Archive pour octobre, 2014

OMELIA XXIX DOMENICA A: « RENDETE A CESARE QUELLO CHE È DI CESARE E A DIO QUELLO CHE È DI DIO »

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19 OTTOBRE 2014 | 29A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« RENDETE A CESARE QUELLO CHE È DI CESARE E A DIO QUELLO CHE È DI DIO »

« Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio » (Mt 22,21). È una delle espressioni evangeliche più conosciute e più citate, ma forse anche più difficili a spiegare e, nello stesso tempo, più espressive del « radicalismo » evangelico.
Non è soltanto indicativa di un determinato comportamento « politico », ma soprattutto del « primato » di Dio sulle azioni di ogni uomo, anche quelle che potrebbero sembrare semplicemente « laiche »: il regno di Dio afferra tutte le dimensioni dell’uomo, ivi inclusa quella sociale e « politica », senza però identificarsi con nessuna di esse.
« Dice il Signore del suo eletto, di Ciro… « 
Sotto il segno di questa universale « signoria » di Dio, che non si arresta neppure davanti ai troni o alle regge dei sovrani, è da porre la prima lettura, in cui il Secondo Isaia, dopo aver preannunciato la ricostruzione di Gerusalemme e del tempio (Is 44,24-28), ci presenta anche lo « strumento » che Dio si è scelto per compiere un’opera così straordinaria: Ciro il Grande, re di Persia (557-529 a.C.). « Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: / « Io l’ho preso per la destra, / per abbattere davanti a lui le nazioni, / per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, / per aprire davanti a lui i battenti delle porte, / e nessun portone rimarrà chiuso. / Per amore di Giacobbe mio servo / e di Israele mio eletto / io ti ho chiamato per nome, / ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca. / Io sono il Signore, e non vi è alcun altro; / fuori di me non c’è dio; / ti renderò spedito nell’agire, anche se tu non mi conosci, / perché sappiano dall’oriente fino all’occidente / che non esiste dio fuori di me. / Io sono il Signore e non c’è alcun altro »" (Is 45,1.4-6).
Quello che sorprende di più, in questo testo, è che a Ciro si attribuiscano titoli che, nella tradizione biblica, vengono riservati solo al Messia futuro: così il titolo di « eletto » (v. 1), che in ebraico è precisamente mashìach, cioè « messia »; oppure quello di « pastore » (Is 44,28). Questo, ovviamente, vuol significare che Ciro, permettendo a Israele di ritornare dall’esilio nella terra dei padri (538 a.C.), di fatto faciliterà il misterioso disegno di Dio, che culminerà proprio nella venuta del Messia dal seno del popolo eletto.
Oltre a questo, sorprende il fatto che Dio si serva per i suoi fini di un re straniero, che neppure lo « conosce » (vv. 4.5). Questo, anzi, contribuirà a rendere maggior « gloria » al Dio d’Israele, che in tal modo dimostra come la sua potenza e anche il suo amore non siano legati né da confini geografici, né da peculiarità di cultura o di razza, e neppure dal fatto religioso, almeno inteso come mera connotazione di appartenenza a una determinata confessione: « Perché sappiano dall’oriente fino all’occidente che non esiste dio fuori di me » (v. 6).
Dio agisce dunque anche al di fuori di Israele. E perché no? Anche al di fuori della Chiesa. Lo scopo, però, è sempre quello di incrementare e di dilatare la missione salvifica del suo « popolo »: il punto di riferimento di Dio, anche quando si apre ai lontani, è sempre Israele!
Questo sta a dimostrare due cose: primo, che una misteriosa teologia della storia rotea attorno a Cristo e al « popolo » eletto che deve esprimerlo e per il quale è mandato; secondo, che ci sono valori nelle cose, nelle istituzioni, nelle persone che nascono dalla loro intrinseca costituzione e significatività, in quanto operano e corrispondono al disegno di Dio. Così Ciro il grande, pur senza saperlo, col suo senso di equità e di saggezza politica si inserisce e, addirittura, porta avanti il progetto salvifico di Dio.
La « politica » è valida nella misura in cui, chiunque la faccia, anche non credente, cerca di farla secondo le regole proprie della politica, realizzando il « bene comune », di tutti e di ciascuno.
« Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo »
Ma veniamo adesso alla pagina di Vangelo (Mt 22,15-21), che in parte riprende questa tematica, ampliandola però in una forma originalissima. È il noto episodio del « tributo » a Cesare, che è comune ai tre Sinottici,1 sia pure con piccole varianti che non stiamo qui ad analizzare.
Esso fa parte del gruppo delle quattro « controversie » del periodo gerosolimitano, dopo quella relativa al problema dell’autorità con cui Gesù aveva cacciato i venditori dal tempio (21,23-27), separata da queste dall’inserzione delle tre parabole (21,28-22,14) già commentate nelle Domeniche precedenti: la nostra controversia (22,15-22), quella sulla risurrezione dei morti (22,23-33), sul massimo comandamento (22,34-40), e l’ultima sul Figlio di Davide (22,41-46).
L’atmosfera è molto pesante e carica di tensione: si vuole a tutti i costi trovare un pretesto contro Gesù per « perderlo ». Il trabocchetto più pericoloso, in questo senso, è proprio quello « politico »: da esso, infatti, si incomincia per « compromettere » in qualche maniera Gesù. La cosa assume anche più valore, se si pensa che proprio l’accusa di sovvertimento « politico » avrà un ruolo determinante nel processo, che di fatto lo porterà alla morte.
Nell’episodio si noti, prima di tutto, la doppiezza dei farisei, che almeno qui ben corrisponde a quella connotazione di falsità che diamo al termine ormai classico di « fariseismo ». È il tentativo di mascherarsi dietro le parole belle, buone, rispettose, per nascondere il proprio pensiero, le vere e torbide intenzioni del proprio cuore: « Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno, perché non guardi in faccia ad alcuno » (v. 16).
Nella loro macchinazione queste parole adulatrici dovevano servire a smuovere più facilmente Gesù dal suo naturale riserbo circa un problema così scottante come quello del tributo a Cesare: una volta poi rotto il ghiaccio, avrebbero pensato loro a dirottare il discorso verso gli approdi già calcolati!
Nonostante la loro falsità, però, essi fanno l’elogio più grande di Gesù: egli non è un opportunista, un calcolatore, più che piacere agli uomini intende piacere a Dio. E in realtà tutta la sua vita sta a dimostrarlo; soprattutto lo dimostrerà il suo atteggiamento durante il processo, che lo porterà alla morte di croce. Lo dichiarerà solennemente davanti a Pilato: « Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità » (Gv 18,37).
