Archive pour novembre, 2014

PAPA FRANCESCO: LA CHIESA – 15. PELLEGRINA VERSO IL REGNO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2014/documents/papa-francesco_20141126_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

(l’Udienza del 19 novembre su blog: In cammino verso Gesù Cristo)

Piazza San Pietro

Mercoledì, 26 novembre 2014

LA CHIESA – 15. PELLEGRINA VERSO IL REGNO

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Un po’ bruttina la giornata, ma voi siete coraggiosi, complimenti! Speriamo di pregare insieme oggi.
Nel presentare la Chiesa agli uomini del nostro tempo, il Concilio Vaticano II aveva ben presente una verità fondamentale, che non bisogna mai dimenticare: la Chiesa non è una realtà statica, ferma, fine a se stessa, ma è continuamente in cammino nella storia, verso la meta ultima e meravigliosa che è il Regno dei cieli, di cui la Chiesa in terra è il germe e l’inizio (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 5). Quando ci rivolgiamo verso questo orizzonte, ci accorgiamo che la nostra immaginazione si arresta, rivelandosi capace appena di intuire lo splendore del mistero che sovrasta i nostri sensi. E sorgono spontanee in noi alcune domande: quando avverrà questo passaggio finale? Come sarà la nuova dimensione nella quale la Chiesa entrerà? Che cosa sarà allora dell’umanità? E del creato che ci circonda? Ma queste domande non sono nuove, le avevano già fatte i discepoli a Gesù in quel tempo: “Ma quando avverrà questo? Quando sarà il trionfo dello Spirito sulla creazione, sul creato, su tutto…”. Sono domande umane, domande antiche. Anche noi facciamo queste domande.
1. La Costituzione conciliare Gaudium et spes, di fronte a questi interrogativi che risuonano da sempre nel cuore dell’uomo, afferma: «Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini» (n. 39). Ecco la meta a cui tende la Chiesa: è, come dice la Bibbia, la «Gerusalemme nuova», il «Paradiso». Più che di un luogo, si tratta di uno “stato” dell’anima in cui le nostre attese più profonde saranno compiute in modo sovrabbondante e il nostro essere, come creature e come figli di Dio, giungerà alla piena maturazione. Saremo finalmente rivestiti della gioia, della pace e dell’amore di Dio in modo completo, senza più alcun limite, e saremo faccia a faccia con Lui! (cfr 1Cor 13,12). E’ bello pensare questo, pensare al Cielo. Tutti noi ci troveremo lassù, tutti. E’ bello, dà forza all’anima.
2. In questa prospettiva, è bello percepire come ci sia una continuità e una comunione di fondo tra la Chiesa che è nel Cielo e quella ancora in cammino sulla terra. Coloro che già vivono al cospetto di Dio possono infatti sostenerci e intercedere per noi, pregare per noi. D’altro canto, anche noi siamo sempre invitati ad offrire opere buone, preghiere e la stessa Eucaristia per alleviare la tribolazione delle anime che sono ancora in attesa della beatitudine senza fine. Sì, perché nella prospettiva cristiana la distinzione non è più tra chi è già morto e chi non lo è ancora, ma tra chi è in Cristo e chi non lo è! Questo è l’elemento determinante, veramente decisivo per la nostra salvezza e per la nostra felicità.
3. Nello stesso tempo, la Sacra Scrittura ci insegna che il compimento di questo disegno meraviglioso non può non interessare anche tutto ciò che ci circonda e che è uscito dal pensiero e dal cuore di Dio. L’apostolo Paolo lo afferma in modo esplicito, quando dice che «anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Altri testi utilizzano l’immagine del «cielo nuovo» e della «terra nuova» (cfr 2 Pt 3,13; Ap 21,1), nel senso che tutto l’universo sarà rinnovato e verrà liberato una volta per sempre da ogni traccia di male e dalla stessa morte. Quella che si prospetta, come compimento di una trasformazione che in realtà è già in atto a partire dalla morte e risurrezione di Cristo, è quindi una nuova creazione; non dunque un annientamento del cosmo e di tutto ciò che ci circonda, ma un portare ogni cosa alla sua pienezza di essere, di verità, di bellezza. Questo è il disegno che Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, da sempre vuole realizzare e sta realizzando.
Cari amici, quando pensiamo a queste stupende realtà che ci attendono, ci rendiamo conto di quanto appartenere alla Chiesa sia davvero un dono meraviglioso, che porta iscritta una vocazione altissima! Chiediamo allora alla Vergine Maria, Madre della Chiesa, di vegliare sempre sul nostro cammino e di aiutarci ad essere, come lei, segno gioioso di fiducia e di speranza in mezzo ai nostri fratelli.

