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LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI ROMANI – INTRODUZIONE (come meditazione per domenica)

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LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI ROMANI – INTRODUZIONE (come meditazione per domenica)

La Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani possiamo definirla un compendio perfetto del mistero della salvezza. In essa tutti i temi legati alla Redenzione dell’uomo vengono affrontati e risolti con somma chiarezza di dottrina e di sapienza nello Spirito Santo, che dona ad ogni realtà il suo valore, ma soprattutto la legge secondo la sua interiore verità.
San Paolo è questa luce soprannaturale di sapienza che dice bene il bene e male il male. In questo è di Maestro al nostro secolo che avvolto dalla grande confusione e dall’ambiguità sa trasformare il bene in male e il male in bene. Per San Paolo il peccato è peccato, la luce è luce, la grazia è grazia, il male è male e nessuno lo può chiamare bene. La non retta conoscenza di Dio o l’ignoranza circa la sua conoscenza anche questa è un male, che produce tanto altro male nel mondo.
Per San Paolo tutto il mondo è avvolto dalla non conoscenza di Dio, da una cattiva conoscenza, da una conoscenza non secondo verità. È compito dell’apostolo del Signore – e l’apostolo per questo è stato chiamato – far risplendere nel mondo dell’ignoranza e dell’ambiguità circa la conoscenza di Dio il mistero e la luce radiosa del Vangelo.
L’obbedienza alla fede è la via della salvezza. Per Paolo la fede non è un sentimento che parte dal cuore dell’uomo e raggiunge Dio. La fede nasce dalla Parola, la Parola è Cristo, Verbo Eterno ed increato del Padre, Suo Figlio Unigenito generato da Lui nell’eternità. La Parola eterna si è fatta carne, quindi parola visibile ed udibile, parola pronunziata che rivela il mistero di Dio e dell’uomo, ma lo rivela nella sua vita, per la sua vita, chiamando ognuno a diventare sua vita, divenendo suo corpo. L’obbedienza alla fede dice essenzialmente accoglienza di Cristo e della sua Parola, vita in Cristo e nella sua Parola, ascolto del Vangelo per essere vissuto in ogni sua parte. L’obbedienza pertanto è un fatto soprannaturale e l’adesione della mente e del cuore; è la consegna di noi stessi a Dio che ha parlato a noi per mezzo di Gesù Suo Figlio. L’obbedienza alla fede è il tema portante di tutta la Lettera ai Romani.
L’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio ha in sé la possibilità di conoscere Dio attraverso molteplici vie. La Scrittura conosce la via analogica: dalla perfezione e bellezza delle opere di Dio si può pervenire all’infinita bellezza e sapienza di colui che le ha create. Di fatto però molti uomini vivono nell’ignoranza di Dio. Non lo conoscono, perché? La risposta Paolo non la trova nell’intelligenza dell’uomo, ma nella sua volontà. Quando un uomo non è più puro nel cuore, quando si abbandona al vizio e al peccato, quando si lascia avvolgere dalle tenebre, egli altro non fa che soffocare la verità nell’ingiustizia e l’ingiustizia è il suo agire in totale difformità con la giustizia di Dio che è la sua volontà, scritta nel nostro cuore, manifestata attraverso la rivelazione. Da qui l’urgenza di iniziare la via dell’evangelizzazione dei popoli, affinché attraverso l’ascolto della verità e il dono dello Spirito Santo possano entrare nella vera conoscenza di Dio, piena e totale, e godere i frutti della salvezza accogliendo la redenzione di Cristo Gesù.
Altro problema suscitato è quello della coscienza e della legge. Siamo salvati per l’osservanza della giustizia. La conoscenza della giustizia è data dalla coscienza e dalla conoscenza della legge. La coscienza tuttavia non possiede la pienezza della conoscenza della giustizia. La coscienza non illuminata dalla perfezione della verità conosce come a tentoni, a sprazzi. Ma l’uomo non è chiamato ad una giustizia parziale, ad una conoscenza imperfetta, ad una realizzazione a metà di sé, egli è chiamato a compiere tutto il cammino della salvezza che è per ogni uomo vocazione ad essere in tutto conforme all’immagine di Cristo Gesù. Poiché questo può solo avvenire nella conoscenza di Cristo e della sua Parola è più che giusto, anzi necessario che ogni uomo venga a conoscenza di questa verità, venga a sapere chi è Cristo e cosa ha fatto per lui, perché scegliendolo ed accogliendolo e vivendo santamente il suo Vangelo raggiunga la perfezione a cui è stato chiamato fin dall’eternità.
La giustificazione per mezzo della fede al Vangelo, cioè che nasce dall’adesione a Cristo e alla sua Parola di salvezza, è la sola salvezza perfetta. Tutte le altre sono imperfette. Sono imperfette perché non realizzano a pieno il mistero dell’uomo né su questa vita, né nell’eternità. È in questa imperfezione salvifica la ragione profonda per cui ogni cristiano e in modo particolare l’apostolo del Signore e i suoi collaboratori – Vescovo e presbiteri – hanno l’obbligo grave di coscienza di predicare il Vangelo, di annunziare Cristo, di andare per terra e per mare per fare conoscere Lui e la potenza della sua salvezza. Questo non solo per obbedire a Gesù Cristo che li ha chiamati e li ha costituiti missionari della sua Morte e della sua Risurrezione, ma anche per amore dell’uomo. Chi ama veramente l’uomo deve dargli il bene più grande, il bene assoluto, il bene eterno, il solo bene che lo fa veramente essere uomo e questo unico bene è Gesù Cristo, solo Lui e nessun altro, nel suo mistero di morte e di risurrezione.
