ISAIA 63,16-17.19; 64,1-7 – COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA

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ISAIA 63,16-17.19; 64,1-7

16 Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. 17 Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità.
19 Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti.
64,1 Davanti a te tremavano i popoli, 2 quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, 3 di cui non si udì parlare da tempi lontani. Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. 4 Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli.
5 Siamo divenuti tutti come cosa impura, e come panno immondo sono tutti I nostri atti di giustizia: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. 6 Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balìa della nostra iniquità. 7 Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

COMMENTO
Isaia 63,16b-17.19b; 64,1c-7
Preghiera per la salvezza del popolo
La terza parte del libro di Isaia (cc. 56-66) contiene una raccolta di oracoli che si differenziano non solo da quelli della prima, ma anche da quelli della seconda parte del libro. In essi infatti il profeta, chiamato Terzo Isaia si rivolge non più agli esiliati, ma ai giudei residenti in Gerusalemme; il suo centro di interesse non è più il nuovo esodo, ma il ristabilimento delle istituzioni teocratiche, le quali sono minacciate non da agenti esterni, ma dall’infedeltà degli stessi rimpatriati. Probabilmente il libretto è una raccolta di piccole collezioni preesistenti, dotate ciascuna di una certa unità tematica: 1) Una salvezza a disposizione di tutti (cc. 56-57); 2) Digiuno e giustizia sociale (cc. 58-59); 3) Gerusalemme e il suo profeta (cc. 60-62); 4) Profezie apocalittiche (cc. 63-66). All’interno dell’ultima parte del Terzo Isaia si situa una lunga meditazione sulla storia di Israele che sfocia in una preghiera accorata (63,7-64,11) che assume la forma di una lamentazione collettiva. Questa si divide in due brani: 1) Lode a Dio per le misericordie passate (63,7-14); 2) Richiesta di aiuto nelle difficoltà presenti (63,15-64,11). Dal secondo di questi due brani è ricavato, con qualche omissione, il testo liturgico che a sua volta si divide in tre parti: invocazione a Dio Padre (63,16b-17); ricordo degli interventi prodigiosi del passato (64,1c-4a); confessione di peccato e richiesta di perdono (64,4b-7).

Invocazione a Dio Padre (63,16b-17)
Il testo inizia con un’accorata invocazione: «Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità». Il profeta si rivolge direttamente Dio con accenti di grande intensità (cfr. Sal 80,15) facendo proprio il grido di tutta la comunità. In contrapposizione all’ostilità e alla presunta indifferenza di Abramo e di Israele (cfr. v. 16a) Dio viene invocato come «Padre». Sebbene la descrizione di Israele come «figlio» sia comune a tutta la tradizione (cfr. Is 1,2; Dt 32,5), il riferimento a Dio «padre» si fa più frequente solo nel tardo periodo post-esilico. È possibile che la riluttanza ad usare il nome di «padre» per Dio nei tempi precedenti derivasse dall’originaria associazione con il mondo mitologico delle divinità cananaiche, così come appare a Ugarit.
JHWH è chiamato «redentore» (go’el): con questo termine si indica il parente prossimo che interviene in soccorso di chi si trova in una situazione di grande pericolo o necessità. Sia nel momento dell’uscita dall’Egitto, sia in quello del ritorno dall’esilio JHWH ha assunto nei confronti di Israele il ruolo del go’el, liberandolo e acquistandolo per sé con le sue azioni prodigiose (cfr. Es 6,6; Is 41,14; 44,22). Il profeta rivolge a Dio un rimprovero velato perché permette ai suoi servi di allontanarsi da lui, di indurire il loro cuore in modo tale che essi non lo temano. E gli chiede di ritornare per amore loro e delle tribù che sono la sua eredità, che gli appartengono. Questi «servi» sono i seguaci del servo sofferente del Secondo Isaia (cfr. 50,10): questo appellativo viene loro dato per la prima volta in 56,6 e diventa poi usuale nel Terzo Isaia.
Nei successivi vv. 18-19a, il profeta mette in evidenza con una intensità crescente la disperazione di Israele: non solo è stato distrutto il suo santuario, distrutto dai babilonesi nel 587, ma Israele ha la sensazione di essere stato abbandonato completamente da Dio. Infine torna la richiesta pressante perché Dio intervenga direttamente dall’alto: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti» (v. 19b). I cieli chiusi sono un’immagine per indicare la mancanza di comunicazione tra Dio e il suo popolo. La richiesta di un nuovo intervento di Dio evoca le immagini tipiche della teofania, quando JHWH era disceso sul Sinai e il monte era stato scosso dal terremoto (Es 19,18).

