IL MISTERO AVVOLTO NEL SILENZIO (cfr. Rm 16,25-27).

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IL MISTERO AVVOLTO NEL SILENZIO

Nella Messa della quarta domenica d’Avvento dell’anno B, come seconda lettura, sono stati proclamati questi versetti con i quali san Paolo conclude la lettera ai Romani: «A colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen» (Rm 16,25-27).

È significativo che in questa dossologia l’Apostolo riprenda l’espressione «obbedienza della fede» con cui ha aperto la lettera (1,5), facendo con essa una vera “inclusione”. In definitiva, san Paolo vuol dirci che tutto il suo ministero apostolico – che egli chiama «il mio Vangelo» (25b) – ha lo scopo di suscitare una risposta di fede anche nei pagani ai quali egli è stato inviato in modo specifico (cfr. Gal 2,7-8).
Se “obbedire” vuol dire mettere in pratica la parola di Dio che si è udita, l’obbedienza della fede di cui parla l’Apostolo trova la sua massima attuazione e il suo modello perfetto nella Vergine Maria, che al lieto annuncio (= vangelo) dell’Angelo rispose: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).
Oggetto della fede è «la rivelazione del mistero» (25c), che la nuova versione dice «avvolto nel silenzio» (25d), mentre tutte le precedenti lo descrivevano “nascosto”, come d’altronde è scritto in Ef 3,8-9. Le vecchie e la nuova versione, però, non si escludono a vicenda, anzi ci rimandano all’oracolo di Isaia 45,15 tradotto sia con: «Veramente tu sei un Dio nascosto», oppure: “un Dio misterioso”, o anche “un Dio che ti nascondi!”. Il Signore, infatti “si nasconde” di proposito, perché ha pietà della sua creatura: «Nessun uomo può vedere Dio e restare vivo» (Es 33,20). Al più a qualcuno è concesso, come a Mosè, di «vederlo di spalle, mentre egli passa» (33,23), cioè nelle opere che egli compie per noi, (come i prodigi dell’Esodo, o “le opere” di cui parla Gesù in Gv 5,36).
Il silenzio di cui si avvolge Dio è dunque il luogo teologico nel quale possiamo incontrarci con Lui. Di esso abbiamo un’immagine nella nube che avvolgeva la sommità del Sinai (Es 19,9); e nella nube che avvolse coloro che sul Tabor vivevano l’evento della Trasfigurazione (Lc 9,34). [Confronta a tal proposito il trattato La nube della non conoscenza, di un mistico inglese del XIV secolo, e la Salita al Monte Carmelo di san Giovanni della Croce].
Rimanendo nella Bibbia, dobbiamo ricordare due grandi personaggi: Elia e Giobbe, i quali per incontrare Dio dovettero passare attraverso la prova, per percepirlo, poi, solo “nel silenzio”. Di Elia è noto ciò che narra il primo libro dei Re al capitolo 19°: «Elia (giunto sull’Oreb) entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì il sussurro di una brezza leggera, (il fruscio di un silenzio leggero). Si coprì la faccia col mantello» (1Re 19,9-13) per adorare la presenza di un Dio “diverso” da quello “sperimentato” sul Carmelo.
Anche Giobbe, che per interi capitoli grida a Dio la ribellione di chi si sente ingiustamente colpito con prove d’ogni sorta, alla fine riconosce «d’essere stato ben meschino» e conclude: «Che ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, ho parlato due volte, ma non continuerò» (Gb 40,4-5). E solo dopo aver accettato di stare in silenzio davanti a Dio, Giobbe intuisce la provvidenzialità delle prove cui è stato sottoposto, e arriva a confessare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).
Sempre da san Paolo sappiamo che «il mistero di Dio è Cristo» stesso (Col 2,2). E lui, Verbo eterno, s’incarna nascendo nel silenzio (l’infanzia è l’età senza parole), e termina la sua esistenza terrena accettando il silenzio della morte. Il silenzio è dunque “l’inclusione” dell’evento Cristo. Gesù è il «mistero, avvolto nel silenzio», rivelatosi a noi “nella pienezza del tempo” (Gal 4,4). Mistero non nel senso delle religioni esoteriche che identificavano i misteri con verità nascoste, rivelate solo agli iniziati, ma nel senso paolino di evento salvifico che attua nell’oggi il progetto di Dio. Non a caso la liturgia del periodo natalizio applica al Natale di Cristo ciò che il libro della Sapienza dice dell’Angelo sterminatore che uccise i primogeniti degli Egiziani: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, [guerriero implacabile,] si lanciò in mezzo a quella terra [di sterminio]» (Sap 18,14-15).
Dunque, il silenzio nel quale dobbiamo addentrarci per gustare l’evento del Natale è molto di più di quell’esercizio ed atteggiamento ascetico che san Benedetto propone ai suoi monaci nel capitolo 6° della Regola «per evitare il peccato», esso è, piuttosto, l’unico luogo che il nostro cuore può offrire all’incarnarsi della Parola di Dio.

p. Salvatore Piga

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