Gesù è il Redentore di ogni uomo e Lui ha compiuto la Redenzione mentre noi eravamo empi, lontani da Dio, suoi nemici, perché avvolti dal peccato sia originale che attuale. La morte di Gesù per gli empi al tempo stabilito non deve significare in nessun modo che noi dobbiamo restare tali o che saremo comunque salvati perché Cristo è morto per noi. Cristo è morto per gli empi, è morto per il mondo intero. La salvezza si compie nel momento in cui risuona la parola della salvezza e la si accoglie, prestando l’obbedienza alla fede, cioè alla Parola e vivendo secondo la verità in essa contenuta. Dall’empietà ognuno è chiamato a passare nella pietà, nell’amore filiale, lo stesso amore che manifestò Gesù al Padre offrendo a Lui la propria vita per la salvezza del genere umano.
Ci sono pertanto due misteri che si devono compiere nell’uomo. L’uomo attuale non è l’uomo voluto da Dio. Egli non diviene uomo per il semplice fatto di essere concepito, di nascere e di crescere come creatura umana. Ogni uomo che viene in questo mondo è avvolto dal mistero di Adamo, nasce con la sua disobbedienza, nella perdita dei beni divini ed eterni. Nasce come diviso in se stesso. Ogni sua facoltà è come se camminasse per se stessa, ma questa è solo apparenza, poiché la passione, la concupiscenza ha il sopravvento sull’anima; è il corpo che governa l’anima e non viceversa. Quando il corpo governa l’anima, tutto l’uomo cammina di peccato in peccato, di morte in morte, di stoltezza in stoltezza. L’insipienza lo avvolge e lo consuma.
Dal mistero di Adamo ogni uomo deve fare il passaggio nel mistero di Cristo e Cristo è l’uomo che è mosso solo dallo Spirito Santo, secondo la Volontà di Dio. Cristo è l’uomo che ha sottomesso tutto se stesso corpo, anima e spirito a servizio del Padre per la redenzione del mondo. Tutto Egli ha consegnato di se stesso al Padre, niente che è in Lui gli è appartenuto per un solo istante. Questa è la vocazione dell’uomo: diventare in Cristo servo del Padre, mosso dallo Spirito Santo, pronto sempre a compiere il suo volere. Questo è possibile solo per grazia, accogliendo tutta la grazia e la verità che Cristo ha fruttificato per noi sull’albero della croce, nel suo mistero di morte e di risurrezione. Cristo è la perfetta immagine a somiglianza della quale ogni uomo è chiamato a trasformarsi. Senza questa trasformazione egli non compirà il mistero di Cristo in lui che è la sua vocazione eterna. Dio Padre creando l’uomo lo ha creato perché divenisse ad immagine di Cristo suo figlio. Lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, ma lo ha fatto solo come primo momento della creazione dell’uomo, come momento incipiente, il momento perfettivo, momento assoluto, è quello però di divenire ad immagine di Cristo crocifisso e risorto. Questa è la vocazione e questo è il mistero che deve realizzare in sé.
Lo potrà realizzare solo per mezzo dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il primo frutto del mistero pasquale di Cristo Gesù, frutto dato, frutto da dare ad ogni uomo. Lo Spirito Santo è stato dato agli Apostoli, questi dovranno darlo ad ogni uomo, altrimenti il mistero della loro configurazione totale a Cristo Gesù non si compie, non si può realizzare. Lo Spirito viene dato attraverso una duplice via. È dato come Spirito di conversione attraverso la Parola di Cristo annunziata nella santità del missionario del Vangelo. Con la Parola che giunge al nostro orecchio lo Spirito che è nel missionario e che vive in lui operativamente a causa della sua santità, tocca il cuore e lo fa aderire alla Parola della Predicazione. Poi è dato come Spirito di rigenerazione e di conformazione al mistero di Cristo nel Battesimo e negli altri sacramenti. Nel Battesimo compie egli in noi, spiritualmente, il mistero di Cristo. In esso, nelle sue acque, egli ci fa morire al peccato e ci risuscita a vita nuova, muore l’uomo vecchio e nasce l’uomo nuovo. È questo il mistero che lo Spirito realizza per noi nel santo Battesimo. L’uomo conformato ora alla morte e alla risurrezione di Cristo Gesù, sempre mosso dallo Spirito e da Lui guidato, cammina verso la realizzazione piena di Cristo in sé, affinché veramente muoia all’ingiustizia e alla disobbedienza e nasca alla verità e all’ascolto del Padre in ogni suo desiderio. Questo mistero si compie solo alla fine del tempo quando anche nel corpo risuscitato egli sarà reso in tutto simile a Cristo, morto e risorto.
In Cristo tutto il creato è chiamato a ricevere nuova forma, nuova luce, nuova energia. Come il peccato di Adamo ha coinvolto la creazione nella caducità e l’ha costituita strumento di peccato e non di obbedienza, di caduta e non di elevazione, di deperimento e non di innalzamento, così l’obbedienza di Cristo porta la creazione nuovamente nel mistero della verità di se stessa, poiché attraverso la redenzione dell’uomo, anche la creazione è redenta e dall’uomo redento e salvato essa ogni giorno viene messa a servizio della gloria di Dio. Anche per la creazione deve compiersi il mistero della sua totale novità in Cristo, poiché è Cristo risorto il Capo della nuova creazione e questa sarà totalmente rinnovata attraverso la santità del cristiano; gusterà però tutti i frutti della bellezza e della sapienza secondo la quale il Signore l’ha creata, quando saranno creati i cieli nuovi e la terra nuova. Allora veramente tutta la bellezza di Dio si rifletterà in essa, poiché non ci sarà la stoltezza e l’insipienza del peccato dell’uomo a corromperla e a deprimerla, facendola divenire strumento di male e di perdizione.
