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BENEDETTO XVI – (TEMA PER IL NATALE, 22.12.2010)

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BENEDETTO XVI – (TEMA PER IL NATALE)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 22 dicembre 2010

Cari fratelli e sorelle!

Con quest’ultima Udienza prima delle Festività Natalizie, ci avviciniamo, trepidanti e pieni di stupore, al “luogo” dove per noi e per la nostra salvezza tutto ha avuto inizio, dove tutto ha trovato un compimento, là dove si sono incontrate e incrociate le attese del mondo e del cuore umano con la presenza di Dio. Possiamo già ora pregustare la gioia per quella piccola luce che si intravede, che dalla grotta di Betlemme comincia ad irradiarsi sul mondo. Nel cammino dell’Avvento, che la liturgia ci ha invitato a vivere, siamo stati accompagnati ad accogliere con disponibilità e riconoscenza il grande Avvenimento della venuta del Salvatore e a contemplare pieni di meraviglia il suo ingresso nel mondo.
L’attesa gioiosa, caratteristica dei giorni che precedono il Santo Natale, è certamente l’atteggiamento fondamentale del cristiano che desidera vivere con frutto il rinnovato incontro con Colui che viene ad abitare in mezzo a noi: Cristo Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. Ritroviamo questa disposizione del cuore, e la facciamo nostra, in coloro che per primi accolsero la venuta del Messia: Zaccaria ed Elisabetta, i pastori, il popolo semplice, e specialmente Maria e Giuseppe, i quali in prima persona hanno provato la trepidazione, ma soprattutto la gioia per il mistero di questa nascita. Tutto l’Antico Testamento costituisce un’unica grande promessa, che doveva compiersi con la venuta di un salvatore potente. Ce ne dà testimonianza in particolare il libro del profeta Isaia, il quale ci parla del travaglio della storia e dell’intera creazione per una redenzione destinata a ridonare nuove energie e nuovo orientamento al mondo intero. Così, accanto all’attesa dei personaggi delle Sacre Scritture, trova spazio e significato, attraverso i secoli, anche la nostra attesa, quella che in questi giorni stiamo sperimentando e quella che ci mantiene desti per l’intero cammino della nostra vita. Tutta l’esistenza umana, infatti, è animata da questo profondo sentimento, dal desiderio che quanto di più vero, di più bello e di più grande abbiamo intravisto e intuito con la mente ed il cuore, possa venirci incontro e davanti ai nostri occhi diventi concreto e ci risollevi.
“Ecco viene il Signore onnipotente: sarà chiamato Emmanuele, Dio-con-noi” (Antifona d’ingresso, S. Messa del 21 dicembre). Frequentemente, in questi giorni, ripetiamo queste parole. Nel tempo della liturgia, che riattualizza il Mistero, è ormai alle porte Colui che viene a salvarci dal peccato e dalla morte, Colui che, dopo la disobbedienza di Adamo ed Eva, ci riabbraccia e spalanca per noi l’accesso alla vita vera. Lo spiega sant’Ireneo, nel suo trattato “Contro le eresie”, quando afferma: “Il Figlio stesso di Dio scese «in una carne simile a quella del peccato» (Rm 8,3) per condannare il peccato, e, dopo averlo condannato, escluderlo completamente dal genere umano. Chiamò l’uomo alla somiglianza con se stesso, lo fece imitatore di Dio, lo avviò sulla strada indicata dal Padre perché potesse vedere Dio, e gli diede in dono lo stesso Padre” (III, 20, 2-3).
Ci appaiono alcune idee preferite di sant’Ireneo, che Dio con il Bambino Gesù ci richiama alla somiglianza con se stesso. Vediamo com’è Dio. E così ci ricorda che noi dovremmo essere simili a Dio. E dobbiamo imitarlo. Dio si è donato, Dio si è donato nelle nostre mani. Dobbiamo imitare Dio. E infine l’idea che così possiamo vedere Dio. Un’idea centrale di sant’Ireneo: l’uomo non vede Dio, non può vederlo, e così è nel buio sulla verità, su se stesso. Ma l’uomo che non può vedere Dio, può vedere Gesù. E così vede Dio, così comincia a vedere la verità, così comincia a vivere.
Il Salvatore, dunque, viene per ridurre all’impotenza l’opera del male e tutto ciò che ancora può tenerci lontani da Dio, per restituirci all’antico splendore e alla primitiva paternità. Con la sua venuta tra noi, Dio ci indica e ci assegna anche un compito: proprio quello di essere somiglianti a Lui e di tendere alla vera vita, di arrivare alla visione di Dio nel volto di Cristo. Ancora sant’Ireneo afferma: “Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini e si fece Figlio dell’uomo, per abituare l’uomo a percepire Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell’uomo secondo la volontà del Padre. Per questo, Dio ci ha dato come «segno» della nostra salvezza colui che, nato dalla Vergine, è l’Emmanuele” (ibidem). Anche qui c’è un’idea centrale molto bella di sant’Ireneo: dobbiamo abituarci a percepire Dio. Dio è normalmente lontano dalla nostra vita, dalle nostre idee, dal nostro agire. È venuto vicino a noi e dobbiamo abituarci a essere con Dio. E audacemente Ireneo osa dire che anche Dio deve abituarsi a essere con noi e in noi. E che Dio forse dovrebbe accompagnarci a Natale, abituarci a Dio, come Dio si deve abituare a noi, alla nostra povertà e fragilità. La venuta del Signore, perciò, non può avere altro scopo che quello di insegnarci a vedere e ad amare gli avvenimenti, il mondo e tutto ciò che ci circonda, con gli occhi stessi di Dio. Il Verbo fatto bambino ci aiuta a comprendere il modo di agire di Dio, affinché siamo capaci di lasciarci sempre più trasformare dalla sua bontà e dalla sua infinita misericordia.
Nella notte del mondo, lasciamoci ancora sorprendere e illuminare da questo atto di Dio, che è totalmente inaspettato: Dio di fa Bambino. Lasciamoci sorprendere, illuminare dalla Stella che ha inondato di gioia l’universo. Gesù Bambino, giungendo a noi, non ci trovi impreparati, impegnati soltanto a rendere più bella la realtà esteriore. La cura che poniamo per rendere più splendenti le nostre strade e le nostre case ci spinga ancora di più a predisporre il nostro animo ad incontrare Colui che verrà a visitarci, che è la vera bellezza e la vera luce. Purifichiamo quindi la nostra coscienza e la nostra vita da ciò che è contrario a questa venuta: pensieri, parole, atteggiamenti e azioni, spronandoci a compiere il bene e a contribuire a realizzare in questo nostro mondo la pace e la giustizia per ogni uomo e a camminare così incontro al Signore.
Segno caratteristico del tempo natalizio è il presepe. Anche in Piazza San Pietro, secondo la consuetudine, è quasi pronto e idealmente si affaccia su Roma e sul mondo intero, rappresentando la bellezza del Mistero del Dio che si è fatto uomo e ha posto la sua tenda in mezzo a noi (cfr Gv 1,14). Il presepe è espressione della nostra attesa, che Dio si avvicina a noi, che Gesù si avvicina a noi, ma è anche espressione del rendimento di grazie a Colui che ha deciso di condividere la nostra condizione umana, nella povertà e nella semplicità. Mi rallegro perché rimane viva e, anzi, si riscopre la tradizione di preparare il presepe nelle case, nei posti di lavoro, nei luoghi di ritrovo. Questa genuina testimonianza di fede cristiana possa offrire anche oggi per tutti gli uomini di buona volontà una suggestiva icona dell’amore infinito del Padre verso noi tutti. I cuori dei bambini e degli adulti possano ancora sorprendersi di fronte ad essa.
Cari fratelli e sorelle, la Vergine Maria e san Giuseppe ci aiutino a vivere il Mistero del Natale con rinnovata gratitudine al Signore. In mezzo all’attività frenetica dei nostri giorni, questo tempo ci doni un po’ di calma e di gioia e ci faccia toccare con mano la bontà del nostro Dio, che si fa Bambino per salvarci e dare nuovo coraggio e nuova luce al nostro cammino. E’ questo il mio augurio per un santo e felice Natale: lo rivolgo con affetto a voi qui presenti, ai vostri familiari, in particolare ai malati e ai sofferenti, come pure alle vostre comunità e a quanti vi sono cari.