Questa sua estrema lealtà e « veridicità » Gesù la dimostra anche in questo episodio, prima di tutto smascherando la falsità dei suoi avversari: « Ipocriti, perché mi tentate? » (v. 18); e in secondo luogo, dando loro una risposta estremamente franca e imprevista, che risolveva alla radice il problema senza cadere nella « casistica » politica, che fatalmente lo avrebbe costretto a schierarsi o fra i collaborazionisti di Roma, o fra gli irredentisti fanatici.
In questo caso, infatti, per i suoi avversari il gioco sarebbe stato estremamente facile: se avesse detto che bisognava pagare il tributo a Cesare, lo avrebbero screditato presso il popolo che fremeva sotto il giogo romano e, manovrato dagli Zeloti, stava meditando tentativi di rivolta e di sovversione; se avesse detto di no, lo avrebbero accusato presso le autorità come ribelle e ostile al governo di Roma. La trappola avrebbe funzionato alla perfezione!
« Di chi è questa immagine e l’iscrizione? »
Se non che Gesù, come abbiamo detto, imposta il problema in termini molto più radicali: non si tratta di dire un « sì » o un « no », ma di vedere in che misura gli ordinamenti politici e sociali corrispondano al disegno di Dio nella storia concreta che vivono gli uomini, e permettano di servirlo con fedeltà.
Ora, proprio partendo dalla situazione in cui si trovavano gli Ebrei del suo tempo, Gesù dice che « di fatto » essi si riconoscono sudditi di Roma, dal momento che accettano di commerciare con la « moneta » coniata dall’imperatore. Non era questo un implicito riconoscimento della sovranità imperiale, a prescindere dalla questione se fosse legittima o meno?
È questo il significato della richiesta di Gesù: «  »Mostratemi la moneta del tributo ». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: « Di chi è questa immagine e l’iscrizione? ». Gli risposero: « Di Cesare »" (vv. 19-21). È quindi più che giusto che si debba anche « rendere a Cesare quello che è di Cesare », come dice immediatamente dopo Gesù.
Però se la sua risposta si fosse fermata qui, non avrebbe niente di originale, salvo il dimostrare un senso di grande equilibrio e di grande saggezza, che certamente non ebbero gli Zeloti, i quali di lì a poco portarono Israele al massacro sollevandolo contro Roma.
« Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio » (v. 21). La portata rivoluzionaria di questa frase sta tutta nella seconda parte, però correlata con la prima: si può e si deve partire da Cesare, per arrivare a Dio!
« Cesare » e « Dio » nella vita dei cristiani
Mettendo accanto a Cesare Dio, Gesù distingue nettamente due realtà e due spazi di azione, che è sempre fatale confondere o mescolare. Si pensi alle antiche ideologie orientali, soprattutto a quella egiziana, secondo la quale il re era considerato un dio a tutti gli effetti, e che erano arrivate perfino a Roma, dove gli imperatori erano chiamati « signori » (kyrioi), o « divini » (cf 1 Cor 8,5). Si pensi anche a certe ideologie moderne « totalizzanti », che fanno fonte di ogni verità e di ogni moralità lo Stato, o il partito, o una classe sociale, o un qualsiasi leader « carismatico », perfino la moda. Sembra che la storia non insegni niente agli uomini!
Cristo tiene a distinguere le due realtà e i due diversi comportamenti che esse esigono. Non pensa, come gli Zeloti, che Dio abbia bisogno di una specie di « teocrazia » terrena in cui soltanto egli possa attuare la sua presenza: abbiamo già visto che Ciro, il pagano, può essere addirittura chiamato il suo « eletto ».
Questo sta a significare che l’impegno politico, anche il più generoso, non esaurisce la dimensione dell’uomo, che ha orizzonti che vanno infinitamente al di là. Proprio per questo il « regnum hominis » non potrà mai identificasi con il « regnum Dei ».
Però, pur essendo due realtà distinte, sono anche fra di loro « coordinate » o « coordinabili »; il mio dovere verso lo Stato e chi lo rappresenta vale nella misura in cui esso mi permette di realizzare il rapporto autenticamente religioso con Dio, che è preminente nella vita di ogni uomo. È per questo che la frase culmina nell’affermazione inattesa e sconvolgente: « E rendete a Dio quello che è di Dio », che getta una luce nuova sullo stesso « servizio » politico che deve attuare lo Stato nella molteplice articolazione delle sue funzioni e dei suoi apparati.
Non si tratta infatti, da parte dell’organizzazione politica, di rispettare certi spazi religiosi per la coscienza dei credenti: il che è ovvio! Si tratta di molto di più: lo stesso servizio « politico », che fatalmente coinvolge il discepolo di Cristo sia come semplice cittadino, sia anche come possibile responsabile delle leggi dello Stato e delle varie sue attività, deve essere da lui sentito come un culto « reso a Dio », attuandone le esigenze di giustizia, di equità, di fraternità, di rispetto per tutti, di « bene comune », come appunto si dice.
Solo in questo caso il « regnum hominis », pur non potendo mai diventare il « regnum Dei », ne favorirà indubbiamente la crescita: e questo, al limite, può realizzarlo anche il non credente, come abbiamo già accennato, purché abbia quella radicale « onestà » del cuore che induce sempre a cercare « quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode », come ci insegna san Paolo (Fil 4,8).
È evidente come tutto questo ponga problemi brucianti alla coscienza « civile » dei cristiani oggi, qualunque responsabilità essi abbiano nella società: si pensi solo al problema della legalizzazione dell’aborto, per fare un esempio. Gesù ci ha insegnato a rispettare e a valorizzare il servizio politico, purché esso rispetti ed attui le esigenze di Dio. Davanti a qualsiasi possibile « aberrazione » o « perversione » del potere, anche democratico, Gesù ha eretto la barriera inviolabile dei diritti di Dio e della « coscienza » cristiana che deve annunciarli e testimoniarli al mondo, anche a costo della « disubbidienza » civile.
Ecco la novità « rivoluzionaria » di quella frase, apparentemente così semplice e innocua: « Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio » (v. 21).
« Ringraziamo sempre Dio per tutti voi »
Evidentemente questo presuppone una coscienza cristiana matura, illuminata dalla fede, animata dalla carità, tesa nella speranza di realizzazioni sempre più grandi.
Era quanto san Paolo scriveva ai cristiani di Tessalonica, di cui ricordava con affetto e simpatia la pronta adesione al messaggio evangelico: « Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo » (1 Ts 1,2-3).
Cristiani che vivano in un clima di così intima tensione religiosa, non possono non dare un senso « nuovo » anche alla convivenza civile, nella quale verranno a contatto con tanti altri fratelli, anche di fede diversa, ai quali dovranno a testimoniare » che Dio sta accanto, ma anche al di sopra di Cesare, e che lui soltanto è il valore « ultimo » e il criterio definitivo per « giudicare » la rettitudine di ogni nostro agire, ivi incluso quello sociale e politico.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 17 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

