Archive pour décembre, 2014

« Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce »

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Publié dans:immagini sacre |on 23 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

TITO 2,11-14; 3,4-7

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TITO 2,11-14; 3,4-7

Carissimo, 11 è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, 12 che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, 13 nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. 14 Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone.
3,4 Quando si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, 5 egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, 6 effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, 7 perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna.

COMMENTO
Tito 2,11-3,7

Battesimo e salvezza in Cristo
La lettera a Tito inizia con il prescritto (1,1-4) a cui fa seguito una breve introduzione riguardante la missione di Tito (1,5-9). Il corpo della lettera inizia e termina con la messa in guardia nei confronti dei falsi dottori (1,10-16; 3,9-11). Al centro si trovano alcune esortazioni pratiche che Tito deve rivolgere ai membri della comunità riguardanti i rapporti fra di loro (2,1-15) e con gli estranei (3,1-8). In ciascuno di questi due brani viene dato ampio spazio alla motivazione teologica. Il brano liturgico riporta anzitutto la motivazione teologica della prima esortazione, riguardante la manifestazione della grazia di Dio (2,11-14) e poi quella della seconda, nella quale è descritta l’opera salvifica di Dio (3,4-7).

La manifestazione della grazia di Dio (Tt 2,11-14)
Dopo aver dato a Tito l’incarico di portare sulla retta via tutti i membri della comunità, l’autore della lettera gli indica il motivo per cui deve impegnarsi a fondo nella sua opera pastorale. Egli si riferisce a un evento di importanza determinante per tutta l’umanità: «È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (v. 11). Tutto è cominciato per iniziativa di Dio, il quale ha manifestato (epefanê) la sua grazia (charis), cioè la sua bontà e il suo amore per gli uomini (cfr. Tt 3,4). Ci troviamo quindi davanti a una epifania divina, che ha avuto luogo nel tempo e nello spazio. Dio manifesta la sua grazia conferendo la «salvezza» a tutti gli uomini. Con il termine «salvezza» (hê sôtêrios) si allude a colui anche è il salvatore, Gesù Cristo (cfr. 2,13; 3,4-5), il quale ha attuato un piano divino di ampiezza universale. Per il Paolo autentico la salvezza di tutta l’umanità era prevalentemente un evento escatologico, cioè che si realizzerà alla fine dei tempi (cfr. Rm 5,1-11; 13,11). Ora invece è diventata una realtà già attuale a cui tutti possono accedere.
Mediante la sua grazia, Dio ha dato una profonda direttiva di vita: «e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (v. 12). L’insegnamento di Dio non consiste in norme o leggi imposte con la sua autorità, ma in una istruzione (paideuô), analoga a quella data dai saggi, che si incarna nella vita e nell’esperienza umana. L’insegnamento di Dio ha come effetto una rottura con il passato, che consiste nel rinnegamento dell’empietà (asebeia), cioè della negazione di Dio, e dei desideri mondani (kosmikai epithymiai), cioè dell’attaccamento alle cose di questo mondo. In positivo esso dà al credente la possibilità di vivere in questo mondo con sobrietà (sôfronôs), giustizia (dikaiôs) e pietà (eusebôs), cioè esercitando correttamente il proprio rapporto con se stesso, con il prossimo e con Dio. Per il Paolo autentico, sullo sfondo del 10° comandamento, la vita cristiana è una lotta contro i desideri della carne (Rm 8,5-8), visti come la manifestazione per eccellenza del peccato. In questa sintesi invece si tratta dei desideri di questo mondo, a cui corrisponde, come antidoto, l’adozione di tre virtù che sono tipiche anche dell’insegnamento morale dei filosofi.
Il comportamento dei credenti ha una forte valenza escatologica: «… nell’attesa della beata speranza (elpis) e della manifestazione (epifaneia) della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (v. 13). La vita cristiana è dunque connotata dalla speranza. Vi sono dunque due epifanie divine, una delle quali ha già avuto luogo mediante la prima venuta di Cristo, mentre la seconda si attuerà in un imprecisato momento futuro mediante il suo ritorno nella gloria. La prima manifestazione dà quindi fondamento alla speranza in un compimento finale. Nella seconda epifania la manifestazione del nostro grande Dio è abbinata a quella del salvatore Gesù Cristo. A prima vista sembra che Dio sia identificato con Cristo: ciò comporterebbe un’affermazione esplicita della divinità di Cristo. Questa interpretazione si fonda sul fatto che un solo e medesimo articolo determinato, tou, è posto davanti a due sostantivi, Dio e Gesù Cristo, collegati con un kai (e), dando così l’impressione che si tratti di due appellativi di un’unica persona. Questa interpretazione però non è condivisa da molti studiosi, secondo i quali l’identificazione di Gesù Cristo con Dio non fa ancora parte della teologia delle pastorali. Resta quindi incerto il significato esatto di questa espressione, la quale però apre comunque la strada a un’affermazione esplicita della divinità di Cristo.
Il motivo per cui è stato assegnato a Cristo il ruolo di salvatore è cosi formulato: «Egli ha dato se stesso per noi (edôken heauton hyper êmôn), per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (v. 14). Il dono di sé praticato da Gesù allude a una funzione sacerdotale, la quale però si attua non in un tempio, ma nella vita: con essa si indica una vita di servizio a Dio e agli uomini spinta fino alle sue ultime conseguenze. Il suo scopo è espresso con due termini: riscattare e purificare. Anzitutto Cristo ci riscatta (lytroô), cioè porta a termine l’opera di Dio descritta nell’AT come una liberazione degli schiavi di cui è autore JHWH in quanto go<el, cioè il parente prossimo che interviene in aiuto di chi è bisognoso, con riferimento agli israeliti schiavi in Egitto (cfr. Es 6,6; Is 41,14); qui però si attua non una liberazione politica, ma unicamente la liberazione dall’iniquità (anomia) (cfr. Rm 3,24; Mc 10,45). In secondo luogo, Cristo «forma» (katharizô, purificare) un popolo di sua proprietà (laos periousios): questa espressione richiama la particolare condizione del popolo eletto dell’AT (cfr. Es 19,5; Dt 7,6; 14,2; 26,18) che ora diventa prerogativa dei credenti in Cristo. Questo popolo nuovo si caratterizza per il fatto di essere pieno di zelo (zêlôtês) per le opere buone. Il compimento delle opere buone (non le «opere della legge») è quindi lo scopo della redenzione. Per ottenere questo scopo, Cristo diventa, con la sua totale dedizione al Padre, modello e guida di quanti credono in lui.
La motivazione teologica termina con una nuova esortazione: «Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità. Nessuno ti disprezzi!» (v. 15).

