Archive pour novembre, 2014

OMELIA 23 NOV. 2014 | 34A DOMENICA: CRISTO RE A

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/34a-Domenica-Cristo_Re-A-2014/12-34a-Dom-Cristo_Re-A-2014-SC.htm

23 NOV. 2014 | 34A DOMENICA: CRISTO RE A | T. ORDINARIO | APPUNTI PER LECTIO DIVINA

« ALLORA IL RE DIRÀ A QUELLI CHE STANNO ALLA SUA DESTRA… »

La Liturgia chiude oggi il suo ciclo con gli splendori della festa di Cristo « Re dell’universo ».
L’istituzione di questa festa è recente: la proclamò Pio XI con la enciclica Quas primas, alla fine dell’Anno Santo del 1925.1 La sua origine, però, è molto più lontana. Risale a Cristo stesso che, alla domanda di Pilato se davvero egli fosse re, rispose: « Tu lo dici: Io sono re » (Gv 18,37), anche se si affrettò a precisare che « il suo regno non è di questo mondo » (v. 36). Nell’Apocalisse, a Giovanni appare un misterioso personaggio che cavalca un cavallo bianco e « porta scritto sul mantello e sul femore un nome: « Re dei re e Signore dei signori » (Ap 19,16).
Se la Chiesa ce la ripropone a conclusione dell’anno liturgico, si è perché « la regalità di Cristo sintetizza liturgicamente e spiritualmente il ciclo del nostro culto annuale, e propone alla nostra vita religiosa una meditazione globale stupenda e sconfinata. La nostra cristologia si fa cristocentrica… Essa è la chiave per comprendere il Vangelo, se davvero il Vangelo è, come sappiamo, l’annuncio e l’inaugurazione nel tempo, nell’umanità, nella vita della Chiesa del regno di Dio; la regalità è la veste che ci aiuta a penetrare il mistero di Cristo nella sua profondità ineffabile (cf Ap 1,12ss), nella sua estensione cosmica,2 nella sua formulazione teologica… Troveremo nella celebrazione della regalità di Cristo i motivi per adorarlo nella sua divinità, per avvicinarlo nella sua umanità; troveremo, sì, la sua maestà e la sua potestà, ma altresì la sua centralità effusiva dello Spirito santificante e attrattiva d’ogni umano destino; troveremo il Capo, il Maestro, il Salvatore, il Verbo incarnato, l’Agnello di Dio, Sacerdote e Vittima d’infinita bontà ».3Come si vede, una festa che di fatto sintetizza tutta la nostra fede e anche la nostra vita quale espressione della fedeltà e dell’amore dovuti a Cristo, che per noi è « tutto ».
« Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo »
Le letture bibliche odierne sono state scelte con fine sensibilità e contribuiscono a darci un quadro abbastanza completo del « senso » della « regalità » di Cristo, che non è pura affermazione della sua sovranità e del suo dominio sugli uomini e sulle cose: essa è anche questo, ma è soprattutto affermazione del suo « amore », della sua premura verso di noi, è volontà di « associarci » alla sua gloria. In altre parole: la sua regalità è una regalità « partecipativa », a cui egli invita tutti i credenti.
È quanto vediamo nella prima lettura, in cui il profeta Ezechiele, dopo aver rimproverato aspramente i re di Giuda e i capi del popolo, che invece di « pascere » Israele « nutrono » col latte delle pecore se stessi (34,3), preannuncia che Dio toglierà dalle loro mani il suo gregge e lo pascolerà da se stesso con animo di vero « pastore », riportandolo dalla terra d’esilio.
Non si dimentichi che l’immagine del « pastore », nel patrimonio letterario dell’antico Oriente e della Grecia antica, viene adoperata per esprimere la dignità « regale ». Anche qui Dio si presenta come Re-Pastore, diverso però da tutti gli altri: un Re che non domina, ma « serve » il suo gregge. Perciò va alla ricerca della pecora smarrita, cura quelle più deboli e ferite, di tutte si prende cura. Una « regalità di amore », dunque, non di dominio e tanto meno di sfruttamento.
Interessante però è notare che verso la fine del capitolo Jahvè, che pur si è presentato come pastore, promette di inviare uno che ne faccia come le « veci » e che egli chiama col nome simbolico di Davide: « Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore… » (Ez 34,23). È una evidente allusione al Messia; e noi sappiamo come di fatto Gesù si sia presentato come « il buon pastore » (Gv 10,11-18), che va alla ricerca della pecorella smarrita.4
Non è perciò nel torto la Liturgia che, pur facendoci leggere un brano in cui si parla di Jahvè, ci invita a intravedere al di là di lui il volto stesso di Cristo, che ha esercitato la sua « regalità » nell’amore e nella donazione, fino alla morte, per il suo gregge.
Se è una regalità nell’amore, quella di Cristo, non cessa per questo di essere anche una regalità di « giudizio ». È quanto troviamo affermato nell’ultimo versetto: « A te, mio gregge, dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri » (34,17). Tutto il grandioso scenario del giudizio finale, descrittoci da Matteo (25,31-46), si trova in embrione in questo testo di Ezechiele. La regalità di Cristo salva, ma può anche condannare!
« Bisogna che egli regni finché non abbia posto tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi »
Anche il testo di Paolo, propostoci come seconda lettura, celebra la regalità di Cristo, che si afferma però nella tensione e nella lotta: il « regno », che Cristo si sarà conquistato, sarà finalmente consegnato al Padre, « dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza » (1 Cor 15,24). Si tratta certamente di tutte le « potenze » ostili al regno di Dio, celesti e terrestri nello stesso tempo.5
Nel contesto, da cui è ripreso il nostro brano, Paolo sta trattando della risurrezione dei morti, che per lui è implicita e come reclamata dalla risurrezione di Cristo: « Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto » (1 Cor 15,16). Nella risurrezione di Cristo, però, Paolo vede un gesto di potenza, di regalità sovrana, che si pone al di sopra della stessa inesorabile legge della morte. Cristo dunque è « re » soprattutto perché ha vinto la « morte », presa qui nel suo significato più vasto di devastazione, di fallimento radicale dell’uomo, non solo nella sua fisicità ma anche nella sua spiritualità, e come segno del dominio incontrollato di Satana nel mondo e sugli uomini.
Cristo, però, associa tutti noi a questa vittoria quale « nuovo » Adamo, cioè quale capo spirituale della « nuova » umanità: « Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo » (1 Cor 15, 21-22).
Si noti l’ultima espressione al futuro (« riceveranno la vita »): è una realtà, quella della nostra risurrezione corporea, che dovrà verificarsi nel tempo avvenire. Ma non per questo è meno sicura! L’immagine della « primizia » (vv. 20-23), applicata al Cristo risorto, vuole infatti dire che come i « primi » frutti della terra sono la « garanzia » del raccolto che seguirà più tardi, così avverrà per la nostra risurrezione: Cristo, risorto per primo, ci trascinerà quasi fatalmente nel suo trionfo regale (vv. 20.23-26).
Il regno di Cristo, dunque, non è ancora completo: « l’ultimo nemico », infatti, non è stato « annientato », perché ancora la morte, nel senso ampio che abbiamo sopra detto, continua a devastare gli spiriti e i corpi.
Questo sta a significare che il regno ha una sua essenziale componente « escatologica », che trascende tutte le possibili tappe o realizzazioni storiche che di esso si possono verificare, anche all’interno della Chiesa.
Anzi c’è di più! Il regno stesso di Cristo, secondo Paolo, sarà in un certo senso trasceso da una realtà più grande, cioè dalla « sovranità » diretta e immediata del Padre su tutta la realtà cosmica, ivi incluso Cristo: « E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa perché Dio sia tutto in tutti » (v. 28).
L’ultima espressione dà veramente il senso dell’infinito, anche per la quasi impossibilità in cui si trovano i traduttori di renderla in tutta la sua pregnanza: « Perché Dio sia tutto in tutti ». Non è certo una forma di « panteizzazione » che insegna qui Paolo; ma è altrettanto vero che Dio si renderà presente e trasparente nello spirito e nel corpo di tutti i redenti, così come in tutta la realtà creata, ad analogia di quanto è avvenuto in Cristo.
Questa sovranità ultima e definitiva di Dio passa dunque ancora per Cristo: è lui che offrirà noi, insieme a se stesso, al Padre. Senza di noi egli non avrebbe un « regno » da offrire a Dio, il che significa che non siamo soltanto « sudditi », ma anche « conregnanti » insieme a lui.
« Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare »
Lo stesso concetto affiora anche nella meravigliosa pagina del Vangelo che conclude il « discorso escatologico » di Gesù, in cui egli ci si presenta come « re » e « giudice » nello stesso tempo. A quelli che avranno la fortuna di trovarsi alla sua destra dirà: « Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo » (Mt 25,34).
Il « regno » qui non può essere se non la piena partecipazione alla sua « regalità », che Cristo offre ai suoi eletti come ricompensa per il loro fedele servizio. Qualcosa di analogo all’ »autorità » concessa a coloro che hanno ben trafficato i talenti: « Bene, servo buono e fedele, …sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone » (Mt 25,21.23).
Più che regnare, Cristo vuole « con-regnare » con i suoi. E questo non soltanto nella fase escatologica, ma anche nello svolgimento della storia, proprio perché essa sia preparazione, faticosa ma costante, della sua definitiva « sovranità » su tutto e su tutti.

