Archive pour novembre, 2014

El Greco, The agony in the garden

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Publié dans:immagini sacre |on 24 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

UFFICIO CATECHISTICO DELLA DIOCESI DI ROMA: S. PAOLO APOSTOLO A ROMA

http://www.ucroma.it/approfondimenti/san-paolo-apostolo-a-roma-raccolta-degli-articoli-scritti-da-andrea-lonardo-per-il-sito-di-romasette-di-avvenire

UFFICIO CATECHISTICO DELLA DIOCESI DI ROMA

S. PAOLO APOSTOLO A ROMA

Raccolta degli articoli scritti da don Andrea Lonardo

4. PAOLO E IL CUORE DIVISO DELL’UOMO

«Io non riesco a capire ciò che io faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto» (Rm 7,15). L’esigenza che spinge Paolo ad annunciare il Vangelo fino a Roma nasce certamente dalla sua consapevolezza di essere stato fatto oggetto, nell’incontro sulla via di Damasco, della rivelazione della misericordia di Dio. Ma egli sa pure che di questo annunzio è l’uomo ad aver bisogno, perché, come afferma proprio nella Lettera ai Romani, l’uomo lasciato alle sole sue forze non compie il bene che pure vuole e desidera.
Come ha affermato con grande chiarezza il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, all’apparire di Cristo l’uomo comprende finalmente cosa sia l’amore e, al contempo, prende coscienza di non aver mai amato di quell’amore.
Paolo, preparando la sua venuta a Roma con l’invio della lettera ai cristiani della capitale dell’impero, si sofferma sul “mistero” dell’uomo. Egli ne vede le luci e le ombre ed invita a considerare alla luce di Cristo la dignità, ma anche le ferite che segnano il cuore dell’uomo.
L’apostolo ritiene l’uomo capace di riconoscere la presenza di Dio nel mondo. Infatti – afferma – «dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1,20).
Non solo. L’uomo è anche in grado di riconoscere il bene ed il male perché anche i pagani, che pure non hanno ricevuto il Decalogo, «dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono» (Rm 2,15).
In questa duplice relazione con Dio e con gli altri uomini, in questa ricerca di verità e di un retto operare sta tutta la grandezza dell’uomo. Ma Paolo, subito, ne vede anche le ombre. Gli uomini «pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa» (Rm 1,21), giungendo ad immaginare Dio come egli non è. «Essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore» (Rm 1,25). E questo ha portato con sé – prosegue la lettera ai Romani – uno stravolgimento delle relazioni umane: poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, essi sono diventati «colmi di cupidigia, di malizia, d’invidia, di rivalità, di frodi; diffamatori, maldicenti, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, non solo continuano a fare tali cose, ma anche approvano chi le fa» (cfr. Rm 1,29-32; e l’elenco dei vizi umani è molto più lungo nella lettera!).
Ecco il mistero dell’uomo. Socrate aveva affermato che l’uomo fa il male solo perché non ne è consapevole. L’educazione filosofica consisteva precisamente, secondo la sua proposta, nel far prendere coscienza del male; egli era convinto che, attraverso questo processo, l’uomo avrebbe vinto da se stesso il male presente nel suo cuore.
Paolo è più moderno e più profondo del pensatore greco. L’apostolo afferma, infatti: «Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio… Io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me» (Rm 7,18-19.21).
In un famoso passo il Concilio Vaticano II riprende questa tematica, presentando la divisione che esiste nel cuore umano. L’uomo anela ad una armonia, ad un cuore unificato, proteso verso il bene, ma si scopre anche capace di provare sentimenti di male e di renderli poi concreti nella vita. La Gaudium et spes afferma, infatti: «Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti l’uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono. Così l’uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (GS, 13).
È questo uomo, così come esiste nella sua concretezza, per il quale Cristo è venuto. Ed è questo uomo che ha bisogno di Cristo per trovare in lui la forza di amare: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Rm 7,24-25).
Per questo uomo, oltre che per amore del Signore, Paolo raggiungerà Roma.

LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI: RENDETE PIENA LA MIA GIOIA Fil 2,1-30

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/zaccherini_filippesi5.htm

(metto questo, ma sotto questo link c’è il commento a tutta la Lettera)

LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA

Capitolo secondo: Lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù Fil 2,1-30

Gianni Zaccherini

Dividiamo fondamentalmente questo capitolo in due parti: i vv. 1-18 e i vv. 19-30.

I versetti 1-18 sono a loro volta divisi in peri copi più brevi: una prima pericope è costituita dai primi quattro versetti ed è una seconda esortazione che Paolo dà ai cristiani di Filippi, dopo quella che abbiamo visto nei versetti finali del capitolo primo in ordine al combattimento per la fede.
Questi quattro versetti iniziali sono poi seguiti da un inno, al quale vengono collegati dal v. 5. L ‘inno, che occupa i vv. 6-11, è un inno che ha al centro il mistero del Cristo. Un inno cristologico che può anche leggersi in forma autonoma, cioè anche fuori dal contesto del capitolo secondo di questa lettera, al punto che si pensa addirittura sia un inno che Paolo ha già trovato proclamato nella comunità cristiana dei primi decenni e che ha assunto incorporandolo in questa lettera a sostegno di quanto sta dicendo ai fratelli di Filippi. Si può però anche pensare che Paolo lo abbia composto in prima perso­na, ma in forma tale da poter avere una sua fisionomia propria e indipendente dal contesto.
Tutto questo però a noi interessa relativamente, perché quel che interessa veramente è il significato che l’inno assume nel contesto della Lettera ai Filippesi. Quanto, infatti, è detto in questo inno è il fondamento di tutto quanto Paolo ha già detto e di quello che dirà nei versetti seguenti.

Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (vv. 1-11)
La comunione nello Spirito
V. 1: “Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione…” .
I primi quattro versetti sono un’esortazione alla concordia e alla stima reciproca dei cristiani: devono vivere in comunione profonda di pensiero e di vita; devono stimarsi gli uni gli altri, ponendo sempre il fratello al di sopra di sé.
Questo primo versetto è tipico del pensiero di Paolo perché sottolinea ed evidenzia il dato di partenza di ogni esortazione morale. Paolo sa di poter dare dei precetti, degli ordini, delle indicazioni, degli orientamenti ai fratelli, se alla radice della loro esistenza c’è la novità introdotta dal Signore: quindi, que­sto « se » che ci troviamo davanti non è dubitativo, perché quello che Paolo elenca è un dato evidente, frutto del dono di Dio in Gesù Cristo.
Tutto quanto è elencato in questo versetto c’è, esiste: è la gra­zia del Signore verso la sua Chiesa, verso i suoi discepoli, verso i figli del Padre suo.
Lo schema che sta sempre dietro al ragionamento di Paolo è questo: Dio ha fatto il dono ai cristiani; essi però devono viverlo perché, se non lo vivono, è come se Dio non lo avesse fatto. Rimane sullo sfondo la possibilità di venir meno al dono escatologico di Dio in Gesù Cristo, cioè alla salvezza. Per que­sto Paolo in tutte le sue lettere alterna sempre, nell’uso dei verbi, l’indicativo (« le cose stanno così ») con l’imperativo (« fate così »). Dirà, per esempio, nella Lettera ai Colossesi (3,1): « Se siete risorti con Cristo (questo è il dato oggettivo, di parten­za), cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra del Padre (questa è la conseguenza, la messa in atto del dato iniziale, ma questa messa in atto dipende anche dall’ac­cettazione concreta del dono di Dio). Quindi, il « se » non è dubitativo, ma esprime una condizione reale nella quale si trova il cristiano e dalla quale deve far dipendere il suo comportamento. I versetti seguenti della Lettera ai Colossesi (3,3-4) si possono leggere così: siete stati immersi mediante il Battesimo nella morte del Cristo, siete morti con il Cristo; quindi date la morte alle vostre membra, cioè portate alle estreme conseguenze il dono del Signore, altrimenti esso perde la sua rile­vanza, la sua efficacia.
Questo è molto importante perché ci aiuta a capire che in tutta la rivelazione neotestamentaria il dono di Dio, che è origine e fonte di tutto, è un dono di responsabilità e comporta la necessità di un’obbedienza, di un’attuazione di ciò che Dio ha donato in Gesù Cristo.
La stessa cosa si verifica anche qui. Quello che Paolo elenca nel primo versetto non lo pone come un’ipotesi: c’è o non c’è. C’è, ma potrebbe venir meno se venisse meno il comportamento conseguente.
E in che cosa consiste il dono del Signore alla comunità dei credenti? Paolo elenca quattro elementi: la consolazione in Cristo, il conforto della carità, la comunione di spirito, sentimenti di amore e di compassione.
Anzitutto, i cristiani hanno ricevuto la consolazione di Cristo. Che cos’è la consolazione di Cristo? È il frutto, la conseguenza dell’annuncio evangelico. La proclamazione evangelica porta con sé la consolazione. Fra l’altro la parola usata qui nel testo in lingua greca è la stessa che viene usata per indicare lo Spi­rito Santo, il Paraclito, il Consolatore. Quindi è una parola che ci porta dentro al mistero stesso della salvezza. La consola­zione cristiana è questa profonda consapevolezza di essere stati investiti dalla salvezza di Dio. Questa salvezza, che altro non è che la pienezza dello Spirito Santo che viene donato ai credenti, è la consolazione cristiana.
Il conforto della carità è l’amore di Dio che in Gesù Cristo è stato riversato sui credenti. Essi a loro volta sono legati gli uni agli altri da questa carità e quindi c’è in loro il conforto che de­riva da essa. Paolo usa questa parola, o perlomeno il suo senso fondamentale, in un altro contesto, quando scrive ai cristiani di Roma: « Desidero venire da voi per confortarvi, anzi per confortarci reciprocamente nella fede che abbiamo in comune » (cf. Rm 1,11-12). Il conforto della carità è appunto questo senso di sollievo, di garanzia e di forza che deriva ai cristiani dall’essere uniti nella fede e nell’amore di Dio che si è manifestato e attuato in Gesù Cristo.
Consolazione e conforto sono frutto della proclamazione evangelica che suscita nei credenti la vita comune e ciò che caratterizza questa esistenza nuova di figli di Dio: la carità che li lega gli uni agli altri.
Poi Paolo aggiunge: « se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione ». È una conti­nuazione e una specificazione di quanto ha detto prima. L’ascolto del Vangelo, la comunione con il Cristo portano con sé, proprio perché strettamente legati, la comunione nello spirito; questo da una parte sottolinea che la comunione cristiana è frutto della presenza dello Spirito di Dio nel cuore dei credenti, e dall’altra che i credenti sono diventati una comunione di cuori, di anime, di pensiero e di esistenza. La comunione nello Spirito crea comunione tra gli spiriti di coloro che hanno accolto quello del Signore. Di conseguenza, in coloro che sono stati investiti dallo Spirito del Signore c’è una pienezza di carità e di misericordia vicendevole.
Paolo altrove dice: « Portate i pesi gli uni degli altri » (Gai 6,2). Questo avere compassione vicendevole, questo sopportare assieme, gli uni accanto agli altri, le vicende della vita, nel bene e nel male, questo gioire con chi gioisce e piangere con chi piange è l’essenza della vita cristiana, come « effetto efficace » del dono di Dio in Gesù Cristo.