 

San Giovanni Crisostomo grande interprete dell’Apostolo Paolo

San Giovanni Crisostomo grande interprete dell'Apostolo Paolo dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) Paul%2Band%2BJohn%2BChrysostom

http://www.johnsanidopoulos.com/2010/11/st-john-chrysostom-greatest-interpreter.html

SAN PAOLO, PIER PAOLO PASOLINI – GIANFRANCO RAVASI (« Avvenire », 29/6/’08)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_ravasi13.htm

SAN PAOLO, PIER PAOLO PASOLINI – GIANFRANCO RAVASI

(« Avvenire », 29/6/’08)

Sul quaderno di note aveva scritto: «Abbozzo di sceneggiatura per un « film » su San Paolo (sotto forma di appunti per un direttore di produzione)» e, sotto, la data «Roma, 22-28 maggio 1968». Quarant’anni fa, dunque, Pier Paolo Pasolini aveva pensato a un soggetto cinematografico dedicato all’Apostolo che, però, non avrebbe mai visto la sua esecuzione. In quegli appunti c’era un’intuizione che si potrebbe riproporre pari pari anche per l’ »Anno Paolino », che ieri Benedetto XVI ha aperto solennemente nella Basilica romana che custodisce la tomba di questa figura capitale del cristianesimo.
Pasolini, infatti, pensava di trasporre la vicenda di Paolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche « metropoli » della cultura e del potere (Atene, Roma, Corinto, Gerusalemme…) con New York, Londra, Parigi, Berlino e la Roma attuale.
L’Apostolo, infatti, è l’uomo che ha rincorso la modernità senza lasciarsi da essa « omologare »; ha operato l’inculturazione di un messaggio dalle forti connotazioni « semitiche » nelle coordinate linguistiche, ideali e sociali dell’Impero romano e della civiltà « ellenistica »; non ha temuto di inoltrarsi sui sentieri d’altura della teologia senza cadere nelle « panie » dell’ideologia « asfittica »; è stato un edificatore di « cattedrali spirituali » ma anche di comunità locali, così intimamente insediate nel tessuto urbano da correre il rischio talora di « impolverarsi » mani, piedi e coscienza (si leggano le « Lettere ai Corinzi »!). Equivocava, perciò, il nostro Gramsci quando liquidava San Paolo come «il « Lenin » del Cristianesimo», così come « sbandava » Nietzsche quando lo opponeva agli « evangelisti », cioè ai primi « annunziatori » della « buona novella » di Cristo, « bollandolo » come « disangelista », cioè « araldo » di una « cattiva novella », confermando « laicamente » uno « stereotipo », diffuso anche tra molti credenti, secondo il quale l’Apostolo è un gelido « teorico », «la causa dei principali difetti della teologia cristiana», come lo accusava Renan.
Certo, Paolo è convinto che fede e pensiero si richiamino reciprocamente e quindi esige nel suo lettore rigore religioso e intellettuale. Ne era già consapevole la stessa « Seconda Lettera di San Pietro », quando osservava che «nelle « lettere » del nostro carissimo fratello Paolo vi sono alcune cose difficili da comprendere agli ignoranti e gli incerti le travisano a loro rovina» (3,16). È, dunque, necessaria una lettura sorvegliata e accurata del patrimonio letterario e teologico paolino, che comprende ben 2003 versetti sui 5621 che compongono l’intero « Nuovo Testamento ». Egli induce al ritorno verso una fede che accoglie e approfondisce le ragioni che la sostengono. Questo « Anno Paolino », anche se ancorato a una data di nascita più simbolica che reale, potrebbe allora essere il tempo per riproporre una meditazione personale e comunitaria dell’ »epistolario paolino ».
Sarà, certo, un vigoroso esercizio mentale ma anche l’occasione per ritrovare una spiritualità pura, spoglia da « fronzoli » secondari, da « ridondanze devozionali », da « derive evanescenti »: una fede che abbia il suo cuore profondo e vitale in quel Gesù Cristo, che è nominato almeno quattrocento volte negli scritti dell’Apostolo. Il « motto » emblematico paolino è, infatti, tutto in quella frase « incastonata » nella « Lettera » indirizzata agli amati cristiani della città macedone di Filippi: «Per me il vivere è Cristo» (1,21). Ma la sua riflessione riesce a raggiungere anche le vette dei temi religiosi ultimi, come la grazia, la fede, la giustificazione, la legge, la libertà, la salvezza, l’ »agape », senza però evitare gli « abissi oscuri » del peccato, della carne, del male e della nostra « fragilità creaturale ». Per questo il poeta Mario Luzi definiva « smisurata » la figura di Paolo, capace cioè di varcare le frontiere per discendere nei segreti tenebrosi dell’umanità e ascendere verso il cielo del divino e della redenzione piena. E il suo capolavoro teologico, la « Lettera ai Romani », sta lì, davanti a noi ancor oggi a sfidarci per imboccare la via di un cristianesimo radicale e autentico. 