L’opera salvifica di Dio (Tt 3,4-7)
La seconda esortazione inizia con la descrizione del comportamento che i cristiani sono tenuti ad avere con gli estranei. A tal fine viene riportato un piccolo catalogo che comprende le seguenti virtù: sottomissione alle autorità, compimento delle opere buone, non parlare male di nessuno, evitare le liti, mansuetudine e mitezza verso tutti (vv. 1-2). Per dare più consistenza alle sue parole, l’autore passa poi bruscamente a descrivere la situazione in cui i suoi interlocutori si trovavano prima di essere raggiunti dalla grazia di Dio. A tale scopo si serve di un altro catalogo, questa volta di vizi, ricordando che sia lui che loro un tempo erano «insensati, disobbedienti, corrotti, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda» (v. 3). Con questi termini, in gran parte di repertorio, l’autore non intende descrivere il comportamento dei suoi interlocutori prima della loro conversione e neppure di alcuni di loro, ma semplicemente vuole circoscrivere un comportamento lontano da Dio, comunque si manifesti.
L’autore riprende poi il tema dell’intervento passato di Dio, in forza del quale la situazione dei destinatari è totalmente cambiata: «Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia (vv. 4-5a). In questo testo si tratta della prima manifestazione di Dio, presentato lui stesso come «salvatore» (sôtêr). Ciò che egli ha manifestato sono due dei più importanti attributi che gli competono: la sua «bontà» (chrêstotês) e «amore per gli uomini» (filanthrôpia). Sono essi infatti che lo spingono ad agire in favore dell’umanità.
Lo strumento di cui Dio si è servito per manifestare la sua bontà è stato «un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro» (vv. 5b-6). Con questa frase si fa riferimento al battesimo, che si compie mediante l’acqua e lo Spirito Santo (cfr. Mc 1,8; At 8,36). Di questo dono il mediatore è Gesù Cristo (cfr. At 2,38). Infine viene indicato lo scopo finale di tutta l’opera divina: «affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna» (v. 7). L’eredità è il dono che Dio fa ai suoi figli in seguito alla giustificazione che ha dato loro per mezzo di Cristo. Essa non è ancora conferita nella sua pienezza, ma è oggetto di speranza. Il tema è certamente paolino, ma il Paolo autentico avrebbe parlato piuttosto di «giustificazione mediante la fede» (cfr. Rm 3,21-31).
Come conclusione l’autore sottolinea l’autorevolezza di ciò che ha detto e insiste sulla necessità che i credenti, praticando queste direttive, si sforzino di distinguersi nel fare il bene (v. 8).

