BENEDETTO XVI – LA SECONDA ENCICLICA: LA FEDE È SPERANZA

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BENEDETTO XVI – LA SECONDA ENCICLICA: LA FEDE È SPERANZA

Benedetto XVI si conferma, alla sua seconda enciclica, come un papa teologo e un teologo papa. Non solo perché la cifra del suo pontificato è la riflessione teologico-dottrinale, ma perché egli applica alla figura del magistero petrino la sua personale teologia.

La fede è speranza
Benedetto XVI si conferma, alla sua seconda enciclica, come un papa teologo e un teologo papa. Non solo perché la cifra del suo pontificato è la riflessione teologico-dottrinale, ma perché egli applica alla figura del magistero petrino la sua personale teologia. In questo vi sono una nota di libertà e una di novità rispetto alla maggior parte dei papi del XX secolo, i quali hanno cercato soprattutto di fare sintesi. Il nucleo teologico portante della seconda enciclica di papa Benedetto XVI, intitolata alla speranza, Spe salvi, è la fede. Le parole fede e speranza sono «intercambiabili». Le ragioni della speranza cristiana sono le ragioni della fede cristiana.
« »Spe salvi facti sumus » – nella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo ai Romani e anche a noi» (Rm 8,24). La forma dello scritto è elegante. Ricca di echi della tradizione cristiana. Anzi è proprio la tradizione cristiana del primo millennio, quella dei padri della Chiesa, la cifra teologica con la quale Benedetto XVI esprime il mistero della vita divina. Come già nella parte iniziale della sua prima enciclica, Deus caritas est, egli usa la fede espressa dalla Chiesa dei padri per confermare la rinuncia conciliare e post-conciliare alla mediazione filosofica.
Il testo, reso noto il 30 novembre scorso (cf. Regno-doc. 21,2007,649), dopo una breve introduzione (n. 1) ripercorre la testimonianza biblica sulla speranza (nn. 2-9), per passare poi alla testimonianza storica della Chiesa e dei cristiani (nn. 10-15). Il confronto con le domande del tempo presente (nn. 16-23) introduce il tema della differenza cristiana rispetto allo sviluppo della modernità: dall’Illuminismo alle ideologie dell’Ottocento e del Novecento. Ne «La vera fisionomia della speranza cristiana» (nn. 24-31) l’enciclica affronta il tema della libertà dell’uomo orientata al bene, fondata nella speranza assoluta di Dio come vero antidoto alla presunzione scientista di rappresentare per gli uomini una forma surrogata di redenzione. Infine il papa riprende alcuni «luoghi» teologici di apprendimento della speranza (nn. 32-48): la preghiera, l’azione e la sofferenza, il giudizio finale di Dio; per concludere con la figura esemplare di Maria «stella della speranza».