Il « giudizio » ultimo, infatti, che Cristo pronuncerà sulle azioni degli uomini, sarà relativo allo spazio di amore che essi avranno fatto alla sua « persona » nel corpo e nel cuore affranto dei fratelli. La sua « regalità » non esplode all’improvviso: si prepara lentamente nelle azioni di ogni giorno. « Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi… In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25,35-36.40).
Gli studiosi disputano sulla identità di quei « fratelli più piccoli », nei quali gli altri uomini hanno saputo conoscere, o meno, il Cristo presente. Per alcuni si tratterebbe dei missionari cristiani, che anche altrove Gesù chiama « piccoli » e « fratelli » (cf Mt 18), osteggiati oppure bene accolti dai « pagani », che sarebbero rappresentati appunto da « tutte le genti » (in greco pánta éthne) che egli « raduna davanti a sé » (25,32) per il giudizio ultimo. Nonostante alcune buone ragioni, siamo però del parere che si tratti piuttosto dei « poveri », dei bisognosi, degli abbandonati o emarginati in genere, a prescindere che siano cristiani o meno. Quello che li accomuna è la loro situazione di miseria e di abbandono da parte degli altri.
« Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli… »
L’elenco che enumera affamati, assetati, forestieri, nudi, ecc., ripete gli schemi tradizionali delle opere di misericordia previste dalla Bibbia.6 Quello che è nuovo, invece, è il motivo che dà valore al gesto di carità o ne rende estremamente grave il rifiuto, e cioè la « presenza di Cristo » nei poveri e nei bisognosi: « Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?… Rispondendo il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me… Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me » (vv. 37.40.45).
Come spiegare questa misteriosa quasi identificazione di Cristo con quelli che egli chiama i suoi « fratelli più piccoli », perché più deboli, più trascurati, respinti al margine della società?
Prima di tutto per una specie di connaturalità di destino: anch’egli infatti è stato povero; peggio ancora, è stato conculcato, oppresso, respinto, emarginato dalla società del suo tempo e da quelle di tutti i tempi, anche il nostro. In secondo luogo, perché dovunque c’è una ingiustizia, una miseria, una sofferenza, un rigetto, c’è anche una situazione di peccato, di dissoluzione morale: ed egli è venuto precisamente per « togliere il peccato del mondo » (Gv 1,29), denunciando e condannando il male dovunque si trovi. Per questo è vicino a chiunque soffre ingiustizia, sia da parte degli altri uomini che da parte delle strutture sociali, politiche, economiche e anche religiose.
In questo senso si può vedere facilmente come l’accettazione di Cristo significhi la rivalutazione dell’uomo, il riconoscimento di una dignità impressa nel cuore e nel corpo sfigurato di ogni fratello. La « regalità » di Cristo è nello stesso tempo la proclamazione della « regalità » di tutti gli uomini, che egli è venuto a salvare e ha costituito « figli di Dio », e perciò degni di ogni rispetto.
Proprio per questo bisogna fare « posto » a Cristo nel mondo: solo accettando lui, si « promuove » veramente la dignità dell’uomo e si va incontro a tutti i suoi bisogni e ai suoi desideri più profondi.
È l’invito che papa Giovanni Paolo II ha rivolto al mondo nel giorno della inaugurazione del suo Pontificato: « Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!… Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa « cosa c’è dentro l’uomo ». Solo lui lo sa! » (22 ottobre 1978).