Guido Reni, Adoration of the shepherds

 Guido Reni, Adoration of the shepherds dans immagini sacre adoration_of_the_shepherds_reni
http://pedinavaltolla.wordpress.com/2012/12/25/buon-natale-dal-blog-di-pedina-valtolla/adoration_of_the_shepherds_reni/

Publié dans:immagini sacre |on 27 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

SE DIO È UN NEONATO SENZATETTO – GIANFRANCO RAVASI (2007)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_ravasi12.htm

SE DIO È UN NEONATO SENZATETTO – GIANFRANCO RAVASI (2007)

I 21 versetti del « Vangelo di Luca » che descrivono la nascita del Cristo
sono stati sintetizzati da Paolo in una sola espressione:
«Quando venne la pienezza dei tempi,
Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge».
Il « neo-presidente » del « Pontificio Consiglio della Cultura »
spiega perché tutto, in questa storia,
parla di un povertà che racchiude il massimo della potenza, quella divina.

SE DIO È UN NEONATO SENZATETTO
«Il censimento romano, segno di schiavitù,
ci ricorda che Cristo nasce da un popolo oppresso,
e in mezzo a quei poveri che i potenti considerano pedine insignificanti
sullo scacchiere dei loro giuochi politici.
Eppure il figlio di Maria sarà il centro del tempo e della stessa famiglia umana.
Sarà proprio questo bambino povero
a segnare nella storia i secoli in un « prima » e in un « dopo » di lui».