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Gianfranco Ravasi |on 26 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

ESPRI NELLA SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO, 2014 …

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2014/documents/papa-francesco_20140125_vespri-conversione-san-paolo.html

(non ricordo se avevo messo questa omelia; sul mio blog: In cammino verso Gesù Cristo c’è il discorso del Papa a Strasburgo)

CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Paolo fuori le Mura

Sabato, 25 gennaio 2014

«E’ forse diviso il Cristo?» (1 Cor 1,13). Il forte richiamo che san Paolo pone all’inizio della sua Prima Lettera ai Corinzi, e che è risuonato nella liturgia di questa sera, è stato scelto da un gruppo di fratelli cristiani del Canada come traccia per la nostra meditazione durante la Settimana di Preghiera di quest’anno.
L’Apostolo ha appreso con grande tristezza che i cristiani di Corinto sono divisi in diverse fazioni. C’è chi afferma: “Io sono di Paolo”; un altro dice: “Io invece sono di Apollo”; un altro: “Io invece di Cefa”; e infine c’è anche chi sostiene: “E io di Cristo” (cfr v. 12). Neppure coloro che intendono rifarsi a Cristo possono essere elogiati da Paolo, perché usano il nome dell’unico Salvatore per prendere le distanze da altri fratelli all’interno della comunità. In altre parole, l’esperienza particolare di ciascuno, il riferimento ad alcune persone significative della comunità, diventano il metro di giudizio della fede degli altri.
In questa situazione di divisione, Paolo esorta i cristiani di Corinto, «per il nome del Signore Nostro Gesù Cristo», ad essere tutti unanimi nel parlare, perché tra di loro non vi siano divisioni, bensì perfetta unione di pensiero e di sentire (cfr v. 10). La comunione che l’Apostolo invoca, però, non potrà essere frutto di strategie umane. La perfetta unione tra i fratelli, infatti, è possibile solo in riferimento al pensiero e ai sentimenti di Cristo (cfr Fil 2,5). Questa sera, mentre siamo qui riuniti in preghiera, avvertiamo che Cristo, che non può essere diviso, vuole attirarci a sé, verso i sentimenti del suo cuore, verso il suo totale e confidente abbandono nelle mani del Padre, verso il suo radicale svuotarsi per amore dell’umanità. Solo Lui può essere il principio, la causa, il motore della nostra unità.
Mentre ci troviamo alla sua presenza, diventiamo ancora più consapevoli che non possiamo considerare le divisioni nella Chiesa come un fenomeno in qualche modo naturale, inevitabile per ogni forma di vita associativa. Le nostre divisioni feriscono il suo corpo, feriscono la testimonianza che siamo chiamati a rendergli nel mondo. Il Decreto del Vaticano II sull’ecumenismo, richiamando il testo di san Paolo che abbiamo meditato, significativamente afferma: «Da Cristo Signore la Chiesa è stata fondata una e unica, eppure molte comunioni cristiane propongono se stesse agli uomini come la vera eredità di Gesù Cristo. Tutti invero asseriscono di essere discepoli del Signore, ma hanno opinioni diverse e camminano per vie diverse, come se Cristo stesso fosse diviso». E, quindi, aggiunge: «Tale divisione non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura» (Unitatis redintegratio, 1). Tutti noi siamo stati danneggiati dalle divisioni. Tutti noi non vogliamo diventare uno scandalo. E per questo tutti noi camminiamo insieme, fraternamente, sulla strada verso l’unità, facendo unità anche nel camminare, quell’unità che viene dallo Spirito Santo e che ci porta una singolarità speciale, che soltanto lo Spirito Santo può fare: la diversità riconciliata. Il Signore ci aspetta tutti, ci accompagna tutti, è con tutti noi in questo cammino dell’unità.