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

St-Catherines-Orthodox-Church

St-Catherines-Orthodox-Church  dans immagini sacre St-Catherines-Orthodox-Church

http://www.orthodoxroad.com/category/prayer-2/

Publié dans:immagini sacre |on 20 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO : UNA LOTTA BELLISSIMA

http://m.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20141030_una-lotta-bellissima.html

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

UNA LOTTA BELLISSIMA

Giovedì, 30 ottobre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.249, Ven. 31/10/2014)

La vita del cristiano «è una milizia» e ci vogliono «forza e coraggio» per «resistere» alle tentazioni del diavolo e per «annunciare» la verità. Ma questa «lotta è bellissima», perché «quando il Signore vince in ogni passo della nostra vita, ci dà una gioia, una felicità grande». Riflettendo sulle parole di Paolo nella Lettera agli Efesini (6, 10-20) e sul «linguaggio militare» da lui adoperato, Papa Francesco, nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 30 ottobre, ha parlato di quella che i teologi hanno definito la «lotta spirituale: per andare avanti nella vita spirituale si deve combattere».
C’è bisogno di «forza e coraggio», ha spiegato anzitutto il Pontefice, perché non si tratta di un «semplice scontro» ma di un «combattimento continuo» contro il «principe delle tenebre». È quel serrato confronto, ha ricordato il Papa, che veniva richiamato dal catechismo, nel quale «ci hanno insegnato che i nemici della vita cristiana sono tre: il demonio, il mondo e la carne». Si tratta della lotta quotidiana contro «la mondanità» e contro «invidia, lussuria, gola, superbia, orgoglio, gelosia», tutte passioni «che sono le ferite del peccato originale».
Qualcuno potrebbe allora chiedersi: «Ma la salvezza che ci dà Gesù è gratuita?». Sì, ha risposto Francesco, «ma tu devi difenderla!». E, come scrive Paolo, per farlo bisogna «indossare l’armatura di Dio», perché «non si può pensare a una vita spirituale, a una vita cristiana» senza «resistere alle tentazioni, senza lottare contro il diavolo».
E pensare — ha constatato Francesco — che hanno voluto farci credere «che il diavolo fosse un mito, una figura, un’idea, l’idea del male». Invece «il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui». Lo ricorda san Paolo, «la parola di Dio lo dice», eppure sembra che «noi non siamo tanto convinti» di questa realtà.
Ma com’è fatta questa «armatura di Dio»? Qualche dettaglio ce lo fornisce l’apostolo: «State saldi, dunque, state saldi, attorno ai fianchi la verità». Quindi occorre innanzitutto la verità, perché «il diavolo è il bugiardo, è il padre dei bugiardi»; poi, continua Paolo, occorre indossare «la corazza della giustizia»: infatti, ha spiegato il vescovo di Roma, «non si può essere cristiani, senza lavorare continuamente per essere giusti».
E ancora: «I piedi, calzati e pronti a propagare il Vangelo della pace». Difatti «il cristiano è un uomo o una donna di pace» e se non ha la «pace nel cuore» c’è in lui qualcosa che non va: è la pace che «ti dà forza per la lotta».
Infine, si legge nella Lettera agli Efesini: «Afferrate sempre lo scudo della fede». Su questo dettaglio si è soffermato il Pontefice: «Una cosa che ci aiuterebbe tanto sarebbe domandarci: Ma come va la mia fede? Io credo o non credo? O credo un po’ sì e un po’ no? Sono un po’ mondano e un po’ credente?». Quando recitiamo il Credo, lo facciamo solo a «parole»? Siamo consapevoli, ha chiesto Francesco, che «senza fede non si può andare avanti, non si può difendere la salvezza di Gesù?».
Richiamando il brano evangelico di Giovanni, al capitolo nono, in cui Gesù guarisce il ragazzo che i farisei non volevano credere fosse cieco, il Papa ha fatto notare come Gesù non chieda al ragazzo: «Sei contento? Sei felice? Hai visto che io sono buono?», ma: «Tu credi nel Figlio dell’uomo? Tu hai fede?». Ed è la stessa domanda che rivolge «a noi tutti i giorni». Una domanda ineludibile perché «se la nostra fede è debole, il diavolo ci vincerà».
Lo scudo della fede non solo «ci difende, ma anche ci dà vita». E con questo, dice Paolo, potremo «spegnere tutte le frecce infuocate del maligno». Il diavolo infatti «non ci butta addosso fiori» ma «frecce infuocate, velenose, per uccidere».
L’armatura del cristiano, ha continuato il Papa, è composta anche dall’«elmo della salvezza», dalla «spada dello Spirito» e dalla preghiera. Lo ricorda san Paolo: «in ogni occasione, pregate». E lo ha ribadito il Pontefice: «Pregate, pregate». Non si può, infatti, «portare avanti una vita cristiana senza la vigilanza».
Per questo la vita cristiana può essere considerata «una milizia». Ma è, ha affermato il Papa, «una lotta bellissima», perché ci dà «quella gioia che il Signore ha vinto in noi, con la sua gratuità di salvezza». Eppure, ha concluso, siamo tutti «un po’ pigri» e «ci lasciamo portare avanti dalle passioni, da alcune tentazioni». Ma anche se «siamo peccatori» non dobbiamo scoraggiarci, «perché c’è il Signore con noi, che ci ha dato tutto» e ci farà «anche vincere questo piccolo passo di oggi», la nostra battaglia quotidiana, con la «grazia della forza, del coraggio, della preghiera, della vigilanza e la gioia».

PAOLO, UN « INATTUALE » PERENNE

http://www.stpauls.it/vita/0706vp/0706vp46.htm

PAOLO, UN « INATTUALE » PERENNE

di VINCENZO VITALE

Vita Pastorale n. 6 giugno 2007

Studi specialistici di ogni genere hanno affrontato la figura e l’opera dell’apostolo delle genti. L’ultimo libro è di un grande studioso di san Paolo, Jerome Murphy O’Connor, e si intitola Paolo. Un uomo inquieto, un apostolo insuperabile. L’autore, in una veste narrativa, che non rinuncia alla ricostruzione storica di ambienti e situazioni, presenta un ritratto realistico e vivo di Paolo. Proteso in avanti, ma anche vivamente inserito in precise coordinate storico-culturali.
La vicenda biografica e i temi teologici dell’apostolo Paolo sembrano appassionare gli studiosi – tanto che ogni anno escono articoli e monografie specialistiche –, ma un po’ meno i divulgatori e il grande pubblico, anche se non manca ogni tanto qualche opera del genere « giornalistico » (ad esempio Paolo di Tarso di Dreyfus). È ancora più raro che a uno studioso esperto venga l’idea di una « riscrittura » in forma narrativa di quanto ha esposto altrove in forma « accademica ». È quanto ha fatto invece Jerome Murphy O’Connor, un’autorità da decenni nel campo degli studi paolini, docente all’École Biblique di Gerusalemme, con Paolo. Un uomo inquieto, un apostolo insuperabile (San Paolo 2007, pp. 322, € 22,00).
L’autore aveva già all’attivo, infatti, un ponderoso studio, Vita di Paolo (Paideia 2003, pp. 480; titolo originale: Paul. A critical life, 1997): un’opera davvero ricca, ma anche densa e zeppa di discussioni e note faticose per un lettore medio.
L’ultimo libro ha il pregio di presentare un ritratto estremamente realistico di Paolo e della sua parabola apostolica (la personalità, vista nel vivo dell’interazione con eventi, persone, situazioni), dell’accuratezza storica nell’ambientazione, del piacere della narrazione che, con estrema naturalezza, sa inserire digressioni storiche, notizie su città e ambienti.
Vita di san Paolo(IX secolo). In alto: punta estrema della penisola iberica. Paolo progettava un viaggio fin là.
Vita di san Paolo(IX secolo). In alto: punta estrema della penisola iberica.
Paolo progettava un viaggio fin là (foto Lores Riva).