Linee interpretative
Al centro di questo testo vi è l’intervento salvifico di Dio che ha avuto luogo una prima volta mediante Gesù Cristo. In esso la grazia di Dio si è manifestata come bontà e amore per gli uomini. Lo scopo di questa manifestazione è stata la formazione di un nuovo popolo redento e purificato mediante il battesimo, che comporta il dono dello Spirito. Ma un giorno ci sarà una nuova manifestazione di Dio mediante Gesù Cristo, che porterà a compimento le promesse, specialmente quella di conferire ai credenti l’eredità. Nel frattempo essi sono chiamati a vivere nella speranza: se Dio ha già dato loro tante grazie, non potrà non realizzare alla fine le promesse fatte.
Nell’attuazione del suo piano di salvezza Dio ha associato a sé Gesù Cristo, mediante il quale egli ha attuato e attuerà alla fine la sua manifestazione all’umanità. L’unione tra Dio e Gesù Cristo è talmente profonda da provocare il passaggio dall’uno all’altro dell’appellativo di salvatore. Anche se non si accetta l’identificazione di Gesù con Dio, bisogna tuttavia riconoscere che l’autore della lettera è già in possesso di una cristologia molto alta, in forza della quale il significato di Gesù si può cogliere solo nel suo rapporto con Dio. Egli però non perde di vista la sua esperienza umana, che si è espressa mediante il dono di sé a Dio in favore degli uomini. Nonostante l’orientamento cultuale di questa espressione, si può ancora intuire la percezione di una vita offerta a Dio in quanto è stata spesa per i fratelli.
Da questo dono di Dio in Cristo deriva per i credenti la possibilità di distaccarsi dai desideri egoistici tipici dell’umanità per vivere una vita santa. L’esercizio delle virtù non deriva dunque né dalla legge né dallo sforzo della volontà, ma da un dono interiore che trasforma l’uomo cambiando in profondità la sua mentalità e spingendolo spontaneamente al bene.
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Omelia Per il Natale 2014: « In questi ultimi giorni Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio »

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25 DICEMBRE 2014| NATALE DI GESÙ – ANNO B | APPUNTI PER LA LECTIO

« In questi ultimi giorni Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio »

Se la Liturgia delle due Messe precedenti (durante la notte e all’aurora) è tutta piena di commozione e di stupore per il mistero della nascita del Figlio di Dio, quella della terza Messa, oltre che di gioia, è carica di lirismo e di contemplazione teologica, la più ardita che si sia mai potuta fare: basti pensare ai due « prologhi » della lettera agli Ebrei e del quarto Vangelo, che ci vengono proposti come seconda e terza lettura!
Anche la colletta coglie in profondità il senso teologico di quanto è avvenuto oggi. Non è soltanto il Figlio di Dio che si è fatto uomo (e già questo è motivo di gioia immensa!), ma è l’uomo che, nel Figlio di Maria, è ormai assunto a vivere la vita stessa di Dio: « O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti, fa’ che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana ».
La redenzione, che oggi incomincia il suo fatidico itinerario, ci ha riportati a dignità più grande di quella che Dio già ci aveva concesso « creandoci » a sua immagine. In Gesù, « impronta della sostanza » del Padre, come ci dirà la lettera agli Ebrei (1,3), l’uomo riacquista anche più nitidamente la sua « rassomiglianza » con Dio.

« E il Verbo si fece carne »
In fin dei conti, è proprio questo messaggio del meraviglioso « prologo » del Vangelo di Giovanni, sul quale avremmo infinite cose da dire e che ora vogliamo leggere soprattutto in chiave natalizia, senza perderci in sottili dettagli esegetici.
E in chiave natalizia mi sembra che il punto culminante di tutto il brano sia rappresentato dal v. 14: « E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità ».
« Farsi carne » non è semplicemente « farsi uomo », diventare uno di noi. Infatti il termine sarx (= carne), corrispondente all’ebraico basàr, non designa tanto l’uomo in genere, quanto l’uomo nella sua condizione di debolezza, di friabilità, di morte, di limite, perfino di peccabilità. Non si poteva perciò esprimere in maniera più forte il realismo dell’Incarnazione e il volontario abbassamento di Cristo: Paolo parlerà addirittura di « svuotamento » o di « spogliamento », che il Figlio di Dio ha fatto di se stesso quando è diventato nostro fratello.
L’Incarnazione, inoltre, non è stata un gesto momentaneo, ma ha realizzato una permanenza di « abitazione » in mezzo a noi. Invece di « venne ad abitare » meglio sarebbe, secondo il testo greco, tradurre « pose la sua tenda (eskénosen) in mezzo a noi », per esprimere sia l’esperienza « peregrinante » di Gesù come gli Ebrei nel deserto, sia la presenza di Jahvè che, nella « tenda » dell’alleanza, convive con il suo popolo. Ormai, in Gesù, Dio si è talmente « avvicinato » all’uomo da diventare uno di noi.

« In principio era il Verbo »
Tutto questo tanto più ci sorprende, se adesso rileggiamo la prima parte del prologo, dove si parla della preesistenza del Verbo presso il Padre e della sua potenza creatrice: « In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste » (Gv 1,1-3).
In formule, via via ampliantisi circolarmente, san Giovanni ci dice che Gesù di Nazaret, che gli uomini hanno incrociato nelle loro strade, portava con sé un enorme mistero: era il Figlio stesso di Dio, di cui come « Parola » fedele (= Verbo) esprimeva e portava tutta la realtà, che da sempre esiste presso il Padre e con lui è l’autore stesso della creazione. Così che nel prodigio dell’Incarnazione egli diventa parte della sua stessa opera: egli, in un certo senso, diventa « fattura » di se stesso! Colui che trascende il tempo e lo spazio, si imprigiona nel tempo e nello spazio.

