DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

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DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

LECTIO-ANNO A
EDITORE |04.11.2014
Senza titolo
Prima lettura: Ezechiele 47,1-2.8-9.12

In quei giorni, [un uomo, il cui aspetto era come di bronzo,] mi condusse all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro. Mi disse: «Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Àraba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il torrente, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina».
I capitoli 40-48 del libro di Ezechiele contengono la dettagliata e pignola descrizione del nuovo tempio, con l’indicazione delle misure e dei particolari della costruzione. Alla base di questa sezione, la cui lettura è piuttosto ostica, ci sarebbe secondo gli studiosi un’esperienza estatica di visione che il profeta racconta nel testo originale (40,1-2; 43,4-7a; 47,1-12), cui si sono poi aggiunte le altre parti.
Il profeta, condotto in estasi su un alto monte nella terra di Israele, vede la città santa e la gloria del Signore entrare nel tempio, che aveva abbandonato, per abitarvi per sempre. Il brano che oggi commentiamo descrive gli effetti vivificanti della presenza del Signore.
vv. 1-2-La presenza del Signore è fonte di benedizione: ciò è espresso con il simbolo dell’acqua, che purifica, disseta e da vita; ha la sua sorgente alla base del tempio e fluisce verso oriente e verso sud, nella valle del Cedron. Siamo nel quadro dell’Alleanza, che prevede benedizioni e maledizioni; ma l’alleanza ormai è definitiva, non c’è più possibilità di violare il patto, e rimane solo la benedizione.
vv. 3-6a – L’abbondanza inesauribile della benedizione è efficacemente descritta con l’azione dell’angelo misuratore, che di mille cubiti in mille cubiti misura il fiume verso mezzogiorno. Alla fine il fiume è così in piena che è impossibile attraversarlo a guado: questo è il segno della preponderante vittoria della grazia. L’angelo ne sottolinea il significato, invitando il profeta veggente a leggere e interpretare il segno: «hai visto, figlio dell’uomo?».
vv. 6b-7 – L’attenzione del profeta si sposta ora dall’acqua alle rive del fiume, dove sono visibili le conseguenze di questa sovrabbondanza della grazia: la vegetazione è lussureggiante sulle due sponde. Le acque che sgorgano dal santuario, in cui abita il Dio vivente, portano ovunque la vita; al giardino di Eden irrigato dal fiume che si divide in quattro rami (cf. Gn 2,10-14) si sostituisce ora la terra d’Israele, irrigata dalla benedizione
di Dio.
vv. 8-9 – Nella spiegazione dell’angelo c’è la vittoria totale sulla morte: il fiume raggiunge infatti il Mar Morto, in cui nessuna vita è possibile, e ne risana le acque. Una grande quantità di pesci vivrà in quel mare grazie al fiume di vita che giunge ad alimentarlo.
v. 12-11 versetto conclusivo del discorso fatto dall’angelo al profeta riassume la visione escatologica del trionfo della vita. Gli alberi da frutto perenni, che fruttificano ogni mese, rappresentano l’inesauribilità della grazia, che tutto vivifica, tutto nutre, tutto guarisce: l’immagine tornerà nell’Apocalisse, dove le foglie risanano le nazioni, in una visione universalistica in cui Israele e le genti sono accomunate nella Gerusalemme celeste (cf. Ap 22,2).