Un quadro realistico e vivo
Curiosando un po’ tra opere degli anni ’40 su Paolo, troviamo titoli eloquenti: Dux Verbi. L’apostolo delle Genti (1942) di Vincenzina Battistelli; L’Apostolo Paolo (1939), di Joseph Holzner (un classico all’epoca), il cui titolo originale (tedesco) suonava Paolo. Una vita d’eroe al servizio di Cristo (1937). Basta leggerne alcune pagine per rendersi conto della luce idealistica in cui l’apostolo è immerso, anche quando si racconta della sua vita di persecutore: «Evidentemente Saulo spirava odore di martirio; odore che inebria, consola e stordisce» (Dux Verbi, p. 16). Abbonda la terminologia militaresca: «Conquistare il mondo alla verità cristiana», «la sua salda armatura» (p. VII), «capitano designato a quelle gesta gloriose» (p. VIII). Un personaggio così tutto d’un pezzo lo si ammirerà forse, ma difficilmente ci si può identificare o simpatizzare.
È proprio su questo terreno che a Murphy O’Connor riesce uno dei tratti migliori del suo libro: presentarci un Paolo umanamente vivo, uomo coraggioso senz’altro, ma pure animato da sentimenti ed emozioni di grande impatto anche sul tono e la qualità della sua comunicazione (Prefazione, pp. 8-9). L’autore evidenzia più volte il temperamento forte dell’apostolo, con i limiti umani che questo comporta: esemplare è il caso della corrispondenza con la comunità di Corinto (pp. 201-206), in cui Paolo arriva a dare risposte sferzanti fino al sarcasmo (cf 1Cor 3,3-4 e 4,7), finendo per avere un impatto disastroso sulla comunità: e Paolo deve faticare non poco per « riconquistarsi » la comunità offesa (cf seconda Lettera ai Corinzi, dove con un accorto uso della retorica può attaccare gli avversari senza colpo ferire, pp. 220-229).
Altrove ci mostra un Paolo possessivo verso le comunità che ha fondato e non si fa scrupoli ad attaccare chi non è d’accordo con lui (così con i Galati, p. 82; con i Corinzi riguardo ad Apollo, sentito come possibile rivale, p. 157); un Paolo che non riesce a mettersi nel punto di vista di altri, oggi diremmo poco empatico (p. 140); un Paolo addirittura manipolatore (p. 188).
Questi tratti sono ben lontani dallo « sfigurare » l’apostolo: anzi, su di essi risaltano le qualità positive: il non avere mezze misure (prima della conversione come dopo), la capacità di andare al cuore delle questioni, come nel caso delle comunità cristiane miste, cioè con fedeli provenienti sia dal giudaismo che dai « gentili ». Quello che ne esce è una figura umanamente credibile, in cui si vede quasi tangibilmente come il tesoro della grazia di Dio sia racchiuso in vasi di creta e la forza si manifesta nella debolezza (cf 2Cor 4,7; 12,9).
Insomma: un uomo vivo, « in carne ed ossa », come ha scritto Ravasi su Il Sole 24 Ore. Osserva l’autore che «egli [Paolo] era tutta un’altra cosa dal pensatore impassibile che la maggior parte degli studiosi ha fatto di lui» (p. 10). E questo proprio perché poco o nulla è stata presa in considerazione la sua componente emozionale, accanto alla sua intelligenza.

Lo sfondo storico
Un altro pregio del libro è la straordinaria vividezza con cui l’attività di Paolo è inserita nel mondo di allora. L’autore ci fa sfilare davanti, con il loro brulichio umano, i grandi centri dell’epoca, che furono il campo di azione di Paolo: Tarso, Damasco, Gerusalemme, Filippi, Corinto, Tessalonica, fino a Roma. Da eccezionale conoscitore delle fonti antiche, vediamo con estremo realismo i pericoli di cui Paolo parla (cf 2Cor 11,26-27): apprendiamo così dettagli sui viaggi via mare e via terra, sulla vita e i problemi delle grandi città.
Straordinario lo squarcio su Corinto (pp. 104-123, cf di Murphy O’Connor lo studio sui testi e l’archeologia di Corinto: St. Paul’s Corinth: texts and archaeology): una città opulenta, ma in cui era forte il senso dell’assurdità della vita, della sproporzione tra sforzo e risultati, come testimonia la popolarità del mito di Sisifo nella città: dunque un’epoca d’ansia, in cui «il carattere arbitrario della riuscita generava un mondo interiore abitato dal timore e dall’incertezza [...] c’era un vuoto di pessimismo che andava colmato con la buona novella del Vangelo» (p. 108-109). Il Vangelo attecchì a Corinto con straordinaria velocità e ciò non per l’oratoria di Paolo (egli stesso lo esclude: cf 1Cor 2,1-4), ma perché col suo paradosso di un Salvatore crocifisso ebbe «una risonanza nelle vite di Corinzi preminenti dando loro un senso» (p. 112). Viene spontaneo un parallelo con le città del mondo odierno; non a caso Pasolini, in quella sceneggiatura di un film su san Paolo che non ebbe mai modo di portare a compimento, aveva voluto ambientare la sua vicenda nelle grandi città del Novecento: Parigi, Roma, New York.

Molto interessante è la ricostruzione storica di Murphy O’Connor sul lavoro di Paolo: Paolo veniva, egli sostiene, da una classe sociale relativamente agiata (p. 16), ma a un certo punto dopo la conversione scelse di fare il fabbricatore di tende (At 18,3). Perché, viene da chiedersi? Perché era un mestiere che gli permetteva di lavorare ovunque, anche spostandosi da una città all’altra, e di venire in contatto con tutte le fasce della popolazione (pp. 46-47): dunque costituiva anche un’occasione preziosa, conversando, per contatti iniziali in vista dell’annuncio del Vangelo (p. 110). Un lavoro dunque che corrisponde a una strategia missionaria di Paolo, la cui coscienza è « dominata » dall’imperativo di estendere la buona notizia del Vangelo ai « gentili » (i non ebrei), come aveva compreso dal suo incontro con il Risorto (p. 41).
Il quadro storico consente inoltre di inquadrare a grandi linee le lettere di Paolo, che l’autore presenta nella loro genesi e partendo dai rapporti instaurati tra l’apostolo e la sua comunità: un vantaggio che permette di rileggere tante espressioni delle lettere su basi estremamente concrete e, talvolta, più semplici di quello che si crede. Si capisce anche meglio perché Paolo spesso ricorra agli strumenti della retorica: vuole persuadere i suoi destinatari, dopo aver constatato l’impatto disastroso dell’attacco frontale sulla comunità con la prima Lettera ai Corinzi.
Interessante è l’ipotesi molto personale di Murphy O’Connor sull’origine del concetto di « Peccato » (maiuscolo dell’autore, ndr) in Paolo: in un mondo pieno di pericoli (cf 2Cor 11,26), l’insidia più forte è la preoccupazione per la propria sopravvivenza , per il proprio « io », che « porta » come per forza all’egocentrismo (pp. 70-75): uno stile di vita che è l’esatto contrario del Vangelo, di quell’«esistere completamente rivolto verso gli altri» (p. 71) che è l’ideale di Paolo da quando ha trovato il senso dell’umano esistere nella morte liberamente scelta da un Messia che finisce crocifisso (pp. 55-56). Questo contribuisce, secondo l’autore, alla comprensione di quell’impressionante affresco che Paolo fa dell’io alienato perché costretto a essere altro da quello che in realtà desidera essere (Rm 7).
Sono solo alcuni esempi, tra i tanti, di come una lettura autenticamente storica possa contribuire alla comprensione del messaggio e anche della spiritualità di Paolo.
Copertine di alcuni libri dedicati all’apostolo Paolo per una bibliografia essenziale.
Copertine di alcuni libri dedicati all’apostolo Paolo per una bibliografia essenziale.