« E noi vedemmo la sua gloria »
Incarnandosi, perciò, Gesù non è stato promosso ma si è umiliato. Eppure abbiamo sentito che l’evangelista considera tutto questo come un’espressione di « gloria »: « E noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità » (v. 14).
In genere gli esegeti vedono in questo verso un riferimento a certi momenti di manifestazione gloriosa di Gesù, come la sua trasfigurazione, o i suoi « miracoli », che Giovanni chiama anche « segni » (2,11; 4,54; 6,30; ecc.). In realtà, abbiamo l’impressione che Giovanni veda la « gloria » di Dio in Cristo proprio in questo suo farsi uomo, in questo suo discendere nell’abisso della nostra miseria: è qui che si rivela la grandiosità dell’amore di Dio, che si esalta proprio nell’umiliazione che egli fa di se stesso.
Qualcosa di simile a quello che il quarto evangelo insegna della crocifissione che, prima e più della stessa risurrezione, è espressione della « glorificazione » del Figlio: « È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto » (Gv 12,23-24). La « gloria » di Cristo consiste in questo suo farsi « chicco di grano » che « muore », proprio perché solo così apporterà il « frutto » della salvezza a tutti gli uomini.

« Egli era nel mondo, eppure il mondo non lo riconobbe »
Ma proprio perché la « gloria » di Cristo si manifesta in una forma così paradossale e, in fin dei conti, anche ambigua, c’è la possibilità di rimanere scandalizzati davanti a lui e di respingere il « dono » di Dio. È quello che tragicamente si è verificato e che Giovanni mette in evidenza non solo nel prologo ma lungo tutto il suo Vangelo, che è la narrazione di un autentico scontro « drammatico » fra luce e tenebre, vita e morte, amore e odio.
« In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta… Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto » (vv. 4-5.10-11). Il paradosso è che « il mondo » non respinge un estraneo, ma colui che « l’ha fatto »! Peggio ancora: sono quelli della sua stessa famiglia, la « sua gente », che non lo ricevono. Il riferimento, in queste ultime parole (« i suoi », in greco oi ìdioi), è evidentemente ai Giudei del tempo di Gesù, che non lo accolsero né quando venne alla luce a Betlemme di Giudea, né durante la sua vita pubblica, che anzi lo fecero appendere al legno della croce.
In realtà, non è facile « accogliere » Gesù nella pienezza di significato di questo termine: si tratta, infatti, di farne esperienza fino al punto di lasciarsi da lui trasfigurare in quello che è lui, cioè in « figli di Dio ». E questo è un processo che può avvenire solo in forza della « fede », per cui mentre vediamo davanti a noi un semplice fanciullo, o un puro essere umano, in realtà lo accettiamo come il Figlio di Dio che si è abbassato fino a noi per salvarci e farci partecipi della sua « pienezza ».

« A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio »
È quanto ci dice con espressioni altissime Giovanni verso la fine del prologo: « A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati » (vv. 12-13). Il processo generativo, per cui diventiamo figli di Dio, non avviene per la via naturale, a cui alludono i vari elementi qui ricordati (« sangue », « volere di carne », ecc.), ma solo per la potenza dello Spirito, che è stato all’origine della nascita stessa di Cristo.
La « fede », intesa come radicale disponibilità a Dio e al suo disegno di amore, ci permette di entrare in comunione con lui, di accettare la salvezza che egli ci offre in Cristo, « rinascendo » anche noi con lui a vita nuova. È il dono che Cristo ci fa nel suo Natale: qualcosa della sua « pienezza » si travasa anche in noi che così gli diventiamo veramente « fratelli »: « Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo » (vv. 16-17).
Nella festa del Natale perciò noi celebriamo non soltanto la nascita di Gesù, ma anche la rinascita di ciascuno di noi nello spirito dell’adozione « filiale », come insegnerà anche più insistentemente san Paolo.
È questa la grande « rivelazione » che ci ha fatto Gesù venendo in mezzo a noi: « Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato » (v. 18). In lui non abbiamo conosciuto soltanto il volto del Padre, ma abbiamo riconosciuto anche il « nostro » volto, perché ci ha assimilati in tutto a se stesso, fino a farci vivere la sua stessa vita.

« Dio, che aveva già parlato per mezzo dei profeti… »
Anche il prologo della lettera agli Ebrei ci dice che in Cristo è avvenuta la rivelazione ultima e definitiva: « Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo » (Eb 1,1-2).
A differenza della prospettiva giovannea, che tendeva a far vedere l’inabissamento del Verbo, la lettera agli Ebrei vuol farne vedere la grandezza, nonostante l’umiliazione. Perciò ne sottolinea tutti gli elementi di trascendenza. Viene dopo tutti i profeti, perché lui soltanto è la « parola » definitiva; è il « Figlio », e in quanto tale ha il dominio e « l’eredità » di tutto, anche perché è il « creatore » dell’universo (v. 2).

« Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria… »
Riprendendo alcune espressioni che si ritrovano nell’Antico Testamento per descrivere la « sapienza », l’autore della lettera continua: « Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato » (vv. 3-4).
Le immagini dell’ »irradiazione », che ha origine dalla stessa sorgente di luce, e dell’ »impronta » che viene riprodotta fedelmente sulla cera, premendo il sigillo, stanno a dire l’identità di natura tra il Padre e il Figlio, e nello stesso tempo la distinzione delle persone. Proprio per questo, pur essendosi abbassato alla nostra condizione umana per « purificare i nostri peccati » (v. 3), ha diritto di assidersi « alla destra della maestà » di Dio, infinitamente al di sopra degli « angeli » (v. 4).
In fin dei conti, anche se per vie diverse, l’autore della lettera agli Ebrei e san Giovanni convergono nel dirci che l’Incarnazione, pur rappresentando il gesto estremo di umiliazione del Figlio di Dio, è nello stesso tempo la « gloria » più vera e più autentica che Dio poteva procurare a se stesso.

« Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi! »
Si capisce allora anche la gioia prorompente della prima lettura, che nel suo significato più immediato si riferisce al grande annunzio della liberazione degli Ebrei dalla schiavitù babilonese e della restaurazione di Gerusalemme. Si immagina poeticamente che un messaggero venga a darne in anticipo la lieta notizia: « Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: « Regna il tuo Dio »… Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme… » (Is 52,7.9).
Il « regno », di cui hanno parlato a lungo i profeti e i salmisti, è finalmente arrivato con Gesù di Nazaret, che nasce però in maniera tutt’altro che regale. Ma proprio in questa « regalità » velata si manifesta la « potenza » di Dio, che ormai estende la sua salvezza fino agli estremi confini della terra, ben al di là della Gerusalemme terrena: « Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio » (Is 52,10).
Il Natale è davvero la festa dei « paradossi »: nella umiliazione del suo Figlio Dio rivela la sua « gloria », nella debolezza la sua « potenza ». La fede ci aiuta a scoprire in tutto questo lo stile di Dio, che ama più « proporsi » nella semplicità che « imporsi » nella forza agli uomini.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche, Anno B

Buon Natale a tutti!

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Publié dans:immagini sacre |on 22 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

IL MAGISTERO DEL NATALE – DON ALBERIONE E EDITH STEIN: CONVERGENZE

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IL MAGISTERO DEL NATALE – DON ALBERIONE E EDITH STEIN: CONVERGENZE

di ROSARIO F. ESPOSITO

La prima cattedra di Gesù Maestro è la mangiatoia: il nostro fondatore e la filosofa ebreo-tedesca fondamentalmente concordano in questa teoria. G.D.P.H. è una sigla a prima vista complicata: essa è fissata nello stemma originario della Società San Paolo ed appare in testa a molte delle nostre prime pubblicazioni. In latino significa Gloria Deo Pax Hominibus, ed è il coro che gli angeli eseguirono sulla grotta di Betlemme, cioè Gloria a Dio e pace agli uomini. Presenta la dimensione verticale e quella orizzontale della vita e dell’apostolato della Famiglia Paolina in tutte le sue componenti.
UN TEMPO la sigla GDPH era familiare nei diversi gruppi della Famiglia Paolina. Chi ha memoria dello stemma tradizionale disegnato negli anni 30 ed accuratamente commentato dal Primo Maestro nel Carissimi in S. Paolo (p. 207) sa che l’iscrizione delle parole di Betlemme nel cartiglio dello stemma è da lui così illustrato: « Gloria a Dio Pace agli uomini: sono le finalità per cui Gesù Cristo venne a salvarci. Per la Famiglia Paolina non vi sono altri fini ». È difficile aspirare ad una maggiore dignità: si tratta del proposito di totale identificazione con il Divin Maestro. Non a caso in molte circostanze don Alberione promosse l’impegno della cristificazione del battezzato, e tanto più del consacrato.
Nell’Apostolato dell’edizione (2 ed., 1950, ora in corso di ristampa) alle pp. 15-16 egli nell’abituale stile scheletrico scrive: « Fine: la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Ecco il fine specifico dell’apostolato dell’edizione. Quello stesso programma lo cantarono gli angeli sulla capanna di Betlemme: Gloria Deo Pax Hominibus: il programma di Gesù Cristo e della sua vita perenne nella Chiesa. Fine altissimo dunque, fine divino. L’apostolato dell’edizione ha perciò un solo ideale: far regnare Dio nelle anime, ravvivando in esse la fede, se occorre instillandovela: sottomettere a Dio le volontà, portandole all’osservanza della sua legge ».
Nell’Ut perfectus sit homo Dei (vol. I, 375) attesta:  » La nostra vita è sempre iniziata in Gesù Cristo e come Gesù Cristo nel presepio: Gloria ecc. Posso accertare tutti che tutto, solo, sempre è stato fatto alla luce del Tabernacolo ed in obbedienza. Le approvazioni sono buone e possono portare alla santità, e sono conformi ai bisogni dei tempi ».
Un collegamento spirituale salta agli occhi: Gesù volle nascere a Betlemme, che significa Casa del pane; anche nel Tabernacolo il Cristo è stabilmente presente tra gli uomini sotto la specie del pane consacrato.
In questa impostazione della vita e della testimonianza cristiana mi sembra interessante mettere in evidenza la vicinanza del messaggio di don Alberione con quello di santa Edith Stein, la martire di Auschwitz canonizzata lo scorso 11 ottobre. Lei è famosa per l’impostazione della sua teologia sulla scienza della croce, e su questa spiritualità gli studiosi sono molto ricchi di apporti e riflessioni. In questo caso vogliamo invece sostare sulla sua spiritualità natalizia, che è incredibilmente ricca e profonda.
Il Natale della filosofa è in intima correlazione con tutto il mistero cristologico, particolarmente col Calvario e col Tabernacolo, e questo mette in evidenza un’intima concordanza col messaggio di don Alberione, il cui pensiero è ben noto nella Famiglia Paolina, della quale i Cooperatori costituiscono una componente essenziale. Intendiamo rinfrescare questa memoria richiamando alcuni testi particolarmente significativi che evidenziano la dimensione magisteriale del Natale. Dedico anzitutto un po’ di spazio a quello di Santa Edith di Auschwitz.