Cristo è il compimento di tutto il disegno salvifico di Dio. Fuori di Cristo e in assenza di Lui non c’è alcun disegno di salvezza mantenuto in vigore dal Padre celeste. Dell’Antico Israele che ne è attualmente? Tutto l’Antico Israele è divenuto il Nuovo Israele. È la Chiesa l’Israele di Dio, il suo popolo, il popolo che Cristo si è acquistato mediante il suo sangue. Dei figli di Abramo nati secondo la carne e non secondo la fede, perché la fede è solo nella discendenza di Abramo che è Cristo Gesù, cosa ne avverrà? Un giorno anche loro riconosceranno che Gesù è il loro Salvatore e non ne dovranno attendere un altro, perché un altro non c’è. San Paolo sa per scienza ispirata che la non fede dei figli di Abramo in Cristo Gesù avrà un termine. Quando questo avverrà e nessuno lo sa, né può saperlo, la gloria di Dio sarà manifestata nel mondo in modo eminentemente grande. Essa brillerà in tutto il suo fulgore, e questo perché anche i discendenti di Abramo, i figli suoi secondo la carne, avranno riconosciuto che solo in Cristo è la vera discendenza e solo in Lui si diviene suoi veri figli. Quanti non sono in Cristo non possono essere detti discendenti di Abramo secondo la fede, perché la fede di Abramo è Cristo Gesù.
La legge della salvezza è la fede in Cristo. Vale per i pagani, vale anche per i Giudei. La salvezza non viene dalle opere, ma dalla fede. Se venisse dalle opere non sarebbe salvezza in Cristo, sarebbe merito dell’uomo e Cristo non sarebbe il Salvatore universale, il solo redentore dell’umanità, poiché ognuno potrebbe gloriarsi dinanzi a Dio di aver fatto abbastanza per essere giustificato. Non viene dalle opere perché l’uomo è attualmente morto alla grazia e quindi nessuno può operare frutti di santità dal momento che è concepito nel peccato e nel peccato nasce. Che non siano necessarie le opere per essere giustificati, cioè per passare dalla morte alla vita, non significa in alcun caso che non siano necessarie per essere salvati, cioè per entrare nel paradiso. Si è già detto qual è la vocazione dell’uomo: quella di essere conforme all’immagine di Cristo Gesù. Questa conformità è necessaria che sia realizzata, altrimenti non si può entrare nel regno di Dio, non si può godere il frutto della risurrezione gloriosa in Cristo Gesù. Il pericolo della dannazione eterna per coloro che pur avendo creduto non hanno compiuto le opere della fede è così reale, che veramente ognuno deve attendere alla propria santificazione con timore e tremore.
Nasce l’urgenza per ogni cristiano di divenire in vita e in morte in tutto simile a Cristo. Occorre pertanto che si disponga ognuno ad offrire se stesso a Dio in sacrificio spirituale, in tutto come ha fatto Gesù Signore. È questo il vero culto del cristiano. Da qui l’impegno di fare ogni cosa sul modello di Cristo. Chi legge la Lettera ai Romani comprende una verità basilare. Paolo ha dinanzi ai suoi occhi Cristo Gesù nel suo mistero di obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, nel suo mistero di amore, di carità, di pazienza. Guardando Cristo egli traccia l’identità del cristiano e per lui scrive le regole perché questa identità possa essere raggiunta fino alla perfezione assoluta. Il Cristo è il martire della verità e dell’amore del Padre, il cristiano è il martire della verità e dell’amore di Cristo Gesù, nello Spirito Santo.
C’è pertanto una sola via perché il cristiano possa compiere se stesso secondo la sua eterna vocazione: la contemplazione della croce di Cristo Gesù. È l’unica identità possibile da cercare, da realizzare, da insegnare, da mostrare, da predicare. Quando il cristiano cresce e progredisce nella realizzazione della sua identità, egli diviene testimone di Cristo, è testimone non solo perché attesta e dice ciò che Cristo in verità è, perché lui lo ha conosciuto e lo conosce secondo verità, è testimone perché lo mostra al vivo. In fondo solo il cristiano che diviene cristiforme è il vero testimone di Cristo Gesù, è testimone perché lo rivela, lo manifesta, lo rende presente nel mondo, lo fa conoscere all’uomo.
Quando questo avviene dal cuore e dalla vita del cristiano si innalza a Dio l’inno di gloria e di benedizione. La gloria di Dio Padre è Cristo Gesù, morto e risorto. Chi vuole rendere vera gloria a Dio deve divenire in Cristo in tutto simile a Lui, deve morire e risorgere per obbedienza al Padre, per compiere la sua volontà, per amare il Padre sino alla fine con la consumazione totale della sua vita.
Sono solo pochi cenni sul mistero di Cristo e del cristiano contenuto nella Lettera di Paolo Apostolo ai Romani. Leggendo il testo della Lettera, e se lo si ritiene utile, servendosi di appena qualche riflessione che si è riuscita a decifrare e a scrivere in queste pagine, invocando lo Spirito del Signore e lasciandosi aiutare da Colei che più di ogni altra creatura ha compreso il mistero del Figlio Suo, poiché le ha dato la carne e la vita quando il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, sicuramente si crescerà nella conoscenza e dalla conoscenza un nuovo amore per Cristo sgorgherà nel nostro cuore, portato in esso dallo Spirito Santo e nuova luce di Cristo si riverserà nel mondo, per liberarlo dalle sue tenebre e introdurlo nella luce radiosa del Figlio unigenito del Padre.
Che la Madre della Redenzione interceda per noi e mandi dal cielo lo Spirito Santo, suo Mistico Sposo, affinché ci dia la piena conoscenza di Cristo e ci faccia ad immagine perfetta di Lui.