Seconda lettura: 1 Corinzi 3,9c-11.16-17
Fratelli, voi siete edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
Nel cap. 3 della prima lettera ai Corinti Paolo riprende l’argomento delle fazioni in cui si era divisa la comunità, divisione da lui già stigmatizzata nel primo capitolo (cf. 1Cor 1,13). Paolo si rifà all’immagine dell’edificio, sia per sottolineare l’idea di unità e armonia, sia per ridimensionare l’azione dei costruttori rispetto alla solidità del fondamento, che è Cristo.
vv. 9b-l 1 – La comunità credente è il campo che Dio rende fecondo, è l’edificio che in Dio ha la sua stabilità. Per questo campo, per questa costruzione, Dio vuole dei collaboratori, la cui efficacia dipende dalla grazia. Paolo si propone come uno di questi collaboratori, con il giusto orgoglio della sua missione («come un saggio architetto»), la fedele consapevolezza che tutto dipende dalla grazia («secondo la grazia di Dio che mi è stata data»), e l’umiltà di riconoscersi uno tra gli altri («un altro poi vi costruisce sopra»). L’incarico viene da Dio, l’opera dell’architetto quindi sarà sottoposta al suo giudizio. Paolo è tranquillo: a lui spettava gettare le basi della comunità, con il primo annuncio del Vangelo, ed egli sa di avere posto correttamente il fondamento in Cristo. Al tempo stesso egli lancia un ammonimento agli altri che costruiranno sopra: devono fare attenzione a non staccarsi dall’unico fondamento possibile, quello esistente, Gesù Cristo.
vv. 16-17 – L’edificio che corrisponde alla comunità credente è un edificio sacro, e viene chiamato tempio, abitato dallo Spirito di Dio. La gloria di Dio che abitava nel tempio di Gerusalemme abita ora nella Chiesa e nel cristiano. La comunità è quindi il tempio sacro che non deve essere distrutto, pena la punizione divina: le fazioni nella comunità di Corinto mettono in pericolo la sacralità della Chiesa, e i cristiani devono rendersi conto di essere responsabili di ciò che avviene.

Vangelo: Giovanni 2,13-22
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Esegesi
Dopo un’introduzione che precisa tempo e luogo dell’azione (v 13) il brano si suddivide in due parti, ciascuna delle quali si conclude con una riflessione teologica dell’evangelista: la cacciata dei mercanti dal tempio (vv. 14-17) e la disputa con i giudei a proposito del tempio (vv. 18-22).
Gesù ha iniziato la sua attività pubblica compiendo a Cana il primo segno e, dopo un soggiorno a Cafarnao, si reca a Gerusalemme per la Pasqua, come si conviene a un ebreo osservante.
v. 13 – Giovanni è molto preciso nei dettagli, anche nell’indicazione geografica: Gesù sale da Cafarnao a Gerusalemme, ci sono infatti circa 1000 metri di dislivello fra le due città. Questa è la prima Pasqua delle tre che Giovanni ricorda (cf. 6,4; 11,55), specificando sempre che si tratta della festività ebraica «dei giudei».
vv. 14-16 – La cosiddetta «purificazione del tempio», che i Sinottici collocano alla fine della vita pubblica, è narrata invece da Giovanni all’inizio, quasi a dare subito l’impronta al ministero di Gesù e alla novità da lui portata.
I venditori di animali e i cambiavalute sostavano nel recinto del tempio, dove vi era anche l’atrio «dei pagani» in cui potevano entrare anche i non ebrei. Svolgevano un compito necessario per coloro che si recavano al tempio per la Pasqua: chi veniva da lontano non poteva portare con sé gli animali per il sacrificio, e doveva acquistarli in loco; era inoltre necessario cambiare le monete romane, che non potevano essere impiegate per pagare la tassa del tempio in quanto recavano incisa l’immagine dell’imperatore. La severità di Gesù appare quindi a prima vista eccessiva ma l’episodio ha un valore simbolico nel presentare Gesù come un profeta preoccupato della purezza e dell’autenticità della fede. Ai profeti infatti si ispira il detto di Gesù (cf. Mal 3,1-4; Zac 14,21; Is 56,7).
v. 17 – Il commento dell’evangelista è una interpretazione dei gesti e delle parole di Gesù, che i discepoli possono comprendere alla luce della Scrittura. Il Sal 69,10 qui citato viene letto come una profezia della passione di Gesù.
vv. 18-20 – La seconda parte del brano, che forse all’origine era indipendente dall’episodio appena narrato, riporta una delle tante dispute fra Gesù e i giudei. Per Giovanni, i «giudei» sono genericamente gli avversari che si rifiutano di credere in Gesù, senza che in questo ci sia alcuna nota di antisemitismo. Coloro che si chiudono alla fede cercano sempre dimostrazioni, prove, segni; di solito Gesù rifiuta di dare un segno, perché la richiesta non nasce dalla fede, ma è provocatoria e insincera.
Qui invece risponde addirittura con una sfida, che suscita un misto di scandalo e derisione. Il logion «distruggete questo tempio e in tre giorni lo faro risorgere» è riportato nei Sinottici come la motivazione immediata della condanna di Gesù. Qui sembra che i giudei non lo prendano tanto sul serio, reagiscono con una domanda scettica «questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». La frase di Gesù è pronunziata nello stile dei profeti, è un oracolo sul nuovo tempio dell’era messianica e insieme un annuncio della sua passione e risurrezione. I giudei, chiusi alla fede, fraintendono e non possono cogliere l’annuncio profetico.
Abbiamo qui anche una precisazione cronologica importante: poiché si sa, da Giuseppe Flavio, che la costruzione del tempio fu iniziata da Erode il Grande nel 20-19 a.C., si può datare questo episodio al 28 d.C., che corrisponde al 15° anno di Tiberio (ricordato in Lc 3,1).
v. 22 – Quello che i giudei non potevano capire è spiegato dall’evangelista: parlava del santuario del suo corpo. Ma anche i discepoli non sono in grado di capire subito: dopo la risurrezione, ricordando le parole di Gesù e la testimonianza della Scrittura, comprenderanno e crederanno.

