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LO ZELO APOSTOLICO DI SAN PAOLO SECONDO NEWMAN (PDF)

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LO ZELO APOSTOLICO DI SAN PAOLO SECONDO NEWMAN (PDF)

P. HERMANN GEISSLER, FSO

Papa Francesco desidera vivamente che in ogni angolo della terra la Chiesa sia più missionaria. Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium si rivolge a tutti i fedeli «per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice» (n. 1). San Paolo rappresenta per noi un modello sempre attuale di apostolo e missionario. Per il beato John Henry Newman Paolo è il glorioso apostolo, il più soave degli scrittori ispirati, il più commovente e il più attraente dei maestri, per il quale nutre una particolare devozione.1 Newman ci lascia quattro omelie dedicate interamente all’Apostolo delle genti. Il tema di queste meditazioni non è tanto l’attività apostolica di Paolo, quanto i sentimenti e l’atteggiamento interiore che caratterizzano la sua opera evangelizzatrice. Le riflessioni di Newman non hanno perso niente della loro freschezza e possono aiutare anche noi, all’inizio del XXI secolo, a riscoprire e ad approfondire la nostra vocazione missionaria.
1 Cfr. JOHN HENRY NEWMAN, Il dono caratteristico di san Paolo, in: id., Sermoni Cattolici, Jaca Book Milano –
Morcelliana, Brescia 1984, pp. 247-257.

1. Esperienza della conversione
Nessuno può essere apostolo se non è stato afferrato dalla grazia di Dio e non è passato attraverso una conversione profonda. In una omelia che risale al tempo in cui era ancora anglicano, Newman parla della conversione di san Paolo in rapporto al suo ministero. Per Newman l’esperienza della conversione di Saulo è l’effettivo esordio del ministero di Paolo. Cosa intende con questo? Saulo è conosciuto come il capo dei persecutori dei cristiani. Approva infatti la lapidazione di Stefano che, morendo, prega per i suoi uccisori. In seguito, ottiene dai capi religiosi l’autorizzazione a mettere in prigione anche i discepoli della nuova Via, che si trovano a Damasco. Ma davanti alle porte della città viene «gettato a terra prodigiosamente e convertito alla fede, che perseguitava».2 La conversione di Paolo è prima di tutto una dimostrazione della potenza di Dio, del suo trionfo sul Nemico: «per mostrare la sua potenza, la sua mano s’introdusse in mezzo alla schiera dei persecutori del suo Figlio e afferrò il più energico di essi».3 Allo stesso tempo, questa conversione è frutto della preghiera di Stefano: «la preghiera del giusto può molto. Con l’aiuto di Dio, il primo martire ha avuto il potere di suscitare il più grande degli Apostoli».4 Così appare chiaro che nessuno può essere apostolo se non confida nella potenza trasformatrice di Dio e nella forza della preghiera d’intercessione.
2 JOHN HENRY NEWMAN, St. Paul’s Conversion viewed in reference to his Office, in: id., Parochial and Plain Sermons,
vol. II, Christian Classics INC. Westminster, Md. 1966, p. 96.
3 Ibid., p. 97.
4 Ibid., p. 96.
5 Ibid., p. 98.La grazia della conversione, un mistero della Provvidenza di Dio, fa di Paolo un intramontabile modello di apostolo. Egli nella sua vita sperimenta tanto il limite del peccato quanto la potenza della misericordia di Dio da cui si fa catturare fino a divenire padre spirituale per i gentili: «nella storia della sua colpa e della grazia immensa e miracolosa del perdono di Dio, Paolo, molto più degli altri Apostoli, testimonia il suo Vangelo, che noi tutti siamo colpevoli davanti a Dio e possiamo essere salvati soltanto dalla sovrabbondante generosità divina».5 Come Paolo, ogni apostolo è chiamato a testimoniare la misericordia di Dio, prima di tutto con la sua vita e poi anche con la parola. La vita che Paolo aveva condotto prima della conversione lo rende particolarmente adatto ad essere strumento per realizzare il piano di Dio nei confronti dei gentili. Tuttavia, occorre essere cauti, perché la diffusione del Vangelo non è in primo luogo opera degli uomini, bensì della grazia di Dio. Ma Dio si serve quasi sempre dell’aiuto umano per attuare i suoi piani. Paolo è come predestinato alla missione presso i pagani – non solo per la sua scienza e per i suoi doni spirituali, ma anche e soprattutto per il suo cammino di fede e di conversione. Questo cammino gli insegna a non farsi scoraggiare dalla gravità del peccato commesso, a saper trovare le scintille di fede nascoste negli uomini, a immedesimarsi nei più diversi tipi di tentazione, a portare con umiltà la grandezza delle rivelazioni ricevute e a utilizzare saggiamente le proprie esperienze per la conversione di altri. Così Paolo diviene una «consolazione, un aiuto e una guida per i suoi fratelli», perché «gli era donata nella più alta misura la conoscenza del cuore umano».6 È consolante sapere che tutte le esperienze della vita – positive ma anche negative – possono essere utili alla diffusione del Vangelo secondo il piano di Dio. 

6 Ibid., p. 101. 

7 Ibid., p. 102. 

8 Ibid., p. 106.

Naturalmente, con questi pensieri, Newman non vuol dire che bisogna prima peccare per poter diventare un apostolo e un santo. Paolo non è diventato un cristiano migliore a causa della colpa commessa, ma «essa lo rese più idoneo – in quanto convertito – a un determinato scopo della provvidenza di Dio, più idoneo, cioè, a convertire anche altri».7 Newman dice chiaramente che la vita di Paolo, prima della conversione, non è stata una vita empia o immorale. Egli ascoltava la voce della coscienza e non si volgeva orgogliosamente contro Dio. La voce della coscienza in Paolo non era però sufficientemente illuminata dalla Sacra Scrittura, come lo fu, ad esempio, per Simeone ed Anna, che a partire dall’Antico Testamento hanno riconosciuto Gesù come il Salvatore atteso. Paolo, invece, non ha riconosciuto il Cristo ed è diventato così un persecutore dei cristiani. Quali conseguenze trae Newman da queste riflessioni per il singolo cristiano? Ogni credente «deve nutrire e seguire la santa luce della coscienza, come fece Saulo. Deve studiare accuratamente le Scritture, come non fece Saulo. Dio, che ha avuto misericordia perfino con il persecutore dei suoi santi, effonderà certamente la sua grazia su ogni cristiano, e lo condurrà alla verità che è in Gesù».8 Il credente che vuole diventare apostolo ascolta la voce della coscienza e la Parola della Rivelazione, si fa interpellare da esse, si lascia trasformare ed è attento ad accogliere la chiamata sempre nuova di Dio.

2. Conoscenza della natura umana La profonda unione con Cristo, a cui porta ogni autentica conversione, fa dire a san Paolo: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Alcuni santi sono così ricolmi della vita di Dio da perdervisi interamente e da non aver apparentemente più niente della natura umana. Come mostra Newman nell’omelia Il dono caratteristico di san Paolo, l’Apostolo delle genti fa parte dell’altro gruppo dei santi «in cui il soprannaturale non si sostituisce alla natura, ma si combina con essa e la rinvigorisce, la eleva, la nobilita. Costoro non sono meno uomini per il fatto che sono santi».9 In questa omelia, che Newman tiene nella chiesa universitaria di Dublino alcuni anni dopo la sua conversione alla Chiesa cattolica, chiede quale sia il segno caratteristico che distingue l’Apostolo dagli altri santi. Secondo lui Paolo si caratterizza soprattutto per il fatto che la pienezza dei doni divini non distrugge quanto di umano è in lui, ma lo eleva e lo perfeziona. 

