TITO 2,11-14; 3,4-7

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TITO 2,11-14; 3,4-7

Carissimo, 11 è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, 12 che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, 13 nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. 14 Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone.
3,4 Quando si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, 5 egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, 6 effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, 7 perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna.

COMMENTO
Tito 2,11-3,7

Battesimo e salvezza in Cristo
La lettera a Tito inizia con il prescritto (1,1-4) a cui fa seguito una breve introduzione riguardante la missione di Tito (1,5-9). Il corpo della lettera inizia e termina con la messa in guardia nei confronti dei falsi dottori (1,10-16; 3,9-11). Al centro si trovano alcune esortazioni pratiche che Tito deve rivolgere ai membri della comunità riguardanti i rapporti fra di loro (2,1-15) e con gli estranei (3,1-8). In ciascuno di questi due brani viene dato ampio spazio alla motivazione teologica. Il brano liturgico riporta anzitutto la motivazione teologica della prima esortazione, riguardante la manifestazione della grazia di Dio (2,11-14) e poi quella della seconda, nella quale è descritta l’opera salvifica di Dio (3,4-7).

La manifestazione della grazia di Dio (Tt 2,11-14)
Dopo aver dato a Tito l’incarico di portare sulla retta via tutti i membri della comunità, l’autore della lettera gli indica il motivo per cui deve impegnarsi a fondo nella sua opera pastorale. Egli si riferisce a un evento di importanza determinante per tutta l’umanità: «È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (v. 11). Tutto è cominciato per iniziativa di Dio, il quale ha manifestato (epefanê) la sua grazia (charis), cioè la sua bontà e il suo amore per gli uomini (cfr. Tt 3,4). Ci troviamo quindi davanti a una epifania divina, che ha avuto luogo nel tempo e nello spazio. Dio manifesta la sua grazia conferendo la «salvezza» a tutti gli uomini. Con il termine «salvezza» (hê sôtêrios) si allude a colui anche è il salvatore, Gesù Cristo (cfr. 2,13; 3,4-5), il quale ha attuato un piano divino di ampiezza universale. Per il Paolo autentico la salvezza di tutta l’umanità era prevalentemente un evento escatologico, cioè che si realizzerà alla fine dei tempi (cfr. Rm 5,1-11; 13,11). Ora invece è diventata una realtà già attuale a cui tutti possono accedere.
Mediante la sua grazia, Dio ha dato una profonda direttiva di vita: «e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (v. 12). L’insegnamento di Dio non consiste in norme o leggi imposte con la sua autorità, ma in una istruzione (paideuô), analoga a quella data dai saggi, che si incarna nella vita e nell’esperienza umana. L’insegnamento di Dio ha come effetto una rottura con il passato, che consiste nel rinnegamento dell’empietà (asebeia), cioè della negazione di Dio, e dei desideri mondani (kosmikai epithymiai), cioè dell’attaccamento alle cose di questo mondo. In positivo esso dà al credente la possibilità di vivere in questo mondo con sobrietà (sôfronôs), giustizia (dikaiôs) e pietà (eusebôs), cioè esercitando correttamente il proprio rapporto con se stesso, con il prossimo e con Dio. Per il Paolo autentico, sullo sfondo del 10° comandamento, la vita cristiana è una lotta contro i desideri della carne (Rm 8,5-8), visti come la manifestazione per eccellenza del peccato. In questa sintesi invece si tratta dei desideri di questo mondo, a cui corrisponde, come antidoto, l’adozione di tre virtù che sono tipiche anche dell’insegnamento morale dei filosofi.
Il comportamento dei credenti ha una forte valenza escatologica: «… nell’attesa della beata speranza (elpis) e della manifestazione (epifaneia) della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (v. 13). La vita cristiana è dunque connotata dalla speranza. Vi sono dunque due epifanie divine, una delle quali ha già avuto luogo mediante la prima venuta di Cristo, mentre la seconda si attuerà in un imprecisato momento futuro mediante il suo ritorno nella gloria. La prima manifestazione dà quindi fondamento alla speranza in un compimento finale. Nella seconda epifania la manifestazione del nostro grande Dio è abbinata a quella del salvatore Gesù Cristo. A prima vista sembra che Dio sia identificato con Cristo: ciò comporterebbe un’affermazione esplicita della divinità di Cristo. Questa interpretazione si fonda sul fatto che un solo e medesimo articolo determinato, tou, è posto davanti a due sostantivi, Dio e Gesù Cristo, collegati con un kai (e), dando così l’impressione che si tratti di due appellativi di un’unica persona. Questa interpretazione però non è condivisa da molti studiosi, secondo i quali l’identificazione di Gesù Cristo con Dio non fa ancora parte della teologia delle pastorali. Resta quindi incerto il significato esatto di questa espressione, la quale però apre comunque la strada a un’affermazione esplicita della divinità di Cristo.
Il motivo per cui è stato assegnato a Cristo il ruolo di salvatore è cosi formulato: «Egli ha dato se stesso per noi (edôken heauton hyper êmôn), per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (v. 14). Il dono di sé praticato da Gesù allude a una funzione sacerdotale, la quale però si attua non in un tempio, ma nella vita: con essa si indica una vita di servizio a Dio e agli uomini spinta fino alle sue ultime conseguenze. Il suo scopo è espresso con due termini: riscattare e purificare. Anzitutto Cristo ci riscatta (lytroô), cioè porta a termine l’opera di Dio descritta nell’AT come una liberazione degli schiavi di cui è autore JHWH in quanto go<el, cioè il parente prossimo che interviene in aiuto di chi è bisognoso, con riferimento agli israeliti schiavi in Egitto (cfr. Es 6,6; Is 41,14); qui però si attua non una liberazione politica, ma unicamente la liberazione dall’iniquità (anomia) (cfr. Rm 3,24; Mc 10,45). In secondo luogo, Cristo «forma» (katharizô, purificare) un popolo di sua proprietà (laos periousios): questa espressione richiama la particolare condizione del popolo eletto dell’AT (cfr. Es 19,5; Dt 7,6; 14,2; 26,18) che ora diventa prerogativa dei credenti in Cristo. Questo popolo nuovo si caratterizza per il fatto di essere pieno di zelo (zêlôtês) per le opere buone. Il compimento delle opere buone (non le «opere della legge») è quindi lo scopo della redenzione. Per ottenere questo scopo, Cristo diventa, con la sua totale dedizione al Padre, modello e guida di quanti credono in lui.
La motivazione teologica termina con una nuova esortazione: «Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità. Nessuno ti disprezzi!» (v. 15).