Speranza e modernità
La considerazione della testimonianza biblica sulla speranza consente all’enciclica di affermare che «speranza, di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole « fede » e « speranza » sembrano intercambiabili» (n. 2). Piuttosto che l’accettazione di un certo numero di verità astratte, la fede consiste nel dare la propria vita alla persona di Cristo, Dio vivo e vero. Al contrario, Paolo ricorda agli efesini (cf. Ef 2,12) come, prima del loro incontro con Cristo, essi fossero « senza speranza e senza Dio nel mondo».
Vi è dunque un profondo legame tra la speranza e la storia nella rivelazione cristiana, tensione che muove a un futuro di cui già partecipa. Non un’impotenza della mente, com’era parso a Spinoza, una perpetua disgiunzione di sé in rapporto a sé stessi, ma una memoria del futuro. «Chi ha speranza vive diversamente», dice il papa. Di qui il significato storico della testimonianza cristiana, la sua efficacia che cambia il mondo e la vita.
Il papa esclude, sin nei riferimenti alla Chiesa primitiva, sia la deriva sociale utopistica, rivoluzionaria, di un’embrionale teologia politica della speranza, sia il dominio naturale di ogni visione immanentistica: «Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale (…), uno Spirito che in Gesù si è rivelato come amore» (n. 5).
Nelle pagine relative alla vita eterna e all’ipotesi di un individualismo cristiano il papa analizza alcune malattie della speranza: «Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente». La seconda malattia, oltre a quella «eraclitea» di un presente sufficiente a se stesso, è quella individualistica, o «dongiovannea» potremmo dire con Kierkegaard, di una condizione esistenziale estetica, sufficiente a se stessa. Qui il papa apre alla definizione comunionale della felicità, a una vita beata orientata verso la comunità.
La parte più critica è quella che il papa riserva all’analisi della trasformazione della fede-speranza cristiana nel mondo moderno. Si tratta di una critica piuttosto tradizionale, quella che individua da Francesco Bacone, attraverso l’Illuminismo, sino all’analisi marxiana, quella secolarizzazione della redenzione che ha assunto diverse forme nel pensiero e nella prassi.
Sono molti i limiti del moderno e alquanto numerose le analisi che si sono affaticate a enuclearli, al punto che appare difficile anche per un’enciclica sintetizzarli. Ma al papa questa limitata attraversata del moderno serve per indicare alcune illusioni attuali. Tra esse l’assolutizzazione della ragione, soprattutto nelle forme della scienza e della tecnica performativa e della libertà. Attraverso la riflessione di Adorno, il papa invoca un’autocritica della modernità e del modernismo: «Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male». Solo la fede può aprire a un’umanizzazione della ragione: «Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell’umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l’apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana». «Non v’è dubbio, pertanto, che un « regno di Dio » realizzato senza Dio – un regno quindi dell’uomo solo – si risolve inevitabilmente nella fine perversa di tutte le cose descritta da Kant: lo abbiamo visto e lo vediamo sempre di nuovo» (n. 23).

Speranza e giustizia
Indicando la vera fisionomia della speranza cristiana, il papa ritorna al linguaggio dei padri e come sempre ad Agostino: «Cristo intercede per noi, altrimenti dispererei». In questo rovesciamento esistenziale, tipico delle Confessioni, il papa vede il continuo rimando tra la dimensione personale e quella comunitaria di fede.
Ed è nuovamente sul tema dell’amore che ritorna il monito nei confronti della tentazione del potere assoluto dell’uomo oggi esercitato attraverso la scienza: «Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore» (n. 26). Il Dio-amore, il Dio fatto uomo, lui solo è il fondamento della nostra speranza (n. 31).
L’enciclica vuole concretizzare queste affermazioni individuando alcuni «luoghi» di pratico apprendimento e di esercizio del dono della speranza. E li individua anzitutto nella preghiera come forza purificatrice, come dimensione interiore dell’uomo (siamo a un passo dalla mistica), che sfocia nella comunione con la Chiesa e con il mondo. E poi l’agire e il soffrire, come luoghi dell’apprendimento, della perseveranza. E potremmo dire della trasformazione storica. Si può qui nuovamente richiamare san Paolo e quei passi della Lettera ai Romani dove si dice della sofferenza che genera pazienza, della pazienza che genera una virtù provata, della virtù provata che genera la speranza che non delude (cf. Rm 5,3-5).
La parte conclusiva sul «Giudizio» finale di Dio recupera il tema dei Novissimi. E in esso persino quell’escatologia intermedia espressa nel secondo millennio dalla figura popolare del Purgatorio. Ma è nuovamente Adorno con la sua Dialettica negativa, è nuovamente (e in questo papa potremmo dire costantemente) il confronto con gli anni sessanta del Secolo breve che serve al papa per mostrare il senso di un giudizio finale sulla giustizia nella storia, sulle vittime e sui carnefici che solo Dio può dare perché conosce il segreto dei cuori. «Ora – dice il papa – Dio rivela il suo volto proprio nella figura del sofferente che condivide la condizione dell’uomo abbandonato da Dio, prendendola su di sé. Questo sofferente innocente è diventato speranza-certezza: Dio c’è, e Dio sa creare la giustizia in un modo che noi non siamo capaci di concepire e che, tuttavia, nella fede possiamo intuire. Sì, esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la « revoca » della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto. Per questo la fede nel giudizio finale è innanzitutto speranza, la cui necessità si è resa evidente proprio negli sconvolgimenti degli ultimi secoli. Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna» (n. 43).

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