Vivere è conoscere Te, o Cristo Gesù, amare Te, servire Te, gioire per Te, morire per Te, risuscitare in Te, abitare in Te per tutta l’eternità.

Annunciazione di Mikhail Nesterov

Annunciazione di Mikhail Nesterov dans immagini sacre Annunciation_nesterov1

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Publié dans:immagini sacre |on 19 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

IL MISTERO AVVOLTO NEL SILENZIO (cfr. Rm 16,25-27).

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IL MISTERO AVVOLTO NEL SILENZIO

Nella Messa della quarta domenica d’Avvento dell’anno B, come seconda lettura, sono stati proclamati questi versetti con i quali san Paolo conclude la lettera ai Romani: «A colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen» (Rm 16,25-27).

È significativo che in questa dossologia l’Apostolo riprenda l’espressione «obbedienza della fede» con cui ha aperto la lettera (1,5), facendo con essa una vera “inclusione”. In definitiva, san Paolo vuol dirci che tutto il suo ministero apostolico – che egli chiama «il mio Vangelo» (25b) – ha lo scopo di suscitare una risposta di fede anche nei pagani ai quali egli è stato inviato in modo specifico (cfr. Gal 2,7-8).
Se “obbedire” vuol dire mettere in pratica la parola di Dio che si è udita, l’obbedienza della fede di cui parla l’Apostolo trova la sua massima attuazione e il suo modello perfetto nella Vergine Maria, che al lieto annuncio (= vangelo) dell’Angelo rispose: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).
Oggetto della fede è «la rivelazione del mistero» (25c), che la nuova versione dice «avvolto nel silenzio» (25d), mentre tutte le precedenti lo descrivevano “nascosto”, come d’altronde è scritto in Ef 3,8-9. Le vecchie e la nuova versione, però, non si escludono a vicenda, anzi ci rimandano all’oracolo di Isaia 45,15 tradotto sia con: «Veramente tu sei un Dio nascosto», oppure: “un Dio misterioso”, o anche “un Dio che ti nascondi!”. Il Signore, infatti “si nasconde” di proposito, perché ha pietà della sua creatura: «Nessun uomo può vedere Dio e restare vivo» (Es 33,20). Al più a qualcuno è concesso, come a Mosè, di «vederlo di spalle, mentre egli passa» (33,23), cioè nelle opere che egli compie per noi, (come i prodigi dell’Esodo, o “le opere” di cui parla Gesù in Gv 5,36).
Il silenzio di cui si avvolge Dio è dunque il luogo teologico nel quale possiamo incontrarci con Lui. Di esso abbiamo un’immagine nella nube che avvolgeva la sommità del Sinai (Es 19,9); e nella nube che avvolse coloro che sul Tabor vivevano l’evento della Trasfigurazione (Lc 9,34). [Confronta a tal proposito il trattato La nube della non conoscenza, di un mistico inglese del XIV secolo, e la Salita al Monte Carmelo di san Giovanni della Croce].
Rimanendo nella Bibbia, dobbiamo ricordare due grandi personaggi: Elia e Giobbe, i quali per incontrare Dio dovettero passare attraverso la prova, per percepirlo, poi, solo “nel silenzio”. Di Elia è noto ciò che narra il primo libro dei Re al capitolo 19°: «Elia (giunto sull’Oreb) entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì il sussurro di una brezza leggera, (il fruscio di un silenzio leggero). Si coprì la faccia col mantello» (1Re 19,9-13) per adorare la presenza di un Dio “diverso” da quello “sperimentato” sul Carmelo.
Anche Giobbe, che per interi capitoli grida a Dio la ribellione di chi si sente ingiustamente colpito con prove d’ogni sorta, alla fine riconosce «d’essere stato ben meschino» e conclude: «Che ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, ho parlato due volte, ma non continuerò» (Gb 40,4-5). E solo dopo aver accettato di stare in silenzio davanti a Dio, Giobbe intuisce la provvidenzialità delle prove cui è stato sottoposto, e arriva a confessare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).
Sempre da san Paolo sappiamo che «il mistero di Dio è Cristo» stesso (Col 2,2). E lui, Verbo eterno, s’incarna nascendo nel silenzio (l’infanzia è l’età senza parole), e termina la sua esistenza terrena accettando il silenzio della morte. Il silenzio è dunque “l’inclusione” dell’evento Cristo. Gesù è il «mistero, avvolto nel silenzio», rivelatosi a noi “nella pienezza del tempo” (Gal 4,4). Mistero non nel senso delle religioni esoteriche che identificavano i misteri con verità nascoste, rivelate solo agli iniziati, ma nel senso paolino di evento salvifico che attua nell’oggi il progetto di Dio. Non a caso la liturgia del periodo natalizio applica al Natale di Cristo ciò che il libro della Sapienza dice dell’Angelo sterminatore che uccise i primogeniti degli Egiziani: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, [guerriero implacabile,] si lanciò in mezzo a quella terra [di sterminio]» (Sap 18,14-15).
Dunque, il silenzio nel quale dobbiamo addentrarci per gustare l’evento del Natale è molto di più di quell’esercizio ed atteggiamento ascetico che san Benedetto propone ai suoi monaci nel capitolo 6° della Regola «per evitare il peccato», esso è, piuttosto, l’unico luogo che il nostro cuore può offrire all’incarnarsi della Parola di Dio.

p. Salvatore Piga

OMELIA 21 DICEMBRE 2014| 4A DOMENICA AVVENTO ANNO B

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21 DICEMBRE 2014| 4A DOMENICA AVVENTO ANNO B | APPUNTI PER LA LECTIO

« Stillate dall’alto, o cieli, la vostra rugiada! »

L’attesa della Liturgia in questa ormai imminente vigilia di Natale si fa più intensa e commossa.
Lo dice la vibrante antifona iniziale: « Stillate dall’alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto: si apra la terra e germogli il Salvatore ». Il testo è ripreso da Isaia (45,8), nella traduzione latina di san Girolamo, che forza un po’ l’originale, in quanto, introducendo dei termini concreti al posto di quelli astratti dell’ebraico (« Giusto » invece di « giustizia », « Salvatore » invece di « salvezza »), ne fa emergere di più la portata messianica. È un’invocazione al « cielo » e alla « terra » perché producano, con le loro misteriose forze congiunte, il prodigio della venuta del « Giusto » in mezzo a noi. Egli, infatti, sarà « figlio » della « terra » e del « cielo » nello stesso tempo!
Lo dice anche la commossa orazione dopo la comunione, che collega il desiderio dell’attesa all’Eucaristia quale frutto da essa prodotto nel nostro spirito: « O Dio, che ci dai il pegno della vita eterna, ascolta la nostra preghiera: quanto più si avvicina il gran giorno della nostra salvezza, tanto più cresca il nostro fervore, per celebrare degnamente il Natale del tuo Figlio ».