GIANFRANCO RAVASI
(« Avvenire », 16/12/’07)
Il « Simbolo apostolico » professa la fede del Natale così: «Natus de Spiritu Sancto ex Maria Virgine» e il « Credo Niceno Costantinopolitano » che ogni domenica proclamiamo nella liturgia ripete: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo». I ventun versetti del « Vangelo di Luca » (2,1-21), che descrivono gli eventi che accompagnano la nascita del Cristo erano già stati sintetizzati da Paolo in una sola espressione simile a un piccolo Credo: «Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge» (Gal 4,4).
Prima di iniziare il nostro viaggio spirituale all’interno di questi versetti e dei loro temi principali, fermiamoci davanti all’icona della « Madonna del Natale » per abbozzarne e contemplarne i tratti essenziali attraverso alcuni versi della « XIX Ode di Salomone », appartenente a quei quaranta inni che furono ritrovati nel 1905 in un manoscritto siriaco e che costituiscono un documento importante dell’antica poesia cristiana. Anche nel testo di Luca il racconto della nascita di Gesù si allarga lungo due orizzonti « antitetici »: alla povertà estrema della cornice terrestre si associa un’eco cosmica e celeste. Mentre nella narrazione parallela della nascita del Battista la circoncisione era il dato fondamentale così da occupare ben otto versetti, per Gesù la circoncisione occupa un solo versetto contro i venti della nascita. Il Battista conduce al Cristo l’alleanza della circoncisione, il Cristo con la circoncisione accoglie il popolo della prima alleanza divenendone membro, compimento e salvezza. Il Natale è il centro anche del grandioso inno di apertura del « Vangelo di Giovanni »: «Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (1,14).
Il verbo greco che allude alla tenda dell’arca dell’alleanza, « skenoun », contiene le tre consonanti radicali della parola ebraica « Shekinah » (« s-k-n »), il termine con cui il giudaismo definiva la « Presenza » divina nel tempio di Sion, come abbiamo già avuto occasione di ricordare. Il Natale è cantato anche dalla « Lettera agli Ebrei », una potente e monumentale omelia « neotestamentaria », che applica al Cristo il « Salmo 8″, un inno notturno destinato a celebrare l’uomo e la sua grandezza e ora applicato al Cristo, uomo perfetto che entra nella storia per redimerla, strappandola al male.
Il testo di Luca è poi alla base della creatività popolare che sui sobri versetti evangelici ha ricamato arabeschi spesso fantasiosi. Il riferimento scontato è ai vangeli apocrifi, in particolare al « Protovangelo di Giacomo » del III secolo, ma spunti affascinanti si possono cogliere in centinaia di testi cristiani antichi, come in questa dichiarazione messa in bocca a Gesù da parte di uno scritto « gnostico » egizio, l’ »Interpretazione della gnosi »: «Io divenni piccolo perché attraverso la mia piccolezza potessi portarvi in alto donde siete caduti… Io vi porterò sulle mie spalle» (XI, 10,27-34). Solo per evocare la fertilità poetica e spirituale di queste tradizioni popolari, pensiamo che cosa significhi il soggetto del Natale di Cristo nella storia dell’arte, che cosa rappresenti il presepio, quante siano le tipologie orientali e occidentali della Madre Maria col Bambino Gesù! Pensiamo all’accumulo dei particolari attorno a quella scena così essenziale. Ad esempio, il bue e l’asino sono introdotti solo da un apocrifo, lo « Pseudo-Matteo », redatto nel VI-VII secolo; ma già nel IV secolo l’arte li aveva presentati nel sarcofago romano del « Museo Pio » e in quello di « Stilicone » della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.
Origene nel III secolo rimandava a un passo di Isaia (1,3: «Il bue conosce il padrone e l’asino la greppia del suo padrone»), mentre i Padri della Chiesa trovavano nei due animali un curioso simbolismo che San Gregorio di Nazianzo così definisce: «Tra il giovane toro (bue) che è attaccato alla Legge giudaica e l’asino che è gravato dal peccato dell’idolatria pagana giace il Figlio di Dio che libera da entrambi i pesi». Con Francesco e il suo presepio di Greccio i due animali diventano, invece, espressione dell’adorazione e della gioia cosmica per la nascita del Salvatore di ogni cosa. Un anonimo francescano del ’300, autore delle « Meditazioni sulla vita di Cristo » (« Città Nuova », Roma, 1982), immagina allora «il bue e l’asino piegarsi sulle zampe anteriori, sporgere i musi sulla mangiatoia soffiando con le narici, quasi fossero dotati di ragione e capissero che il bambino, così miseramente riparato in quella freddissima stagione, aveva bisogno di essere riscaldato». Secondo il « Physiologus », poi, nella notte del solstizio d’inverno, gli animali selvatici mandano due volte un forte raglio: sarebbe la reazione del diavolo che nella notte santa s’indigna perché col Bambino Gesù sorge il «nuovo giorno» e viene infranta la «potenza delle tenebre».
Il Natale ha poi alimentato la meditazione dei Padri della Chiesa (pensiamo ai « Sermoni del Natale » di Leone Magno), ha generato musiche colte e popolari (« Stille Nacht »; « Tu scendi dalle stelle »; « Adeste, fideles »…), ha trionfato nella liturgia, e nell’Occidente cristiano è divenuto la festa più sentita.