Meditazione
La chiusura del testo tratto da Ezechiele rivela l’origine eletta dell’acqua miracolosa che porta vita e guarigione ovunque arrivi, anche nel deserto. Da sempre l’acqua è vettore di vita, specie in terre assetate come il Medio Oriente. Ma per il sacerdote Ezechiele, partecipe della caduta di Gerusalemme e della parziale distruzione del tempio, tutto ciò che esce dal « santuario », cioè dal tempio stesso, è riempito della grazia di Dio ed è portatore della sua feconda benedizione. Dal cap. 40 del proprio libro, il profeta sta descrivendo il nuovo tempio e l’ordinamento del nuovo culto, come unico oggetto della propria visione.
Dopo la distruzione della città, non vi può essere autentico ristabilimento se non c’è una dimora dove YHWH possa abitare in mezzo al suo popolo. Per questo l’ultima visione di Ezechiele concerne proprio la casa di Dio nella città santa. L’acqua sovrabbondante che sgorga è simbolo della funzione perenne e indispensabile del santuario. In mezzo alla città è sorgente benefica, cui nessuna forma di aridità o morte può resistere.
Ciò che il profeta vede accadere una sola volta è, in realtà, l’ordinario significato di quel miracolo di immanenza per la somma Trascendenza che è la casa del Signore fra la gente che egli ha eletto come suo popolo. Non a caso, proprio dalla soglia del « Santo », ossia dell’area che precedeva e circondava il « Santo dei Santi » sgorgano acque che attraversano l’atrio interno a destra dell’altare dirigendosi verso est, verso le regioni più desertiche e, idealmente, verso l’origine della luce solare, altra potentissima metafora per indicare il Dio datore di vita.
Il testo di Ezechiele si chiude con un’immagine di grande rigoglio vegetale ripresa poi da Apocalisse. Il v. 12, attraverso l’idea di una foresta sempreverde che non conosce caduta di foglie e non cessa di produrre frutti a ogni mese, ci riporta al salmo 1, dove lo stesso è affermato del giusto in ascolto della parola di Dio. Gli alberi che crescono lungo la riva del fiume rivelano così il loro pieno significato: un popolo nuovo, fecondato dalla presenza irrigante di YHWH e intriso di una vita non soggetta ai mutamenti ciclici della natura. Senza la presenza tangibile e constatabile di Dio non potrebbe esservi, per l’uomo, alcuna speranza di fertilità e fecondità quanto ai frutti di opere buone. Il tempio era il segno di questa tangibile e constatabile presenza.
Il vangelo sembra muoversi in direzione contraria rispetto alla prima lettura. Ormai, da quanto racconta Giovanni, il santuario non è più sorgente di acqua viva ma appare piuttosto come uno stagno che imputridisce. La sensazione che proviamo guardando al forte gesto che Gesù compie è questa. L’episodio è tanto scandaloso quanto urtante. Non c’è passo nel vangelo in cui Gesù usi una violenza così esplicita. A ciò aggiungiamo il luogo sacro in cui il gesto viene compiuto. Dal racconto della passione sappiamo quanta parte ebbe la polemica diretta che il Nazareno sviluppò a più riprese contro l’istituzione più sacra del suo popolo. Eppure questa pagina posta nel quarto vangelo non alla fine del ministero pubblico, ma all’inizio come pagina programmatica, segna una svolta radicale nell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Ogni edificio sacro, da quel momento, non può che assumere una funzione relativa. Perde il proprio valore sacramentale assoluto e viene a indicare come segno colui che solo è sorgente di acqua viva. La Pasqua di Gesù costituisce un passaggio tale da condurre al tramonto alcune classiche pretese dell’uomo religioso. Luoghi, oggetti, riti e abitudini rischiano perennemente di sconfinare nella magia, come se ciò che è divino potesse, al di là del libero contributo dell’uomo, coprire ogni genere di ambiguità. La casa del Padre è divenuta un mercato. Non cessa di essere dimora di Dio. Ma non per questo è esente da quella caricatura grottesca che a volte l’uomo religioso sa realizzare della propria fede. Il luogo dell’invocazione e della supplica, il luogo della gioia e del dolore viene profanato in nome dell’unico vero idolo che guida cuori e coscienze: il commercio.
Lo scambio vitale che avviene tra Dio e l’uomo, per cui la creatura si consegna nelle mani del proprio Signore, è ormai ridotto a scambio di merci e monete. Serve un nuovo tempio che nella propria struttura sia vero sacramento del rapporto tra Dio e l’uomo. Questo luogo è il corpo di Cristo, come dice Giovanni, distrutto e ricostruito come il tempio di Gerusalemme, ma non da mani d’uomo, come ricorda la lettera agli Ebrei. Quel corpo è sacerdote, vittima e altare.
Tutto è concentrato in un volto e in un evento: la Pasqua. La morte e risurrezione di Gesù diviene il crogiolo che purifica il culto dell’uomo e la sua offerta sacra. Ciò che non sa morire per risorgere, ciò in cui non brilla la potenza della risurrezione non può più essere veicolo tra l’Altissimo e la sua creatura. Il cristiano è cultura della Pasqua o non è discepolo del Signore. Sappiamo quanto ancora oggi siamo esposti alle ambiguità che il culto sempre contiene in sé. La nostra presenza nella casa di Dio ancora può avere a che fare con il commercio.