Sant’Ignazio di Antiochia

Sant'Ignazio di Antiochia dans immagini sacre 1017

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Publié dans:immagini sacre |on 16 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

SANT’IGNAZIO D’ANTIOCHIA, IL PREDICATORE « DI FUOCO » CHE SCALDA GLI ANIMI DEI CRISTIANI D’OGNI TEMPO

http://www.zenit.org/it/articles/sant-ignazio-d-antiochia-il-predicatore-di-fuoco-che-scalda-gli-animi-dei-cristiani-d-ogni-tempo–2

SANT’IGNAZIO D’ANTIOCHIA, IL PREDICATORE « DI FUOCO » CHE SCALDA GLI ANIMI DEI CRISTIANI D’OGNI TEMPO

- Prima parte, se volete leggere la seconda parte:
http://www.zenit.org/it/articles/sant-ignazio-d-antiochia-il-predicatore-di-fuoco-che-scalda-gli-animi-dei-cristiani-d-ogni-tempo–2 -

Il prossimo 17 ottobre ricorre la sua festa liturgica. ZENIT propone un breve approfondimento sull’importanza storica di Antiochia, sulla vita di Ignazio e sull’attualità delle sue lettere

Roma, 15 Ottobre 2013 (Zenit.org) Federico Cenci

Antakia è oggi una città della Turchia di circa 200mila abitanti situata al confine con la Siria. In Europa, nessuno o quasi ne conosce l’esistenza. Si ignora che questo anonimo centro meridionale della Turchia sia stato, nell’antichità, con il suo mezzo milione d’abitanti, tra le tre più grandi metropoli (insieme a Roma e ad Alessandria d’Egitto) del mondo allora conosciuto. Si ignora, soprattutto, che sino al terremoto del 525 che la distrusse completamente, la vecchia Antiochia costituisse un ricco propulsore commerciale e culturale. Gli storici non esitano, pertanto, a considerarla uno dei pilastri del mondo antico.
Un pilastro che è stato determinante nell’edificazione della storia del Cristianesimo e dunque della civiltà umana tutta. Il contributo che Antiochia ha dato dal punto di vista del vocabolario storico-religioso non ha pari, giacché è qui che, per la prima volta, fu utilizzato il termine cristiani per definire i discepoli di Cristo. Ne danno testimonianza gli Atti degli Apostoli: «…ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (11-26).
Antiochia assume poi un’importanza pionieristica anche in altri sensi. È qui che si sviluppò, infatti, il più grande centro di irradiazione missionaria da parte dei cristiani delle origini. Senza Antiochia, ubicata in una posizione di ponte tra la Terra Santa e l’Europa, il messaggio evangelico non si sarebbe mai diffuso nel mondo pagano: «… alcuni fra loro, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai greci» (Atti 11,20). È da Antiochia che molti missionari partirono per fondare nuove chiese nelle regioni vicine.
Con ogni probabilità, Antiochia è inoltre la città che ospitò San Matteo quando scrisse il suo Vangelo, caratterizzato dalla testimonianza della preghiera Pater, dal racconto dei Magi e della stella, dal discorso della montagna con le otto beatitudini e dalla formula trinitaria del battesimo, con la quale accompagniamo il segno della croce.
Altro elemento che dimostra lo stretto legame esistente tra Antiochia e la storia del Cristianesimo è il fatto che il primo capo della comunità cristiana di Antiochia sia stato un certo Pietro: il primo a sedere sulla famosa Cattedra che ne prende il nome, il primo a venire considerato Papa della Chiesa cattolica. A San Pietro succedette, già con la denominazione di vescovo di Antiochia, Ignazio, annoverato tra i Padri della Chiesa.
Figura, quest’ultima, che assume per il Cristianesimo un connotato importante tanto quanto lo è la città di cui è stato vescovo. Dalle poche informazioni che si hanno oggi a disposizione, non risulta che Ignazio fosse un cittadino romano, sembra altresì si sia convertito al Verbo di Cristo in età adulta. Riusciva ad esercitare un forte ascendente sulla comunità, caratteristica che spinge molti a supporre che ricoprisse, prima di essere investito della carica di vescovo, un ruolo politico ad Antiochia. Stando a quanto riferivano i suoi discepoli, con Ignazio siamo di fronte a un’espressione concreta della locuzione latina nomen omen. Tale era infatti la passione che Ignazio sprigionava durante le sue prediche, da far dire di lui che fosse “di fuoco” così come indica il suo nome, dato che ignis in latino vuol dire fuoco. Benedetto XVI ebbe a dire al riguardo: «Nessun Padre della Chiesa ha espresso con l’intensità di Ignazio l’anelito all’unione con Cristo e alla vita in Lui».
Uomo di grande influenza anche al di fuori dei confini della sua Antiochia, questo predicatore “di fuoco” attirò presto le attenzioni dell’imperatore romano Traiano, il quale dette inizio alla sua persecuzione. Arrestato e condannato ad bestias, Ignazio fu condotto in catene sino a Roma attraverso un lungo e straziante viaggio. Giunto nell’Urbe nell’anno 107, venne sottoposto a un crudele martirio all’interno del Colosseo: sbranato e divorato dalle belve nell’ambito degli spettacoli in onore delle vittorie romane in Dacia.
Fu durante il viaggio che lo condusse da Antiochia a Roma che Ignazio scrisse sette lettere indirizzate a diverse comunità (Efesini, Magnesii, Tralliani, Romani, Filadelfii, Smirnei) e a San Policarpo, vescovo della chiesa di Smirne. Si tratta di uno dei primi esempi di comunicazione sociale cristiana. Le sue lettere trasudano di un caldo amore per Cristo e per la Chiesa, oltre che di un vigoroso zelo apostolico. Malgrado risalgano a un tempo lontano dal nostro, durante il quale le condizioni della Chiesa e la vita dei cristiani erano molto diverse da quelle che conosciamo oggi, specialmente in Occidente, le sette lettere di Sant’Ignazio riescono a veicolare un messaggio che appare assolutamente attuale.