Dopo questa lunga premessa, torniamo al testo lucano per far affiorare lo spirito genuino del Natale del Figlio di Maria, spogliandolo dei rivestimenti fantasiosi e retorici. Cerchiamo anche noi il bimbo di Maria, non tanto per esprimergli tenerezza ma per conoscere il suo mistero. La maternità di Maria ha due coordinate esterne ben dichiarate dall’evangelista.
La prima coordinata è quella « spaziale », legata a Betlemme, «la città di Davide», come dice Luca, nonostante che nell’Antico Testamento questo sia il titolo ufficiale di Gerusalemme (2Sam 5,7.9). Gesù giunge a noi dallo spazio umano, fisico e spirituale della « promessa davidica ». È per questo che in alcune testimonianze dell’arte cristiana non si oppone solo la Gerusalemme terrestre a quella celeste, ma anche la Betlemme terrestre a quella del cielo. Da Betlemme l’umanità viene assunta in Dio. Nello spazio di Betlemme la nostra attenzione si fissa su due punti « topografici ». Il primo è quello del parto di Maria, una mangiatoia per animali probabilmente scavata nella roccia, perché il « katalyma » (in greco «albergo, casa, alloggio, stanza») non aveva spazio per il Signore dello spazio. La tradizione cristiana, sostenuta da San Girolamo che vivrà per decenni a Betlemme, parlerà di una grotta simile a quelle adiacenti alle povere case di allora. Giovanni era nato nella casa sacerdotale del padre, Cristo nasce nell’emarginazione, privo di un guanciale.
Eppure nel racconto di Luca c’è un particolare sottolineato con tenerezza: Maria «avvolse il bambino in fasce e lo depose nella mangiatoia» (v. 7). Del Battista si dice soltanto: «Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio» (1,57).
Attorno a quella grotta, a quel punto dello spazio di Betlemme si erge ora la solenne « Basilica Giustinianea », iniziata però da Elena nel IV secolo. Una basilica ancor oggi intatta perché non mai distrutta, diversamente dalle altre chiese di Terra Santa: i musulmani l’avevano risparmiata perché dedicata anche a Maria, che pure essi veneravano, e i persiani non l’avevano distrutta perché sul frontone avevano visto la sfilata dei Magi coi loro costumi persiani.
L’altro punto topografico che vogliamo evocare è il cosiddetto «campo dei pastori», la campagna circostante a Betlemme percorsa da « seminomadi » pastori. Due residenze provvisorie, due località misere, due segni di quotidiana miseria diventano il centro di una speranza cosmica. È famosa l’iscrizione greca di Priene che usa il termine « evangelo » per la nascita di Augusto: «La nascita del dio (Augusto) ha segnato l’inizio della « buona novella » (« evangelo ») per il mondo». Un evangelo, questo, proclamato in palazzi di marmo e nell’impero più potente del mondo; un evangelo, quello della nascita di Gesù, proclamato in una mangiatoia e tra nomadi: «Vi annunzio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi, vi è nato un salvatore!» (vv. 10-11). Il primo evangelo ben presto genererà cattive notizie di oppressioni, di tasse, di guerre, di schiavitù: l’evangelo di Cristo è «liberazione per i prigionieri, lieto messaggio per i poveri, vista per i ciechi, libertà per gli oppressi» (Lc 4,18).
C’è una seconda coordinata da considerare, quella « temporale ». Essa è scandita dalle ore dell’imperatore Ottaviano Augusto (31 a.C.-14 d.C.) ed è precisata da Luca con l’indicazione del famoso « primo censimento », ordinato dal legato di Siria Quirinio. Non è il caso ora di entrare nel merito della secolare discussione su questa informazione che apparentemente sembra errata, essendo documentato solo un censimento di Quirinio del 6 d.C., quando Gesù aveva ormai dodici anni. È probabile che si tratti di una « prima » operazione censuale, ordinata durante un incarico straordinario ricoperto da Quirinio prima di essere formalmente nominato legato di Siria. Vogliamo solo ricordare che con questi dati appare nitidamente il valore dell’incarnazione, cioè dell’ingresso di Dio negli eventi e nel tempo umano. Efrem il Siro unirà i due estremi del parto da Maria e della morte in croce per esaltare l’incarnazione nella sua realtà: «La sua morte in croce attesta la sua nascita dalla donna. Infatti se un uomo muore, dev’essere pure nato… Perciò la concezione umana di Gesù è dimostrata dalla sua morte in croce. Se uno nega la sua nascita, venga smentito dalla croce» (« Sermone su Nostro Signore », 2). Il censimento romano, segno di schiavitù, ci ricorda che Cristo nasce da un popolo oppresso e in mezzo a quei poveri che i potenti considerano pedine insignificanti sullo scacchiere dei loro giuochi politici.
Eppure il figlio di Maria sarà il centro del tempo e della stessa famiglia umana. Sarà proprio questo bambino povero a segnare nella storia i secoli in un « prima » e in un « dopo » di lui. La liturgia bizantina canta per il Natale del Signore questa bella antifona…
« L’autore della vita è nato dalla nostra carne dalla madre dei viventi. Un bambino da lei è nato ed è il Figlio del Padre. Con le sue fasce scioglie i legami dei nostri peccati e asciuga per sempre le lacrime delle nostre madri. Danza e sussulta, creazione del Signore, poiché il tuo Salvatore è nato…