La gioia piena
v. 2: « … rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti ».
L’imperativo che consegue alla situazione esistenziale della vita nuova nella quale sono collocati i cristiani dall’ascolto del Vangelo e dalla presenza in loro dello Spirito di Dio è rendere piena la gioia, cioè portarla a perfezione, a compimento.
Paolo, che è stato ricolmato di gioia per aver ricevuto il Vangelo, raggiunge la pienezza di questa gioia nella consapevolezza che coloro ai quali lui ha annunciato lo stesso Vangelo raggiungono la pienezza della vita amandosi fra loro e raggiungendo l’unità più profonda nel « sentire allo stesso modo ». Che cosa rende felice Paolo? Che i cristiani di Filippi siano davvero cristiani. Paolo gioisce fino in fondo per il bene che vede crescere e dilatarsi nel cuore dei fratelli.
Riceviamo ancora un’indicazione fondamentale e concreta che deve valere per ciascuno di noi: ogni credente deve rallegrarsi, sentirsi colmo di gioia, quando un fratello opera il bene e vive nella fedeltà. Se questo fosse capito meglio, quante gelosie, invidie e maldicenze verrebbero meno all’interno della comunità cristiana! Gioire per il bene dei fratelli, per la fedeltà dei fratelli, sentirsi ricolmi di gioia proprio perché c’è questa esperienza, questa consapevolezza che il dono di Dio raggiunge la sua piena efficacia.. .
« Con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti ». Alla lettera: pensandola allo stesso modo, amando le stesse cose, avendo unità di pensieri e di sentimenti. A Paolo sta molto a cuore ribadire un concetto: i cristiani di Filippi devono pensarla in maniera unitaria, convergente, avere le stesse convinzioni, gli stessi giudizi, lo stesso volere, essere « un cuore solo e un’anima sola », per dirla con le parole degli Atti 4,32.
Paolo torna con forza su questo concetto e non è una cosa da poco. Egli vuole affermare un principio fondamentale della vita comunitaria: e cioè che i cristiani devono avere lo stesso modo di sentire. Cosa significa, allora, a fianco di queste affermazioni, quello che noi oggi chiamiamo con grande facilità il pluralismo? Come si combinano le due cose? Quello del pluralismo è un problema serio, sul quale occorre adeguatamente riflettere (vedi in proposito la “finestra “ 2).

Per essere uniti
v. 3: “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso ».
In questo versetto Paolo indica le condizioni per raggiungere l’unità del sentire e del pensare. Perché davvero ci possa essere questa unità, cosa devono fare i cristiani?
Alla lettera « spirito di rivalità » significa spirito di parte o di grup­po. Questo è interessante e attualissimo. Paolo ha già incontrato situazioni ecclesiali in cui c’erano gruppi, parti, per esempio a Corinto (cf. 1 Cor 1,12: c’è chi dice di essere di Paolo, chi di Apollo, chi di Cefa… Ecco i gruppi). Oggi nella Chiesa i gruppi si chiamano anche movimenti: cosa direbbe Paolo dei movimenti?
Qui dice con chiarezza che non si deve fare nulla per spirito di parte; quante volte, invece, noi operiamo perché è il gruppo che lo dice e non perché quella cosa va fatta in quanto comunità di credenti. È una realtà che appartiene al gruppo, che serve al gruppo.
Subito dopo viene l’altra parola: « per vanagloria ». Cos’è la va­nagloria? È la ricerca della propria gloria, personale o di gruppo, che non è la gloria di Dio. Il cristiano deve ricercare la gloria del Signore, la gloria di Dio. La vanagloria invece è la gloria per sé, è il vantaggio per sé. Anche nella Chiesa tante cose si fanno per il gruppo, per la setta! Molte volte si dice che i movimenti, i gruppi, le associazioni sono una manifestazione della molteplicità dello Spirito e forse è vero, ma andrebbe verificato meglio; bisognerebbe fare discernimento caso per caso.
Dov’è il confine fra la ricerca dell’unico modo di sentire e lo spirito di gruppo? Cosa distingue la ricerca della gloria di Dio dalla vanagloria? Questo è un problema sul quale ci si deve interrogare con forza. Noi viviamo una realtà di Chiesa in cui normalmente signoreggiano lo spirito di gruppo e la vanagloria.
Subito dopo Paolo arricchisce ulteriormente questi concetti: « Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso ». È importantissima questa sottolineatura: spirito di parte e vanagloria caratterizzano coloro che si credono migliori degli altri, che attribuiscono a se e non a Dio la gloria e la realtà della vita fedele. Considerare se stessi migliori degli altri, più fedeli, più osservanti, più bravi è proprio l’opposto di quello che Paolo sta dicendo. Se non ci si considera inferiori agli altri, si opera secondo lo spirito di parte e si opera per vanagloria! Qual è invece il comportamento autentico del cristiano? È che con tutta umiltà consideri gli altri superiori a sé.
Va sottolineato questo « con tutta umiltà », concetto che troviamo altre volte nel Nuovo Testamento e sul quale spesso equivochiamo. Cos’è l’umiltà? Spesso facciamo dell’umiltà un fatto puramente esteriore, che riguarda il comportamento e non la sostanza della persona. Invece la parola greca (ta­peinofrosyne) indica il sentirsi, il pensare, l’essere un povero, un ultimo, un insignificante. È la condizione dello schiavo, di colui che è all’ultimo posto, che non conta nulla, non può fare nulla da sé, ma si aspetta tutto dagli altri e soprattutto da Dio.
Solo così gli altri saranno pensati superiori a se stessi: se uno sa di essere all’ultimo posto, dovrà davvero pensare agli altri come a qualcosa di… meglio. Troviamo spesso nella Bibbia la parola tapein6s (esiste anche l’italiano « tapino ») a indicare le persone insignificanti, che proprio non sono niente, sono gli ultimi della terra. Il cristiano deve essere questo, cercare que­sto, gioire per questo.
Troviamo questa parola, per esempio, nel Magnificat, quando la Madonna glorifica il Signore perché, dice, « ha guardato l’umiltà della sua serva » (Lc 1,48): non si pensi all’umiltà come virtù, ma alla piccolezza, all’insignificanza, all’irrilevanza, al nulla di questa fanciulla che non contava niente nella storia degli uomini ed è stata scelta come Madre di Dio.
Nel Vecchio Testamento c’è spesso una contrapposizione tra il ricco e il povero. Allora come adesso il ricco ha i soldi, ha il potere, è lui che conta; invece il povero non ha nulla e neppu­re conta nulla: è lui il tapino!
A questo proposito troviamo una frase molto importante nella Lettera di Giacomo (Gc 1,9). Anche se la logica del ragionamento è un po’ diversa da quella del Magnificat, la sostanza rimane la stessa: « Il fratello di umili condizioni si rallegri della sua elevazione. .. ». Il povero si rallegri perché come Cristo, che si è fatto povero, ultimo, è stato glorificato nella risurrezione, così anch’egli è glorificato da Dio, già a partire da questo mondo, nella comunione con il Cristo e nella potenza della sua risurrezione. Poi Giacomo continua: « … e il ricco della sua umiliazione ». Il ricco si rallegri del suo diventar povero, picco­lo, tapino. Cosa deve fare il ricco? Deve farsi anche lui ultimo e allora anche lui sarà glorificato assieme al povero. Secondo Giacomo nessuno ha colpa a nascere ricco, però ha colpa se lo rimane.
Luca, Paolo, Giacomo: nella diversità delle situazioni, il concetto rimane lo stesso, perché lo stesso è il mistero e il dono. Che il cristiano, cioè, pensi sempre di essere l’ultimo, il più in­significante, quello che ha meno parole da dire, che ha meno gesti da fare; che vede sempre gli altri migliori, più grandi, più importanti, più validi di sé. Tutto questo nel senso più profondo, autentico, trasfigurato; non secondo la logica mondana, ma secondo la logica dell’esistenza nuova dei figli di Dio.