SAN PAOLO A CORINTO – LA SAPIENZA DI DIO: SINCERITA’ E UNIONE ETERNA (Oratorio di Busseto)

http://www.oratoriodibussero.com/upload/documenti/settimanaVocazionale09/5_corinto.pdf

Settimana Vocazionale Adolescenti 2009

SAN PAOLO A CORINTO – LA SAPIENZA DI DIO: SINCERITA’ E UNIONE ETERNA (Oratorio di Busseto)

Questa sera continuiamo a stringere conoscenza con Paolo…il viaggio prosegue alla volta di Corinto, una città peraltro con un a brutta fama, infatti era un porto di mare: era una città di commerci, caotica, multietnica confusionaria, con tanto traffico di merci e di persone; era un po’ una Milano antica….E come si può accogliere il vangelo in mezzo a tutto questo casino?
Di certo Paolo non sarà stato entusiasta, ed infatti Egli ci rivela anche le sue preoccupazioni nell’andare in un luogo come Corinto, dove la gente è sempre di corsa, ha poco tempo per ascoltare…e chissà poi se ne ha voglia!Proviamo a considerare due aspetti che appaiono come totalmente incompatibili: da un lato la fretta della società nel commercio e nel lavoro, e dall’altro la pazienza l’amore e la meditazione richiesta dal Vangelo. Come possono stare assieme? Come può fare a conciliare le cose, senza che l’una escluda l’altra? Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d`intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: « Io sono di Paolo », « Io invece sono di Apollo », « E io di Cefa », « E io di Cristo! Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa
dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti
e annullerò l`intelligenza degli intelligenti.(1Cor)

UNIONE COMUNIONE PREGHIERA
La prima cosa che ci ricorda Paolo è la sintesi del cristianesimo, l’unione della persone nella comunione con Dio quindi l’unità spirituale tra credenti. Questa sera noi adolescenti siamo riuniti nel nome di questa unione: incominciamo ad entrare nell’ottica del messaggio Paolino (che poi è quella del Vangelo), il nostro condividere la fede è la nostra comunione con i cristiani sono i passi fondamentali per la formazione della nostra fede. La catechesi, la preghiera la messa domenicale e tutti quei momenti fraterni di intensità, ma anche di semplice compagnia che hanno come sfondo la volontà di condividere qualcosa, di appassionarci ad altre persone magari diverse da noi e di volergli bene, nel nome del comandamento di Gesù sono concretamente (e sottolineo la concretezza) la dimostrazione di unità che ci chiede San Paolo. Quando a volte ci chiediamo che cos’è la nostra fede, facendo magari fatica a definirla o a realizzarla dentro di noi, non dobbiamo pensare a qualcosa di invisibile, ma molto più semplicemente pensiamo al nostro oratorio, alla nostra chiesa, al tempo che dedichiamo alla preghiere, al tempo che dedichiamo alle persone. Come ricordiamo spesso, non vogliamo essere una sorta di classisti o moralisti con le persone…del tipo “chi viene in oratorio è bravo e bello, mentre chi non viene non va bene..” Però consideriamo anche questo ,se uno dice di credere al vangelo, all’ora ascolta le parole di Gesù che ha fondato la Chiesa, ascolta San Paolo e capisce l’importanza che ha una comunità, quindi non se ne frega di quello che accade nella comunità, tra le persone, durante le proposte della comunità, non cerca di rimanere un osservatore esterno. Non dobbiamo ritenerci migliori di qualcuno a frequentare la nostra comunità, ma dobbiamo esortare gli altri, anche esterni, a farne parte.Per dirlo in termini un po’ Evangelici là dove, qualcuno si trovi nel nome di Cristo non solo compie un gesto altruista, ma rinuncia alle falsità del mondo, per abbracciare la via, la verità e la vita. Nel nome del Signore conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Se c`è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c`è conforto derivante dalla carità, se c`è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l`unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità
o per vanagloria, ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto: Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini.

SAPIENZE DIVINA
Dalla prima Lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi,
Dov`è il sapiente? Dov`è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio
dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione.
Paolo pone l’attenzione su una questione molto importante: chi è il Cristiano? Chi è l’uomo Cristiano? E cos’è nella fede la sapienza? Come viene vista? Queste sono probabilmente le domande da cui bisogna cominciare, forse possono sembrare un po’ generiche….ma vediamo di Contestualizzarle.Paolo infatti ripercorre, com’è nello stile cristiano, la vita vissuta da Gesù, con i suoi insegnamenti, se dovessimo rileggere i “fondamentali” del Cristianesimo, dovremmo sicuramente partire dal quel discorso così importante e bello che è quello “della montagna”.
E cosa ci propone paolo? Esattamente la stessa logica. Non si propone di adulare ciò che nasce dagli uomini come qualcosa di perfetto, ma intuisce che dall’uomo nascono cose buone, ma nascono anche malvagità e insidie, quindi la perfezione non può risiedere nell’uomo, ma solo nella salde fede verso Dio, quindi il sapiente di cui parla Paolo, non è il professore che sa spiegare tutto di tutto, ma è colui che crede in Dio, e sa di essere voluto e amato da Dio. E a Dio è piaciuto di salvare questa sapienza. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
A volte è proprio vero che ci mettiamo a correre per niente,(Qoelet direbbe ad “inseguire il vento”)
cerchiamo di concentrare le nostre energie, per qualcosa che poi alla fine non ci porta da nessuna parte..ed quello che facevano sia i Giudei che i greci di all’ora..Da una parte i tradizionalisti di origini ebraiche, che forse non si fidano troppo di Paolo, all’ora volevano vedere i miracoli…alla faccia della fede…mentre invece i greci, con una grande fama di filosofi, non erano alla ricerca di Cristo, ma ala ricerca di un concetto, un ragionamento, che potesse essere più intelligente della logica di Dio, così da poterne fare a meno. Cari Adolescenti, badate bene, perché questi atteggiamenti non sono solo di persone vissute quasi 2000 anni fa…proprio per niente, sono comportamenti che rimangono purtroppo tipici nell’uomo. Pensate alla vicenda di Adamo ed Eva (l’Uomo e la Donna): Che cosa succede in questa storia?Infidamente il serpente, la più astuta di tutte le creature suggerisce ai due di disubbidire al Signore, di non fidarsi di ciò che Dio gli aveva chiesto di non fare, cioè cibarsi dei frutti dell’albero della conoscenza, ovvero quei frutti che rappresentano il nostro volersi porre al posto di Dio. Con questo aneddoto la Bibbia ci da un grande insegnamento e ci mette in guardia, affinché non possiamo mai essere convinti di bastare a noi stessi rinunciando a Dio. Considerate infatti la vostra vocazione, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore. Alla fine cosa rimane? Dio nel vangelo si presenta a noi con delle scelte che ci disorientano e si contrappongono totalmente a quelle degli uomini, questo è quello che accade quando Gesù si presenta come liberatore ma non per liberare il suo popolo con la spada dall’oppressione, come invece gli uomini si aspettavano, ma con il suo sacrificio e con un tipo diverso di liberazione. Anche nel brano che abbiamo letto Paolo nella sua predicazione mette subito in luce come Dio non scelga gli uomini per la loro grandezza ma anzi tutto il contrario …Siamo capaci anche noi di vedere l’umiltà nelle persone che ci stanno accanto e di essere noi stessi umili
come ci insegna il vangelo invece di cercare sempre di prevalere e primeggiare sugli altri per dimostrare quanto siamo bravi? Sono capace di vedere i miei coetanei come dei compagni di viaggio da aiutare e sostenere e non da dominare all’interno della nostra comunità? Le parole chiave che possono farci apprendere a pieno il senso di questo incontro sono la fede la la franchezza.
Essere una persona sincera vuol dire saper essere persone di cuore, non assecondare sempre chi ci sta attorno, soprattutto i nostri amici, e non cercare sempre di farli felici ed essere con loro in accordo solo per “partito preso”, ma vuol dire anche saper far notare all’amico quando sbaglia, e con benevolenza accostarsi sempre a lui in tutti imomenti: importanti e non. Questo senza trattarlo male cercando di aver sempre l’ultima parola, ma costruendo un dialogo In questo modo si può istaurare un vero rapporto di amicizia che si deve basare anche sul saper accettare, da parte nostra, le critiche e le osservazioni lasciando da parte il nostro orgoglio e la nostra superbia.
Riesco a coltivare le miei amicizie in modo che il rapporto che si instaura sia basato sulla sincerità delle parole, quindi un rapporto di franchezza?Riesco a comprendere questo valore anche all’interno della mia comunità?
Come tu,