Contemplo un mistero strano e inatteso: la grotta è il cielo, la Vergine è il trono dei cherubini, la mangiatoia è il luogo dove riposa l’incomprensibile, il Cristo Dio.
Cantiamolo ed esaltiamolo! ».
Attorno al figlio di Maria si raccoglie una serie di spettatori diversi ma tutti convergenti verso quella scena e quella figura.
I primi sono « i pastori » ai quali è riservata una vera e propria annunciazione come a Maria, Giuseppe e Zaccaria: apparizione dell’angelo, l’invito a «non temere», l’annunzio di una nascita straordinaria, il segno della mangiatoia (vv. 9-12). Eppure i pastori erano considerati impuri dal giudaismo ufficiale di allora e quindi erano esclusi dalla vita religiosa pubblica. Essi cercano e trovano, come è indicato dai molti verbi di movimento che percorrono tutto il racconto: «Andiamo… vediamo… conosciamo… andarono senza indugio… trovarono… videro… riferirono… tornarono…». Una costellazione di verbi di ricerca, di rivelazione, di adorazione che rende i pastori primi missionari del Cristo, suoi « evangelizzatori ».
C’è poi un’altra classe di persone, «tutti quelli che udirono», cioè « la folla ». Essi «si stupiscono», restano solo colpiti, la reazione non ha seguito: «Essi ascoltano la parola, la ricevono con gioia, ma non hanno radici» (Lc 8,13).
Ci sono poi « gli angeli » col loro annunzio a cui fa seguito un inno. L’annunzio, presente nel v. 11, sviluppa cinque dati teologici significativi. Il testo suona così: «Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore». Innanzitutto l’«oggi», il presente costante della salvezza, vissuto nella liturgia, espressione della pienezza dei tempi. C’è poi la nascita, che è indizio di un inizio e quindi di una storia concreta; il terzo elemento è lo spazio, la «città di Davide». L’«oggi» eterno di Dio penetra nelle dimensioni « spazio-temporali » dell’uomo per fecondarle e trasfigurarle. Il quarto articolo di fede del Credo angelico è l’affermazione che Cristo è Salvatore (vedi Lc 1,69; Gv 4,42). Il quinto elemento è posto al vertice: Cristo è il « Kyrios », il Signore, il titolo che definiva il Dio dell’Antico Testamento. Come si vede, si proclama già la fede pasquale perché Gesù apparirà veramente come Signore nella sua risurrezione. È interessante notare che l’arte orientale ha reso questo aspetto pasquale del Natale in modo curioso: l’icona russa della « Natività », appartenente alla « Scuola di Novgorod » (XV secolo) rappresenta Gesù bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia che ha la forma di un sepolcro.
Accanto all’annunzio gli angeli pongono un inno, un altro dei cantici del vangelo dell’infanzia di Gesù secondo Luca. È un « carme » che risuonerà nelle nostre liturgie festive: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (v. 14). La gloria è l’adorazione di Dio; Dio si manifesta agli uomini attraverso il suo amore, la sua « eudokía », la sua «buona volontà», il desiderio ardente del bene della sua creatura. Da questo atto di bontà nasce la «pace», il « shalôm » biblico che abbraccia prosperità, gioia, serenità, tranquillità, pienezza di vita. Il bambino di Maria, «principe della pace» (Is 9,5), «è la nostra pace, colui che dei due ha fatto un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, per creare dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce. Egli è venuto, perciò, ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,14-17).
L’ultimo personaggio che è presente alla scena del Natale è la figura più importante, è lei, la « Theotókos », la Madre di Dio, come proclamerà il « Concilio di Efeso ». Maria «serbava tutte queste cose e le meditava nel suo cuore» (v. 19): essa «ha ascoltato la Parola e la conserva in un cuore onesto e buono» (Lc 8,15). Maria conserva e, come dice l’originale greco, «mette insieme», cioè dà un senso a tutto ciò che sta accadendo, scoprendo il piano divino sotteso agli eventi. È la sapiente per eccellenza, che penetra nei segreti della salvezza che Dio ci sta offrendo e che si attuano anche per suo tramite.
Concludiamo la nostra descrizione, associandoci al cantore siro Romano il Melode, nato in Siria attorno al 490, convertitosi al cristianesimo e vissuto come diacono tutta la vita presso il santuario mariano del quartiere «di Ciro» a Costantinopoli, ove fu sepolto dopo il 555 e prima del 562. Romano, secondo la tradizione, avrebbe composto un migliaio di inni; i codici ce ne hanno trasmesso solo 85 e non tutti autentici. Eppure anche questi bastano a rivelarci la statura poetica di questo artefice dell’innografia bizantina, venerato come santo dalle Chiese d’Oriente che lo ricordano il 1° ottobre. I suoi inni, appartenenti al genere detto « kontakion », sono in realtà omelie in poesia. Al Natale sono dedicati tre inni. Nel primo, Romano mette sulle labbra di Maria questo dolcissimo « monologo-dialogo » col Figlio…