9 NEWMAN, Il dono caratteristico di san Paolo, p. 248.

10 Ibid, p. 250.

Perciò Paolo comprende particolarmente bene l’uomo con tutte le sue forze e debolezze, le sue tentazioni, aspirazioni e inclinazioni: «la natura umana, cioè, la natura che tutta la stirpe d’Adamo ha in comune, parlava, agiva in lui, era presente in lui in tutta la sua forza, con una pienezza, direi, corposa: sempre sotto la guida sovrana della grazia divina, ma senza perdere alcunché della sua effettiva libertà e del suo potere a causa di tale subordinazione. Ed è proprio perché la natura dell’uomo si manifesta in lui con tanto vigore, che san Paolo riesce a penetrare così a fondo nella natura umana, che riesce a simpatizzare così profondamente con essa, per un dono che è caratteristicamente suo».10 Anche se l’Apostolo prima della sua conversione ha vissuto con rigore la propria vita, ora si annovera tra gli spregiati pagani e parla come se fosse uno di loro. Si sente solidale con i suoi simili, con tutta la stirpe di Adamo. Perciò è consapevole di essere in possesso di una natura compromessa con tutta la gamma di emozioni, inclinazioni, intenzioni, di peccati che caratterizzano la vita dell’uomo nel mondo; è in questo senso che Paolo, sulla scia del Signore, porta su di sé il peccato di tutti gli uomini e si sente in piena comunione con loro. «Proprio lui, infatti, un fariseo rigoroso (egli stesso si definisce così), impeccabile secondo la giustizia legale, ch’era vissuto dinanzi a Dio in tutta buona coscienza, che aveva servito Dio con purezza fin dai padri suoi, parla tuttavia in un altro testo di se stesso, qual era prima che la grazia di Dio lo chiamasse, come fosse stato un empio e dissoluto pagano».11 Paolo non punta il dito sull’altro, perché è consapevole che il peccato e la cupidigia sono presenti anche in lui. È un grande conoscitore della natura umana «perché – attraverso la propria natura che la grazia aveva santificato – egli aveva compreso vividamente che cosa fosse la natura priva della grazia, nelle sue tendenze e nei suoi effetti».12 Il credente missionario è sempre sulla via della conversione e del rinnovamento in Cristo. Egli è in grado di immedesimarsi e condividere le diverse situazioni di vita degli uomini, di provare le loro stesse emozioni, di comprendere le loro lotte, di prendere parte alle loro gioie e alle loro preoccupazioni.
11Ibid
12 Ibid.
13 Ibid, p. 252.
14 Ibid.

Paolo mostra poi il suo amore per la natura umana anche perché non esita a ricorrere ad autori pagani. Newman si riferisce a tre noti brani in cui l’Apostolo cita alcuni scrittori greci: sull’Areopago di Atene, quando fa riferimento all’iscrizione di un altare che dice: «al Dio ignoto» (At 17,23). Poi quando rammenta ai Corinti una parola del poeta Menandro: «le cattive compagnie corrompono i buoni costumi» (1 Cor 15,33). E infine nella Lettera a Tito in cui cita il filosofo Epimenide: «i Cretesi sono sempre bugiardi, brutte bestie e fannulloni» (Tit 1,12). Perché Paolo cita autori pagani? Newman risponde: «poiché egli è un vero innamorato delle anime: ama questa nostra povera natura umana di un amore profondamente appassionato. La letteratura dei Greci è l’espressione di questa natura, sulla quale l’Apostolo si curva con tenerezza e con dolore, desiderando la sua rigenerazione, sperando la sua salvezza».13 Il piano di salvezza di Dio comprende anche i Greci, comprende tutti i popoli. Così come Paolo insegna chiaramente «che i pagani sono nelle tenebre e in potere del Maligno, altrettanto chiaramente insegna che lo sguardo della Divina Misericordia si posa su di loro».14 L’Apostolo non rifiuta mai ciò che è veramente umano. Ha un cuore grande e accogliente perché è convinto che Dio vuole la salvezza di tutti. Infine Paolo sottolinea che tutti gli uomini sono figli di Adamo e «si rallegra al pensiero che tutti gli uomini sono fratelli».15 Non si limita a mettere in rilievo che tutta l’umanità discende da Adamo, ma considera anche «con tenera compassione la schiavitù, l’angustia, il desiderio, la liberazione della misera natura umana».16 Come è scritto nella Lettera ai Romani, «l’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19).
L’Apostolo ricorda costantemente che tutti gli uomini hanno la stessa origine e lo stesso fine: vengono da Dio e sono chiamati alla vita di gloria in Dio.
15 Ibid, p. 253.
16 Ibid.
17 Ibid.
18 Ibid.

3. Amore per il suo popolo
Newman non manca di parlare anche dell’amore di Paolo per Israele, suo popolo. Se l’Apostolo si sente legato a tutta la stirpe degli uomini, «quale non doveva essere il sentimento che provava nei confronti del suo proprio popolo! Quale singolare commistione, dolce e amara, di orgoglio generoso (se posso esprimermi così) e di acuta, soverchiante angoscia, suscitava in lui il ricordo della stirpe d’Israele!»17 Anche dopo la conversione, Paolo continua ad essere fiero dell’elezione, da parte di Dio, del suo popolo. Questo è particolarmente evidente nella Lettera ai Romani, dove scrive: «essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen» (Rm 9,4-5). Con quale gratitudine Paolo guarda a Israele, «la più eccelsa e la più abietta delle nazioni; il caro popolo al quale apparteneva, le cui glorie avevano nutrito la sua immaginazione e il suo cuore fin dall’infanzia».18 Ma questo sentimento di fierezza e di gratitudine è accompagnato da tristezza e da dolore (cfr. Rm 9,2). Infatti, proprio il popolo che per secoli è stato in attesa del Messia, il quale gli ha preparato la via e ha annunciato la sua venuta, non lo ha accolto. Paolo poteva comprendere bene l’ostinazione degli Israeliti, dal momento che anche lui, prima della conversione, aveva coltivato gli stessi sentimenti e pensieri su Gesù. Per compassione intercedeva, come Mosè, per il suo popolo, sì per amore dei suoi fratelli dice di voler «essere io stesso anàtema, separato da Cristo» (Rm 9,3). Era pronto a dare tutto per amore del suo popolo. «Mentre quelli perseguitavano il suo Signore e lui stesso, egli perorava in loro favore e ricordava a Cristo che anch’egli a sua volta era stato un suo persecutore».19 Il suo cuore sanguina a causa della durezza di cuore di Israele, così da fargli esclamare: «O miei amatissimi! O stirpe gloriosa, tanto miseramente caduta!»20
19 Ibid. p. 254.
20 Ibid. p. 253.
21 Ibid., p. 255.
22 JOHN HENRY NEWMAN, Il dono di simpatia di San Paolo, in: id., Sermoni Cattolici, Jaca Book Milano – Morcelliana,
Brescia 1984, pp. 261-271.

Allo stesso tempo – malgrado tutto – Paolo non perde la speranza per il suo popolo. Dopo aver ammesso che la maggior parte degli Israeliti aveva rifiutato di accettare Gesù, si consolava all’idea che la loro ostinazione sarebbe diventata una benedizione per i pagani ed era pieno di fiducia nella profezia «del loro riscatto futuro»21 per cui anch’essi, successivamente, si sarebbero salvati. Perciò scrive nella Lettera ai Romani: «l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25s.). Ogni cristiano, diventato apostolo, proverà gli stessi sentimenti per la propria famiglia e il proprio popolo: pieno di gratitudine per quanto di buono e di bello ha ricevuto; in una sincera disponibilità a intercedere per quanti non conoscono o hanno dimenticato il Signore; con una fiducia incrollabile nella misericordia di Dio per tutti.