Farsi piccoli per diventare grandi
Parecchi anni dopo la morte di Edith Stein fu pubblicato un saggio della martire dedicato al mistero del Natale (Rivista di vita spirituale, novembre 1987, p. 565). Vi si legge: « Il Divino Bambino si è fatto maestro e ci ha detto ciò che dobbiamo fare… Bisogna vivere l’intera vita in quotidiana comunicazione con Dio, ascoltare le sue parole e seguirle ». Nei Cammini verso la tranquillità interiore la martire dice: « L’infanzia spirituale consiste nel farsi piccoli e, nello stesso tempo, nel diventare grandi. La vita eucaristica consiste nell’uscire totalmente dalla meschinità della propria esistenza personale per nascere all’immensità della vita di Cristo… Il cammino di Betlemme ci porta immancabilmente al Golgota. Quando la Vergine ha presentato il Bambino al Tempio, le viene annunciato che una spada le avrebbe trapassato l’anima… È l’annuncio dei dolori e della lotta tra la luce e le tenebre, la quale inizia già nella mangiatoia ».
E al momento in cui congedava alcuni amici che le avevano fatto visita mentre era sul punto di salire sul treno che l’avrebbe portata alla camera a gas, disse loro: « Qualunque cosa accada, sono pronta a tutto. Il Bambino Gesù è anche qui in mezzo a noi ».
In una lettera del 2 febbraio 1942, santa Edith esprime alcune considerazioni relative al S. Bambino di Praga. Collega il messaggio natalizio con quello del Regno di Dio, che convive felicemente con la dottrina della sua consorella carmelitana S. Teresa di Lisieux, recentemente dichiarata Dottore della Chiesa: la « piccola via » convive ed opera in armonia con la filosofia e l’intellettualità, ed accentua la dimensione « politica » della sequela del Cristo. « Ieri meditavo davanti al quadro del Gesù Bambino di Praga e mi è venuto da pensare che lui porta le insegne imperiali e non a caso avrà voluto agire proprio a Praga, che per secoli è stata la sede degli imperatori tedeschi, cioè del S. R. Impero… Il Bambino Gesù è venuto proprio quando il dominio politico di Praga stava per finire. Non è lui l’Imperatore segreto che un giorno porrà fine a tutte le guerre? È lui che tiene in mano le redini, anche quando sembra che regnino gli uomini ».

Una parentela teologica e ascetica
È ben chiaro che tra la filosofa ebrea giunta all’onore degli altari ed il fondatore della Famiglia Paolina non c’è stato nessun contatto diretto, né risulta che don Alberione abbia letto qualche opera della Stein, ma la parentela teologica ed ascetica tra i due personaggi è profonda e ricca di testimonianze. Si tratta solo di esplorarne i cammini e di proporli all’attenzione degli studiosi e degli ammiratori così numerosi nel mondo. In don Alberione il richiamo al magistero di Betlemme si può dire che costituisca un fatto di ordinaria amministrazione. Il riferimento a questo mistero gaudioso però non è isolato in sé stesso, ma è strutturalmente impegnato ad evidenziare l’interazione con tutti gli altri misteri della vita del Cristo, come pure il collegamento tra i vari trattati della teologia, in maniera che non si affermi nemmeno l’ombra della settorializzazione o della frammentazione, ma si pongano le basi della sospirata unificazione delle scienze, cominciando da quelle sacre. Lo stesso impegno di interdisciplinarità è presente nel pensiero della filosofa di Auschwitz.
Nelle prime righe dell’Abundantes divitiae gratiae suae (art. 1), tracciando le scaturigini della sua vita spirituale e dello spirito della Famiglia Paolina, don Alberione si riferisce a due testi biblici fondamentali. Il primo è appunto il canto degli angeli, che possiamo permetterci di citare anche solo in sigla: GDPH. L’altro è il salmo 50, cioè il Miserere. In una predica ciclostilata del 1933 egli diceva: « Il presepio per noi è Via, Verità e Vita, come il Crocifisso e l’Ultima Cena. Il Divino Maestro dalla sua cattedra della greppia ci ammaestri, ci renda docili e piccoli discepoli ». Poco più oltre afferma: « Dal presepio parte tutta la luce, quindi tutta la teologia mistica, ascetica, pastorale, morale, dogmatica. Il vero Maestro è Gesù Cristo ».
A suo modo di vedere, la predicazione fatta attraverso gli strumenti tecnologici ed elettronici della comunicazione sociale deve modellarsi sullo schema comunicativo di Betlemme. Nella già citata predica del 1933 diceva ancora: « Il regno di Dio incomincia sempre come il granello di senapa. Così pure tutte le opere che sono soprannaturali e che sono destinate a durare. Beato chi parte dal presepio ». Soggiungeva poi: l’umanità brancolava nel buio, ma « è venuto a visitarci un sole dall’alto per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte… noi conosciamo la via, è il presepio ».
L’argomento di base nella sua riflessione teologica ed apostolica è questo: Gesù prima di parlare, agì. Come dicono i Ss. Padri, cominciò a fare, nei trent’anni della vita nascosta, poi insegnò nei tre anni della via pubblica attraverso la predicazione ed i miracoli.