« Dimmi, o Figlio, come sei stato seminato in me e come sei nato!
Ti vedo, o mie viscere, e stupisco.
Il mio seno è gonfio di latte e non sono sposa. Ti vedo avvolto nelle fasce e scorgo ancora intatto il sigillo della mia verginità.
Sei tu, infatti, che l’hai serbato tale quando ti sei degnato di nascere, o nuovo Bambino, Dio anteriore ai secoli!
O Re eccelso, che cosa c’è di comune tra te e le nostre miserie?
O creatore del cielo, perché vieni tra noi, uomini della terra?
Ti sei lasciato incantare da una grotta e un presepio ti è caro? (I, 2-3).
Lo Spirito stese le sue ali sul grembo della Vergine ed ella concepì e partorì e divenne madre-vergine con molta sollecitudine.
Rimase incinta e partorì senza dolore un figlio… Lo generò in esempio, lo possedette in grande potenza, lo amò in salvezza, lo custodì nella soavità, lo mostrò nella grandezza.
Alleluia! ».

Presentation of Jesus at the Temple, by Fra Angelico

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http://en.wikipedia.org/wiki/Presentation_at_the_Temples_(Fra_Angelico)

Publié dans:immagini sacre |on 26 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

Sacra Famiglia – Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa

http://liturgia.silvestrini.org/santo/395.html

SACRA FAMIGLIA DI GESÙ MARIA E GIUSEPPE

BIOGRAFIA
La Chiesa considera insieme oggi la Famiglia di Nazaret e la famiglia cristiana, come suo riflesso. Pur nella sua singolarità, la famiglia di Gesù si presenta come « un vero modello di vita », con le sue virtù e con il suo amore.

MARTIROLOGIO
Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, esempio santissimo per le famiglie cristiane che ne invocano il necessario aiuto.

DAGLI SCRITTI…
Sacra Famiglia – Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa
L’esempio di Nazaret

La casa di Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo. Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazaret! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazaret. In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto. Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazaret, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore. (Discorso tenuto a Nazaret, 5 gennaio 1964)

FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA – OMELIA

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/33258.html

OMELIA (28-12-2014)