L’interesse degli altri
v. 4: “Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri ».
Bisogna stare attenti alla parola « anche » che qui va intesa piuttosto come « invece », « al contrario ». È, cioè, una contrapposizione; ci sono due posizioni contraddittorie: c’è la ricerca del proprio interesse e c’è, invece, la ricerca dell’interesse degli altri. Meglio ancora potremmo intendere questa frase così: non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma di più quello degli altri.
A conferma di questa interpretazione c’è quanto dice Paolo al cap. 2,21: « perché tutti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo ». Questa purtroppo è una situazione che Paolo ha davanti: fra i cristiani si cerca il proprio interesse, il proprio vantaggio, e non quello di Cristo. Anche in 1 Cor 10,24: « Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui » e nella stessa lettera (10,33): « Così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza ». C’è dappertutto il senso di una contrapposizione.
Cosa vuoi dire Paolo con questo? Vuoi dire molte cose, l’una stratificata sull’altra.
Prima di tutto è un invito, un’esortazione a uscire dal proprio personale orizzonte per aprirsi, da una parte, all’orizzonte di Cristo e, dall’altra, all’orizzonte degli altri: ai loro bisogni, alle loro necessità; è un invito all’obbedienza a Dio attraverso l’assoggettamento al fratello, al cui servizio ogni cristiano deve porsi. Il cristiano non deve vivere per sé, ma per Dio e per i fratelli. Questo vuoi dire nella sostanza il ragionamento di Paolo che poi si può arricchire anche di altri significati.
Il cristiano deve sapere che non ha più davanti a sé, come punto di riferimento, se stesso e l’ambito dei propri interessi, delle proprie necessità, delle proprie utilità. Fra l’altro qui Paolo, con una forte radicalità, non distingue tra interessi legittimi e illegittimi, ma distingue tra due ambiti: l’ambito del proprio io e l’ambito degli altri. Il cristiano deve uscire dal proprio ambito ed entrare nell’ambito dei fratelli, mettendosi al loro servizio.
Questo pone indubbiamente tutta una serie di problemi, per i quali queste affermazioni di Paolo sono decisive. Infatti, se siamo anche solo minimamente critici nei nostri confronti e nei confronti della nostra comunità, ci accorgiamo di vivere proprio al contrario di quello che qui Paolo dice. Siamo nella posizione polarmente opposta al pensiero di Paolo. Ma se quello che dice Paolo è vero (e quello che dice Paolo noi sappiamo che non è parola di uomo, ma Parola di Dio), vuoi dire che nella nostra esistenza concreta rischia di venir meno il dono originario di Dio. A questo punto, di fronte ad un’esistenza cristiana così radicalmente infedele alle esigenze del Vangelo, cosa significa continuare a dirsi cristiani? È un interrogativo che non ci si può non porre di fronte a una pagina come questa.