Cari amici, Cristo non può essere diviso! Questa certezza deve incoraggiarci e sostenerci a proseguire con umiltà e con fiducia nel cammino verso il ristabilimento della piena unità visibile tra tutti i credenti in Cristo. Mi piace pensare in questo momento all’opera del beato Giovanni XXIII e del beato Giovanni Paolo II. Entrambi maturarono lungo il proprio percorso di vita la consapevolezza di quanto fosse urgente la causa dell’unità e, una volta eletti Vescovi di Roma, hanno guidato con decisione l’intero gregge cattolico sulle strade del cammino ecumenico: Papa Giovanni aprendo vie nuove e prima quasi impensate, Papa Giovanni Paolo proponendo il dialogo ecumenico come dimensione ordinaria ed imprescindibile della vita di ogni Chiesa particolare. Ad essi associo anche Papa Paolo VI, altro grande protagonista del dialogo, di cui ricordiamo proprio in questi giorni il cinquantesimo anniversario dello storico abbraccio a Gerusalemme con il Patriarca di Costantinopoli Atenagora.
L’opera di questi Pontefici ha fatto sì che la dimensione del dialogo ecumenico sia diventata un aspetto essenziale del ministero del Vescovo di Roma, tanto che oggi non si comprenderebbe pienamente il servizio petrino senza includervi questa apertura al dialogo con tutti i credenti in Cristo. Possiamo dire anche che il cammino ecumenico ha permesso di approfondire la comprensione del ministero del Successore di Pietro e dobbiamo avere fiducia che continuerà ad agire in tal senso anche per il futuro. Mentre guardiamo con gratitudine ai passi che il Signore ci ha concesso di compiere, e senza nasconderci le difficoltà che oggi il dialogo ecumenico attraversa, chiediamo di poter essere tutti rivestiti dei sentimenti di Cristo, per poter camminare verso l’unità da lui voluta. E camminare insieme è già fare unità!
In questo clima di preghiera per il dono dell’unità, vorrei rivolgere i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, a Sua Grazia David Moxon, rappresentante a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali, qui convenuti questa sera. Con questi due fratelli, in rappresentanza di tutti, abbiamo pregato nel Sepolcro di Paolo e abbiamo detto fra noi: “Preghiamo perché lui ci aiuti in questa strada, in questa strada dell’unità, dell’amore, facendo strada di unità”. L’unità non verrà come un miracolo alla fine: l’unità viene nel cammino, la fa lo Spirito Santo nel cammino. Se noi non camminiamo insieme, se noi non preghiamo gli uni per gli altri, se noi non collaboriamo in tante cose che possiamo fare in questo mondo per il Popolo di Dio, l’unità non verrà! Essa si fa in questo cammino, in ogni passo, e non la facciamo noi: la fa lo Spirito Santo, che vede la nostra buona volontà.
Cari fratelli e sorelle, preghiamo il Signore Gesù, che ci ha reso membra vive del suo Corpo, affinché ci mantenga profondamente uniti a Lui, ci aiuti a superare i nostri conflitti, le nostre divisioni, i nostri egoismi; e ricordiamo che l’unità è sempre superiore al conflitto! E ci aiuti ad essere uniti gli uni agli altri da un’unica forza, quella dell’amore, che lo Spirito Santo riversa nei nostri cuori (cfr Rm 5,5). Amen.