« Il mistero taciuto per secoli eterni » in Dio
Le letture bibliche, poi, di questa Domenica hanno lo scopo evidente di guidare i credenti ad una riflessione più approfondita sul « mistero » di Cristo, Verbo che si è fatto carne nel seno di Maria. Un « mistero », questo, che da sempre Dio ha progettato per la nostra salvezza, anche se soltanto nell’Incarnazione viene « rivelato » agli uomini.
È quanto ci dice san Paolo nella dossologia finale della lettera ai Romani, che è la riflessione teologica più ardita che mai sia stata fatta sulla libera e completamente gratuita benevolenza di Dio verso l’uomo: « A colui che ha il potere di confermarvi secondo il vangelo che io annunzio e il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche, per ordine dell’eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede, a Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli. Amen » (Rm 16,25-27).
Il « mistero » del Natale, dunque, per Paolo, non ci deve immobilizzare, sia pure nella commozione e nel senso di sorpresa, davanti alla contemplazione di Cristo nostro fratello e nostro Salvatore: esso ci deve spingere molto più in là, alla scoperta e all’adorazione del Padre, che « per secoli eterni » ha pensato alla nostra salvezza, « concependo » nella sua mente e nel suo cuore, da sempre, il suo Figlio come « dono » da offrire agli uomini smarriti sulle vie del male e ormai « incapaci » di amore e di fraternità.
Di questo mistero « nascosto dai secoli in Dio » (Ef 3,9), però, noi abbiamo avuto come delle anticipazioni, dei segnali luminosi negli annunci profetici, come ci ricordava or ora san Paolo: « annunziato mediante le scritture profetiche » (Rm 16,26).
E tutto questo perché la luce di Dio non piovesse improvvisa e troppo accecante per gli uomini; ed anche perché si ponessero in attesa amorosa e vigilante delle « promesse » di Dio che, se sono sempre a sorpresa per quanto riguarda le loro scadenze cronologiche, sono però sicure e incrollabili nella loro attuazione.

« Assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere »
Una di queste profezie, più frequentemente ripetute e che attraversa un po’ tutto l’Antico e il Nuovo Testamento, è quella che ci viene riportata nella prima lettura.
È la famosa profezia di Natan sulla permanenza eterna della dinastia davidica sul « trono » d’Israele: « Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il tuo regno… Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio… La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre » (2 Sam 7,12.14.16).
La profezia è formulata in termini così categorici ed assoluti che trascende l’immediato figlio di Davide, cioè Salomone, a cui più direttamente è in qualche maniera rivolta. Quando Natan, infatti, dice: « Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio » (v. 14), è di Salomone che parla. Lo sta a dimostrare quello che segue immediatamente: « Se farà il male, lo castigherò con verga d’uomo e con i colpi che danno i figli d’uomo » (v. 14).
Ciò nonostante, la profezia va oltre ed afferra il più lontano futuro: Salomone non basta ad esaurirla, anche se è come il primo anello di verifica della promessa. Solo il Messia, che nascerà dalla stirpe di Davide, darà significato pieno al misterioso oracolo di Natan.
Su questa linea si muoverà, infatti, la successiva riflessione dei profeti e dei salmisti.
Per i profeti basti qui ricordare Isaia: « Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici » (11,1). Per i salmisti ricordiamo qui il lungo salmo 88, utilizzato proprio dalla Liturgia odierna come responsorio: si tratta di un’accorata preghiera a Dio perché rimanga fedele alla « promessa » fatta a Davide.
Tutto questo riecheggerà nel Nuovo Testamento, che costantemente riallaccia l’origine umana del Cristo con l’ascendenza davidica, come apparirà anche dall’annuncio dell’angelo a Maria, che tra poco commenteremo.
San Paolo esprime questo dato di storia e di fede, nello stesso tempo, quando scriverà che Cristo è « nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti » (Rm 1,3).
La dimensione di « fede » di questo dato « storico » consiste nel fatto che così Dio mantiene le sue promesse, c’è continuità fra Antico e Nuovo Testamento, e soprattutto Cristo perfeziona la sua rappresentanza « vicaria » in rapporto a tutto il « popolo » di Dio, di cui i re d’Israele erano come espressione e sintesi.

« Una casa farà a te il Signore »
Ma nella profezia di Natan c’è un’altra cosa da osservare, che attinge ancora il dato di fede: essa è tutta strutturata sul contrasto fra l’iniziativa di Davide, che vuol costruire « una casa » per il Signore dove rendergli culto, e la controindicazione del profeta che gli preannunzia che sarà invece Dio a « fargli » una « casa », cioè a garantirgli una « discendenza » che non tramonta: « Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?… Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo di Israele mio popolo… Il Signore ti farà grande, poiché ti farà una casa » (2 Sam 7,5.8-9.11).
Dio capovolge dunque i progetti di Davide: l’iniziativa appartiene soltanto al Signore! E anche la « discendenza », che « renderà stabile per sempre » il trono di Davide, appartiene al Signore: è lui che la « costruirà », non legandola per niente alle leggi della riproduzione biologica, che potrebbe anche interrompersi o estinguersi. Quante famiglie, anche assai illustri, si sono estinte nel corso della storia! Se perciò la « promessa » di Dio si è realizzata in Gesù di Nazaret, ciò è dipeso da una forza che trascende la storia, pur essendosi inserita di pieno diritto nel circuito della storia.

« Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù »
È quanto appare dall’incantevole racconto di san Luca, che ci descrive l’annuncio dell’angelo a Maria di Nazaret e che a noi qui interessa soprattutto per la sua dimensione « cristologica » e per l’aiuto che ci offre a predisporre il nostro spirito a celebrare degnamente il mistero dell’Incarnazione, che prima di tutto si è realizzato nel cuore e nel grembo della Vergine. Omettiamo perciò una quantità di questioni critico-storiche, che per il momento non ci interessano.
È certo che, pur essendo Maria la destinataria diretta del messaggio celeste, il centro d’interesse sia del messaggio sia dell’adesione della Vergine è Cristo, che da lei dovrà prendere carne e sangue: « Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine » (Lc 1,30-33).
Sono evidenti qui i rimandi alla profezia di Natan circa la durata del « regno » davidico, che abbiamo poco sopra illustrato, e alla profezia isaiana dell’Emmanuele: « Ecco che la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele » (Is 7,14), cioè « Dio con noi ».
Tutta la storia del passato e anche quella dell’avvenire, in quanto sarà storia di salvezza, è come concentrata in questi pochi attimi di tempo, necessari perché una sconosciuta fanciulla di Nazaret, nel segreto del suo cuore e della sua modestissima abitazione, aderisca al disegno dell’Altissimo. Il fatto che lei stessa imponga al Figlio il nome di « Gesù », cioè « Salvatore », sta a dire che proprio per le sue mani passa la salvezza del mondo.
È altamente lirico, ma anche profondamente vero, questo brano di san Bernardo di Chiaravalle, l’innamorato di Maria: « L’angelo attende la tua risposta… noi pure l’attendiamo, o nostra Signora… Una tua breve risposta basta per ricrearci, in modo che siamo richiamati alla vita… Rispondi una parola e accogli il Verbo; pronunzia la tua parola e concepirai il Verbo divino; emetti una parola sola che passa e stringi il Verbo eterno ».