Il sentire di Cristo
V. 5: « Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù ».
Il versetto 5 è un versetto di raccordo tra i primi 4 vv. e l’inno cristologico successivo, anche se c’è già un raccordo interno dato dall’espressione che abbiamo trovato al v. 3: « con tutta umiltà », che rimanda alla parola « umiliò » che leggeremo al v. 8: « umiliò se stesso ».
La condizione umile, povera, insignificante alla quale è chiamato il cristiano si è, cioè, già attuata in Cristo Gesù; anzi ha avuto in Lui il suo compimento supremo ed è attraverso questa umiliazione che si è attuata e consumata la salvezza; quindi questa umiliazione diventa esemplare per tutti i cristiani.
Paolo ha già invitato tutti i cristiani ad avere uno stesso sentire (vedi sopra, a p. 59,2,2); qui aggiunge una cosa importantissima, infatti ci si potrebbe chiedere: questo comune modo di sentire e di pensare a chi appartiene? Supponiamo di essere tutti attorno a un tavolo e di pensarla ognuno in un modo diverso. Quando alla fine ci diciamo che dobbiamo pensarla tutti allo stesso modo, di chi assumiamo il modo di pensare? Paolo dice che il modo univoco di pensare dei cristiani non è il modo di pensare di questo o di quello, di un uomo cioè, ma è il modo di pensare del Cristo.
Il comune pensiero dei cristiani non può essere altro che il pensiero del Cristo, che poi non è semplicemente un pensiero, ma un essere, un modo di vivere: e Paolo lo illustra con l’inno che segue. La convergenza del modo di pensare e di sentire dei cristiani si fonda quindi sull’unico pensiero e sull’unica « sensibilità » del Cristo.
Ricordiamo a questo proposito la parola dell’Antico Testamento scritta in Is 55,8 ss., dove si dice: « I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie », cioè fra il pensiero degli uomini e il pensiero di Dio c’è un abisso. Ora, nel Nuovo Testamento, si è reso possibile agli uomini, in Gesù Cristo, avere lo stesso pensiero di Dio. È ormai possibile per il credente pensarla come la pensa Dio. La separazione che nella vecchia economia c’era fra il pensiero di Dio e il pensiero degli uomini è stata superata in Gesù Cristo, per cui oggi i credenti possono avere lo stesso pensiero di Dio mani­festatosi e attuatosi in Gesù Cristo. E lo hanno in questo senso: possono non semplicemente imitare Gesù, ma grazie alla vicenda personale di Lui è resa loro possibile la trasformazione da uomo mondano in uomo di Dio o, come direbbe l’evangelista Giovanni, da figlio di Satana in figlio di Dio.
E questa possibilità non è legata a uno sviluppo temporale (sono passati gli anni, quindi l’uomo ha raggiunto una tal perfezione che può pensarla come la pensa Dio). No, è perché Cristo è morto e risorto, è perché c’è stato questo evento che è reso possibile agli uomini vivere come ha vissuto Gesù Cristo e pensarla come la pensa Dio (tutto l’inno di Paolo ruota attorno a questo concetto).
L’evento che ha reso possibile all’uomo pensarla come il suo Signore si attua poi nel credente attraverso l’accoglienza del Vangelo. Come fa l’uomo, potremmo chiederci, a pensarla come Dio? Prendendo dentro di sé il Vangelo e mettendolo al posto dei propri pensieri. Lasciandosi quindi invadere dal pensiero di Dio manifestatosi nella sua Rivelazione, nella sua Parola che è la Scrittura e primariamente il Nuovo Testamento. In questo modo l’uomo può arrivare a pensarla come Dio e quindi è possibile che tutti gli uomini la pensino allo stesso modo. Questo esige davvero un ascolto continuo, perseverante, mai interrotto delle Scritture.
Quando negli Atti degli Apostoli si dice che i primi cristiani avevano un cuore solo e un’anima sola (At 4,32), si usa lo stesso concetto che troviamo qui in Paolo: avevano uno stesso modo di sentire, la pensavano tutti allo stesso modo. Ma per­ché questo? Nel cap. 2, sempre degli Atti, si spiega il perché concreto, operativo: « Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere » (At 2,42). Ciò che generava in loro l’unico modo di sentire era il fatto che ascoltavano sempre, senza smettere mai, la predicazione apostolica contenuta nelle Sacre Scritture. I cristiani di oggi leggono perseverantemente le Sacre Scritture? Ascoltano veramente questa parola che non è parola di uomo, come dice Paolo, ma Parola di Dio? Poi seguono l’Eucarestia, la vita comune e le preghiere, ma è soprattutto questo il punto di partenza, questo ascolto dell’insegnamento apostolico, questo ascolto del Vangelo.
I cristiani per poterla pensare tutti nello stesso modo debbono avere in sé quello stesso pensiero che fu in Cristo Gesù; l’espressione greca è talmente stringata e forte che vuoi dire anche qualcosa di più: pensarla tutti come la pensava Gesù è possibile solo perché i cristiani sono in Cristo Gesù. I cristiani sono collocati in Cristo mediante la fede e mediante i sacramenti; quindi non solo l’ascolto della Parola, ma anche l’atto sacramentale del Battesimo e dell’Eucarestia fonda la comunione con Cristo e quindi la possibilità di pensarla come il Cristo stesso. È questa un’affermazione di Paolo che dice in po­chissime parole un’infinità di concetti, perché il cristiano può pensarla come Cristo perché è in Cristo, vive in Cristo, ha la vita nuova che gli è data dall’essere incorporato a Gesù. In altre lettere Paolo dice: voi siete il corpo di Cristo!
Il v. 5 ci presenta, quindi, un’imitazione di Cristo che ha il suo fondamento nell’incorporazione a Cristo. Poiché siamo in Cristo dobbiamo pensare secondo la logica della vita nuova che Cristo ci ha trasmesso, logica che si è manifestata sia nelle opere sia nelle parole del Cristo stesso. L’evento Cristo è l’evento salvifico e trasfigurante che fonda il nostro nuovo essere e il nostro nuovo sentire.