PADRE ANTONIO RUNGI

UNA FAMIGLIA UNITA INTORNO A GESÙ CRISTO

A leggere i pochi brani del Vangelo che parlano della santa famiglia di Nazaret, si resta meravigliati di quel clima di pace e serenità che si respira in essa. Certo è una famiglia del tutto speciale quella che noi consideriamo in questa domenica, all’indomani della solennità del Natale: è la famiglia terrena di Gesù, dove c’è una Madre, tutta speciale, preservata dal peccato originale, e c’è un padre adottivo tutto speciale, con un cuore grande ed una giustizia costante, a portata di mano. Il perno principale, il pilastro dove si poggia questa famiglia, il punto cardine è proprio Lui, Gesù bambino. Intorno a Lui ruotano, non come pupazzi Maria e Giuseppe, che stanno al gioco delle parti, ma due persone sagge, comprensive e pienamente inserite nel progetto di Dio, che con il loro rispettivo sì, a diverso titolo e collaborazione, hanno permesso al Signore di entrare nella storia di questo mondo. Dio che chiede aiuto a due persone per entrare in questo mondo, nascendo in una famiglia storicamente individuata in quella coppia di giovani sposi che sono Maria e Giuseppe. La nascita straordinaria e prodigiosa di Gesù nel grembo verginale di Maria, per opera dello Spirito Santo, non esautora Giuseppe, lo sposo castissimo di Maria e il padre putativo di Gesù dai suoi obblighi giuridici e religiosi nei confronti del loro figlio. Tanto è vero che oggi, nella liturgia della parola di Dio di questa domenica successiva al solennità del Natale, dedicata alla santa famiglia, troviamo Maria e Giuseppe che presentano il loro Figlio, primogenito ed unigenito, a tempio di Gerusalemme per consacrarlo a Dio, come ci attesta l’evangelista Luca nel brano che ascoltiamo.
Prima icona di questa famiglia: l’unità. Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme. Né la madre delega il padre, né il padre delega la madre a questo rito. Entrambi vanno verso Gerusalemme con il Bambino. Una famiglia quindi che si attiene alla legge, non contravviene alle norme religiose. E qui c’è l’altro aspetto importante di questa icona della santa famiglia che vale la pena sottolineare. Rispettare le leggi religiose e civili è un dovere di tutte le famiglie. Potremmo dire, oggi, educare alla legalità, rispettare quelle leggi che rendono libero il cuore e la vita di ogni uomo, di ogni popolo e di ogni culturale. Maria e Giuseppe sono su questa scia ed osservano le prescrizioni della legge ebraica. Quante famiglie che si dicono cristiane sono in linea e sono osservanti e praticanti della legge del Vangelo?
Cosa avvenne in quel momento, quando Maria e Giuseppe si presentarono al tempio, lo sappiamo dal racconto che di questo evento ne fa l’evangelista Luca. Qui entra in gioco un’altra straordinaria figura e persona che il santo vecchio Simeone. Seguiamo il racconto del Vangelo per gustare la bellezza di questo momento, di questo incontro tra un santo sacerdote e il Salvatore. Immaginiamo solo per un attimo cosa ha provato questo uomo pio sapendo di trovarsi al cospetto di Dio, davanti al Messia atteso dai secoli. Il suo cuore e la sua lingua sono esplosi in un canto di gioia e di ringraziamento, al punto tale, che la gioia più grande della sua vita, ora arrivata, può mettere fine alla sua esistenza terrena. Non ha più nulla di positivo da attendere, nessun’altra speranza da coltivare, nessun’altra attesa da alimentare: tutta la sua vita sta in quel bambino che prende tra le braccia, ricevendolo dalle braccia di Maria, per elevare a Dio l’inno di lode e di ringraziamento per sempre. E’ il celebre canto del Nunc dimittis, del «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti, e gloria del tuo popolo, Israele ». La gioia e la felicità del vecchio Simeone sia la nostra gioia ogni volta che incontriamo Cristo nell’eucaristia, non prendendolo tra le braccia, ma ricevendolo nel nostro cuore, in corpo, sangue, anima e divinità. Noi più fortunati del vecchio Simeone, ma non so fino a che punto con la stessa gioia e con le stese aspettative di vera vita.
Questo momento così intimo della santa famiglia, è poi contrassegnato da una considerazione molto bella che viene attribuita da Luca alla Vergine Maria e a Giuseppe: « Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui ». Lo stupore della bellezza. Il bello ci affascina e ci attrae, la notizia buona ci incoraggia e ci sostiene nella nostra vita quotidiana. Le cose brutte ci deprimono e ci scoraggiano, al punto tale che le evitiamo, per quanto è possibile in tutti i modi.
Non è stato possibile per Maria, in questo momento di gioia della presentazione di Gesù al tempio. Dalla bocca del saggio Simeone, che già ha capito tutto su quel Bambino che sta lì tra le sue braccia, escono parole profetiche che indicano chiaramente anche il dolore e la sofferenza, preannunciando, di fatto, la passione di Cristo, in quel bambino che sta lì e che è proprio Lui, l’atteso Messia, il Servo sofferente di Javhè: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
Un’altra bellissima figura che completa il quadro di una famiglia ben inserita nel contesto dei rapporti religiosi e sociali del tempo è la figura della profetessa Anna, vedova, 84 anni. Il testo del Vangelo ci dice con esattezza che era « figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme ». Una donna di preghiera quindi che nella preghiera attende il Messia. E nella preghiera che riconosce in Gesù il Salvatore. Come dire che la preghiera del cuore fa incontrare Cristo in ogni momento della nostra vita, all’inizio come alla fine della nostra esistenza terrena. Esempio di come alimentare nella famiglia un vero clima di amore e collaborazione: con la preghiera sentita e vera si superano tutte le difficoltà dell’esistenza personale e familiare.
Il resto del racconto della presentazione al tempio di Gesù Bambino, è fissato in poche parole conclusive, nelle quali l’evangelista della santa famiglia che « quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui ». Ritroviamo una famiglia in cammino, che ritorna alle sue origini, che si stabilizza nei luoghi della memoria storica delle loro origini: Giuseppe e Maria di Nazaret e Gesù il Nazareno. Un Gesù sottomesso ai suoi genitori. Un Dio che obbedisce alll’uomo, che segue le indicazioni dei suoi genitori terreni e che non si contrappone a loro, non li ostacola nella loro responsabilità educativa, tranne il caso del rimanere a Gerusalemme, a 12 anni, senza aver avvisato Maria e Giuseppe che sarebbe rimasto lì con uno scopo bene preciso: quello di formare alla esatta interpretazione delle sacre scritture i dottori della legge che pensavano di sapere tutto, quando in realtà non sapevano nulla o non lo sapevano nella giusta misura e nel giusto significato. Gesù è esempio di sottomissione ai genitori e come tale è esempio di obbedienza ai genitori per tutti i figli di tutto il mondo. Purché ci siano genitori che amino i figli e che non li uccidono, come spesso capita ai nostro giorni. I figli sono dono di Dio e quando arrivano vanno amati e protetti, con cuori di madri e padri, come ci ricorda il brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro della Genesi, riguardante la figura di Abramo, il nostro padre nella fede. Dio darà una lunga e grande discendenza a questo uomo desideroso di essere padre e padre di un figlio che fosse il frutto dell’amore coniugale e non della trasgressione: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». E così è stato. Dio ha mantenuto la promessa fatta ad Abramo e alla sua discendenza. Questa straordinaria figura di padre, patriarca e uomo di fede, quale fu Abramo, viene richiamata anche nel testo della seconda lettura di oggi, tratta dalla lettera di San Paolo Apostolo ai Romani, a conferma di una linea interpretativa della figura del patriarca dei patriarchi, che Abramo e in Isacco suo figlio l’anticipazione e prefigurazione del grande mistero della salvezza del genere umano, che verrà portata a compimento da Gesù Cristo, nella sua Pasqua di morte e risurrezione. Il Figlio di Dio sacrificato sul monte Calvario. Il Figlio di Abramo risparmiato sul monte Oreb.
Sia questa la nostra preghiera nel giorno in cui al centro delle nostre orazioni c’è appunta la famiglia, che nella famiglia di Nazaret trova il modello più consono per realizzare il grande sogno dell’amore per tutta la vita e tra tutti i membri della famiglia:

Gesù Bambino, ancora una volta sei sceso tra noi,
nell’annuale ricorrenza della tua nascita,
per portare a tutti noi il tuo messaggio d’amore.
Ancora una volta, ai piedi della tua umile grotta,
ti chiediamo di vegliare sulle nostre famiglie
segnate da tante prove e situazioni dolorose,
assistite, come per Te, dalle amorevoli cure di Giuseppe e Maria.

Tu che hai parlato al cuore delle persone semplici,
come i pastori e da loro hai avuto una risposta
generosa di amore e di socializzazione,
fa’ che nelle nostre famiglie
si viva con semplicità ed accoglienza reciproca
l’avventura spirituale dell’amore coniugale e familiare.

Tu che hai accolto benevolmente i sapienti del tuo tempo
anch’essi alla ricerca di una stella e di un orientamento,
fa’ che le persone che governano i popoli e le nazioni,
e impegnate nella politica, nell’economia e nella cultura,
facciano l’opzione fondamentale per la famiglia,
fondata sul matrimonio, unico ed indissolubile, tra uomo e donna,
e aperta all’amore per tutta la vita.

Tu che sei sfuggito alla strage degli innocenti
decretata da un Erode assettato di sangue e di potere,
difendi le nostre famiglie dalle stragi quotidiane,
sempre più ricorrenti ed aberranti,
di piccoli, giovani, anziani, padri, madri,
conseguenza di una cultura violenta
che stenta ad essere debellata
in un mondo dominato dall’odio,
dalla superbia e dal risentimento.

Solo Tu dalla Grotta di Betlemme,
con la potente mano di Dio quale sei,
puoi fermare quanti usano le loro mani,
per offendere e distruggere la famiglia,
per ammazzare e rubare nelle case,
per imbrogliare e corrompere i nuclei familiari,
per delinquere e alimentare il malaffare
distruggendo le famiglie con condizionamenti di ogni tipo.

Poni nel cuore delle persone oneste,
che sono la maggior parte sulla terra,
la forza necessaria per lottare
contro i mali dell’era contemporanea,
e sostieni il cammino di pace e di giustizia sociale,
che sono i valori maggiormente in grado
di ridare dignità alla famiglia naturale ed umana.

L’intercessione di Maria, Tua e nostra dolcissima Madre,
e di San Giuseppe, custode attento e giusto di Te, Gesù,
Redentore dell’uomo, possano ottenere dal Padre Celeste,
con la salutare illuminazione dello Spirito Santo,
di ridonare alle nostre famiglie italiane e di tutto il mondo
la gioia di vivere unite in pace e in armonia con Dio,
con il creato e con tutti gli esseri umani. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

2HOURS TOP SAXOPHONE MELODIES,CHRISTMAS,SNOW IN FOREST-SILENT NIGHT

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Publié dans:MUSICA SACRA |on 24 décembre, 2014 |Pas de commentaires »
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