4. Simpatia per i credenti
In una omelia che Newman tiene poco dopo, sempre nella chiesa universitaria di Dublino, dipinge l’amore dell’Apostolo per i cristiani. Il titolo di questa omelia è: Il dono di simpatia di san Paolo.22 Newman continua il ragionamento iniziato nella omelia precedente e mostra con quale affetto l’Apostolo tratta i suoi fratelli e sorelle nella fede. Mette in risalto la sua humanitas: «una virtù che nasce dalla grazia soprannaturale di Lui, ed è coltivata per amore di Lui, nonostante che ne sia oggetto la natura umana in se stessa, nel suo intelletto, nei suoi affetti e nella sua storia. Questa è la virtù che io considero caratteristica di san Paolo al massimo grado; spesso l’inculca egli stesso in persona nelle sue epistole, come quando comanda viscere di misericordia, di benignità, di gentilezza e simili».23 Come si evidenzia questo atteggiamento nella vita e nell’opera dell’Apostolo?
23 Ibid., p. 263.
24 Ibid.

Newman sottolinea che Paolo è così pieno d’amore per gli altri che «nel tenore dei suoi pensieri d’ogni giorno, perde quasi di vista i doni e privilegi suoi, il suo stato e la dignità, a meno che non sia forzato a ricordarli per dovere; ed è, a se stesso, né più né meno che un fragile uomo che parla a fragili uomini; ed è tenero verso il debole, per il sentimento che ha della debolezza propria».24 Paolo sa che non solo gli altri hanno bisogno della misericordia di Dio, ma lui stesso per primo. Preferisce infatti chiamarsi servitore: «noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù» (2 Cor 4,5). E confessa la propria debolezza: «noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2 Cor 4,7). L’Apostolo è consapevole della propria miseria, sa di dipendere dalla grazia di Dio. Proprio questa consapevolezza l’unisce ancora più strettamente ai suoi figli spirituali. Nelle sue prediche e lettere Paolo parla di continuo della sua debolezza: «infatti, da quando siamo giunti in Macedonia, il nostro corpo non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori all’interno» (2 Cor 7,5). Descrivendo il suo apostolato a Corinto attesta: «mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza» (1 Cor 2,3s.). Parlando delle rivelazioni che il Signore gli ha donato, non manca di ricordare che «è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia» (2 Cor 12,7). Non omette neanche di parlare delle sue dure lotte interiori: «non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione, che ci è capitata in Asia, ci abbia colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, tanto che disperavamo perfino della nostra vita» (2 Cor 1,8). E quando si congeda dagli anziani di Mileto dice: «voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove» (At 20,18s.). Perché Paolo parla con tanta franchezza e naturalezza delle sue debolezze e lotte interiori? Newman spiega: un uomo che sa spogliarsi della sua grandezza e si sa mettere a livello dei suoi fratelli mostra una profonda condivisione della natura umana; un uomo che parla con semplicità e comunica le sue emozioni è in grado di sentire e manifestare un grande amore per gli uomini e allo stesso tempo di farsi amare.25 Essere apostolo non deve essere confuso con l’eroismo mondano o il perfezionismo umano. Per il compimento del suo disegno di salvezza Dio ha bisogno non di cuori perfetti ma pieni d’amore: cuori afferrati dal suo fuoco che si fanno purificare e trasformare da esso, che con la loro luce interiore attirano altre persone e le conducono con amore a Cristo.
25Cfr. ibid., p. 266.

Newman ribadisce ripetutamente che la grazia nel cuore di Paolo non reprime la natura umana, ma la santifica e nobilita. Egli conserva tutto quanto di umano, ma non di peccaminoso, era in lui. Vive in comunione con il suo amato Signore e allo stesso tempo è sempre sensibile ai sentimenti delle persone e del mondo che lo circondano. Newman vede in questo l’essenza dell’umanità del cuore di Paolo: «stupendo a dirsi, egli che il suo riposo e la sua pace l’aveva nell’amore di Cristo, non era soddisfatto senza l’amore dell’uomo; la maggiore ricompensa egli la poneva nell’approvazione di Dio, e tuttavia cercava l’approvazione dei suoi confratelli. Dipendeva esclusivamente dal Creatore, eppure sottometteva se stesso alla creatura. Pur possedendo quel che è infinito, non si esonerava dal finito. Amava i suoi confratelli, non soltanto “per amor di Gesù”, volendo usare l’espressione sua, ma anche per amor loro. Viveva in loro; sentiva con loro e per loro; era ansioso per loro, li aiutava, e in cambio se ne riprometteva dell’incoraggiamento. La sua anima assomigliava a quegli strumenti musicali, come l’arpa e la viola, le corde dei quali entrano in vibrazione, benché non toccati, dalle note che emettono gli altri strumenti; e sempre, secondo il suo stesso precetto, “godeva con quelli che godevano, piangeva con quelli che piangevano” (Rm 12,15); riuscendo così il meno magistrale di tutti i maestri, e il più gentile e il più amabile di tutti i superiori».26
26 Ibid., p. 267.
27 Ibid., p. 269.

Particolarmente forte è il legame di Paolo con i suoi amici e collaboratori, in ogni circostanza della vita. Gioisce «della visita di Stefanàs, di Fortunato e di Acàico“ (1 Cor 16,17). Scrive: «non ebbi pace nel mio spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello» (2 Cor 2,13). E poi: «ma Dio, che consola gli afflitti, ci ha consolati con la venuta di Tito» (2 Cor 7,6). Della Chiesa di Roma saluta Febe, Prisca e Aquila e «la comunità che si riunisce nella loro casa», Epèneto, Maria, Andronìco e Giunia e molti altri fratelli e sorelle (cf. Rom 16). Ci dice che Epafrodito è stato «vicino alla morte. Ma Dio ha avuto misericordia di lui, e non di lui solo ma anche di me, perché non avessi dolore su dolore» (Fil 2,27). Si lamenta «che tutti quelli dell’Asia mi hanno abbandonato» (2 Tm 1,15), e in un altro passaggio: «nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto» (2 Tm 4,16). Alcuni degli amici si allontanarono da lui: «Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, … solo Luca è con me» (2 Tm 4,10s.). Alla fine della seconda Lettera a Timoteo scrive: “Saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesìforo. Eràsto è rimasto a Corinto; Tròfimo l’ho lasciato ammalato a Milèto. Affrettati a venire prima dell’inverno. Ti salutano Eubùlo, Pudènte, Lino, Claudia e tutti i fratelli” (2 Tm 4,19-21). Quale grandezza di amore fraterno, quale fiducia, quanta sensibilità e anche quanta compassione e dolore esprimono queste parole! Newman ne è profondamente toccato e scrive: «Paolo è il predicatore particolarissimo della grazia divina, ed è insieme l’amico singolare e intimo della natura umana. Rivela a noi i misteri dei decreti supremi di Dio, e al tempo stesso manifesta l’interesse più sviscerato per le singole anime».27 Il vero cristiano ha un grande cuore, pensa al mondo intero e prega per tutti. Ma allo stesso tempo si volge con amore e si immedesima in ognuno, perché è consapevole della singolare dignità e vocazione di ciascuno e perché gli sta a cuore la salvezza di ogni singola persona. Questo amore di Paolo per tutti gli uomini spiega bene l’indignazione dell’Apostolo di fronte ai sentimenti di gelosia, di invidia e di rivalità esistenti nelle comunità cristiane. Considera vergognosi questi atteggiamenti e irriverenti non solo nei confronti di Cristo, ma anche nei riguardi della comune natura umana che conferisce a tutti la medesima dignità e il medesimo diritto al titolo di uomini.28 Paolo amava così tanto gli uomini che «simpatizzava con loro, dovunque e comunque fossero; e sentiva come una misericordia speciale, trasmessa a loro tramite il Vangelo, il fatto che la natura umana da allora in poi fosse stata riconosciuta e redenta in Gesù Cristo. Lo spirito partigiano era quindi puramente e semplicemente all’opposto dello spirito dell’Apostolo, costituiva un gran peccato per lui, quand’anche non toccasse gli estremi dello scisma».29 Alla comunità dei Corinti, divisa perché alcuni riconoscevano come maestro Paolo, altri Apollo, altri ancora Cefa e altri Cristo, domanda: «è forse diviso il Cristo?» (1 Cor 1,13). Tra gli uomini rigenerati dalla grazia «non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (Col 3,11). Il fedele con un cuore apostolico, nell’intimo del suo cuore, nutre la stessa profonda aspirazione di Gesù e ripete con lui la preghiera: che tutti siano uno. È servitore dell’unità in Cristo e sa che la testimonianza cristiana può essere credibile solo a questa condizione: «tutti siano una sola cosa; perché il mondo creda» (Gv 17,21).
28 Cfr. ibid.
29 Ibid.
30 JOHN HENRY NEWMAN, Appunti di Prediche (1849-1878), Libreria Gregoriana Ed., Padova 1924, pp. 64-66. Titolo
originale della omelia tenuta da Newman il 23 febbraio 1851: „On St. Paul the Type of the Church as
Missionarising“, in: id., Sermon Notes, Longmans, Green, and Co, London 1913, pp. 62-64.