Una scuola aperta a Betlemme

Il magistero natalizio del Primo Maestro esige di essere illustrato con molto impegno. Dovendo rimanere in limiti ristretti, ricordo che esso trova un’occasione particolarmente favorevole negli auguri natalizi contenuti in tratti rapidi e vigorosi. Essi sono riprodotti nella raccolta Carissimi in San Paolo (p. 1472-1480). Nel 1952 scriveva: « Il Bambino Gesù ci accolga tutti benignamente nella scuola aperta a Betlemme, perché nell’anno liturgico possiamo meglio conoscerlo, amarlo più intimamente e imitarlo nelle virtù religiose ».

La missione di Maria
Nel 1955 metteva in relazione questo mistero con l’opera della Madonna, emblema di quella di tutti i comunicatori, che in realtà perpetuano nel tempo la missione della Madre di Dio: « Maria nostra madre e maestra dal presepio compie il suo sublime apostolato offrendo all’umanità Gesù Maestro divino. Che tutti lo accolgano, che tutti siano arricchiti dei frutti dell’incarnazione e della redenzione ».
In altra occasione accentuò il fatto che Cristo non volle annunciare direttamente il programma redentivo, ma ne affidò l’incarico agli angeli nella notte della sua nascita. I comunicatori trovano in Maria e in questi celesti messaggeri i loro maestri ed i loro modelli. Devono calcare le loro orme nelle diverse situazioni di spazio e di tempo.
Nell’augurio del 1957 la visione magisteriale del Natale è inquadrata in maniera ancora più articolata, nella cornice della vita e della predicazione del Cristo: « La pace tra gli uomini si realizza a misura che l’umanità entra nella scuola di Gesù Maestro, il quale questa scuola l’ha aperta nella grotta di Betlemme, l’ha continuata a Nazareth, nella vita pubblica, nella vita dolorosa, nella vita gloriosa, e la continua nel Tabernacolo. La medesima scuola si perpetua visibilmente nella Chiesa, che è maestra di fede, di morale, di liturgia. Chi fedelmente la segue si trova certamente sulla via della pace e della felicità eterna ».

Publié dans:BEATO GIACOMO ALBERIONE, EDITH STEIN |on 22 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

VERSO IL NATALE CON SAN PAOLO (Anno Paolino)

http://www.stpauls.it/coopera/0810cp/0810cp02.htm

VERSO IL NATALE CON SAN PAOLO (Anno Paolino)

Cari cooperatori e amici,
quest’anno la festività del Natale cade nel mezzo dell’Anno dedicato a San Paolo, voluto da papa Benedetto XVI per la ricorrenza del bimillenario della nascita dell’Apostolo. Al riguardo, nel giugno scorso, ho già proposto su queste pagine alcune riflessioni, richiamando il mandato del beato Giacomo Alberione alla Famiglia Paolina a essere « San Paolo vivo oggi » e invitando « a mostrare, nei fatti e nelle riflessioni, che San Paolo incarna anche oggi un modello affascinante di vivere e comunicare l’esperienza di Cristo ». Aggiungevo che il « farsi tutto a tutti » dell’Apostolo è di indirizzo per la nostra attività pastorale che « valorizza in pieno tutte le forme e i linguaggi della comunicazione attuale per permettere che il Cristo integrale, Via e Verità e Vita, si incontri con la totalità della personalità, mente e cuore e volontà ».