Interventi di Dio nel passato (64,1c-4a)
La preghiera prosegue con il ricordo degli interventi prodigiosi di Dio in favore di Israele. Anzitutto il profeta esalta le opere di JHWH: «Davanti a te tremavano i popoli, quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, di cui non si udì parlare da tempi lontani» (vv. 1c-3a). Di fronte alla manifestazione di JHWH le nazioni tremano perché egli compie cose terribili e inaudite. Ciò suggerisce una professione di fede nell’unicità di Dio: «Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui» (v. 3b). Anche qui si può notare un riferimento alla tradizione del Sinai dove l’unicità di JHWH è affermata non in chiave filosofica ma esistenziale: egli è l’unico che ha dimostrato una potenza così grande da liberare Israele (Es 20,3; Dt 6,4). Da queste esperienze viene ricavato un principio generale circa il comportamento di Dio: «Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie» (v. 4). Nel contesto sembra questo il significato della frase che di per sé potrebbe anche significare: «tu colpisci (pg’) colui che pratica volentieri la giustizia», con riferimento alla sofferenza del giusto.

Penitenza e richiesta di perdono (64,4b-7)
Nell’ultima parte della preghiera il profeta confessa a nome del popolo: «Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento» (vv. 4b-5). L’ira è una metafora per indicare la frattura che si pone tra Dio e il popolo peccatore, il quale attira su di sé tutta una serie di tragedie e sofferenze. Stando al testo ebraico si dovrebbe però leggere: «È perché tu eri adirato che noi abbiamo peccato». Questa lettura però ribalta radicalmente la sequenza teologica tradizionale secondo cui prima si ha il peccato e poi il giudizio divino. Per questo motivo la maggior parte delle traduzioni combinano insieme le due frasi rimuovendo il nesso causale e conservando così, implicitamente, la sequenza tradizionale. Ma forse la forza del versetto consiste proprio nella formulazione imprevista, che costituisce una forte protesta nei confronti di Dio.
L’ipotesi che sia stato Dio stesso a precipitare il popolo in tale situazione di peccato sembra trovare conferma nel seguito della lamentazione: «Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balìa della nostra iniquità» (v. 6). Se nessuno invoca il nome di JHWH e aderisce a lui dipende dal fatto che JHWH ha nascosto il suo volto, cioè ha interrotto il suo rapporto vitale col suo popolo e lo ha abbandonato a se stesso. Da questo lamento appare che Dio non ha bisogno di punire il peccatore, basta che lo lasci fare, perché il peccato, in quanto perturba l’ordine sociale, porta già con sé la sua punizione.
La preghiera non termina però con espressioni così disperate. Alla fine ritorna il tema della fiducia: «Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani» (v. 7). Come si era aperta, così la preghiera termina con l’attribuzione a JHWH della qualifica di «Padre». Questa gli compete perché è stato lui a plasmare Israele. Perciò il popolo è per lui come l’argilla su cui è intervenuto per dargli la vita: su questo rapporto originario e indissolubile si basa la fiducia del popolo in un avvenire migliore.

Linee interpretative
La forza di questa preghiera consiste nel contrasto tra quanto JHWH ha fatto per il suo popolo nel passato e la situazione terribile in cui esso si trova nel presente. Non solo Dio un giorno ha salvato il suo popolo, ma è stato lui stesso a plasmarlo e a dargli la vita, al punto che Egli può essere invocato dal popolo come suo Padre. D’altro canto le sventure che si abbattono sul popolo sono viste come un segno della sua ira. Dio è adirato perché il popolo è caduto nel peccato: resta però nell’orante il dubbio che sia stata proprio la lontananza di Dio a causare il peccato del popolo con le disgrazie che esso ha provocato. In questo testo il vero peccato di Israele è la sua rottura con Dio e il castigo consiste nel fatto che Dio abbandona il popolo alle conseguenze disastrose dei suoi peccati.
In questa situazione l’unica soluzione veramente efficace è un ritorno di Dio in mezzo al suo popolo. Perciò la preghiera si concentra sulla richiesta di una nuova manifestazione di Dio, quasi una nuova teofania simile a quella del Sinai. Certo la venuta di JHWH dovrebbe comportare l’allontanamento non solo del peccato, ma anche delle sue conseguenze disastrose che ha provocato. Ma ciò che interessa maggiormente all’orante è il ristabilimento della comunione con lui. Le sventure materiali sono dolorose non in se stesse, ma perché sono viste come il segno della lontananza di Dio. Se Dio dà un segno della sua presenza in mezzo al popolo, allora anche le prove non saranno più così intollerabili. Ciò che importa non sono i doni di Dio, ma Dio stesso in quanto Padre e principio di vita per il suo popolo.

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