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 24 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

Guercino, Santa Cecilia

Guercino, Santa Cecilia dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 22 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

BIOGRAFIA S.CECILIA – 22 NOVEMBRE

http://sanctacecilia.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=22&Itemid=68&limitstart=1

Santa Cecilia : Comunità Santa Cecilia

BIOGRAFIA S.CECILIA – 22 NOVEMBRE

Cecilia discende dalla nobile famiglia romana della “gens Caecilia” e fin da piccola viene educata di nascosto alla fede cristiana dalla sua nutrice. La giovane decide di consacrarsi al Signore Gesù, ma i suoi genitori decidono di farla sposare col nobile Valeriano. Il giorno stesso delle nozze però la giovane avvertì il marito di essersi consacrata a Dio e che un angelo avrebbe difeso la sua verginità. Valerio fu alquanto contrariato e incredulo ma dopo che l’angelo gli apparve in maniera piuttosto convincente si convertì anch’egli al cristianesimo.
Valeriano e Cecilia, uniti dalla fede e dall’amore per Cristo, misero i loro beni e le loro vite al servizio del Vangelo. Tiburzio, fratello di Valeriano, conquistato dall’esempio del fratello, divenne anche lui cristiano. Durante una persecuzione, sotto l’imperatore Alessandro Severo, Valeriano e Tiburzio si prodigarono nel curare i poveri e seppellire i corpi dei martiri trucidati nelle arene; per questo furono denunciati e condannati alla decapitazione.
Al momento dell’esecuzione Massimo, funzionario dell’impero, toccato dalla fede di Valerio e Tiburzio confessò di essere anche lui cristiano e venne perciò decapitato. Cecilia raccolse con le sue mani i corpi dei tre martiri e non molto tempo dopo anch’essa viene denunciata e condannata.
Cecilia fu condannata a morire per asfissia nel calidarium (bagno per sauna) della propria casa, dove vi fu rinchiusa per 24 ore, ma ella sopravvisse. Venne consegnata al boia per essere decapitata, ma egli, dopo tre colpi alla testa, non riuscì a reciderla e, impaurito, fuggì via. Cecilia venne soccorsa amorevolmente e la sua agonia durò tre giorni fino all’arrivo del Papa Urbano, al quale la fanciulla agonizzante lasciò in eredità la propria casa con la preghiera di tramutarla in chiesa.
Urbano per onorare la martire la fece seppellire nelle catacombe di Callisto, vicino alla Cripta dei Papi. Ma solo nell’anno 821, sotto il pontificato di Pasquale I, la chiesa edificata fu consacrata alla santa martire. La salma della Santa, dopo cinquecento anni ancora intatta, fu traslata dalle catacombe di S.Callisto (dove ancora oggi si può visitare la cripta che ne ospitò il corpo) alla chiesa, già sua antica dimora, insieme ai martiri Valeriano, Tiburzio e Massimo. A questi Pasquale I volle aggiungere anche il corpo di S. Urbano.
Otto secoli dopo, e precisamente nel 1599, il cardinale Sfondrati, durante l’esecuzione di alcuni restauri della chiesa, pensò di fare aprire il sarcofago contenente le spoglie della Santa. Secondo autorevoli testimonianze il corpo di Cecilia era ancora intatto ed era visibile ancora la cicatrice al collo. Prima che si richiudesse il sarcofago lo scultore Stefano Maderno trasse il disegno della statua che poi scolpì e che rappresenta la Santa nella stessa posizione in cui la tradizione vuole che si trovasse al momento della morte piegata sul fianco destro con le braccia allungate.
Nel primo medioevo Cecilia è sempre e soltanto accompagnata dai simboli del martirio (una palma o una corona). A partire dal XV secolo viene raffigurata con uno strumento, in genere un organo. La ragione dell’affiliazione musicale della Santa è dovuta ad un’errata interpretazione di un brano della Passio nel quale, descrivendo il suo matrimonio si dice: «Mentre gli strumenti suonavano (cantantibus organis) Cecilia in cuor suo rivolgeva il suo canto al Signore». Nella prima antifona delle lodi che si cantano in onore della Santa le parole «in cuor suo» sono state soppresse così da lasciare immaginare che Cecilia cantasse davvero accompagnata dal suono di organo.
Da qui, data anche l’assoluta carenza di santi musicanti, il passo ad essere proclamata patrona della musica fu breve. Già nel celebre dipinto di Raffaello L’estasi di Santa Cecilia la vergine martire viene raffigurata con un organo portativo in mano (poco importa che le canne siano messe al rovescio) e con ai piedi «sparsi per terra instrumenti musici, che non sono dipinti, ma vivi e veri si conoscono» (Vasari). Una copia di questo dipinto fu ordinata dal succitato cardinale Sfondrati a Guido Reni in occasione della ricognizione del corpo della Santa. Oggi si può ammirare nella Chiesa di San Luigi dei Francesi. Cecilia dunque fu acclamata, volente o nolente, patrona della musica e dei musicisti.