5. Buona lotta e fiducia in Dio
Ci sono pervenute anche brevi note di una omelia del periodo cattolico di Newman sul tema San Paolo tipo della Chiesa missionaria.30 I pensieri fondamentali di questa omelia non scritta ma tenuta a braccio, completano la nostra meditazione circa lo zelo apostolico di Paolo. Newman inizia questa omelia con l’affermazione che Paolo era soprattutto un seminatore della parola: «seminò in tutti i paesi». Ed era anche un campione – non solo come David contro Golia – ma «contro il mondo».31 Quest’azione, iniziata da Paolo, sarà continuata dalla Chiesa in ogni luogo e in ogni tempo. E non solo quella del seminare, ma anche quella del buon combattimento della fede.
31 Ibid., p. 65.
32 Ibid., p. 66.
33 Ibid.

Paolo è il modello per eccellenza di questo: egli lotta nella fede contro gli zeloti del giudaismo, basti pensare ai quaranta uomini che «fecero voto con giuramento esecratorio di non toccare né cibo né bevanda, sino a che non avessero ucciso Paolo» (At 23,12); dovette lottare anche contro i fanatici del paganesimo, come mostra ad esempio la rivolta degli argentieri di Efeso (cfr. At 19,21ss.). Doveva confrontarsi con gli indifferenti, per esempio con il governatore Festo, che lo dichiarò pazzo (cfr. At 26,24), o con i filosofi greci sull’Areopago che, dopo il suo discorso sulla risurrezione, lo derisero e gli dissero che lo avrebbero ascoltato un’altra volta (cfr. At 17,32). Newman applica questi esempi alla sua epoca: la Chiesa, nell’Inghilterra del XIX secolo, doveva combattere con fede contro i fanatici evangelici e l’indifferenza degli uomini politici. I primi definivano Roma come l’Anticristo, i secondi si preoccupavano soltanto del loro profitto politico. Certamente questo vale anche per il nostro tempo: l’ostilità da una parte e l’indifferenza dall’altra rendono difficile per molti accogliere il messaggio del Vangelo e testimoniarlo. Ma Newman non è in alcun modo pessimista, al contrario, è pieno di fiducia, perché vede nella fede la grandezza e l’unità della Chiesa di tutti i tempi: «Questa ammirabile unità della Chiesa è la nostra consolazione». Ciò mostra che «la Chiesa viene da Dio» e «nulla le capita di strano e di nuovo».32 Ciò lo induce a concludere che questa è la vocazione permanente di tutti i membri della Chiesa: «nostra cura sia seminare, combattere e lasciare il resto a Dio».33

Conclusione
Colpisce il fatto che Newman, nelle sue omelie su san Paolo, non descriva nessuna grande strategia missionaria e neanche metta in risalto le impressionanti attività dell’Apostolo. Per lui non sembra tanto l’azione esteriore ad essere determinante, quanto i moti del suo cuore, da cui sgorga, come da una orgente zampillante, ogni pensiero, discorso e azione. Si può dire che Newman in queste omelie voglia delineare il cuore, il profilo interiore del vero apostolo. Le tessere del mosaico che distinguono il ritratto dell’autentico apostolo sono: la disponibilità alla conversione, che con la grazia di Dio diventa esperienza personale che fa della propria vita un modello anche per altri; la conoscenza della natura umana che è un grande aiuto per comprendere a fondo gli altri, per essere in sintonia con loro, per condividerne le gioie e le preoccupazioni; l’amore per il proprio popolo, che si mostra nella riconoscenza, nel desiderio di intercedere e nella speranza per tutti; la comunione con i fratelli nella fede che induce a farsi tutto a tutti per salvarne ad ogni costo qualcuno (cfr. 1 Cor 9,22); il coraggio di impegnarsi con fede nella buona lotta, senza la quale in questo mondo non è possibile condurre gli altri al Vangelo; ma soprattutto l’incrollabile fiducia nella potenza della parola di Dio. Il nostro compito principale, infatti, consiste nel seminare generosamente il seme della Parola e lasciar a Dio stabilire quando e come debba portare frutto.

E LA NOTTE FU. LA VERA STORIA DEL PECCATO ORIGINALE – di Sandro Magister

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/212913

E LA NOTTE FU. LA VERA STORIA DEL PECCATO ORIGINALE

È uno dei dogmi più trascurati e negati. Ma per Benedetto XVI è « di un’evidenza schiacciante ». Ne ha parlato tre volte in otto giorni. Senza di esso, ha detto, la redenzione cristiana « perderebbe il suo fondamento »

di Sandro Magister

ROMA, 11 dicembre 2008 – Per tre volte in otto giorni Benedetto XVI ha insistito su un dogma che è quasi scomparso dalla comune predicazione ed è negato dai teologi neomodernisti: il dogma del peccato originale.
L’ha fatto lunedì 8 dicembre all’Angelus della festa dell’Immacolata; il precedente mercoledì 3 all’udienza settimanale con migliaia di fedeli e pellegrini; e poi ancora all’udienza generale di mercoledì 10.
All’Angelus dell’Immacolata papa Joseph Ratzinger si è così espresso:
« Il mistero dell’Immacolata Concezione di Maria, che oggi solennemente celebriamo, ci ricorda due verità fondamentali della nostra fede: il peccato originale innanzitutto, e poi la vittoria su di esso della grazia di Cristo, vittoria che risplende in modo sublime in Maria Santissima.
« L’esistenza di quello che la Chiesa chiama peccato originale è purtroppo di un’evidenza schiacciante, se solo guardiamo intorno a noi e prima di tutto dentro di noi. L’esperienza del male è infatti così consistente, da imporsi da sé e da suscitare in noi la domanda: da dove proviene? Specialmente per un credente, l’interrogativo è ancora più profondo: se Dio, che è Bontà assoluta, ha creato tutto, da dove viene il male? Le prime pagine della Bibbia (Genesi 1-3) rispondono proprio a questa domanda fondamentale, che interpella ogni generazione umana, con il racconto della creazione e della caduta dei progenitori: Dio ha creato tutto per l’esistenza, in particolare ha creato l’essere umano a propria immagine; non ha creato la morte, ma questa è entrata nel mondo per invidia del diavolo il quale, ribellatosi a Dio, ha attirato nell’inganno anche gli uomini, inducendoli alla ribellione (cfr. Sapienza 1, 13-14; 2, 23-24). È il dramma della libertà, che Dio accetta fino in fondo per amore, promettendo però che ci sarà un figlio di donna che schiaccerà la testa all’antico serpente (Genesi 3, 15).
« Fin dal principio, dunque, ‘l’eterno consiglio’ – come direbbe Dante (Paradiso, XXXIII, 3) – ha un ‘termine fisso’: la Donna predestinata a diventare madre del Redentore, madre di Colui che si è umiliato fino all’estremo per ricondurre noi alla nostra originaria dignità. Questa Donna, agli occhi di Dio, ha da sempre un volto e un nome: ‘piena di grazia’ (Luca 1, 28), come la chiamò l’Angelo visitandola a Nazareth. È la nuova Eva, sposa del nuovo Adamo, destinata ad essere madre di tutti i redenti. Così scriveva sant’Andrea di Creta: ‘La Theotókos Maria, il comune rifugio di tutti i cristiani, è stata la prima ad essere liberata dalla primitiva caduta dei nostri progenitori’ (Omelia IV sulla Natività, PG 97, 880 A). E la liturgia odierna afferma che Dio ha ‘preparato una degna dimora per il suo Figlio e, in previsione della morte di Lui, l’ha preservata da ogni macchia di peccato’ (Orazione Colletta).
« Carissimi, in Maria Immacolata noi contempliamo il riflesso della bellezza che salva il mondo: la bellezza di Dio che risplende sul volto di Cristo ».