« Come è possibile? Non conosco uomo »
Ma un’altra cosa ci colpisce in questo così delicato racconto di san Luca: l’insistenza sulla concezione « verginale » di Cristo.
Già all’inizio per ben due volte si parla di Maria come « vergine » (v. 27). E poi c’è la sua esplicita richiesta all’angelo: « Come è possibile? Non conosco uomo » (v. 34). Comunque si vogliano interpretare queste parole, è sicuro che alludono alla concezione « verginale » di Gesù. Infatti la risposta dell’angelo si muove tutta in questo senso: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio… Nulla è impossibile a Dio » (vv. 35.37).
Anche la « verginità » di Maria assume significato solo in riferimento a Gesù: è per questa via, infatti, che egli potrà essere a pieno diritto nostro « fratello », appartenente alla razza umana, ma nello stesso tempo vero « Figlio di Dio » anche nella sua umanità, in quanto essa gli viene, sì, attraverso Maria ma come plasmata e direi fecondata dalla « potenza » dello Spirito, che ricopre della sua « ombra » (v._35) la Vergine come un « tempio ». L’espressione, infatti, richiama la presenza misteriosa di Dio, sotto forma di « nube », prima nella tenda del deserto e poi nel tempio di Gerusalemme. Con questa immagine san Luca vuol dirci che la radice ultima dell’essere profondo di Gesù risale ad una iniziativa divina.
In termini diversi e molto più pregnanti abbiamo qui la dimostrazione concreta di quello che Natan aveva detto a Davide: « Non tu costruirai una casa per me, ma io farò a te una casa »! Cristo è questa nuova « casa », questo nuovo « tempio » aperto a tutti, ma che ha cominciato a costruirsi nel seno stesso di Maria Vergine, diventato anch’esso per nove mesi il « tempio » augusto dello Spirito Santo.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche, Anno B,

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aspettando il Bimbo Gesù

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BENEDETTO XVI: CONFORMATE I VOSTRI SENTIMENTI A QUELLI DI GESÙ – Filippesi (6-11),

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BENEDETTO XVI: CONFORMATE I VOSTRI SENTIMENTI A QUELLI DI GESÙ

Imparare, sentire come sentiva Gesù, conformare il nostro modo di pensare, di decidere, di agire con i sentimenti di Gesù. Se prendiamo questa strada, viviamo bene e prendiamo la strada giusta.

Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questo mercoledì da Benedetto XVI nel corso dell’Udienza generale dedicata al commento del Cantico tratto dalla seconda Lettera di san Paolo ai Filippesi (6-11), “Cristo, servo di Dio”.

* * *

Cristo, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini.

Apparso in forma umana, umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.

Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

1. Ancora una volta, seguendo il percorso proposto dalla Liturgia dei Vespri coi vari Salmi e Cantici, abbiamo sentito risuonare il mirabile ed essenziale inno incastonato da san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2,6-11). Abbiamo già in passato sottolineato che il testo comprende un duplice movimento: discensionale e ascensionale. Nel primo, Cristo Gesù, dallo splendore della divinità che gli appartiene per natura sceglie di scendere fino all’umiliazione della «morte di croce». Egli si mostra così veramente uomo e nostro redentore, con un’autentica e piena partecipazione alla nostra realtà di dolore e di morte.
2. Il secondo movimento, quello ascensionale, svela la gloria pasquale di Cristo che, dopo la morte, si manifesta nuovamente nello splendore della sua maestà divina. Il Padre, che aveva accolto l’atto di obbedienza del Figlio nell’Incarnazione e nella Passione, ora lo «esalta» in modo sovraeminente, come dice il testo greco. Questa esaltazione è espressa non solo attraverso l’intronizzazione alla destra di Dio, ma anche con il conferimento a Cristo di un «nome che è al di sopra di ogni altro nome» (v. 9). Ora, nel linguaggio biblico il «nome» indica la vera essenza e la specifica funzione di una persona, ne manifesta la realtà intima e profonda. Al Figlio, che per amore si è umiliato nella morte, il Padre conferisce una dignità incomparabile, il «Nome» più eccelso, quello di «Signore», proprio di Dio stesso.
3. Infatti, la proclamazione di fede, intonata coralmente da cielo, terra e inferi prostrati in adorazione, è chiara ed esplicita: «Gesù Cristo è il Signore» (v. 11). In greco, si afferma che Gesù è Kyrios, un titolo certamente regale, che nella traduzione greca della Bibbia rendeva il nome di Dio rivelato a Mosé, nome sacro e impronunciabile. Da un lato, allora, c’è il riconoscimento della signoria universale di Gesù Cristo, che riceve l’omaggio di tutto il creato, visto come un suddito prostrato ai suoi piedi. Dall’altro lato, però, l’acclamazione di fede dichiara Cristo sussistente nella forma o condizione divina, presentandolo quindi come degno di adorazione.
4. In questo inno il riferimento allo scandalo della croce (cfr 1Cor 1,23), e prima ancora alla vera umanità del Verbo fatto carne (cfr Gv 1,14), si intreccia e culmina con l’evento della risurrezione. All’obbedienza sacrificale del Figlio segue la risposta glorificatrice del Padre, cui si unisce l’adorazione da parte dell’umanità e del creato. La singolarità di Cristo emerge dalla sua funzione di Signore del mondo redento, che Gli è stata conferita a motivo della sua obbedienza perfetta «fino alla morte». Il progetto di salvezza ha nel Figlio il suo pieno compimento e i fedeli sono invitati – soprattutto nella liturgia – a proclamarlo e a viverne i frutti. Questa è la meta a cui ci conduce l’inno cristologico che da secoli la Chiesa medita, canta e considera guida di vita: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).
5. Affidiamoci ora alla meditazione che san Gregorio Nazianzeno ha intessuto sapientemente sul nostro inno. In un carme in onore di Cristo il grande Dottore della Chiesa del IV secolo dichiara che Gesù Cristo «non si spogliò di nessuna parte costitutiva della sua natura divina, e ciò nonostante mi salvò come un guaritore che si china sulle fetide ferite… Era della stirpe di David, ma fu il creatore di Adamo. Portava la carne, ma era anche estraneo al corpo. Fu generato da una madre, ma da una madre vergine; era circoscritto, ma era anche immenso. E lo accolse una mangiatoia, ma una stella fece da guida ai Magi, che arrivarono portandogli dei doni e davanti a lui piegarono le ginocchia. Come un mortale venne alla lotta con il demonio, ma, invincibile com’era, superò il tentatore con un triplice combattimento… Fu vittima, ma anche sommo sacerdote; fu sacrificatore, eppure era Dio. Offrì a Dio il suo sangue, e in tal modo purificò tutto il mondo. Una croce lo tenne sollevato da terra, ma rimase confitto ai chiodi il peccato… Andò dai morti, ma risorse dall’inferno e risuscitò molti che erano morti. Il primo avvenimento è proprio della miseria umana, ma il secondo si addice alla ricchezza dell’essere incorporeo… Quella forma terrena l’assunse su di sé il Figlio immortale, perché egli ti vuol bene» (Carmina arcana, 2: Collana di Testi Patristici, LVIII, Roma 1986, pp. 236-238).