Publié dans:SANTI |on 22 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

Cristo in trono, Re dell’Universo

Cristo in trono, Re dell'Universo dans immagini sacre

Christ on Throne Hajdudorogcommons.wikimedia.org/wiki/File:Christ_on_Throne_Hajdudorog.JPG

Publié dans:immagini sacre |on 21 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – (PER LA SECONDA LETTURA 1COR 15, 20.26-28)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20081105_it.html

BENEDETTO XVI – (PER LA SECONDA LETTURA 1COR 15, 20.26-28)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 5 novembre 2008

SAN PAOLO (11). L’IMPORTANZA DELLA CRISTOLOGIA: LA DECISIVITÀ DELLA RISURREZIONE.

Cari fratelli e sorelle,

“Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede… e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Cor 15,14.17). Con queste forti parole della prima Lettera ai Corinzi, san Paolo fa capire quale decisiva importanza egli attribuisse alla risurrezione di Gesù. In tale evento infatti sta la soluzione del problema posto dal dramma della Croce. Da sola la Croce non potrebbe spiegare la fede cristiana, anzi rimarrebbe una tragedia, indicazione dell’assurdità dell’essere. Il mistero pasquale consiste nel fatto che quel Crocifisso “è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor 15,4) – così attesta la tradizione protocristiana. Sta qui la chiave di volta della cristologia paolina: tutto ruota attorno a questo centro gravitazionale. L’intero insegnamento dell’apostolo Paolo parte dal e arriva sempre al mistero di Colui che il Padre ha risuscitato da morte. La risurrezione è un dato fondamentale, quasi un assioma previo (cfr 1 Cor 15,12), in base al quale Paolo può formulare il suo annuncio (kerygma) sintetico: Colui che è stato crocifisso, e che ha così manifestato l’immenso amore di Dio per l’uomo, è risorto ed è vivo in mezzo a noi.
E’ importante cogliere il legame tra l’annuncio della risurrezione, così come Paolo lo formula, e quello in uso nelle prime comunità cristiane prepaoline. Qui davvero si può vedere l’importanza della tradizione che precede l’Apostolo e che egli, con grande rispetto e attenzione, vuole a sua volta consegnare. Il testo sulla risurrezione, contenuto nel cap. 15,1-11 della prima Lettera ai Corinzi, pone bene in risalto il nesso tra “ricevere” e “trasmettere”. San Paolo attribuisce molta importanza alla formulazione letterale della tradizione; al termine del passo in esame sottolinea: “Sia io che loro così predichiamo” (1 Cor 15,11), mettendo con ciò in luce l’unità del kerigma, dell’annuncio per tutti i credenti e per tutti coloro che annunceranno la risurrezione di Cristo. La tradizione a cui si ricollega è la fonte alla quale attingere. L’originalità della sua cristologia non va mai a discapito della fedeltà alla tradizione. Il kerigma degli Apostoli presiede sempre alla personale rielaborazione di Paolo; ogni sua argomentazione muove dalla tradizione comune, in cui s’esprime la fede condivisa da tutte le Chiese, che sono una sola Chiesa. E così san Paolo offre un modello per tutti i tempi sul come fare teologia e come predicare. Il teologo, il predicatore non crea nuove visioni del mondo e della vita, ma è al servizio della verità trasmessa, al servizio del fatto reale di Cristo, della Croce, della risurrezione. Il suo compito è aiutarci a comprendere oggi, dietro le antiche parole, la realtà del “Dio con noi”, quindi la realtà della vera vita.
E’ qui opportuno precisare: san Paolo, nell’annunciare la risurrezione, non si preoccupa di presentarne un’esposizione dottrinale organica – non vuol scrivere quasi un manuale di teologia – ma affronta il tema rispondendo a dubbi e domande concrete che gli venivano proposte dai fedeli; un discorso occasionale dunque, ma pieno di fede e di teologia vissuta. Vi si riscontra una concentrazione sull’essenziale: noi siamo stati “giustificati”, cioè resi giusti, salvati, dal Cristo morto e risorto per noi. Emerge innanzitutto il fatto della risurrezione, senza il quale la vita cristiana sarebbe semplicemente assurda. In quel mattino di Pasqua avvenne qualcosa di straordinario, di nuovo e, al tempo stesso, di molto concreto, contrassegnato da segni ben precisi, registrati da numerosi testimoni. Anche per Paolo, come per gli altri autori del Nuovo Testamento, la risurrezione è legata alla testimonianza di chi ha fatto un’esperienza diretta del Risorto. Si tratta di vedere e di sentire non solo con gli occhi o con i sensi, ma anche con una luce interiore che spinge a riconoscere ciò che i sensi esterni attestano come dato oggettivo. Paolo dà perciò – come i quattro Vangeli – fondamentale rilevanza al tema delle apparizioni, le quali sono condizione fondamentale per la fede nel Risorto che ha lasciato la tomba vuota. Questi due fatti sono importanti: la tomba è vuota e Gesù è apparso realmente. Si costituisce così quella catena della tradizione che, attraverso la testimonianza degli Apostoli e dei primi discepoli, giungerà alle generazioni successive, fino a noi. La prima conseguenza, o il primo modo di esprimere questa testimonianza, è di predicare la risurrezione di Cristo come sintesi dell’annuncio evangelico e come punto culminante di un itinerario salvifico. Tutto questo Paolo lo fa in diverse occasioni: si possono consultare le Lettere e gli Atti degli Apostoli dove si vede sempre che il punto essenziale per lui è essere testimone della risurrezione. Vorrei citare solo un testo: Paolo, arrestato a Gerusalemme, sta davanti al Sinedrio come accusato. In questa circostanza nella quale è in gioco per lui la morte o la vita, egli indica quale è il senso e il contenuto di tutta la sua predicazione: “Io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti” (At 23,6). Questo stesso ritornello Paolo ripete continuamente nelle sue Lettere (cfr 1 Ts 1,9s; 4,13-18; 5,10), nelle quali fa appello anche alla sua personale esperienza, al suo personale incontro con Cristo risorto (cfr Gal 1,15-16; 1 Cor 9,1).
