reputare nessuno superiore agli altri. Quanta gente si sente superiore agli altri! Anche noi, tante volte diciamo come quel fariseo della parabola: “Ti ringrazio Signore perché non sono come quello, sono superiore”. Ma questo è brutto, non bisogna mai farlo! E quando stai per farlo, ricordati dei tuoi peccati, di quelli che nessuno conosce, vergognati davanti a Dio e dì: “Ma tu Signore, tu sai chi è superiore, io chiudo la bocca”. E questo fa bene. E sempre nella carità considerarsi membra gli uni degli altri, che vivono e si donano a beneficio di tutti (cfr 1Cor 12–14).
Cari fratelli e sorelle, come il profeta Ezechiele e come l’apostolo Paolo, invochiamo anche noi lo Spirito Santo, perché la sua grazia e l’abbondanza dei suoi doni ci aiutino a vivere davvero come corpo di Cristo, uniti, come famiglia, ma una famiglia che è il corpo di Cristo, e come segno visibile e bello dell’amore di Cristo.

 

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