* * *
Ma il papa si è spinto ancora più a fondo, sul peccato originale, nell’udienza generale di mercoledì 3 dicembre.
Ogni mercoledì, da quando è iniziato l’Anno Paolino, Benedetto XVI dedica le sue catechesi settimanali a illustrare la vita, gli scritti, la dottrina dell’apostolo Paolo. Questa era la quindicesima catechesi della serie. Nelle due precedenti il papa aveva spiegato la dottrina della giustificazione e il nesso tra la fede e le opere. Questa volta, invece, il tema di partenza era l’analogia tra Adamo e Cristo, sviluppata da Paolo nella prima lettera ai Corinzi e più ancora nella lettera ai Romani. Ricorrendo a questa analogia, Paolo evoca il peccato di Adamo per dare il massimo risalto alla grazia salvatrice donata da Cristo.
Come generalmente avviene nelle catechesi del mercoledì, Benedetto XVI si è avvalso di un testo scritto da esperti collaboratori. Ma come già in altre occasioni, se ne è distaccato. Questa volta più ampiamente del solito. Dal terzo capoverso in avanti si è rivolto direttamente ai presenti, improvvisando.
La stessa cosa ha fatto nell’udienza del mercoledì successivo, 10 dicembre. Aveva in mano un testo scritto, ma ha parlato quasi interamente a braccio. E nella parte iniziale è tornato così sul tema del peccato originale:
« Cari fratelli e sorelle, seguendo san Paolo abbiamo visto nella catechesi di mercoledì scorso due cose. La prima è che la nostra storia umana dagli inizi è inquinata dall’abuso della libertà creata, che intende emanciparsi dalla volontà divina. E così non trova la vera libertà, ma si oppone alla verità e falsifica, di conseguenza, le nostre realtà umane. Falsifica soprattutto le relazioni fondamentali: quella con Dio, quella tra uomo e donna, quella tra l’uomo e la terra. Abbiamo detto che questo inquinamento della nostra storia si diffonde sull’intero suo tessuto e che questo difetto ereditato è andato aumentando ed è ora visibile dappertutto. Questa era la prima cosa. La seconda è questa: da san Paolo abbiamo imparato che esiste un nuovo inizio nella storia e della storia in Gesù Cristo, Colui che è uomo e Dio. Con Gesù, che viene da Dio, comincia una nuova storia formata dal suo sì al Padre, fondata perciò non sulla superbia di una falsa emancipazione, ma sull’amore e sulla verità.
« Ma adesso si pone la questione: come possiamo entrare noi in questo nuovo inizio, in questa nuova storia? Come questa nuova storia arriva a me? Con la prima storia inquinata siamo inevitabilmente collegati per la nostra discendenza biologica, appartenendo noi tutti all’unico corpo dell’umanità. Ma la comunione con Gesù, la nuova nascita per entrare a far parte della nuova umanità, come si realizza? Come arriva Gesù nella mia vita, nel mio essere? La risposta fondamentale di san Paolo, di tutto il Nuovo Testamento è: arriva per opera dello Spirito Santo. Se la prima storia si avvia, per così dire, con la biologia, la seconda si avvia nello Spirito Santo, lo Spirito del Cristo risorto. Questo Spirito ha creato a Pentecoste l’inizio della nuova umanità, della nuova comunità, la Chiesa, il Corpo di Cristo. ».

* * *
Queste improvvisazioni sono un indizio importante per capire il pensiero di Benedetto XVI. Esse contrassegnano le cose che più gli stanno a cuore, quelle che vuole imprimere di più nella mente degli ascoltatori.
Il peccato originale, questo dogma oggi così trascurato, è una di queste verità che papa Ratzinger sente il bisogno di rinverdire.
E il motivo l’ha spiegato ai fedeli così, nella catechesi del 3 dicembre, quella più diffusamente dedicata al tema, riprodotta integralmente qui di seguito:

ADAMO E CRISTO: DAL PECCATO ORIGINALE ALLA LIBERTÀ

DI BENEDETTO XVI

Cari fratelli e sorelle, nell’odierna catechesi ci soffermeremo sulle relazioni tra Adamo e Cristo, delineate da san Paolo nella nota pagina della lettera ai Romani (5, 12-21), nella quale egli consegna alla Chiesa le linee essenziali della dottrina sul peccato originale. In verità, già nella prima lettera ai Corinzi, trattando della fede nella risurrezione, Paolo aveva introdotto il confronto tra il progenitore e Cristo: “Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita… Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita” (1 Corinzi 15, 22-45). Con Romani 5, 12-21 il confronto tra Cristo e Adamo si fa più articolato e illuminante: Paolo ripercorre la storia della salvezza da Adamo alla Legge e da questa a Cristo. Al centro della scena non si trova tanto Adamo con le conseguenze del peccato sull’umanità, quanto Gesù Cristo e la grazia che, mediante Lui, è stata riversata in abbondanza sull’umanità. La ripetizione del “molto più” riguardante Cristo sottolinea come il dono ricevuto in Lui sorpassi, di gran lunga, il peccato di Adamo e le conseguenze prodotte sull’umanità, così che Paolo può giungere alla conclusione: “Ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Romani 5, 20). Pertanto, il confronto che Paolo traccia tra Adamo e Cristo mette in luce l’inferiorità del primo uomo rispetto alla prevalenza del secondo.
D’altro canto, è proprio per mettere in evidenza l’incommensurabile dono della grazia, in Cristo, che Paolo accenna al peccato di Adamo: si direbbe che se non fosse stato per dimostrare la centralità della grazia, egli non si sarebbe attardato a trattare del peccato che “a causa di un solo uomo è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte” (Romani 5, 12). Per questo se, nella fede della Chiesa, è maturata la consapevolezza del dogma del peccato originale, è perché esso è connesso inscindibilmente con l’altro dogma, quello della salvezza e della libertà in Cristo. La conseguenza di ciò è che non dovremmo mai trattare del peccato di Adamo e dell’umanità in modo distaccato dal contesto salvifico, senza comprenderli cioè nell’orizzonte della giustificazione in Cristo.
Ma come uomini di oggi dobbiamo domandarci: che cosa è questo peccato originale? Che cosa insegna san Paolo, che cosa insegna la Chiesa? È ancora oggi sostenibile questa dottrina? Molti pensano che, alla luce della storia dell’evoluzione, non ci sarebbe più posto per la dottrina di un primo peccato, che poi si diffonderebbe in tutta la storia dell’umanità. E, di conseguenza, anche la questione della Redenzione e del Redentore perderebbe il suo fondamento.
Dunque, esiste il peccato originale o no? Per poter rispondere dobbiamo distinguere due aspetti della dottrina sul peccato originale. Esiste un aspetto empirico, cioè una realtà concreta, visibile, direi tangibile per tutti. E un aspetto misterico, riguardante il fondamento ontologico di questo fatto. Il dato empirico è che esiste una contraddizione nel nostro essere. Da una parte ogni uomo sa che deve fare il bene e intimamente lo vuole anche fare. Ma, nello stesso tempo, sente anche l’altro impulso di fare il contrario, di seguire la strada dell’egoismo, della violenza, di fare solo quanto gli piace anche sapendo di agire così contro il bene, contro Dio e contro il prossimo. San Paolo nella sua lettera ai Romani ha espresso questa contraddizione nel nostro essere così: « C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio » (7, 18-19). Questa contraddizione interiore del nostro essere non è una teoria. Ognuno di noi la prova ogni giorno. E soprattutto vediamo sempre intorno a noi la prevalenza di questa seconda volontà. Basta pensare alle notizie quotidiane su ingiustizie, violenza, menzogna, lussuria. Ogni giorno lo vediamo: è un fatto.
Come conseguenza di questo potere del male nelle nostre anime, si è sviluppato nella storia un fiume sporco, che avvelena la geografia della storia umana. Il grande pensatore francese Blaise Pascal ha parlato di una « seconda natura » che si sovrappone alla nostra natura originaria, buona. Questa seconda natura fa apparire il male come normale per l’uomo. Così anche l’espressione solita: « questo è umano£ ha un duplice significato. « Questo è umano » può voler dire: quest’uomo è buono, realmente agisce come dovrebbe agire un uomo. Ma « questo è umano » può anche voler dire la falsità: il male è normale, è umano. Il male sembra essere divenuto una seconda natura. Questa contraddizione dell’essere umano, della nostra storia deve provocare, e provoca anche oggi, il desiderio di redenzione. E, in realtà, il desiderio che il mondo sia cambiato e la promessa che sarà creato un mondo di giustizia, di pace, di bene, è presente dappertutto: in politica, ad esempio, tutti parlano di questa necessità di cambiare il mondo, di creare un mondo più giusto. E proprio questo è espressione del desiderio che ci sia una liberazione dalla contraddizione che sperimentiamo in noi stessi.
Quindi il fatto del potere del male nel cuore umano e nella storia umana è innegabile. La questione è: come si spiega questo male? Nella storia del pensiero, prescindendo dalla fede cristiana, esiste un modello principale di spiegazione, con diverse variazioni. Questo modello dice: l’essere stesso è contraddittorio, porta in sé sia il bene sia il male. Nell’antichità questa idea implicava l’opinione che esistessero due principi ugualmente originari: un principio buono e un principio cattivo. Tale dualismo sarebbe insuperabile; i due principi stanno sullo stesso livello, perciò ci sarà sempre, fin dall’origine dell’essere, questa contraddizione. La contraddizione del nostro essere, quindi, rifletterebbe solo la contrarietà dei due principi divini, per così dire.
Nella versione evoluzionistica, atea, del mondo ritorna in modo nuovo la stessa visione. Anche se in tale concezione la visione dell’essere è monistica, si suppone che l’essere come tale dall’inizio porti in se il male e il bene. L’essere stesso non è semplicemente buono, ma aperto al bene e al male. Il male è ugualmente originario come il bene. E la storia umana svilupperebbe soltanto il modello già presente in tutta l’evoluzione precedente. Ciò che i cristiani chiamano peccato originale sarebbe in realtà solo il carattere misto dell’essere, una mescolanza di bene e di male che, secondo questa teoria, apparterrebbe alla stessa stoffa dell’essere. È una visione in fondo disperata: se è così, il male è invincibile. Alla fine conta solo il proprio interesse. E ogni progresso sarebbe necessariamente da pagare con un fiume di male, e chi volesse servire al progresso dovrebbe accettare di pagare questo prezzo. La politica, in fondo, è impostata proprio su queste premesse: e ne vediamo gli effetti. Questo pensiero moderno può, alla fine, solo creare tristezza e cinismo.
E così domandiamo di nuovo: che cosa dice la fede, testimoniata da san Paolo? Come primo punto, essa conferma il fatto della competizione tra le due nature, il fatto di questo male la cui ombra pesa su tutta la creazione. Abbiamo sentito il capitolo 7 della lettera ai Romani, potremmo aggiungere il capitolo 8. Il male esiste, semplicemente. Come spiegazione, in contrasto con i dualismi e i monismi che abbiamo brevemente considerato e trovato desolanti, la fede ci dice: esistono due misteri di luce e un mistero di notte, che è però avvolto dai misteri di luce. Il primo mistero di luce è questo: la fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c’è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l’essere non è un misto di bene e male; l’essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere. Questo è il lieto annuncio della fede: c’è solo una fonte buona, il Creatore. E perciò vivere è un bene, è buona cosa essere un uomo, una donna, è buona la vita. Poi segue un mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell’essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata.
Come è stato possibile, come è successo? Questo rimane oscuro. Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso. Lo si è presentato in grandi immagini, come fa il capitolo 3 della Genesi, con quella visione dei due alberi, del serpente, dell’uomo peccatore. Una grande immagine che ci fa indovinare, ma non può spiegare quanto è in se stesso illogico. Possiamo indovinare, non spiegare; neppure possiamo raccontarlo come un fatto accanto all’altro, perché è una realtà più profonda. Rimane un mistero di buio, di notte. Ma si aggiunge subito un mistero di luce. Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l’uomo, è sanabile. Le visioni dualiste, anche il monismo dell’evoluzionismo, non possono dire che l’uomo sia sanabile; ma se il male viene solo da una fonte subordinata, rimane vero che l’uomo è sanabile. E il libro della Sapienza dice: “Hai creato sanabili le nazioni” (1, 14 nella Vulgata). E finalmente, ultimo punto, l’uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. Dio ha introdotto la guarigione. È entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia: vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo è presente, è forte.
Fratelli e sorelle, è tempo di Avvento. Nel linguaggio della Chiesa la parola Avvento ha due significati: presenza e attesa. Presenza: la luce è presente, Cristo è il nuovo Adamo, è con noi e in mezzo a noi. Già splende la luce e dobbiamo aprire gli occhi del cuore per vedere la luce e per introdurci nel fiume della luce. Soprattutto essere grati del fatto che Dio stesso è entrato nella storia come nuova fonte di bene. Ma Avvento dice anche attesa. La notte oscura del male è ancora forte. E perciò preghiamo nell’Avvento con l’antico popolo di Dio: « Rorate caeli desuper », stillate cieli dall’alto. E preghiamo con insistenza: vieni Gesù; vieni, dà forza alla luce e al bene; vieni dove domina la menzogna, l’ignoranza di Dio, la violenza, l’ingiustizia; vieni, Signore Gesù, dà forza al bene nel mondo e aiutaci a essere portatori della tua luce, operatori della pace, testimoni della verità. Vieni Signore Gesù!

 

San Paolo della Croce

San Paolo della Croce dans immagini sacre San-Pablo-de-la-Cruz-8

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Publié dans:immagini sacre |on 20 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

PUNTI CHIAVE DELLA SPIRITUALITÀ DI SAN PAOLO DELLA CROCE – 19 OTTOBRE

http://www.santuariodellacivita.it/san_paolo_della_croce.htm

link alla biografia:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/29750

PUNTI CHIAVE DELLA SPIRITUALITÀ DI SAN PAOLO DELLA CROCE – 19 OTTOBRE

1. Abbandonarsi a Dio
La più grande perfezione di un’anima consiste in un vero e totale abbandono fra le mani del Sommo Bene. Questo abbandono comporta una perfetta rassegnazione alla volontà divina in tutto ciò che accade.
Umiliatevi molto quando credete di ricevere qualche grazia da Dio. Talvolta ci sembra che qualche grazia ci sia concessa per le nostre preghiere, mentre sono altri servi di Dio che pregano. Oh! quanti che sembravano forti come i cedri del Libano sono caduti!
Un granellino di orgoglio può far cadere una grande montagna di santità, e perciò dovete tenervi nascosto a tutti e ritirarvi nella fortezza del Cuore purissimo di Gesù; là sarete libero da ogni male.
Non vi turbate per le aridità che provate nell’orazione, e anche delle distrazioni quando sono involontarie. E’ con questo mezzo che Dio purifica il cuore, affinché sia più disposto a unirsi più perfettamente al Sommo Bene. In queste occasioni, ravvivate dolcemente la fede, immaginatevi di essere sul Calvario e rivolgete tutti i vostri pensieri e sguardi d’amore a Gesù crocifisso.