[Improvvisando, il Papa ha quindi aggiunto:]
Alla fine di questa meditazione vorrei per la nostra vita sottolineare due parole: questo ammonimento di San Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Imparare, sentire come sentiva Gesù, conformare il nostro modo di pensare, di decidere, di agire con i sentimenti di Gesù. Se prendiamo questa strada, viviamo bene e prendiamo la strada giusta. L’altra è la parola di San Gregorio Nazianzieno: “Egli, Gesù, ti vuol bene”. Questa parola di tenerezza è per noi una grande consolazione, un conforto e anche una grande responsabilità giorno per giorno.

LA MARGINALITÀ COME PARADIGMA DELLA VITA DEL CRISTIANO

http://www.monasterodicamaldoli.it/index.php?option=com_content&view=article&id=145%3Ala-marginalita-come-paradigma-della-vita-del-cristiano&catid=39%3Aarticoli-e-segnalazioni&Itemid=125&lang=it

LA MARGINALITÀ COME PARADIGMA DELLA VITA DEL CRISTIANO

Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli
[pubblicato in Ricerca, 3/4 2012, 26-28]

Mi ha sempre colpito un testo di Dietrich Bonhoeffer all’inizio di Sequela, dove parla della vita monastica. Egli afferma che il monachesimo consiste nel “mettersi ai margini” per custodire “la grazia a caro prezzo”, diventando «una protesta vivente contro la mondanizzazione del cristianesimo, contro la riduzione della grazia a merce a poco prezzo».[1] Parlando dei monaci Bonhoeffer afferma: «ai margini della chiesa, si trovava il luogo dove fu tenuta desta la cognizione della grazia a caro prezzo e del fatto che la grazia implica la sequela».[2]
A partire dal Nuovo Testamento ci si potrebbe chiedere se lo stare “ai margini” non sia proprio una condizione del cristiano che vive la sua fede in modo autentico. Infatti, se andiamo a ripercorrere i testi dei Vangeli, possiamo scoprire che Gesù stesso ha vissuto questa condizione di “marginalità” e ha scelto nel suo ministero coloro che erano ai margini della società della sua epoca.
Un uomo del villaggio e del deserto
Innanzitutto proviamo a prendere in considerazione lo spazio abitato da Gesù. Nei Vangeli Gesù è un uomo sempre in cammino, che passa di villaggio in villaggio. Egli privilegia nel suo continuo cammino una regione marginale di Israele, la Galilea. Inoltre egli non entra in grandi città ma in piccoli villaggi. Addirittura se noi prendessimo in considerazione unicamente i racconti evangelici potremmo pensare che all’epoca di Gesù non ci fossero, ad eccezione di Gerusalemme, grandi entri abitati.[3] Invece noi sappiamo bene che in realtà non è così. Si tratta quindi di una scelta di Gesù quella di privilegiare nel suo ministero i villaggi. A questo tema hanno dedicato alcune pagine suggestive M. Pesce e A. Destro nel loro libro L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri.[4] Riferendosi al Vangelo di Marco, essi affermano che Gesù è «un uomo di villaggio che guarda alle grandi città e a tutto il resto della Terra di Israele a partire da un punto di vista periferico e marginale».[5]
Cosa può significare questa preferenza di Gesù per il villaggio? I tentativi di dare una risposta a questa domanda potrebbero essere certamente molteplici, a noi basta fare unicamente una sottolineatura. Il villaggio è luogo marginale, ma non per questo meno importante, della vita sociale. Le città sono il luogo nel quale si prendono le decisioni, dove si governa la vita sociale ed economica. Il villaggio, con la sua marginalità, il suo attaccamento alle tradizioni, la sua naturale resistenza all’anonimato che la vita cittadina può portare con sé, può essere, in qualche, modo una “contestazione” della città, un modo per mettersi ai margini e richiamarle l’attenzione su un’altra possibilità di vita.
Gesù poi non è solamente un uomo del villaggio, ma è anche un abitante del deserto. La missione di Gesù inizia nel deserto, dove lo Spirito lo spinge per fargli vivere la prova (Mc 1,12). Il deserto è luogo marginale per eccellenza. Anche i primi monaci nell’antico Egitto si ritireranno nel deserto per vivere la prova e diventare un richiamo per tutta la Chiesa alla radicalità della sequela del vangelo. Nel deserto Gesù è “messo alla prova” da Satana e lì si rivela come l’uomo secondo il sogno di Dio capace di recuperare l’armonia con il creato (cf. Mc 1,13). Nel deserto Gesù si ritirerà anche al termine della “giornata di Cafarnao” che apre il secondo Vangelo (cf. Mc 1,21-39). Marco narra che Gesù «al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc 1,35). Siamo al termine di una giornata tipo di Gesù nella quale egli ha compiuto opere grandi: ha insegnato nella sinagoga con autorità, ha liberato un indemoniato, ha sanato la suocera di Pietro e molti altri malati della città. Ma al mattino presto Gesù si sottrae alla folla e al successo per ritirarsi in un luogo deserto per pregare. Quando Simone, insieme al altri discepoli, lo troveranno e lo inviteranno a ritornare nel villaggio per continuare l’opera che gli aveva procurato tanto successo e notorietà, Gesù dirà loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». (Mc 1,38). Recandosi in un luogo deserto, ai margini del villaggio, nella preghiera Gesù ritorna al senso più profondo e vero della sua missione – «per questo sono venuto» – e riafferma la signoria di Dio sulla propria vita. Il deserto è per Gesù stesso, per la sua vita “il luogo marginale” nel quale ritrovare il senso delle cose.
Più avanti nel racconto di Marco Gesù inviterà anche i suoi discepoli, di ritorno dalla missione alla quale li aveva invitai, a recarsi in un luogo deserto per riposare (Mc 6,31-32). E’ come se Gesù volesse indicare ai suoi discepoli la necessità di vivere la missione come lui, trovando nel deserto, cioè ai margini, il senso autentico delle loro attività. Nel deserto, raggiunti dalla folla affamata di parola e di pane, dovranno scoprire che il successo della loro missione non dipenderà da grandi azioni e mezzi potenti, ma dalla disponibilità a mettere a disposizione la propria povertà – cinque pani e due pesci (Mc 6,38; cf. anche 8,5) – perché a partire da essa il Signore possa sfamare una folla immensa in modo sovrabbondante.