L’opera salvifica di Dio (Tt 3,4-7)
La seconda esortazione inizia con la descrizione del comportamento che i cristiani sono tenuti ad avere con gli estranei. A tal fine viene riportato un piccolo catalogo che comprende le seguenti virtù: sottomissione alle autorità, compimento delle opere buone, non parlare male di nessuno, evitare le liti, mansuetudine e mitezza verso tutti (vv. 1-2). Per dare più consistenza alle sue parole, l’autore passa poi bruscamente a descrivere la situazione in cui i suoi interlocutori si trovavano prima di essere raggiunti dalla grazia di Dio. A tale scopo si serve di un altro catalogo, questa volta di vizi, ricordando che sia lui che loro un tempo erano «insensati, disobbedienti, corrotti, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda» (v. 3). Con questi termini, in gran parte di repertorio, l’autore non intende descrivere il comportamento dei suoi interlocutori prima della loro conversione e neppure di alcuni di loro, ma semplicemente vuole circoscrivere un comportamento lontano da Dio, comunque si manifesti.
L’autore riprende poi il tema dell’intervento passato di Dio, in forza del quale la situazione dei destinatari è totalmente cambiata: «Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia (vv. 4-5a). In questo testo si tratta della prima manifestazione di Dio, presentato lui stesso come «salvatore» (sôtêr). Ciò che egli ha manifestato sono due dei più importanti attributi che gli competono: la sua «bontà» (chrêstotês) e «amore per gli uomini» (filanthrôpia). Sono essi infatti che lo spingono ad agire in favore dell’umanità.
Lo strumento di cui Dio si è servito per manifestare la sua bontà è stato «un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro» (vv. 5b-6). Con questa frase si fa riferimento al battesimo, che si compie mediante l’acqua e lo Spirito Santo (cfr. Mc 1,8; At 8,36). Di questo dono il mediatore è Gesù Cristo (cfr. At 2,38). Infine viene indicato lo scopo finale di tutta l’opera divina: «affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna» (v. 7). L’eredità è il dono che Dio fa ai suoi figli in seguito alla giustificazione che ha dato loro per mezzo di Cristo. Essa non è ancora conferita nella sua pienezza, ma è oggetto di speranza. Il tema è certamente paolino, ma il Paolo autentico avrebbe parlato piuttosto di «giustificazione mediante la fede» (cfr. Rm 3,21-31).
Come conclusione l’autore sottolinea l’autorevolezza di ciò che ha detto e insiste sulla necessità che i credenti, praticando queste direttive, si sforzino di distinguersi nel fare il bene (v. 8).

Linee interpretative
Al centro di questo testo vi è l’intervento salvifico di Dio che ha avuto luogo una prima volta mediante Gesù Cristo. In esso la grazia di Dio si è manifestata come bontà e amore per gli uomini. Lo scopo di questa manifestazione è stata la formazione di un nuovo popolo redento e purificato mediante il battesimo, che comporta il dono dello Spirito. Ma un giorno ci sarà una nuova manifestazione di Dio mediante Gesù Cristo, che porterà a compimento le promesse, specialmente quella di conferire ai credenti l’eredità. Nel frattempo essi sono chiamati a vivere nella speranza: se Dio ha già dato loro tante grazie, non potrà non realizzare alla fine le promesse fatte.
Nell’attuazione del suo piano di salvezza Dio ha associato a sé Gesù Cristo, mediante il quale egli ha attuato e attuerà alla fine la sua manifestazione all’umanità. L’unione tra Dio e Gesù Cristo è talmente profonda da provocare il passaggio dall’uno all’altro dell’appellativo di salvatore. Anche se non si accetta l’identificazione di Gesù con Dio, bisogna tuttavia riconoscere che l’autore della lettera è già in possesso di una cristologia molto alta, in forza della quale il significato di Gesù si può cogliere solo nel suo rapporto con Dio. Egli però non perde di vista la sua esperienza umana, che si è espressa mediante il dono di sé a Dio in favore degli uomini. Nonostante l’orientamento cultuale di questa espressione, si può ancora intuire la percezione di una vita offerta a Dio in quanto è stata spesa per i fratelli.
Da questo dono di Dio in Cristo deriva per i credenti la possibilità di distaccarsi dai desideri egoistici tipici dell’umanità per vivere una vita santa. L’esercizio delle virtù non deriva dunque né dalla legge né dallo sforzo della volontà, ma da un dono interiore che trasforma l’uomo cambiando in profondità la sua mentalità e spingendolo spontaneamente al bene.
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Publié dans : Lettera a Tito, NATALE 2014 |le 23 décembre, 2014 |Pas de Commentaires »

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