2. Con la preghiera
E’ cosa eccellente e santissima pensare alla Passione del Salvatore e meditarla. Questo è il mezzo per arrivare all’unione con Dio. Ma bisogna notare che l’anima non può farlo sempre come all’inizio, ed è per questo che bisogna assecondare gli impulsi dello Spirito Santo e lasciarsi guidare secondo il suo volere Se non potete meditare altro che sulla santissima vita, Passione e morte del Salvatore, continuate con la benedizione del Signore, perché è a questa santa scuola che s’impara la vera sapienza, è qui che i santi si sono istruiti.
Accade talvolta che ci si trova in un tale stato di spirito che sembra che non si possa fare proprio niente: non si potrà meditare, si avrà una grande oscurità di spirito, con tante distrazioni, e con tale disgusto da aver voglia di fuggir via. Ecco la maniera di regolarsi in queste occasioni. Vi siete proposto di meditare, per esempio, la dolorosissima flagellazione di Gesù, ed ecco che provate una tale dissipazione di spirito che non sapete come fare per meditare. Tenetevi allora dolcemente alla presenza di Dio, ravvivate la fede senza sforzo di testa o di petto, credendo fermamente che il Dio che amate è tutto dentro di voi, fuori di voi, nel vostro cuore, nella vostra anima, nel vostro corpo, dappertutto; e così inabissato nell’immenso mare del suo amore, ben raccolto, con grande fede e riverenza, parlate in spirito col vostro Dio sul soggetto della meditazione. Per esempio: Ah! mio dolce Signore, caro Gesù! quale strazio non avete provato nella vostra orribile flagellazione! E perché mai resta così insensibile il mio cuore?! Questi colloqui devono esser fatti con grande soavità di spirito, e se allora sentite che il cuore si riempie di compassione, di pace o di altro sentimento che Dio vorrà, fermatevi così tutto raccolto in Dio come un’ape sul fiore e succhiate il miele del santo amore in devoto silenzio.

3. Stando sulla Croce
Mi rallegro che Dio vi distacca da ogni soddisfazione per insegnarvi a servirlo con una maggiore purezza d’intenzione. Oh! quanto è bene restare sulla croce con Gesù senza vederlo e senza gioirne! Questa è la via breve per arrivare a quella felice morte a tutto il creato, per unirsi in tutta purezza al Bene increato e immenso. Quando l’anima si trova in questo stato di privazione, non bisogna fare altro che ravvivare dolcemente la fede alla divina presenza e tenersi abbandonato in Dio, in questo oceano immenso d’amore, senza cercare il proprio piacere ma il volere di Dio. Soprattutto, voglio che nelle vostre comunioni non cerchiate di sentire un certo sapore dolce anche al palato. Oh! quante illusioni vi si possono trovare! Il gusto di Gesù Eucaristia non si sente con la bocca materiale, ma col palato della fede e dell’anima. Il vero modo di gustare Gesù è di inabissarsi tutto in lui, trasformandosi in lui per amore, così da rendersi tutto divinizzato. Questo lavoro, il dolce Salvatore l’opera in noi, ma gli occorre anche la nostra cooperazione, con l’esercizio delle sante virtù. Riguardo ai mali del corpo, abbandonatevi interamente all’obbedienza al medico; ditegli fedelmente le vostre indisposizioni in termini modesti.
Non rifiutate i rimedi, ma prendeteli nel calice amoroso di Gesù, con volto sereno e dolce. Siate riconoscente verso chi vi cura, siate condiscendente a prendere ciò che vi si da come rimedio; siate insomma come un bambino che si abbandona in tutto fra le braccia e sul seno di sua madre. Restate nel vostro letto come sulla croce.
Oh! che belle virtù si possono praticare nella malattia! Soprattutto l’amore della propria abiezione, la gratitudine, la dolcezza di cuore verso quelli che vi curano; una totale sottomissione al medico e all’infermiere, sempre con un viso gioviale. Vivete dunque tutto riposato nel cuore dolcissimo del Sommo Bene. Felici sono quelli che restano volentieri crocifissi con Gesù. Che voglio dire? Felici quelli che sono fedeli a soffrire ogni pena per amore di Gesù. Oh! che grandi tesori si acquistano restando in preghiera aridi e desolati! Bisogna soffrire la prova che viene da Dio. Infelici quelli che, nella prova, abbandonano il cammino iniziato, perché cadranno poi nell’iniquità.

4. Per conformarsi alla Divina volontà
La tentazione contro la fede è la meno pericolosa e porta grandi beni all’anima che è fedele a combatterla. Le altre tentazioni, se si è fedeli a combatterle, fanno anch’esse un gran bene; ci umiliano, ci istruiscono, ci purificano come l’oro nel fuoco. Siate molto umile, ma di quell’umiltà vera del cuore che rende l’anima amica del proprio disprezzo e sottomessa a tutti.
La virtù più gradita a Dio è la rassegnazione alla sua santa volontà. Molto spesso Dio ci da il desiderio di fare grandi cose, ma non vuole che siamo noi a farle. Succede anche spesso che noi domandiamo una grazia e Dio ce la concede in un’altra maniera, perché questa contribuisce di più al nostro maggior bene. Le tentazioni si vincono con l’umiltà e il santo timore di Dio; il demonio ha paura degli umili che diffidano di sé, li teme e li fugge.
Nelle tentazioni, ritiratevi sul Calvario e rifugiatevi nel costato purissimo di Gesù e poi fatevi beffe del demonio. Soprattutto non lasciate mai l’orazione, quand’anche doveste soffrirvi le pene dell’inferno. Fate le vostre azioni con purezza d’intenzione, per amore di Dio, e lasciate gridare il demonio quanto vuole. Il modo migliore per fugare le illusioni è umiliarsi molto, diffidare di sé, conoscere il proprio nulla, annientarsi davanti a Dio e abbandonarsi con fiducia filiale fra le sue mani divine. Non vi curate se le vostre pene sono grandi o piccole, non lo desiderate nemmeno, ma amate in esse solo la Divina Volontà, senza fare altre riflessioni.

5. Come Gesù
Come il caro Gesù ha voluto che la sua santissima vita sulla terra passasse sempre in mezzo a pene, fatiche, sforzi, angosce, disprezzi, calunnie, dolori, flagelli, chiodi, spine fino all’amarissima morte in croce, così, egualmente, quelli che si avvicinano a lui devono condurre la loro vita in mezzo alle pene.
Ma, oh gran Dio! che ne sarà dei nostri cuori quando nuoteremo in quel mare infinito di dolcezza! Che sarà quando, lassù in ciclo, saremo tutti trasformati in Dio per amore e riceveremo in compenso quel bene infinito che è la ricompensa del nostro Dio! Che sarà quando canteremo per tutta l’eternità le divine misericordie, i trionfi dell’Agnello Immacolato e della nostra Madre, la santissima Vergine Maria! Che sarà quando canteremo senza mai cessare quell’eterno trisagio: Sanctus, Sanctus, Sanctus! Quando, insieme ai santi, canteremo i dolcissimi Alleluja del cielo! Che ne sarà dei nostri cuori e del nostro spirito quando saremo più uniti a Dio di quanto il fuoco è unito al ferro rovente che, senza cessare di essere ferro, sembra tutto fuoco! Amiamo dunque Dio, facciamoci molto piccoli e Dio allora ci farà grandi.