Publié dans:FESTE DI SAN PAOLO, PAPA FRANCESCO |on 26 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

Beato Giacomo Alberione

Beato Giacomo Alberione dans immagini sacre beato-giacomo-alberione

http://www.gazzettadalba.it/wp-content/uploads/2014/07/beato-giacomo-alberione.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 25 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

26 NOVEMBRE: GIACOMO ALBERIONE (1884-1971)

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_20030427_alberione_it.html

26 NOVEMBRE: GIACOMO ALBERIONE (1884-1971)

Omelia di Papa Giovanni Paolo II:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/2003/documents/hf_jp-ii_hom_20030427_beatification_it.html

Don Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, fu uno dei più creativi apostoli del XX secolo. Nato a San Lorenzo di Fossano (Cuneo) il 4 aprile 1884, ricevette il Battesimo il giorno successivo. La famiglia Alberione, composta da Michele e Teresa Allocco e da sei figli, era di condizione contadina, profondamente cristiana e laboriosa.
Il piccolo Giacomo, quartogenito, avverte presto la chiamata di Dio: in prima elementare, interrogato dalla maestra su cosa farà da grande, egli risponde: “Mi farò prete!”. Gli anni della fanciullezza si orientano in questa direzione.
Trasferita la famiglia nel comune di Cherasco, parrocchia San Martino, diocesi di Alba, il parroco don Montersino aiuta l’adolescente a prendere coscienza e a rispondere alla chiamata. A 16 anni Giacomo è accolto nel Seminario di Alba e subito si incontra con colui che gli sarà padre, guida, amico, consigliere per 46 anni: il canonico Francesco Chiesa.
Al termine dell’Anno Santo 1900, già interpellato dall’enciclica di Leone XIII “Tametsi futura”, Giacomo vive l’esperienza determinante della sua esistenza. Nella notte del 31 dicembre 1900, che divide i due secoli, prega per quattro ore davanti al Santissimo Sacramento. Una “particolare luce” gli viene dall’Ostia, e da quel momento si sente “profondamente obbligato a far qualcosa per il Signore e per gli uomini del nuovo secolo”: “obbligato a servire la Chiesa” con i mezzi nuovi offerti dall’ingegno umano.
L’itinerario del giovane Alberione prosegue intensamente negli anni dello studio della filosofia e teologia. Il 29 giugno 1907 viene ordinato sacerdote. Segue una breve ma decisiva esperienza pastorale in Narzole (Cuneo), in qualità di vice parroco. Là incontra il giovinetto Giuseppe Giaccardo, che per lui sarà ciò che fu Timoteo per l’Apostolo Paolo. E sempre a Narzole don Alberione matura la comprensione di ciò che può fare la donna coinvolta nell’apostolato.
Nel Seminario di Alba svolge il compito di Padre Spirituale dei seminaristi maggiori e minori, e di insegnante in varie materie. Si presta per predicazione, catechesi, conferenze nelle parrocchie della diocesi. Dedica pure molto tempo allo studio sulla situazione della società civile ed ecclesiale del suo tempo e sulle nuove necessità che si prospettano.
Comprende che il Signore lo guida ad una missione nuova: predicare il Vangelo a tutti i popoli, nello spirito dell’Apostolo Paolo, utilizzando i mezzi moderni di comunicazione. Testimoniano tale orientamento due suoi libri: Appunti di teologia pastorale (1912) e La donna associata allo zelo sacerdotale (1911-1915).
Tale missione, per avere efficacia e continuità, deve essere assunta da persone consacrate, poiché “le opere di Dio si fanno con gli uomini di Dio”. Così il 20 agosto 1914, mentre a Roma muore il Santo Pontefice Pio X, ad Alba Don Alberione dà inizio alla “Famiglia Paolina” con la fondazione della Pia Società San Paolo. L’inizio è poverissimo, secondo la pedagogia divina: “iniziare sempre da un presepio”.
La famiglia umana — alla quale don Alberione si ispira — è composta di fratelli e sorelle. La prima donna che segue don Alberione è una ragazza ventenne di Castagnito (Cuneo): Teresa Merlo. Con il suo contributo, Alberione dà inizio alla Congregazione delle Figlie di San Paolo (1915). Lentamente la “Famiglia” si sviluppa, le vocazioni maschili e femminili aumentano, l’apostolato si delinea e prende forma.
Nel dicembre 1918 avviene una prima partenza di “Figlie” verso Susa: inizia una coraggiosa storia di fede e di intraprendenza, che genera anche uno stile caratteristico, denominato “alla paolina”. Questo cammino sembra interrompersi nel 1923, quando Don Alberione si ammala gravemente e il responso dei medici non lascia speranze. Ma il Fondatore riprende miracolosamente il cammino: “San Paolo mi ha guarito” commenterà in seguito. Da quel periodo appare nelle cappelle Paoline la scritta che in sogno o in rivelazione il Divin Maestro rivolge al Fondatore: “Non temete — Io sono con voi — Di qui voglio illuminare – Abbiate il dolore dei peccati”.
L’anno successivo prende vita la seconda congregazione femminile: le Pie Discepole del Divin Maestro, per l’apostolato eucaristico, sacerdotale, liturgico. A guidarle nella nuova vocazione Don Alberione chiama la giovane Suor M. Scolastica Rivata, che morirà novantenne in concetto di santità.