Preghiere e racconti
La Basilica Lateranense
Quando l’imperatore romano Costantino si convertì alla religione cristiana, verso il 312, donò al papa Milziade il palazzo del Laterano, che egli aveva fatto costruire sul Celio per sua moglie Fausta. Verso il 320, vi aggiunse una chiesa, la chiesa del Laterano, la prima, per data e per dignità, di tutte le chiese d’Occidente. Essa è ritenuta madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe.
Consacrata dal papa Silvestro il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santo Salvatore, essa fu la prima chiesa in assoluto ad essere pubblicamente consacrata. Nel corso del XII secolo, per via del suo battistero, che è il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista; donde la sua corrente denominazione di basilica di San Giovanni in Laterano. Per più di dieci secoli, i papi ebbero la loro residenza nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici. Semidistrutta dagli incendi, dalle guerre e dall’abbandono, venne ricostruita sotto il pontificato di Benedetto XIII e venne di nuovo consacrata nel 1726.
Basilica e cattedrale di Roma, la prima di tutte le chiese del mondo, essa è il primo segno esteriore e sensibile della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale. Durante l’era delle persecuzioni, che si estende ai primi tre secoli della storia della Chiesa, ogni manifestazione di fede si rivelava pericolosa e perciò i cristiani non potevano celebrare il loro Dio apertamente. Per tutti i cristiani reduci dalle “catacombe”, la basilica del Laterano fu il luogo dove potevano finalmente adorare e celebrare pubblicamente Cristo Salvatore. Quell’edificio di pietre, costruito per onorare il Salvatore del mondo, era il simbolo della vittoria, fino ad allora nascosta, della testimonianza dei numerosi martiri. Segno tangibile del tempio spirituale che è il cuore del cristiano, esorta a rendere gloria a colui che si è fatto carne e che, morto e risorto, vive nell’eternità.
L’anniversario della sua dedicazione, celebrato originariamente solo a Roma, si commemora da tutte le comunità di rito romano.
Questa festa deve far sì che si rinnovi in noi l’amore e l’attaccamento a Cristo e alla sua Chiesa. Il mistero di Cristo, venuto “non per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12,47), deve infiammare i nostri cuori, e la testimonianza delle nostre vite dedicate completamente al servizio del Signore e dei nostri fratelli potrà ricordare al mondo la forza dell’amore di Dio, meglio di quanto lo possa fare un edificio in pietra.
“Quale segno ci mostri per fare queste cose?” (Gv 2,18)
Il Vangelo di questa terza domenica di Quaresima riferisce – nella redazione di san Giovanni – il celebre episodio di Gesù che scaccia dal tempio di Gerusalemme i venditori di animali e i cambiamonete (cfr Gv 2,13-25). Il fatto, riportato da tutti gli Evangelisti, avvenne in prossimità della festa di Pasqua e destò grande impressione sia nella folla, sia nei discepoli. Come dobbiamo interpretare questo gesto di Gesù? Anzitutto va notato che esso non provocò alcuna repressione dei tutori dell’ordine pubblico, perché fu visto come una tipica azione profetica: i profeti infatti, a nome di Dio, denunciavano spesso abusi, e lo facevano a volte con gesti simbolici. Il problema, semmai, era la loro autorità. Ecco perché i Giudei chiesero a Gesù: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” (Gv 2,18), dimostraci che agisci veramente a nome di Dio.
La cacciata dei venditori dal tempio è stata anche interpretata in senso politico-rivoluzionario, collocando Gesù nella linea del movimento degli zeloti. Questi erano, appunto, “zelanti” per la legge di Dio e pronti ad usare la violenza per farla rispettare. Ai tempi di Gesù attendevano un Messia che liberasse Israele dal dominio dei Romani. Ma Gesù deluse questa attesa, tanto che alcuni discepoli lo abbandonarono e Giuda Iscariota addirittura lo tradì. In realtà, è impossibile interpretare Gesù come un violento: la violenza è contraria al Regno di Dio, è uno strumento dell’anticristo. La violenza non serve mai all’umanità, ma la disumanizza.
Ascoltiamo allora le parole che Gesù disse compiendo quel gesto: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”. E i discepoli allora si ricordarono che sta scritto in un Salmo: “Mi divora lo zelo per la tua casa” (69,10). Questo salmo è un’invocazione di aiuto in una situazione di estremo pericolo a causa dell’odio dei nemici: la situazione che Gesù vivrà nella sua passione. Lo zelo per il Padre e per la sua casa lo porterà fino alla croce: il suo è lo zelo dell’amore che paga di persona, non quello che vorrebbe servire Dio mediante la violenza. Infatti il “segno” che Gesù darà come prova della sua autorità sarà proprio la sua morte e risurrezione. “Distruggete questo tempio – disse – e in tre giorni lo farò risorgere”. E san Giovanni annota: “Egli parlava del tempio del suo corpo” (Gv 2,20-21). Con la Pasqua di Gesù inizia un nuovo culto, il culto dell’amore, e un nuovo tempio che è Lui stesso, Cristo risorto, mediante il quale ogni credente può adorare Dio Padre “in spirito e verità” (Gv 4,23).
(Le parole del Papa Benedetto XVI alla recita dell’Angelus, 11.03.2012).