Un pastore dalle mille risorse
Un aspetto che emerge dal libro con vivacità è il rapporto tra Paolo e le sue comunità: il « pastore » Paolo, con le sue immense risorse quanto a capacità di fondare comunità, con il suo apprendistato (impara dagli errori commessi e sa cambiare toni quando necessario: p. 222), ma anche con le sue ombre quanto al carattere, soprattutto quando sente messa in discussione la sua autorità.
Emerge con forza anche la capacità dell’apostolo di cogliere con molta lungimiranza il cuore di un problema che agita la comunità e di sapervi dare risposte appropriate. È il caso, ad esempio, del problema della comunione di mensa tra i cristiani provenienti dal giudaismo e quelli dai « gentili »: un problema che ad Antiochia, prima del famoso incidente con Pietro, veniva risolto, probabilmente, con la fiducia reciproca, ma anche in una separazione di fatto tra le due componenti; fu proprio Paolo a comprendere nella sua essenza il problema: accettare la legge in quel caso significava mettere a repentaglio la comunità e la sua unità e porre un principio di salvezza al di fuori della fede in Cristo (pp. 60-64). Si capisce da qui anche l’oscillazione, o se vogliamo l’evoluzione, delle valutazioni di Paolo sulla legge.
Un bell’esempio della sua capacità pastorale è la genesi della prima Lettera ai Tessalonicesi (pp. 116-118): nella comunità, che attenendosi alla sua predicazione attende a breve il ritorno di Cristo nella gloria, alcuni sono morti; qual è la loro sorte? La stessa convinzione dell’imminente ritorno di Cristo è all’origine della scelta di alcuni di vivere da sfaccendati. Queste due problematiche sollecitano Paolo a risposte chiare e precise.
Emerge con forza anche la capacità « strategica » di Paolo nel fondare le comunità in grandi centri urbani, crocevia cosmopoliti: con le persone qui convertite, Paolo si garantisce un intero territorio, così da potersi spingere più lontano. Fonda le comunità, ma poi le lascia e le affida a responsabili, con cui mantiene i contatti per avere notizie: sa scegliersi le persone e sa delegare (p. 161). Emerge il suo ideale di Chiesa, dove conta la capacità della comunità di irradiare il Vangelo con la parola e lo stile di vita, come riconosce ai Tessalonicesi (1,7-8). Nelle comunità Paolo non si impone mai con la costrizione del comando: «Sulle questioni morali fondamentali Paolo è disposto solo a dare consigli» (p. 148), perché per lui il bene supremo è la libertà della decisione, che deve essere spontanea. È il corrispettivo del suo atteggiamento antinomico (= contro la legge): «Egli non era disposto a obbedire ad alcuna legge, e non pretendeva che i suoi convertiti si sottomettessero ad alcun precetto. [...] Di conseguenza era fortemente limitato nella guida della comunità. Poteva indicare quello che si attendeva dai suoi membri; poteva cercare di persuaderli a modificare il loro comportamento; poteva proporsi come esempio (1Corinzi 8,13 e 11,1). Ma questo era tutto! [...] L’esperienza fatta ad Antiochia aveva insegnato a Paolo che operare mediante precetti costrittivi avrebbe inevitabilmente ricondotto sia lui, sia i suoi convertiti nell’orbita della legge» (pp. 149-150). L’unica legge che Paolo conosce e predica è la « legge di Cristo » (Gal 6,2), cioè l’amore: «La volontà di Dio è ormai incarnata nei comportamenti di Cristo, che esemplifica insieme la domanda fatta all’umanità e la risposta a cui essa è chiamata» (p. 146).

Qualche testo di riferimento
Concludiamo rimandando ad alcuni testi, scelti per brevità e autorevolezza, per avere una specie di « mappa di orientamento » nel mondo concettuale paolino. È utile infatti leggere Paolo avendo una specie di « fondale »: questo permetterà poi di collocare meglio i temi particolari. Un testo di lettura lineare ma di solido fondamento è Introduzione alla lettura di Paolo (Borla 2006, pp. 288, H 25,00) di Rinaldo Fabris e Stefano Romanello, con una trattazione sia della biografia che delle lettere e l’originale proposta, per ogni capitolo, di un « laboratorio », ossia di « esercizi » su passi delle lettere di Paolo.
Un libretto agile e di lettura piana, ma frutto anche di una grande conoscenza storica, è quello di Étienne Trocmé: San Paolo (Queriniana 2005, pp. 136, € 10,50): l’autore mette spesso a confronto le lettere di Paolo con la narrazione degli Atti, letta criticamente. Mette molto bene in luce come Paolo fu tutt’altro che compreso dai suoi contemporanei, che dovettero vedere in lui un «pericoloso avventuriero, le cui imprudenze compromettevano il Vangelo», tanto che «furono rari tra i suoi contemporanei della prima generazione cristiana quelli che seppero riconoscere in lui il pensatore più vigoroso della religione di Cristo e il precursore più audace della futura organizzazione della Chiesa» (p. 94).
Frutto di anni di ricerche di uno studioso che ha dato una svolta mettendo gli scritti di Paolo sullo sfondo del giudaismo della sua epoca e recuperandone così la fondamentale « ebraicità » è il San Paolo di E. P. Sanders (Il Melangolo 1997, pp. 144, € 11,36). Egli dà spazio soprattutto alla ricostruzione delle costellazioni concettuali fondamentali per capire Paolo: vi sono affrontati in sostanza i grandi temi teologici. Un lavoro breve, ma denso e istruttivo nel far vedere le cose sotto una « prospettiva nuova » che da allora si è affermata.
Infine segnaliamo, di Klaus Berger, L’apostolo Paolo (Donzelli 2003, pp. 154, € 19,00); creativo e imprevedibile come sempre, anch’egli attento a mettere in luce le radici ebraiche di Paolo (distinte da quelle farisaiche, che egli ritiene Paolo abbia in larga misura conservato e riletto alla luce della fede in Cristo: pp. 35-37) e il suo essere un outsider nel cristianesimo primitivo (pp. 39-46); una lettura più spirituale, sui riflessi concreti per una vita cristiana, quella di Ugo Vanni, L’ebbrezza nello spirito. Una proposta di spiritualità paolina (Adp 2000, pp. 238, € 10,00), e una lettura di taglio psicologico quella di Annamaria Verdi Vighetti: La conversione del cuore in San Paolo. Aspetti psicologici: una nuova chiave di lettura su Paolo di Tarso (Edizioni Appunti di Viaggio 2000, pp. 160, € 12,39).