Sul piano apostolico, Don Alberione promuove la stampa di edizioni popolari dei Libri Sacri e punta sulle forme più rapide per far giungere il messaggio di Cristo ai lontani: i periodici. Nel 1912 era già nata la rivista Vita Pastorale destinata ai parroci; nel 1921 nasce il foglio liturgico-catechetico La Domenica; nel 1931 nasce Famiglia Cristiana, rivista settimanale con lo scopo di alimentare la vita cristiana delle famiglie. Seguiranno: La Madre di Dio (1933), “per svelare alle anime le bellezze e le grandezze di Maria”; Pastor bonus (1937), rivista mensile in lingua latina; Via, Verità e Vita (1952), rivista mensile per la conoscenza e l’insegnamento della dottrina cristiana; La Vita in Cristo e nella Chiesa (1952), con lo scopo di far “conoscere i tesori della Liturgia, diffondere tutto quello che serve alla Liturgia, vivere la Liturgia secondo la Chiesa”. Don Alberione pensa anche ai ragazzi: per loro fa pubblicare Il Giornalino.
Si pone pure mano alla costruzione del grande tempio a San Paolo in Alba. Seguiranno i due templi a Gesù Maestro (Alba e Roma) e il santuario alla Regina degli Apostoli (Roma). Soprattutto si mira ad uscire dai confini locali e nazionali. Nel 1926 nasce la prima Casa filiale a Roma, seguita negli anni successivi da molte fondazioni in Italia e all’estero.
Intanto cresce l’edificio spirituale: il Fondatore inculca lo spirito di dedizione mediante “devozioni” di forte carica apostolica: a Gesù Maestro e Pastore “Via e Verità e Vita”, a Maria Madre, Maestra e Regina degli Apostoli; a San Paolo Apostolo. È proprio il riferimento all’Apostolo che qualifica nella Chiesa le nuove istituzioni come “Famiglia Paolina”. La meta che il Fondatore vuole sia assunta come il primo impegno, è la conformazione piena a Cristo: accogliere tutto il Cristo Via, Verità e Vita in tutta la persona, mente, volontà, cuore, forze fisiche. Orientamento codificato in un volumetto: Donec formetur Christus in vobis (1932).
Nell’ottobre 1938 don Alberione fonda la terza Congregazione femminile: le Suore di Gesù Buon Pastore o “Pastorelle”, destinate all’apostolato pastorale diretto in ausilio ai Pastori.
Durante la sosta forzata della seconda guerra mondiale (1940-1945), il Fondatore non si arresta nel suo itinerario spirituale. Egli va accogliendo in misura crescente la luce di Dio in un clima di adorazione e contemplazione. Ne sono testimonianza i Taccuini spirituali, nei quali Don Alberione annota le ispirazioni, i mezzi da adottare per rispondere al progetto di Dio. E in questa atmosfera spirituale nascono le meditazioni che ogni giorno detta ai figli e alle figlie, le direttive per l’apostolato, la predicazione di innumerevoli ritiri e corsi di esercizi (raccolti in altrettanti volumetti). La premura del Fondatore è sempre la stessa: far comprendere a tutti che “la prima cura nella Famiglia Paolina sarà la santità della vita, la seconda la santità della dottrina”. In questa luce va inteso il suo Progetto di un’enciclopedia su Gesù Maestro (1959).
Nel 1954, ricordando il 40° di fondazione, Don Alberione accettò per la prima volta che si scrivesse di lui nel volume Mi protendo in avanti, ed esaudì la richiesta di avere alcuni suoi appunti sulle origini della fondazione. Nacque così il volumetto Abundantes divitiæ gratiæ suæ, che viene considerato come la “storia carismatica della Famiglia Paolina”. Famiglia che andò completandosi fra il 1957 e il 1960, con la fondazione della quarta congregazione femminile, l’Istituto Regina Apostolorum per le vocazioni (Suore Apostoline), e degli Istituti di vita secolare consacrata: San Gabriele Arcangelo, Maria Santissima Annunziata, Gesù Sacerdote e Santa Famiglia. Dieci istituzioni (inclusi i Cooperatori Paolini), unite tra loro dallo stesso ideale di santità e di apostolato: l’avvento di Cristo “Via, Verità e Vita” nel mondo, mediante gli strumenti della comunicazione sociale.
Negli anni 1962-1965 don Alberione è protagonista silenzioso ma attento del Concilio Vaticano II, alle cui sessioni partecipa quotidianamente. Nel frattempo non mancano tribolazioni e sofferenze: la morte prematura dei suoi primi collaboratori, Timoteo Giaccardo e Tecla Merlo; l’assillo per le comunità estere in difficoltà e, personalmente, una crocifiggente scoliosi, che lo tormenta giorno e notte.
Egli visse 87 anni. Compiuta l’opera che Dio gli aveva affidata, il 26 novembre 1971 lasciò la terra per prendere il suo posto nella Casa del Padre. Le sue ultime ore furono confortate dalla visita e dalla benedizione del Papa Paolo VI, che mai nascose la sua ammirazione e venerazione per Don Alberione. Rimane commovente la testimonianza che volle darne nella Udienza concessa alla Famiglia Paolina il 28 giugno 1969, quando il Fondatore aveva 85 anni:
“Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera, sempre intento a scrutare i “segni dei tempi”, cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni. Lasci, caro Don Alberione, che il Papa goda di codesta lunga, fedele e indefessa fatica e dei frutti da essa prodotti a gloria di Dio ed a bene della Chiesa”.