Con il battesimo siamo tutti diventati tempio di Dio
Con gioia e letizia celebriamo oggi, fratelli carissimi, il giorno natalizio di questa chiesa: ma il tempio vivo è vero di Dio dobbiamo esserlo noi. Questo è vero senza dubbio. Tuttavia i popoli cristiani usano celebrare la solennità della chiesa matrice, poiché sanno che è proprio in essa che sono rinati spiritualmente.
Per la prima nascita noi eravamo coppe dell’ira di Dio; secondo nascita ci ha resi calici del suo amore misericordioso. La prima nascita ci ha portati alla morte; la seconda ci ha richiamati alla vita. Prima del battesimo tutti noi eravamo, o carissimi, tempio del diavolo. Dopo il battesimo abbiamo meritato di diventare tempio di Cristo. Se riflettiamo un pò più attentamente sulla salvezza della nostra anima, non avremo difficoltà a comprendere che siamo il vero e vivo tempio di Dio.
«Dio non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo» (At 17, 24), o in case fatte di legno e di pietra, ma soprattutto nell’anima creata a sua immagine per mano dello stesso Autore delle cose. Il grande apostolo Paolo ha detto: «Santo è il tempio di Dio che siete voi» (1 Cor 3, 17). Poiché Cristo con la sua venuta ha cacciato il diavolo dal nostro cuore per prepararsi un tempio dentro di noi, cerchiamo di fare, col suo aiuto, quanto è in nostro potere, perché questo tempio non abbia a subire alcun danno per le nostre cattive azioni. Chiunque si comporta male, fa ingiuria a Cristo. Prima che Cristo ci redimesse, come ho già detto, noi eravamo abitazione del diavolo. In seguito abbiamo meritato di diventare la casa di Dio, solo perché egli si è degnato di fare di noi la sua dimora.
Se dunque, o carissimi, vogliamo celebrare con gioia il giorno natalizio della nostra chiesa, non dobbiamo distruggere con le nostre opere cattive il tempio vivente di Dio. Parlerò in modo che tutti mi possano comprendere: tutte le volte che veniamo in chiesa, riordiniamo le nostre anime così come vorremmo trovare il tempio di Dio. Vuoi trovare una basilica tutta splendente? Non macchiare la tua anima con le sozzure del peccato. Se tu vuoi che la basilica sia piena di luce, ricordati che anche Dio vuole che nella tua anima non vi siano tenebre. Fa’ piuttosto in modo che in essa, come dice il Signore, risplenda la luce delle opere buone, perché sia glorificato colui che sta nei cieli. Come tu entri in questa chiesa, così Dio vuole entrare nella tua anima. Lo ha affermato egli stesso quando ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò (cfr. Lv 26, 11.12).
(SAN CESARIO DI ARLES, in Disc. 229, 1-3; CCL 104,905-908).