Padre,
sei in me e io in te,
siano anch`essi in noi una cosa sola,
perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me,
io l`ho data a loro,
perché siano come noi una cosa sola.
Io in loro e tu in me,
perché siano perfetti nell`unità
e il mondo sappia che tu mi hai mandato
e li hai amati come hai amato me.
Padre,
voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io,
perché contemplino la mia gloria,
quella che mi hai dato;
poiché tu mi hai amato
prima della creazione del mondo.

Largo 16 ottobre 1943, Roma

Largo 16 ottobre 1943, Roma dans immagini varie ladeportazionedegliebreidiRoma-vi

http://fotoalbum.virgilio.it/atti47/roma2011/roma298largo16ottob.html

Publié dans:immagini varie |on 15 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

LA SHOAH E LA MEMORIA: IL VIOLINISTA DI AUSCHWITZ

http://www.la-shoah-e-la-memoria.it/mostre/poesie.htm

LA SHOAH E LA MEMORIA
(poesie composte nei lager, o successivamente dai sopravvissuti)

IL VIOLINISTA DI AUSCHWITZ

A Jack-Yaacov Strumsa
– superstite di Salonicco

Ogni mattino
anche quando per caso
non c’è stato nessun incubo
quando non mi son destato
in un sudore freddo,
quando non mi sono alzato nello spavento,
nel terrore delle SS.
Proprio ogni mattino.

Mi domando
dove andrò oggi?
Mi vesto, bevo il tè,
avvio l’auto
e parto ?
per dove?

Il motore ronza sommesso
i luoghi scorrono via veloci
il viale, i semafori
la strada s’inerpica,
su per la collina,
il cancello aperto.
Ogni mattino
Yad Va’Shem ?
il Memoriale dell’Olocausto.

Lo stesso borbottio
le stesse voci
le stesse note
la stessa musica
la marcia
la piccola città in fiamme.
La musica guida la mia auto,
mi trascina come una calamita
come un cavo
come la catena di un argano
a Yad Va’Shem.

La Tenda della Memoria
il Lume Perpetuo
candele
la Sala dei Nomi
foto, occhi,
denti, dentiere d’oro, capelli umani.
Qui stanno le camere a gas,
i forni,
i crematori
e gli ebrei in informi abiti a strisce
che spostano corpi.
Donne nude che cercano invano
di celare la loro vergogna
sul ciglio della fossa comune.
Mancano soltanto
il fetore, il fumo e la musica.

Cosa significano il rumore,
la cadenza dei passi
“Links, sinistra, sinistra…!”
La frusta, gli spari,
“Il lavoro rende liberi”
sull’arco sopra il cancello.
E tutt’intorno
mura, cani, e filo spinato;
elenchi di nomi e di numeri
e c’è una mano ? Yad, mani.
Nella parata, chi viene, chi va
da dove, per dove?

Là io suonavo il violino,
fui selezionato
per l’orchestra
che ogni giorno accompagnava, con la musica,
gli ebrei spinti
nelle camere a gas
sull’orlo dell’abisso ?
al luogo da cui nessuno fa ritorno,
nessuno torna indietro
è soltanto rimosso, cadavere
per gli inceneritori.

Non v’è più bisogno di correre
nessun motivo di terrore
ma quella melodia echeggia ancora nella mia testa.

E così arriverò
qui, oggi ieri
domani,
davanti alla foto dei suonatori:
un’orchestra che guida
la processione infinita di quelli che camminano
nella Valle dell’Ombra della Morte.

Sì, ora sono un nonno
dai capelli bianchi;
rimane ben poco di me
ma i miei tratti somigliano ancora,
un po’, al violinista, a me,
là sulla foto
di Auschwitz.

E può accadere
che un visitatore di Yad Va’Shem mi osservi,
fissi la parete, e resti sorpreso.
Come se vedesse qualcuno
al di là di uno spartiacque ?
un’apparizione che, per lui,
appartiene all’altro mondo;
che, per me, è
quel mondo che fu.

Mattino dopo mattino
giorno dopo giorno
arriverò qui,
con quella musica che mi perseguita,
a quelle immagini sulla parete
a quel fetore nelle narici
che solo io posso avvertire.

Questo è il mio luogo, gli appartengo.
Non sono una “statua vivente”:
son vivo.
Di questo monumento
sono una parte.
Questo Yad Va’Shem ?
Mano e Nome ?
e corpo:
il mio.