« Quando venne la pienezza del tempo »
Ora, attraverso alcuni testi paolini della liturgia natalizia, vogliamo farci accompagnare da San Paolo e con lui accostarci al mistero che contempliamo: « Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge… perché ricevessimo l’adozione a figli » (Gal 4,4-5). L’Apostolo medita sul mistero, che vela e rivela « la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini » (Tt 2,11); si coinvolge nel mirabile scambio per il quale il Figlio di Dio assume la nostra umanità e la eleva alla dignità divina; vive in sé la gioia dell’uomo fatto figlio di Dio.
Nell’Incarnazione – giacché il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo – trova vera luce il mistero stesso dell’uomo: « Se uno è in Cristo è una creatura nuova »(2Cor 5,17); nell’Incarnazione è radicata l’unità e la solidarietà della famiglia umana: « Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù » (Gal 3,28); la creazione stessa, sottomessa alla caducità (Rm 8,20), è reintegrata nel disegno divino di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1,10).
Annota il nostro Fondatore: « Il Figlio di Dio si fa uomo, si umanizza, e la Chiesa vuole che noi domandiamo la grazia di diventare consorti della divinità, mentre il Figlio di Dio ha voluto essere partecipe della nostra umanità » (Per un rinnovamento spirituale, p. 314).

« Vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo »
Risuoneranno nella Notte santa queste parole dell’Apostolo, che costituiscono un vero programma di vita cristiana. La venuta del Figlio di Dio non può lasciare indifferente il suo discepolo, anzi – dice San Paolo – lo impegna alla conversione: « c’insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo »; e all’orientamento costante della vita verso Dio: « nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo » (Tt 2,12-13).
Commenta Don Alberione: «È volontà di Gesù Cristo che noi viviamo in questo mondo con temperanza, con giustizia e con pietà. Con temperanza: mortificare, cioè, le passioni sregolate; frenare gli occhi, la lingua; frenare ogni cupidigia; frenare l’orgoglio, la sensualità. Bisogna che la letizia sia sempre temperata da quello che è giusto, da quello che è il limite segnato da Dio stesso. Con giustizia. Giustizia verso Dio: « A Dio l’onore e la gloria » (1Tm 1,17). Giustizia verso il prossimo: rispetto vicendevole, rispetto nelle parole e nelle opere. Giustizia che riguarda l’onore e i doni spirituali e i beni corporali. Con pietà: vivere piamente! Questi devono essere giorni di grande pietà: buone Confessioni, buone Comunioni. Sobrie et iuste ac pie vivamus» (Per un rinnovamento spirituale, pp. 308-309).

« Annunziare a tutti le imperscrutabili ricchezze di Cristo »
Mentre i Magi s’appresseranno alla grotta di Betlemme, ci accompagnerà l’assillo di San Paolo per far risplendere il mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, e ora rivelato: « i pagani sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo » (Ef 3,6). Non ci è difficile immaginare l’Apostolo « con l’occhio al panorama geografico del mondo pagano, l’anima tesa giorno e notte agli uomini tutti per comunicare a tutti l’ardore santo che lo consuma e lo trasforma in Gesù Cristo », come scrive il nostro Fondatore (L’Apostolato dell’Edizione, p.350).
Nella missione Paolo sposa le prospettive universali di Gesù, il cui cuore è aperto a tutti; « Venite tutti a me », egli ripete con Gesù percependo la fame spirituale dei popoli e delle nazioni. Direi che il suo ardore deve divorare ciascuno di noi, suoi discepoli e cooperatori nell’apostolato; è lui stesso a dirci: « Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo » (1Cor 11,1).
Guardando all’Apostolo delle genti nell’Anno a lui dedicato (cf Proposizioni 1 e 49), il recente Sinodo sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa ha sollecitato il compito dell’annuncio ai vicini e ai lontani. « I laici – ha detto – sono chiamati a riscoprire la responsabilità di esercitare il loro compito profetico, che deriva loro direttamente dal battesimo, e testimoniare il Vangelo, nella vita quotidiana: in casa, nel lavoro e dovunque si trovino » (Proposizione 38). E riferendosi ai mezzi di comunicazione sociale: « L’annuncio della Buona Notizia trova nuova ampiezza nella comunicazione odierna caratterizzata dall’intermedialità… Il nuovo contesto comunicativo ci consente di moltiplicare i modi di proclamazione e di approfondimento della sacra Scrittura. Questa, con la sua ricchezza, esige di poter raggiungere tutte le comunità, arrivando ai lontani anche attraverso questi nuovi strumenti… Sono, in ogni caso, forme che possono facilitare l’esercizio dell’ascolto obbediente della Parola di Dio (Proposizione 44).
Come vedete, ci sta davanti un campo immenso. Alla nostra ricchezza interiore e creatività pastorale, intinte nella passione paolina per Dio e per l’uomo, è dato il dono di raggiungere i cuori e disporli all’ascolto dell’unico Maestro, Gesù, Via Verità e Vita.

Vi auguro un santo Natale e un proficuo Anno 2009, mentre prego per voi e ringrazio Dio « a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del Vangelo » (Fil 1,3).

Don Silvio Sassi
Superiore generale SSP

 

Publié dans:ANNO PAOLINO, NATALE 2014 |on 22 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

L’Arcangelo Gabriele parla a Maria

L'Arcangelo Gabriele parla a Maria dans immagini sacre archangelgabriels
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Publié dans:immagini sacre |on 20 décembre, 2014 |Pas de commentaires »
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