Il nuovo tempio per l’incontro con Dio Gesù
«Il regno di Dio è dentro di voi» (Lc 17,21), dice il Signore. Volgiti a Dio con tutto il tuo cuore, lasciando questo misero mondo, e l’anima tua troverà pace. Impara a disprezzare ciò che sta fuori di te, dandoti a ciò che è interiore, e vedrai venire in te il regno di Dio. Esso è, appunto, «pace e letizia nello Spirito Santo» (Rm 14,17); e non è concesso ai malvagi.
Se gli avrai preparato, dentro di te, una degna dimora, Cristo verrà a te e ti offrirà il suo conforto. Infatti ogni lode e ogni onore, che gli si possa fare, viene dall’intimo (Sal 44,14); e qui sta il suo compiacimento.
Per chi ha spirito di interiorità è frequente la visita di Cristo; e, con essa, un dolce discorrere, una gradita consolazione, una grande pace e una familiarità straordinariamente bella. Via, anima fedele, prepara il tuo cuore a questo sposo, cosicché si degni di venire presso di te e di prendere dimora in te. Egli dice infatti: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e verremo a lui e abiteremo presso di lui» (Gv 14,23). Accogli, dunque Cristo e non far entrare in te nessun’altra cosa.
Se avrai Cristo, sarai ricco, sarai pienamente appagato. Sarà lui a provvedere vedere e ad agire fedelmente per te. Cristo «resta in eterno» (Gv 12,4) e sta fedelmente accanto a noi, sino alla fine.
(Imitazione di Cristo)

Preghiera
Ti ringrazio, Signore,
perché le nostre chiese
sono come grandi famiglie.
Fa’ che il tuo spirito di riconciliazione,
Signore,
soffi su tutta la terra.
Fa’ che i cristiani vivano il tuo amore.
Noi ti lodiamo, Signore,
con le cattedrali d’Europa
con le offerte dell’America
e coi nostri canti africani di lode.
Ti ringraziamo, Signore,
perché in tutto il mondo
abbiamo dei fratelli.
Sii con loro che costruiscono la pace.
(Preghiera dall’Africa occidentale)

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