Il 25 giugno 1996 Papa Giovanni Paolo II firmò il Decreto con il quale venivano riconosciute le virtù eroiche del futuro Beato.

 

Publié dans:BEATO GIACOMO ALBERIONE |on 25 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

(1 Cor. 11:19) (Traduzione CEI: [19] È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi…

http://orthodoxinfo.com/ecumenism/heresies.aspx

Orthodox Christian Information Center

(traduzione Google dall’inglese)

For There Must Be Heresies Among You (1 Cor. 11:19)

(Traduzione CEI: [19] È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi)

dall’Arcivescovo Averky

Come si fa a capire correttamente queste parole del Santo Apostolo Paolo? Ha davvero approva dissensi fra i cristiani o li riconosce come necessario o auspicabile? Sta li regola facendo? Se è così, allora come può essere compatibile con i numerosi luoghi nelle sue epistole, dove con tanta forza e insistenza invita i cristiani a pieno accordo e l’unanimità?
Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri (Rom. 0:16), o Soddisfare voi la mia gioia, affinché sia like-minded, con lo stesso amore, essendo di un accordo di mente (Fil. 2: 2).
Inoltre, non solo l’Apostolo Paolo, ma anche altri apostoli esortato i cristiani a essere di una sola mente. Così l’apostolo Pietro scrive direttamente ai cristiani nella sua prima epistola, siate tutti concordi! (I Pietro 3: 8).
Non solo l’apostolo Paolo chiama i cristiani a unità di mente, ha anche li mette in guardia di queste persone che causano le divisioni e gli scandali contro la dottrina che essi hanno imparato (Rm. 16,17) e li esorta a evitarli, dicendo che essi che sono tali non servono il nostro Signore Gesù Cristo, ma al proprio ventre; e con dolce e lusinghiero parlare seducono il cuore dei semplici (Rm. 16,18).
Che tipo di « eresie » ci può essere tra i veri cristiani, quando il Signore Gesù Cristo stesso ha pregato per loro di Dio Padre nella sua preghiera come il sommo sacerdote: che siano tutti uno; come tu Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi (Gv 17,21). Vedere quello che l’unità deve esistere tra i veri cristiani: l’unità secondo l’immagine dell’unità del Persone della Santissima Trinità!
Potete immaginare che tra le Persone della Santissima Trinità ci sarebbe dissenso?
Questo è il motivo per cui, prima di iniziare il momento più importante della Divina Liturgia, il grande mistero dell’Eucaristia, seguita dalla partecipe del Corpo e Sangue di Cristo da parte dei fedeli, il sacerdote esclama: « Amiamoci gli uni gli altri che con un importa possiamo confessare!  » il coro spiega poi quali siamo confessando: « . Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, la Trinità One in sostanza e indivisibile »
Così, unità di mente è fatta la condizione principale per la comunione dei cristiani nel Mistero dell’Eucaristia. Se non c’è unità di mente, che tipo di comunione ci può essere in questo grande Mistero, in cui il credente è misteriosamente unita a Cristo e diventa uno con Lui?
Ma perché diciamo prima di tutto, « Amiamoci »? Perché, ovviamente, senza il vero amore unità cristiana della mente è impossibile, e anche perché il vero amore cristiano implica unità di mente tra i cristiani. Il vero amore cristiano si esprime soprattutto con unità di mente. Dove non esiste tale amore, esiste anche unità di mente, e dove non c’è unità di mente, non di conseguenza c’è vero amore cristiano, ma solo un aspetto di essa solo fariseismo! Tutto questo dovrebbe essere considerato e seriamente preso in considerazione da tutti coloro costante in « amore cristiano », e allo stesso tempo con insistenza e con forza in difesa, per qualche ragione, il loro diritto « di disaccordo ». A questo gruppo appartengono tutti i teologi contemporanei modernisti che predicano l’ecumenismo, o « unione di tutti, » immaginario e non solo l’unione di tutti i « cristiani », ma anche ebrei, musulmani e pagani. In breve, è l’unione di tutti gli eretici, che conservano il loro pieno diritto di « non essere d’accordo, » apparentemente confermando l’insegnamento della nostra Santa Chiesa ortodossa, nella persona di Paolo.
Per tale insegnamento chiaramente eretica vi è ora improvvisamente aggiunto « intercomunione », quando le persone non appartenenti alla Santa Chiesa ortodossa possono avvicinarsi al Santo Calice, opponendosi direttamente l’ordine della Divina Liturgia stabilita dalla nostra Santa Chiesa. Secondo questa prassi consolidata può solo i fedeli ricevono la Comunione, ma anche essere presente in chiesa durante il Mistero eucaristico. Tutti gli altri devono lasciare la chiesa quando il sacerdote dice: « Quanti sono catecumeni partono. »
Vedere come queste persone che in modo palesemente violano una delle regole più importanti della nostra Santa Chiesa, anche il coraggio di chiamarsi « ortodosso » e provare, per mezzo di tutti i tipi di false interpretazioni della Parola di Dio, per giustificare il loro « dissenso » con l’insegnamento secolare della Chiesa universale di Cristo. E ciò è particolarmente orribile, si rifugiano dietro il loro immaginario « amore cristiano » per i « dissidenti ».