Moshé Liba

 

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO: SHOAH, POEMI |on 15 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L’EBRAISMO NOI RICORDIAMO: UNA RIFLESSIONE SULLA SHOAH (1998)

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/documents/rc_pc_chrstuni_doc_16031998_shoah_it.html

COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L’EBRAISMO

NOI RICORDIAMO: UNA RIFLESSIONE SULLA SHOAH

Al Signor Cardinale
EDWARD IDRIS CASSIDY
Presidente della Commissione
per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo

In numerose occasioni durante il mio Pontificato ho richiamato con senso di profondo rammarico le sofferenze del popolo ebreo durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il crimine che è diventato noto come la Shoah rimane un’indelebile macchia nella storia del secolo che si sta concludendo.
Preparandoci ad iniziare il terzo millennio dell’era cristiana, la Chiesa è consapevole che la gioia di un Giubileo è soprattutto una gioia fondata sul perdono dei peccati e sulla riconciliazione con Dio e con il prossimo. Perciò Essa incoraggia i suoi figli e figlie a purificare i loro cuori, attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato. Essa li chiama a mettersi umilmente di fronte a Dio e ad esaminarsi sulla responsabilità che anch’essi hanno per i mali del nostro tempo.
È mia fervida speranza che il documento: Noi ricordiamo: una Riflessione sulla Shoah, che la Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo ha preparato sotto la Sua guida, aiuti veramente a guarire le ferite delle incomprensioni ed ingiustizie del passato. Possa esso abilitare la memoria a svolgere il suo necessario ruolo nel processo di costruzione di un futuro nel quale l’indicibile iniquità della Shoah non sia mai più possibile. Possa il Signore della storia guidare gli sforzi di Cattolici ed Ebrei e di tutti gli uomini e donne di buona volontà così che lavorino insieme per un mondo di autentico rispetto per la vita e la dignità di ogni essere umano, poiché tutti sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio.

Dal Vaticano, 12 marzo 1998.

COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L’EBRAISMO
NOI RICORDIAMO: UNA RIFLESSIONE SULLA SHOAH

I. La tragedia della Shoah ed il dovere della memoria
Si sta rapidamente concludendo il XX secolo e spunta ormai l’aurora di un nuovo millennio cristiano. Il Bimillenario della nascita di Gesù Cristo sollecita tutti i cristiani, e invita in realtà ogni uomo e ogni donna, a cercare di scoprire nel fluire della storia i segni della divina Provvidenza all’opera, come pure i modi in cui l’immagine del Creatore presente nell’uomo è stata offesa e sfigurata.
Questa riflessione riguarda uno dei principali settori in cui i cattolici possono seriamente prendere a cuore il richiamo loro rivolto da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Tertio millennio adveniente: « È giusto pertanto che, mentre il secondo Millennio del cristianesimo volge al termine, la Chiesa si faccia carico con più viva consapevolezza del peccato dei suoi figli nel ricordo di tutte quelle circostanze in cui, nell’arco della storia, essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del suo Vangelo, offrendo al mondo, anziché la testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza e di scandalo ».(1)
Il secolo attuale è stato testimone di un’indicibile tragedia, che non potrà mai essere dimenticata: il tentativo del regime nazista di sterminare il popolo ebraico, con la conseguente uccisione di milioni di ebrei. Uomini e donne, vecchi e giovani, bambini ed infanti, solo perché di origine ebraica, furono perseguitati e deportati. Alcuni furono uccisi immediatamente, altri furono umiliati, maltrattati, torturati e privati completamente della loro dignità umana, e infine uccisi. Pochissimi di quanti furono internati nei campi di concentramento sopravvissero, e i superstiti rimasero terrorizzati per tutta la vita. Questa fu la Shoah: uno dei principali drammi della storia di questo secolo, un fatto che ci riguarda ancora oggi.
Dinanzi a questo orribile genocidio, che i responsabili delle nazioni e le stesse comunità ebraiche trovarono difficile da credere nel momento in cui veniva perpetrato senza misericordia, nessuno può restare indifferente, meno di tutti la Chiesa, in ragione dei suoi legami strettissimi di parentela spirituale con il popolo ebraico e del ricordo che essa nutre delle ingiustizie del passato. La relazione della Chiesa con il popolo ebraico è diversa da quella che condivide con ogni altra religione.(2) Non è soltanto questione di ritornare al passato. Il futuro comune di ebrei e cristiani esige che noi ricordiamo, perché « non c’è futuro senza memoria ».(3) La storia stessa è memoria futuri.
Nel rivolgere questa riflessione ai nostri fratelli e sorelle della Chiesa cattolica sparsi nel mondo, chiediamo a tutti i cristiani di unirsi a noi nel riflettere sulla catastrofe che colpì il popolo ebraico, e sull’imperativo morale di far sì che mai più l’egoismo e l’odio abbiano a crescere fino al punto da seminare sofferenze e morte.(4) In modo particolare, chiediamo ai nostri amici ebrei, « il cui terribile destino è divenuto simbolo dell’aberrazione cui può giungere l’uomo, quando si volge contro Dio »,(5) di predisporre il loro cuore ad ascoltarci.

II. Che cosa dobbiamo ricordare
Nel dare la sua singolare testimonianza al Santo di Israele ed alla Torah, il popolo ebraico ha grandemente patito in diversi tempi ed in molti luoghi. Ma la Shoah fu certamente la sofferenza peggiore di tutte. L’inumanità con cui gli ebrei furono perseguitati e massacrati in questo secolo va oltre la capacità di espressione delle parole. E tutto questo fu fatto loro per la sola ragione che erano ebrei.
La stessa enormità del crimine suscita molte domande. Storici, sociologi, filosofi politici, psicologi e teologi tentano di conoscere di più circa la realtà e le cause della Shoah. Molti studi specialistici rimangono ancora da compiere. Ma un simile evento non può essere pienamente misurato attraverso i soli criteri ordinari della ricerca storica. Esso richiama ad una « memoria morale e religiosa » e, in particolare tra i cristiani, ad una riflessione molto seria sulle cause che lo provocarono. Il fatto che la Shoah abbia avuto luogo in Europa, cioè in paesi di lunga civilizzazione cristiana, pone la questione della relazione tra la persecuzione nazista e gli atteggiamenti dei cristiani, lungo i secoli, nei confronti degli ebrei.