Vincenzo Vitale

REVELATION 22_01-ALPHA AND OMEGA … APOCALYPSE 22

REVELATION 22_01-ALPHA AND OMEGA ... APOCALYPSE 22 dans immagini sacre 09%20BNF%20BIBLE%20CH%20LE%20CHAUVE%20CHRIST%20EN%20MAJESTE

http://www.artbible.net/2NT/REVELATION%2022_01-ALPHA%20AND%20OMEGA%20…%20APOCALYPSE%2022/slides/09%20BNF%20BIBLE%20CH%20LE%20CHAUVE%20CHRIST%20EN%20MAJESTE.html

Publié dans:immagini sacre |on 19 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

1 TESSALONICESI 4,13-18

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Tessalonicesi%204,13-18

1 TESSALONICESI 4,13-18

Fratelli, 13 non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. 14 Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui.
15 Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti.
16 Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; 17 quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nubi, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore.
18 Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

COMMENTO
1 Tessalonicesi 4,13-18
I morti e i vivi alla venuta del Signore
La prima parte della prima lettera ai Tessalonicesi (cc. 1-3) conteneva un lungo ringraziamento a ondate successive. La seconda invece (cc. 4-5) contiene una serie di raccomandazioni con le quali l’apostolo risponde a richieste specifiche dei tessalonicesi o affronta problemi che gli erano stati segnalati dai suoi collaboratori. Ne testo liturgico è riportata la terza esortazione di Paolo, nella quale egli dà una risposta a un problema specifico della comunità, quello della sorte di coloro che sono morti prima del ritorno del Signore.
Il problema a cui Paolo risponde non è noto, ma i suoi termini si colgono abbastanza bene dalle sue parole, lette nel contesto della tematica da lui affrontata nel corso della lettera. Egli aveva annunziato l’imminente ritorno di Gesù come giudice escatologico (cfr. 1Ts 1,10): per i tessalonicesi era quindi spontaneo pensare che sarebbero stati esonerati dall’esperienza della morte per entrare direttamente nel suo regno glorioso. Ora invece il ritorno del Signore non si era ancora attuato mentre alcuni membri della comunità erano morti.
Ciò aveva determinato un certo malessere: che fine avevano fatto i loro fratelli defunti? Sarebbero stati esclusi per sempre dalla salvezza? Si potrebbe pensare che questo disagio nascesse dal fatto che l’apostolo non aveva ancora detto nulla circa la risurrezione finale dei credenti; siccome ciò è improbabile, potrebbe darsi che i dubbi dei tessalonicesi derivassero dalla difficoltà, tipica del mondo greco, di capire e di accettare la dottrina della risurrezione finale dei morti (cfr. 1Cor 15,35). Comunque le prime morti verificatesi dopo l’evangelizzazione di Tessalonica suscitavano un doloroso problema a cui Paolo non poteva non rispondere. Anzi, forse era questa la causa principale che lo aveva determinato a scrivere la sua prima lettera.
Come risposta ai dubbi espressi dai tessalonicesi, Paolo chiarisce il suo insegnamento circa il destino dei defunti. Egli intende dissipare le incertezze derivanti dal fatto che essi «ignorano» (agnoein) la sorte di coloro che dormono (koimômenoi) nel sonno della morte, affinché non si affliggano come gli «altri», cioè i non credenti, i quali «non hanno speranza» (v. 13). La speranza, di cui ha già parlato all’inizio in connessione con la fede e l’amore (cfr. 1,3) è la virtù che permette al credente di attendere l’intervento risolutivo di Dio in questo mondo e di passare indenne attraverso le tribolazioni della vita.
Per dare fondamento alla speranza vacillante dei tessalonicesi Paolo richiama anzitutto l’evento su cui si fonda la loro fede: «Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato» (v. 14a). È questo il centro della professione di fede che aveva ricordato all’inizio come sintesi di ciò che i tessalonicesi stessi avevano divulgato circa il suo insegnamento nella loro città (cfr. 1,10). Da questo principio egli ricava direttamente una conseguenza: i fratelli che si sono addormentati (koimêthentes) nel sonno della morte, Dio «li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (v. 14b): Gesù è la «primizia» (cfr. 1Cor 15,20), e la sua risurrezione non ha senso se non comporta anche la risurrezione di coloro che credono in lui. La frase può essere letta, senza cambiamento di senso, in questo modo: «…così Dio riunirà con lui anche quanti si sono addormentati in Gesù».
A questo punto, rifacendosi a una «parola del Signore», che egli ricava non da una rivelazione privata ma dalla tradizione evangelica (cfr. Mc 13 e par.) Paolo fa una dichiarazione di principio: «Noi che viviamo, che saremo lasciati in vita fino al momento della venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio (phthanô, precedere) su quelli che sono morti» (v. 15). Alla sua seconda venuta il Signore troverà alcune persone ancora in vita, ma questo fatto non rappresenterà per loro un privilegio. Paolo convalida poi questa affermazione con una descrizione di ciò che avverrà alla fine: allora «il Signore stesso, a un ordine (keleusma), alla voce (phônê) dell’arcangelo e al suono della tromba (salpinx) di Dio, discenderà dal cielo». (v. 16a). Queste immagini erano note nel mondo culturale giudaico dell’epoca di Paolo: non è infatti difficile trovare mescolate nell’apocalittica giudaica e cristiana allusioni al comando di Dio, alla voce dell’arcangelo (Ap 5,2; 7,2), al suono della tromba (cfr. Es 19,13.16.19; Ap 1,10; 4,1 ecc.) e alla venuta del Figlio dell’uomo (cfr. Dn 7,13).
Quando avrà luogo la venuta del Signore, risorgeranno per primi «i morti in Cristo» (v. 16), cioè i defunti che, avendo creduto in Cristo durante la loro vita, sono diventati partecipi anche della sua morte (cfr. Rm 6,4): la morte del credente non è semplicemente un evento biologico, ma il momento della piena assimilazione a colui che è morto per noi. Dopo di ciò anche «noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (v. 17). È significativo che l’apostolo, designando coloro che saranno ancora in vita al momento della seconda venuta del Signore con la prima persona plurale (cfr. v. 15), annovera tra essi anche se stesso: egli è dunque convinto che la fine del mondo avrà luogo nel corso della sua generazione. Egli immagina il termine della vita terrena per coloro che saranno in vita alla venuta del Signore alla luce dei “rapimenti in cielo” di cui si parla nel giudaismo per esempio a proposito di Elia (cfr. 2Re 2,11; 1Mac 2,58) e di Enoc (Sir 49,14). Questo rapimento avrà lo scopo di rendere possibile l’incontro con il Signore. La salvezza raggiungerà il suo culmine quando tutti i giusti saranno ammessi alla piena comunione con lui e con il Padre. Per questo Paolo conclude: «Confortatevi (parakaleite) dunque a vicenda con queste parole» (v. 18). All’afflizione iniziale, determinata dalla mancanza di speranza, subentra la consolazione della fede.