O quanto grande è il male di questi malfattori contemporanei, come violazione di legge fanno appropriarsi indebitamente per sé il brevetto ‘amore cristiano, « e tutti coloro che sono in disaccordo con loro accusano di mancanza di » amore cristiano « , e anche il fanatismo!
Il notevole successo che questi « molto amorevoli malfattori » godendo il nostro tempo può essere spiegato solo con il fatto che le persone contemporanei, tra i quali sono numerosi cristiani ortodossi, si sono allontanati troppo lontano dalla vera fede in Dio, in Cristo, e nella Chiesa . Non conoscono la Parola di Dio e non hanno familiarità con l’insegnamento dei Santi Padri e decreti della Chiesa ed è facile da indurle in errore dalle parole morbide e adulazione , come l’apostolo Paolo ha sottolineato anche nel suo tempo (Rm 16.: 18). Ci sono anche alcuni di loro che hanno una grande debolezza per i regali e regali e facilmente seguire dopo chi darà loro, non si preoccupa di indagare il loro insegnamento, sia che si tratti di Dio (Atti 5:39).
Queste parole del Santo Apostolo Paolo, per ci deve essere anche eresie fra voi (I Cor. 11:19), teologi modernisti contemporanei e ecumenisti interpretano tutto arbitrariamente, per il proprio vantaggio, senza preoccuparsi di pensare che siano adulterare la parola di Dio e quindi peccano mortalmente.
Questo detto dell’apostolo Paolo è ben spiegata dal nostro teologo veramente eminente ortodosso, vescovo Teofane il Recluso, che a suo tempo è stato il rettore di una Accademia Teologica e ha scritto un commento completo e straordinariamente profonda sulle epistole di Paolo. Ecco come si spiega queste parole [citando san Giovanni Crisostomo]:. « Con la parola ‘eresie’ egli [San Paolo] non capisce qui errori in materia di dogmi, ma litigi veri (e simili) se parlasse di errori in materia di dogmi, tuttavia, egli non avrebbe dato occasione di reato (con le parole, . per ci deve essere) Per Cristo ha detto, è necessario che avvengano scandali (Mat. 18: 7), ma allo stesso tempo Egli non ha violato il nostro il libero arbitrio e stabilire questo come una necessità e inevitabilità per noi. Egli predisse il futuro che avviene dalla volontà malvagia del genere umano, non come risultato della sua previsione, ma dalla arbritariness di persone depravate. Le offese non si è verificato perché li predisse, ma piuttosto li predisse perché stavano per verificarsi. Perché se i reati si sono verificati per necessità e non secondo la volontà di chi li ha causati, poi invano avrebbe detto, Guai a quell’uomo per cui lo scandalo avviene.
« Che l’Apostolo effettivamente chiamato questi disturbi e le divisioni durante i pasti » eresie « vediamo chiaramente espresso da lui nella frase precedente. Ad ha detto, ho sentito che ci sono divisioni tra voi. Non si fermano qui però. desiderosi di spiegare cosa divisioni Si riferisce a, dice poi, per in mangiare ogni prende prima la propria cena (11:21) E ‘evidente che sta parlando di questi disturbi,. ma non essere sorpreso dal fatto che egli li chiama divisioni (scismi ). Come ho detto, ha voluto avere un effetto maggiore su di loro utilizzando un tale espressione. Se lui avesse voluto eresie dogmatici non avrebbe parlato in modo breve « . (San Giovanni Crisostomo, Commento al prima epistola ai Corinzi).
Come si vede, il vescovo Theophan spiega le parole dell’apostolo Paolo, con le parole del grande maestro e gerarca universale, san Giovanni Crisostomo, e quindi la spiegazione è particolarmente autorevole per noi. Da questo è chiaro che è inutile che gli ecumenisti modernisti usano queste parole dell’apostolo Paolo per i propri scopi ecumenici. Queste parole dell’apostolo Paolo si riferiscono a particolari incidenti e disordini durante le agape pasti, di cui egli parla nell’undicesimo capitolo di questa epistola. Pertanto non vi è alcuna base decisamente per l’utilizzo di questa parola dell’apostolo Paolo per giustificare disaccordo circa dogmi, e soprattutto per giustificare l’unione di tutti gli ortodossi e non ortodossi nel Mistero dell’Eucaristia in presenza di evidenti differenze di opinione, precludendo, secondo il chiaro insegnamento della Santa Chiesa, l’indennità e la possibilità di una tale unione.
Questo è uno degli esempi più caratteristici di come subdolamente come settari, i teologi modernisti contemporanei utilizzano i testi delle Sacre Scritture, attribuendo a loro un significato che non c’è.
E l’apostolo Paolo non poteva contraddire se stesso, dicendo una cosa in una circostanza e qualcos’altro in un altro. Come abbiamo visto in precedenza, egli condanna in modo chiaro e inequivocabile le differenze di opinione tra i cristiani e invita tutti a assoluta unicità della mente e dell’anima. Realizzare voi la mia gioia scrive ai Filippesi, affinché sia like-minded, con lo stesso amore, essendo di un accordo, di una mente (Philip. 2: 2).
Tale dovrebbe essere il caso tra tutti i veri cristiani, per: Un solo corpo, un solo spirito, come pure siete stati chiamati ad un’unica speranza della vostra vocazione; Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in voi tutti (Ef. 4: 4-6).

Nella traduzione russa, 1 Cor. 11:19 recita letteralmente: « Perché ci deve essere anche dissensi tra di voi … ». Dalla vita ortodossa , vol. 44, no. 4, luglio-agosto 1994, pp. 42-45.

12345...10

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01