Ma possiamo domandarci: qual è, per san Paolo, il senso profondo dell’evento della risurrezione di Gesù? Che cosa dice a noi a distanza di duemila anni? L’affermazione “Cristo è risorto” è attuale anche per noi? Perché la risurrezione è per lui e per noi oggi un tema così determinante? Paolo dà solennemente risposta a questa domanda all’inizio della Lettera ai Romani, ove esordisce riferendosi al “Vangelo di Dio … che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità in virtù della risurrezione dei morti” (Rm 1,3-4). Paolo sa bene e lo dice molte volte che Gesù era Figlio di Dio sempre, dal momento della sua incarnazione. La novità della risurrezione consiste nel fatto che Gesù, elevato dall’umiltà della sua esistenza terrena, viene costituito Figlio di Dio “con potenza”. Il Gesù umiliato fino alla morte di croce può dire adesso agli Undici: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18). E’ realizzato quanto dice il Salmo 2, 8: “Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra”. Perciò con la risurrezione comincia l’annuncio del Vangelo di Cristo a tutti i popoli – comincia il Regno di Cristo, questo nuovo Regno che non conosce altro potere che quello della verità e dell’amore. La risurrezione svela quindi definitivamente qual è l’autentica identità e la straordinaria statura del Crocifisso. Una dignità incomparabile e altissima: Gesù è Dio! Per san Paolo la segreta identità di Gesù, più ancora che nell’incarnazione, si rivela nel mistero della risurrezione. Mentre il titolo di Cristo, cioè di ‘Messia’, ‘Unto’, in san Paolo tende a diventare il nome proprio di Gesù e quello di Signore specifica il suo rapporto personale con i credenti, ora il titolo di Figlio di Dio viene ad illustrare l’intimo rapporto di Gesù con Dio, un rapporto che si rivela pienamente nell’evento pasquale. Si può dire, pertanto, che Gesù è risuscitato per essere il Signore dei morti e dei vivi (cfr Rm 14,9; e 2 Cor 5,15) o, in altri termini, il nostro Salvatore (cfr Rm 4,25).
Tutto questo è gravido di importanti conseguenze per la nostra vita di fede: noi siamo chiamati a partecipare fin nell’intimo del nostro essere a tutta la vicenda della morte e della risurrezione di Cristo. Dice l’Apostolo: siamo “morti con Cristo” e crediamo che “vivremo con lui, sapendo che Cristo risorto dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,8-9). Ciò si traduce in una condivisione delle sofferenze di Cristo, che prelude a quella piena configurazione con Lui mediante la risurrezione a cui miriamo nella speranza. E’ ciò che è avvenuto anche a san Paolo, la cui personale esperienza è descritta nelle Lettere con toni tanto accorati quanto realistici: “Perché io possa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11; cfr 2 Tm 2,8-12). La teologia della Croce non è una teoria – è la realtà della vita cristiana. Vivere nella fede in Gesù Cristo, vivere la verità e l’amore implica rinunce ogni giorno, implica sofferenze. Il cristianesimo non è la via della comodità, è piuttosto una scalata esigente, illuminata però dalla luce di Cristo e dalla grande speranza che nasce da Lui. Sant’Agostino dice: Ai cristiani non è risparmiata la sofferenza, anzi a loro ne tocca un po’ di più, perché vivere la fede esprime il coraggio di affrontare la vita e la storia più in profondità. Tuttavia solo così, sperimentando la sofferenza, conosciamo la vita nella sua profondità, nella sua bellezza, nella grande speranza suscitata da Cristo crocifisso e risorto. Il credente si trova perciò collocato tra due poli: da un lato, la risurrezione che in qualche modo è già presente e operante in noi (cfr Col 3,1-4; Ef 2,6); dall’altro, l’urgenza di inserirsi in quel processo che conduce tutti e tutto verso la pienezza, descritta nella Lettera ai Romani con un’ardita immagine: come tutta la creazione geme e soffre quasi le doglie del parto, così anche noi gemiamo nell’attesa della redenzione del nostro corpo, della nostra redenzione e risurrezione (cfr Rm 8,18-23).
In sintesi, possiamo dire con Paolo che il vero credente ottiene la salvezza professando con la sua bocca che Gesù è il Signore e credendo con il suo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti (cfr Rm 10,9). Importante è innanzitutto il cuore che crede in Cristo e nella fede “tocca” il Risorto; ma non basta portare nel cuore la fede, dobbiamo confessarla e testimoniarla con la bocca, con la nostra vita, rendendo così presente la verità della croce e della risurrezione nella nostra storia In questo modo infatti il cristiano si inserisce in quel processo grazie al quale il primo Adamo, terrestre e soggetto alla corruzione e alla morte, va trasformandosi nell’ultimo Adamo, quello celeste e incorruttibile (cfr 1 Cor 15,20-22.42-49). Tale processo è stato avviato con la risurrezione di Cristo, nella quale pertanto si fonda la speranza di potere un giorno entrare anche noi con Cristo nella vera nostra patria che sta nei Cieli. Sorretti da questa speranza proseguiamo con coraggio e con gioia.

 

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