Linee interpretative
L’attesa della seconda venuta del Signore occupava un posto importante nella predicazione di Paolo. Sullo sfondo della mentalità e della cultura biblica e giudaica egli situava l’attuazione del piano divino, che già agli inizi aveva manifestato tutte le sue potenzialità, nel momento finale e decisivo della storia umana. Questo momento era già arrivato con la persona di Gesù, ma la sua morte precoce aveva impedito la piena instaurazione del regno di Dio. Questo problema poteva essere risolto unicamente vedendo nella persona di Gesù, e specialmente nella sua morte e risurrezione, una semplice inaugurazione del Regno e proiettando in un momento futuro la piena attuazione del progetto di Dio. Era quindi naturale aspettare una seconda venuta del Messia, Gesù, non più nell’umiltà dell’esperienza umana ma nella gloria di Dio.
La mentalità apocalittica predominante al tempo della chiesa primitiva ha inserito nell’attesa del momento finale della storia una connotazione di imminenza. I tempi erano difficili ed era diffusa nella popolazione l’attesa di un evento risolutivo che avrebbe liberato il popolo eletto dal giogo dei gentili alleviato le sue molteplici sofferenze. Non deve dunque stupire il fatto che anche Paolo, come tutta la prima generazione cristiana, di fronte al fallimento del progetto di Gesù, abbia fatto leva non solo sul motivo del suo ritorno, ma anche su quello di una vicinanza temporale di questo evento. Solo verso la fine del I sec. i cristiani si sarebbero resi conto, spinti dai fatti, che il ritorno di Gesù non era così imminente. Il movimento di Gesù ha dimostrato di essere sufficientemente fondato da poter sussistere anche quando questa credenza si è dimostrata inconsistente. Questa poi con l’andar del tempo si è dimostrata più che altro come un’immagine per indicare il governo di Dio che guida il mondo a fini di salvezza e non di distruzione.
Nel contesto di attese apocalittiche prese in un senso eccessivamente letterale si capiscono le preoccupazioni dei tessalonicesi per i loro fratelli defunti. Come risposta alle loro domande Paolo è costretto a ridurre l’importanza dell’evento finale e a presentarlo come il coronamento di una salvezza che già si attua nella vita e nella morte dei credenti. Egli ha potuto valorizzare così il tempo dell’attesa, dando spazio alla ricerca della santità, all’amore fraterno e alla fondazione di nuove comunità. Esortando poi i credenti a vivere con il lavoro delle proprie mani egli ha dato importanza all’impegno per migliorare il mondo in cui viviamo, mostrando che nulla meno si addice a una visione cristiana del mondo di una vita oziosa

Publié dans:Lettera ai Tessalonicesi - prima |on 19 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI : SAN PAOLO (12) – ESCATOLOGIA

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20081112_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 12 novembre 2008

SAN PAOLO (12) – ESCATOLOGIA: L’ATTESA DELLA PARUSIA.