III. Le relazioni tra ebrei e cristiani
La storia delle relazioni tra ebrei e cristiani è una storia tormentata. Lo ha riconosciuto il Santo Padre Giovanni Paolo II nei suoi ripetuti appelli ai cattolici a considerare il nostro atteggiamento nei confronti delle nostre relazioni con il popolo ebraico.(6) In effetti il bilancio di queste relazioni durante i due millenni è stato piuttosto negativo.(7)
Agli albori del cristianesimo, dopo la crocifissione di Gesù, sorsero contrasti tra la Chiesa primitiva ed i capi dei giudei ed il popolo ebraico i quali, per ossequio alla Legge, a volte si opposero violentemente ai predicatori del Vangelo e ai primi cristiani. Nell’impero romano, che era pagano, gli ebrei erano legalmente protetti dai privilegi garantiti loro dall’Imperatore e le autorità in un primo tempo non fecero distinzione tra le comunità giudee e cristiane. Ben presto, tuttavia, i cristiani incorsero nella persecuzione dello Stato. Quando, in seguito, gli imperatori stessi si convertirono al cristianesimo, dapprima continuarono a garantire i privilegi degli ebrei. Ma gruppi esagitati di cristiani che assalivano i templi pagani, fecero in alcuni casi lo stesso nei confronti delle sinagoghe, non senza subire l’influsso di certe erronee interpretazioni del Nuovo Testamento concernenti il popolo ebraico nel suo insieme. « Nel mondo cristiano — non dico da parte della Chiesa in quanto tale — interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua presunta colpevolezza sono circolate per troppo tempo, generando sentimenti di ostilità nei confronti di questo popolo ».(8) Tali interpretazioni del Nuovo Testamento sono state totalmente e definitivamente rigettate dal Concilio Vaticano II.(9)
Nonostante la predicazione cristiana dell’amore verso tutti, compresi gli stessi nemici, la mentalità prevalente lungo i secoli ha penalizzato le minoranze e quanti erano in qualche modo « differenti ». Sentimenti di antigiudaismo in alcuni ambienti cristiani e la divergenza che esisteva tra la Chiesa ed il popolo ebraico, condussero a una discriminazione generalizzata, che sfociava a volte in espulsioni o in tentativi di conversioni forzate. In una larga parte del mondo « cristiano », fino alla fine del XVIII secolo, quanti non erano cristiani non sempre godettero di uno status giuridico pienamente garantito. Nonostante ciò, gli ebrei diffusi in tutto il mondo cristiano rimasero fedeli alle loro tradizioni religiose ed ai costumi loro propri. Furono per questo considerati con un certo sospetto e diffidenza. In tempi di crisi come carestie, guerre e pestilenze o di tensioni sociali, la minoranza ebraica fu più volte presa come capro espiatorio, divenendo così vittima di violenze, saccheggi e persino di massacri.
Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo, gli ebrei avevano generalmente raggiunto una posizione di uguaglianza nei confronti degli altri cittadini nella maggioranza degli Stati, e un certo numero di loro giunse a ricoprire ruoli influenti nella società. Ma in questo stesso contesto storico, in particolare nel XIX secolo, prese piede un nazionalismo esasperato e falso. In un clima di rapido cambiamento sociale, gli ebrei furono spesso accusati di esercitare un’influenza sproporzionata rispetto al loro numero. Allora cominciò a diffondersi in vario grado, attraverso la maggior parte d’Europa, un antigiudaismo che era essenzialmente più sociopolitico che religioso.
Nello stesso periodo, cominciarono ad apparire delle teorie che negavano l’unità della razza umana, affermando una originaria differenza delle razze. Nel XX secolo, il nazionalsocialismo in Germania usò tali idee come base pseudo-scientifica per una distinzione tra le così dette razze nordico-ariane e presunte razze inferiori. Inoltre, una forma estremistica di nazionalismo fu stimolata in Germania dalla sconfitta del 1918 e dalle condizioni umilianti imposte dai vincitori, con la conseguenza che molti videro nel nazionalsocialismo una soluzione ai problemi del Paese e perciò cooperarono politicamente con questo movimento.
La Chiesa in Germania rispose condannando il razzismo. Tale condanna apparve per la prima volta nella predicazione di alcuni tra il clero, nell’insegnamento pubblico dei Vescovi cattolici e negli scritti di giornalisti cattolici. Già nel febbraio e marzo 1931, il Cardinale Bertram di Breslavia, il Cardinale Faulhaber ed i Vescovi della Baviera, i Vescovi della Provincia di Colonia e quelli della provincia di Friburgo pubblicarono lettere pastorali che condannavano il nazionalsocialismo, con la sua idolatria della razza e dello Stato.(10) L’anno stesso in cui il nazionalsocialismo giunse al potere, il 1933, i ben noti sermoni d’Avvento del Cardinale Faulhaber, ai quali assistettero non soltanto cattolici, ma anche protestanti ed ebrei, ebbero espressioni di chiaro ripudio della propaganda nazista antisemitica.(11) A seguito della Kristallnacht, Bernard Lichtenberg, prevosto della Cattedrale di Berlino, elevò pubbliche preghiere per gli ebrei. Egli morì poi a Dachau ed è stato dichiarato Beato.
Anche il Papa Pio XI condannò il razzismo nazista in modo solenne nell’Enciclica Mit brennender Sorge,(12) che fu letta nelle chiese di Germania nella Domenica di Passione del 1937, iniziativa che procurò attacchi e sanzioni contro membri del clero. Il 6 settembre 1938, rivolgendosi ad un gruppo di pellegrini belgi, Pio XI asserì: « L’antisemitismo è inaccettabile. Spiritualmente siamo tutti semiti ».(13) Pio XII, fin dalla sua prima enciclica, Summi Pontificatus,(14) del 20 ottobre 1939, mise in guardia contro le teorie che negavano l’unità della razza umana e contro la deificazione dello Stato, tutte cose che egli prevedeva avrebbero condotto ad una vera « ora delle tenebre ».(15)