Amico di pubblicani e di peccatori
Anche dal punto di vista delle relazioni Gesù si presenta come uno che “vive ai margini”. Infatti egli «si sottrae alla propria famiglia e al proprio villaggio, esponendosi a instabilità, incertezze e critiche. Egli è contro la stabilità e contro la certezza. Sceglie una vita che non tende a radicarsi in un tessuto sicuro e confortevole».[6] Nel Vangelo di Luca Gesù è chiamato «amico di pubblicani e di peccatori» (Lc 7,34). Il fatto che chi vede Gesù all’opera possa dire una cosa simile ci dice qualcosa di molto significativo sulle relazioni di Gesù. Se percorriamo l’inizio del Vangelo di Marco – il più antico dei vangeli – questa impressione viene confermata. Basta pensare che il primo gesto pubblico che Gesù compie non è né un miracolo, né un grande discorso inaugurale, ma quello di mettersi in fila con coloro che andavano da Giovanni per farsi battezzare (Mc 1,9-11). Giovanni nel deserto, quindi anche lui ai margini della vita sociale, «proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Mc 1,4). Coloro che andavano da lui quindi si sentivano bisognosi di essere perdonati e di cambiare vita. Da Luca sappiamo che andavano da Giovanni diverse categorie di persone, tra cui i pubblicani, considerati pubblici peccatori. Non è un caso che Gesù inauguri la sua missione con questo gesto e che proprio in questo momento una voce dal cielo lo chiami “mio figlio” e proclami la compiacenza divina per lui (cf. Mc 1,11).
Continuando a percorrere il Vangelo di Marco, troviamo la giornata di Cafarnao. Come abbiamo già detto, in quella giornata Gesù incontra un indemoniato, una donna con la febbre e molti altri malati. Persone quindi che vivono una situazione di limite e spesso anche, se pensiamo alla società dell’epoca, emarginate. Successivamente Gesù guarisce una persona affetta da lebbra (Mc 1,40-45), la persona emarginata per eccellenza (cf. Lv 13,45-46), alla quale era proibito entrare nei centri abitati. Un uomo che viveva ai margini per costrizione e non per scelta. Infine, ma gli episodi potrebbero essere altri, ricordiamo la chiamata di Levi e il successivo banchetto con i peccatori (Mc 2,14-17). In questo episodio emerge, nella comunione di mensa, la solidarietà di Gesù con le persone più emarginate della sua epoca. Notiamo che non si tratta di giustificare “a buon mercato” la condotta sbagliata di alcune categorie di persone, ma di assumere l’atteggiamento del medico venuto per sanare (Mc 2,17).

Fuori della porta della città
La Lettera agli Ebrei ricorda che Gesù è stato crocifisso “fuori della città” (Eb 13,12), cioè ai margini del luogo santo. Gesù stesso quindi, oltre ad essere “solidale” nella sua vita soprattutto con coloro che sono ai margini, nella sua Pasqua subisce la sorte dei malfattori, come un emarginato. Nella passione e morte di Gesù emerge nel modo più forte e provocante la sua scelta di abitare ai margini e di essere l’amico degli emarginati. Negli eventi pasquali si rivela ciò che ha caratterizzato tutta la sua esistenza, la scelta cioè degli ultimi e degli emarginati. In fondo la sua stessa morte è il frutto di una tale scelta. Infatti la decisione di far morire Gesù in Mc 3,6 da parte dei farisei e degli erodiani si colloca proprio al termine di una serie di episodi che pongono in evidenza il comportamento provocatorio di Gesù con il quale egli rivela il volto del Padre.

Uomini e donne del villaggio e del deserto
Quale può essere il senso di questa scelta di marginalità vissuta da Gesù per i suoi discepoli oggi. Essi come il loro maestro devono essere uomini e donni del villaggio e del deserto, abitando ai margini. Questa loro chiamata deve tradursi in scelte concrete non per diventare una “setta di puri” ma per ricordare con la loro testimonianza il gioioso annuncio su Dio che Gesù ha portato ed è stato. Vivere la marginalità non significa separarsi dalla società o ergersi a giudici degli altri, ma permettere a tutti di guardarsi con occhi differenti, di prendere le distanze da una vita che scorre senza più interrogarsi sulla bontà e bellezza delle scelte che si compiono. Dai margini infatti si può richiamare alle cose che veramente contano e che spesso si corre il rischio di perdere di vista.

[1] D. Bonhoeffer, Sequela, (= Opere di Dietrich Bonhoeffer 4), Queriniana, Brescia 20012,31.
[2] Bonhoeffer, Sequela, 30-31.
[3] Cf. A. Destro – M. Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita, Mondadori, Milano 2008, 19.
[4] Cf. Destro –Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, 19-25.
[5] Destro –Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, 22.
[6] Destro –Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, 45.

 

Publié dans:MEDITAZIONI, TEOLOGIA |on 18 décembre, 2014 |Pas de commentaires »
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