Cari fratelli e sorelle,

il tema della risurrezione, sul quale ci siamo soffermati la scorsa settimana, apre una nuova prospettiva, quella dell’attesa del ritorno del Signore, e perciò ci porta a riflettere sul rapporto tra il tempo presente, tempo della Chiesa e del Regno di Cristo, e il futuro (éschaton) che ci attende, quando Cristo consegnerà il Regno al Padre (cfr 1 Cor 15,24). Ogni discorso cristiano sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte sempre dall’evento della risurrezione: in questo avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti.
Probabilmente nell’anno 52 san Paolo ha scritto la prima delle sue lettere, la prima Lettera ai Tessalonicesi, dove parla di questo ritorno di Gesù, chiamato parusia, avvento, nuova e definitiva e manifesta presenza (cfr 4,13-18). Ai Tessalonicesi, che hanno i loro dubbi e i loro problemi, l’Apostolo scrive così: “Se infatti crediamo che Gesù è morto ed è risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti” (4,14). E continua: “Prima risorgeranno i morti in Cristo, quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così saremo sempre con il Signore” (4,16-17). Paolo descrive la parusia di Cristo con accenti quanto mai vivi e con immagini simboliche, che trasmettono però un messaggio semplice e profondo: alla fine saremo sempre con il Signore. E’ questo, al di là delle immagini, il messaggio essenziale: il nostro futuro è “essere con il Signore”; in quanto credenti, nella nostra vita noi siamo già con il Signore; il nostro futuro, la vità eterna, è già cominciata.
Nella seconda Lettera ai Tessalonicesi Paolo cambia la prospettiva; parla di eventi negativi, che dovranno precedere quello finale e conclusivo. Non bisogna lasciarsi ingannare – dice – come se il giorno del Signore fosse davvero imminente, secondo un calcolo cronologico: “Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo!” (2,1-3). Il prosieguo di questo testo annuncia che prima dell’arrivo del Signore vi sarà l’apostasia e dovrà essere rivelato un non meglio identificato ‘uomo iniquo’, il ‘figlio della perdizione’ (2,3), che la tradizione chiamerà poi l’Anticristo. Ma l’intenzione di questa Lettera di san Paolo è innanzitutto pratica; egli scrive: “Quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni tra di voi vivono una vita disordina, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità” (3, 10-12). In altre parole, l’attesa della parusia di Gesù non dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità davanti al Giudice divino circa il nostro agire in questo mondo. Proprio così cresce la nostra responsabilità di lavorare in e per questo mondo. Vedremo la stessa cosa domenica prossima nel Vangelo dei talenti, dove il Signore ci dice che ha affidato talenti a tutti e il Giudice chiederà conto di essi dicendo: Avete portato frutto? Quindi l’attesa del ritorno implica responsabilità per questo mondo.
La stessa cosa e lo stesso nesso tra parusia – ritorno del Giudice/Salvatore – e impegno nostro nella nostra vita appare in un altro contesto e con nuovi aspetti nella Lettera ai Filippesi. Paolo è in carcere e aspetta la sentenza che può essere di condanna a morte. In questa situazione pensa al suo futuro essere con il Signore, ma pensa anche alla comunità di Filippi che ha bisogno del proprio padre, di Paolo, e scrive: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, affinchè il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno tra voi” (1, 21-26). Paolo non ha paura della morte, al contrario: essa indica infatti il completo essere con Cristo. Ma Paolo partecipa anche dei sentimenti di Cristo, il quale non ha vissuto per se, ma per noi. Vivere per gli altri diventa il programma della sua vita e perciò dimostra la sua perfetta disponibilità alla volontà di Dio, a quel che Dio deciderà. È disponibile soprattutto, anche in futuro, a vivere su questa terra per gli altri, a vivere per Cristo, a vivere per la sua viva presenza e così per il rinnovamento del mondo. Vediamo che questo suo essere con Cristo crea una grande libertà interiore: libertà davanti alla minaccia della morte, ma libertà anche davanti a tutti gli impegni e le sofferenze della vita. È semplicemente disponibile per Dio e realmente libero.
E passiamo adesso, dopo avere esaminato i diversi aspetti dell’attesa della parusia del Cristo, a domandarci: quali sono gli atteggiamenti fondamentali del cristiano riguardo alla cose ultime: la morte, la fine del mondo? Il primo atteggiamento è la certezza che Gesù è risorto, è col Padre, e proprio così è con noi, per sempre. E nessuno è più forte di Cristo, perché Egli è col Padre, è con noi. Siamo perciò sicuri, liberati dalla paura. Questo era un effetto essenziale della predicazione cristiana. La paura degli spiriti, delle divinità era diffusa in tutto il mondo antico. E anche oggi i missionari, insieme con tanti elementi buoni delle religioni naturali, trovano la paura degli spiriti, dei poteri nefasti che ci minacciano. Cristo vive, ha vinto la morte e ha vinto tutti questi poteri. In questa certezza, in questa libertà, in questa gioia viviamo. Questo è il primo aspetto del nostro vivere riguardo al futuro.
In secondo luogo, la certezza che Cristo è con me. E come in Cristo il mondo futuro è già cominciato, questo dà anche certezza della speranza. Il futuro non è un buio nel quale nessuno si orienta. Non è così. Senza Cristo, anche oggi per il mondo il futuro è buio, c’è tanta paura del futuro. Il cristiano sa che la luce di Cristo è più forte e perciò vive in una speranza non vaga, in una speranza che dà certezza e dà coraggio per affrontare il futuro.
Infine, il terzo atteggiamento. Il Giudice che ritorna — è giudice e salvatore insieme — ci ha lasciato l’impegno di vivere in questo mondo secondo il suo modo di vivere. Ci ha consegnato i suoi talenti. Perciò il nostro terzo atteggiamento è: responsabilità per il mondo, per i fratelli davanti a Cristo, e nello stesso tempo anche certezza della sua misericordia. Ambedue le cose sono importanti. Non viviamo come se il bene e il male fossero uguali, perché Dio può essere solo misericordioso. Questo sarebbe un inganno. In realtà, viviamo in una grande responsabilità. Abbiamo i talenti, siamo incaricati di lavorare perché questo mondo si apra a Cristo, sia rinnovato. Ma pur lavorando e sapendo nella nostra responsabilità che Dio è giudice vero, siamo anche sicuri che questo giudice è buono, conosciamo il suo volto, il volto del Cristo risorto, del Cristo crocifisso per noi. Perciò possiamo essere sicuri della sua bontà e andare avanti con grande coraggio.
Un ulteriore dato dell’insegnamento paolino riguardo all’escatologia è quello dell’universalità della chiamata alla fede, che riunisce Giudei e Gentili, cioè i pagani, come segno e anticipazione della realtà futura, per cui possiamo dire che noi sediamo già nei cieli con Gesù Cristo, ma per mostrare nei secoli futuri la ricchezza della grazia (cfr Ef 2,6s): il dopo diventa un prima per rendere evidente lo stato di incipiente realizzazione in cui viviamo. Ciò rende tollerabili le sofferenze del momento presente, che non sono comunque paragonabili alla gloria futura (cfr Rm 8,18). Si cammina nella fede e non in visione, e se anche sarebbe preferibile andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore, quel che conta in definitiva, dimorando nel corpo o esulando da esso, è che si sia graditi a Lui (cfr 2 Cor 5,7-9).
Infine, un ultimo punto che forse appare un po’ difficile per noi. San Paolo alla conclusione della sua prima Lettera ai Corinzi ripete e mette in bocca anche ai Corinzi una preghiera nata nelle prime comunità cristiane dell’area palestinese: Maranà, thà! che letteralmente significa “Signore nostro, vieni!” (16,22). Era la preghiera della prima cristianità, e anche l’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, si chiude con questa preghiera: “Signore, vieni!”. Possiamo pregare anche noi così? Mi sembra che per noi oggi, nella nostra vita, nel nostro mondo, sia difficile pregare sinceramente perché perisca questo mondo, perché venga la nuova Gerusalemme, perchè venga il giudizio ultimo e il giudice, Cristo. Penso che se sinceramente non osiamo pregare così per molti motivi, tuttavia in un modo giusto e corretto anche noi possiamo dire, con la prima cristianità: “Vieni, Signore Gesù!”. Certo, non vogliamo che adesso venga la fine del mondo. Ma, d’altra parte, vogliamo anche che finisca questo mondo ingiusto. Vogliamo anche noi che il mondo sia fondamentalmente cambiato, che incominci la civiltà dell’amore, che arrivi un mondo di giustizia, di pace, senza violenza, senza fame. Tutto questo vogliamo: e come potrebbe succedere senza la presenza di Cristo? Senza la presenza di Cristo non arriverà mai un mondo realmente giusto e rinnovato. E anche se in un altro modo, totalmente e in profondità, possiamo e dobbiamo dire anche noi, con grande urgenza e nelle circostanze del nostro tempo: Vieni, Signore! Vieni nel tuo modo, nei modi che tu conosci. Vieni dove c’è ingiustizia e violenza. Vieni nei campi di profughi, nel Darfur, nel Nord Kivu, in tanti parti del mondo. Vieni dove domina la droga. Vieni anche tra quei ricchi che ti hanno dimenticato, che vivono solo per se stessi. Vieni dove tu sei sconosciuto. Vieni nel modo tuo e rinnova il mondo di oggi. Vieni anche nei nostri cuori, vieni e rinnova il nostro vivere, vieni nel nostro cuore perché noi stessi possiamo divenire luce di Dio, presenza tua. In questo senso preghiamo con san Paolo: Maranà, thà! “Vieni, Signore Gesù!”, e preghiamo perché Cristo sia realmente presente oggi nel nostro mondo e lo rinnovi.

 

123456...10

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01