IV. Antisemitismo nazista e la Shoah
Non si può ignorare la differenza che esiste tra l’antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano e l’uguale dignità di tutte le razze e di tutti i popoli, ed i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali, purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli.
L’ideologia nazionalsocialista andò anche oltre, nel senso che rifiutò di riconoscere qualsiasi realtà trascendente quale fonte della vita e criterio del bene morale. Di conseguenza, un gruppo umano, e lo Stato con il quale esso si era identificato, si arrogò un valore assoluto e decise di cancellare l’esistenza stessa del popolo ebraico, popolo chiamato a rendere testimonianza all’unico Dio e alla Legge dell’Alleanza. A livello teologico non possiamo ignorare il fatto che non pochi aderenti al partito nazista non solo mostrarono avversione all’idea di una divina Provvidenza all’opera nelle vicende umane, ma diedero pure prova di un preciso odio nei confronti di Dio stesso. Logicamente, un simile atteggiamento condusse pure al rigetto del cristianesimo, e al desiderio di vedere distrutta la Chiesa o per lo meno sottomessa agli interessi dello Stato nazista.
Fu questa ideologia estrema che divenne la base delle misure intraprese, prima per sradicare gli ebrei dalle loro case e poi per sterminarli. La Shoah fu l’opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri.
Ma ci si deve chiedere se la persecuzione del nazismo nei confronti degli ebrei non sia stata facilitata dai pregiudizi antigiudaici presenti nelle menti e nei cuori di alcuni cristiani. Il sentimento antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando raggiunse il potere?
Ogni risposta a questa domanda deve tener conto del fatto che stiamo trattando della storia di atteggiamenti e modi di pensare di gente soggetta a molteplici influenze. Ancor più, molti furono totalmente ignari della « soluzione finale » che stava per essere presa contro un intero popolo; altri ebbero paura per se stessi e per i loro cari; alcuni trassero vantaggio dalla situazione; altri infine furono mossi dall’invidia. Una risposta va data caso per caso e, per farlo, è necessario conoscere ciò che precisamente motivò le persone in una specifica situazione.
All’inizio, i capi del Terzo Reich cercarono di espellere gli ebrei. Sfortunatamente, i Governi di alcuni Paesi occidentali di tradizione cristiana, inclusi alcuni del Nord e Sud America, furono più che esitanti ad aprire i loro confini agli ebrei perseguitati. Anche se non potevano prevedere quanto lontano sarebbero andati i gerarchi nazisti nelle loro intenzioni criminali, i capi di tali nazioni erano a conoscenza delle difficoltà e dei pericoli a cui erano esposti gli ebrei che vivevano nei territori del Terzo Reich. In quelle circostanze, la chiusura delle frontiere all’immigrazione ebraica, sia che fosse dovuta all’ostilità antigiudaica o al sospetto antigiudaico, a codardia o limitatezza di visione politica o a egoismo nazionale, costituisce un grave peso di coscienza per le autorità in questione.
Nelle terre dove il nazismo intraprese la deportazione di massa, la brutalità che accompagnò questi movimenti forzati di gente inerme, avrebbe dovuto suscitare il sospetto del peggio. I cristiani offrirono ogni possibile assistenza ai perseguitati, e in particolare agli ebrei?
Molti lo fecero, ma altri no. Coloro che aiutarono a salvare quanti più ebrei fu loro possibile, sino al punto di mettere le loro vite in pericolo mortale, non devono essere dimenticati. Durante e dopo la guerra, comunità e personalità ebraiche espressero la loro gratitudine per quanto era stato fatto per loro, compreso anche ciò che Pio XII aveva fatto personalmente o attraverso suoi rappresentanti per salvare centinaia di migliaia di vite di ebrei.(16) Molti Vescovi, preti, religiosi e laici, sono stati per tale ragione onorati dallo Stato di Israele.
Nonostante ciò, come Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto, accanto a tali coraggiosi uomini e donne, la resistenza spirituale e l’azione concreta di altri cristiani non fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo. Non possiamo conoscere quanti cristiani in paesi occupati o governati dalle potenze naziste o dai loro alleati, constatarono con orrore la scomparsa dei loro vicini ebrei, ma non furono tuttavia forti abbastanza per alzare le loro voci di protesta. Per i cristiani questo grave peso di coscienza di loro fratelli e sorelle durante l’ultima guerra mondiale deve essere un richiamo al pentimento.(17)
Deploriamo profondamente gli errori e le colpe di questi figli e figlie della Chiesa. Facciamo nostro ciò che disse il Concilio Vaticano II con la Dichiarazione Nostra aetate, che inequivocabilmente afferma: « La Chiesa… memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque ».(18)
Ricordiamo e facciamo nostro quanto Papa Giovanni Paolo II, nel rivolgersi ai capi della comunità ebraica di Strasburgo nel 1988 affermò: « Ribadisco nuovamente insieme con voi la più ferma condanna di ogni antisemitismo e di ogni razzismo, che si oppongono ai principi del cristianesimo ».(19) La Chiesa cattolica, pertanto, ripudia ogni persecuzione, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, perpetrata contro un popolo o un gruppo umano. Essa condanna nel modo più fermo tutte le forme di genocidio, come pure le ideologie razziste che l’hanno reso possibile. Volgendo lo sguardo su questo secolo, siamo profondamente addolorati per la violenza che ha colpito gruppi interi di popoli e di nazioni. Ricordiamo in modo particolare il massacro degli armeni, le vittime innumerevoli nell’Ucraina degli anni ’30, il genocidio degli zingari, frutto anch’esso di idee razziste, e tragedie simili accadute in America, in Africa e nei Balcani. Né vogliamo dimenticare i milioni di vittime dell’ideologia totalitaria nell’Unione Sovietica, in Cina, in Cambogia ed altrove. Neppure possiamo dimenticare il dramma del Medio Oriente, i cui termini sono ben noti. Anche mentre noi facciamo la presente riflessione, « troppi uomini continuano ad essere vittime dei propri fratelli ».(20)

V. Guardando insieme ad un futuro comune
Guardando al futuro delle relazioni tra ebrei e cristiani, in primo luogo chiediamo ai nostri fratelli e sorelle cattolici di rinnovare la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede. Chiediamo loro di ricordare che Gesù era un discendente di Davide; che dal popolo ebraico nacquero la Vergine Maria e gli Apostoli; che la Chiesa trae sostentamento dalle radici di quel buon ulivo a cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico dei gentili (cfr Rm 11,17-24); che gli ebrei sono nostri cari ed amati fratelli, e che, in un certo senso, sono veramente i « nostri fratelli maggiori ».(21)
Al termine di questo Millennio la Chiesa cattolica desidera esprimere il suo profondo rammarico per le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca. Si tratta di un atto di pentimento (teshuva): come membri della Chiesa, condividiamo infatti sia i peccati che i meriti di tutti i suoi figli. La Chiesa si accosta con profondo rispetto e grande compassione all’esperienza dello sterminio, la Shoah, sofferta dal popolo ebraico durante la seconda Guerra Mondiale. Non si tratta di semplici parole, bensì di un impegno vincolante. « Rischieremmo di far morire nuovamente le vittime delle più atroci morti, se non avessimo la passione della giustizia e se non ci impegnassimo, ciascuno secondo le proprie capacità, a far sì che il male non prevalga sul bene, come è accaduto nei confronti di milioni di figli del popolo ebraico… L’umanità non può permettere che ciò accada di nuovo ».(22)
Preghiamo che il nostro dolore per le tragedie che il popolo ebraico ha sofferto nel nostro secolo conduca a nuove relazioni con il popolo ebraico. Desideriamo trasformare la consapevolezza dei peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani e sentimento anticristiano tra gli ebrei, ma piuttosto un rispetto reciproco condiviso, come conviene a coloro che adorano l’unico Creatore e Signore ed hanno un comune padre nella fede, Abramo.
Infine, invitiamo gli uomini e le donne di buona volontà a riflettere profondamente sul significato della Shoah. Le vittime dalle loro tombe, e i sopravvissuti attraverso la vivida testimonianza di quanto hanno sofferto, sono diventati un forte grido che richiama l’attenzione di tutta l’umanità. Ricordare questo terribile dramma significa prendere piena coscienza del salutare monito che esso comporta: ai semi infetti dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo non si deve mai più consentire di mettere radice nel cuore dell’uomo.

16 Marzo 1998.

Cardinale Edward Idris Cassidy
Presidente

Pierre Duprey
Vescovo tit. di Thibar
Vice-Presidente

Remi Hoeckman O.P.
Segretario

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