Testamento Spirituale di S.Paolo della Croce
ossia ricordi lasciati da S.Paolo della Croce ai suoi religiosi prima di morire
(29 agosto 1775).
«Appena giunto il sacerdote nella sua stanza con il SS.Viatico, il P.Paolo, che non si poteva quasi muovere dal letto per i suoi mali, al veder presente il suo amoroso Redentore, con gran vivacità e fervore alzò le braccia in segno di devozione ed amore, dicendo con tutto il cuor sulle labbra: Ah Gesù mio caro, io mi protesto che voglio vivere e morire nella Comunione di Santa Chiesa. Detesto ed abomino ogni errore. Di poi recitò ad alta voce il simbolo degli Apostoli, accompagnando ogni parola con gran sentimento di cuore; e quindi, perché ne era stato istantaneamente richiesto e perché era attualmente di tutti il Superiore e il Padre, diede, alla presenza di Gesù Sacramentato, gli ultimi e principali ricordi, che nel tempo stesso da due Religiosi, dall’infermo non veduti, erano fedelmente scritti nella contigua cappella» (Vita del Santo, scritta da S.Vincenzo Maria Strambi, pag. 184).
1° Prima di ogni altra cosa vi raccomando assai la carità fraterna… Ecco, fratelli miei dilettissimi, quello che io desidero con tutto l’affetto del povero mio cuore da voi che vi trovate qui presenti come da tutti gli altri che già portano quest’abito di penitenza e lutto in memoria della Passione e morte di Gesù Cristo nostro amabilissimo Redentore, e da tutti quelli che saranno chiamati da Dio a questa povera Congregazione e piccolo gregge di Gesù Cristo.
2° Raccomando poi a tutti e specialmente a quelli che saranno in ufficio di Superiori, che sempre più fiorisca nella Congregazione lo spirito dell’orazione, lo spirito della solitudine, e lo spirito della povertà; e siate pur sicuri che, se si manterranno queste tre cose, la Congregazione fulgebit in conspectu Dei et gentium.
3° Raccomando con gran premura un filiale affetto verso la Santa Madre Chiesa, ed una intierissima sommissione al capo di essa, il Sommo Pontefice; per il quale effetto pregheranno giorno e notte, e procureranno di cooperarvi e di aiutare le anime a salvarsi, per quanto potranno, secondo l’Istituto, promuovendo nel cuore di tutti la devozione alla Passione di Gesù Cristo e ai dolori di Maria Santissima.
4° Raccomando a tutti l’osservanza delle Regole e niuno dica: De minimis non curat praetor. Faccia ognuno conto delle cose piccole e amino la Congregazione come madre.
5° (I Superiori) tengano conto del buon grano, e lontana la zizzania.
6° Domando poi perdono, colla faccia nella polvere e con pianto del mio povero cuore, a tutti in Congregazione, sì presenti che assenti, di tutti i mancamenti da me commessi in quest’ufficio, che per fare la volontà di Dio ho esercitato in tanti anni… Sì, mio caro Gesù, io, benché peccatore, spero di venire presto a godervi nel santo Paradiso, darvi, nel punto della mia morte, un santo abbraccio, per stare poi sempre unito con voi in perpetuas aeternitates… E vi raccomando adesso per sempre la povera Congregazione, che è frutto della vostra Croce, Passione e Morte. Vi prego a dare a tutti i Religiosi e benefattori di essa la vostra santa benedizione.
7° E voi, o Vergine Immacolata, Regina dei Martiri, per quei dolori che provaste nella Passione del vostro amabilissimo Figlio, date la vostra materna benedizione a tutti, mentre io li ripongo e lascio sotto il manto della vostra protezione.
Ecco, dunque, Fratelli miei cari, quali sono i ricordi che io vi lascio con tutto il povero mio cuore. Io vi lascio e vi starò attendendo tutti nel santo Paradiso, dove pregherò per la Santa Chiesa , per il Sommo Pontefice, nostro Santo Padre, per la Congregazione e benefattori: e vi lascio tutti, presenti ed assenti, colla mia benedizione.
Benedictio Dei Omnipotentis, Patris, et Filii, et Spiritus Sancti, descendat super vos et maneat semper.
(Process. Apost. – Summ. pag. 863 e segg.)

Publié dans:Paolo - e gli altri santi, SANTI |on 20 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

PAOLO, GESÙ E IL MATRIMONIO

http://letterepaoline.net/2009/03/19/paolo-era-sposato/

PAOLO, GESÙ E IL MATRIMONIO

This entry was posted on 19 marzo, 2009,

Prima di affrontare il tema delle riflessioni paoline sul matrimonio, e più in generale sulla sua considerazione dei rapporti fra uomo e donna, è opportuno interrogarsi sull’esperienza concreta e personale dell’apostolo.
Innanzitutto, Paolo era sposato?
A questa domanda, che a prima vista potrebbe apparire oziosa, molti studiosi rispondono affermativamente, sulla base del fatto che il percorso ordinario dell’educazione farisaica, com’è riportato dalle successive fonti rabbiniche, contemplava il matrimonio tra i diciotto e i vent’anni: un’età che si presume che Paolo abbia attraversato prima di diventare seguace di Gesù.
A favore di quest’ipotesi, inoltre, si cita spesso un passaggio – in realtà poco chiaro – della prima lettera ai Corinzi, laddove Paolo rivolge ai propri interlocutori una domanda che ha tutta l’aria di una provocazione: «Non abbiamo forse (io e Barnaba) il diritto di condurre con noi una sorella, come fanno gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?» (1Cor 9,5). Come si evince da un esame del contesto generale della lettera (1Cor 9,1-14), l’interrogativo ha una funzione puramente retorica, e non rivela alcunché sullo “stato civile” dell’apostolo.
Da questo brano, semmai, è possibile ricavare una conferma del fatto che altri apostoli, come Simon Pietro (qui menzionato col soprannome aramaico Cefa) e alcuni membri del gruppo parentale di Gesù, affrontassero viaggi missionari assieme alle mogli, nominate appunto col titolo di “sorelle” in quanto facenti parte del movimento. Paolo, in tal senso, lascia intendere che potrebbe benissimo avvalersi di un tale “diritto” (exousía), ad esempio facendosi accompagnare da una “sorella” ed esigendo ospitalità anche per lei: ma è una cosa che, verosimilmente, non fece mai, e che fu anzi, probabilmente, un suo personale titolo di vanto. Poco prima, nella stessa lettera, l’apostolo aveva addirittura esortato i Corinzi a seguire il suo esempio, mantenendosi liberi dai vincoli coniugali: «Vorrei che tutti fossero come me: ma ciascuno ha il proprio dono (chárisma) da Dio, chi in un modo chi in un altro. Quanto ai non sposati e alle vedove, [dico poi che] è cosa buona per loro rimanere come me» (1Cor 7,7-8).
Dai pochi indizi sparsi nelle lettere, pertanto, si possono trarre almeno tre diverse conclusioni: a) Paolo era sposato, ma aveva lasciato la moglie per dedicarsi completamente all’attività missionaria; b) Paolo era vedovo; c) Paolo era celibe. Cerchiamo di esaminarle rapidamente.
Avendo presente la proibizione esplicita del divorzio formulata da Gesù, riportata da varie fonti proto cristiane (vd. oltre), è improbabile che Paolo si fosse sposato con una “sorella” per poi separarsene. Il matrimonio, se mai ci fu, dovette in ogni caso precedere la “conversione”, supponendo sempre un pieno rispetto del giovane Saulo nei confronti della consuetudine farisaica menzionata più sopra. Il cosiddetto “privilegio paolino”, per cui la separazione tra i coniugi veniva da lui stesso considerata lecita, nel caso di matrimoni “misti” contratti prima dell’ingresso nella comunità (1Cor 7,15), sembrerebbe persino avvalorare una simile ipotesi: ma in quel caso la separazione veniva dichiarata possibile qualora il non credente della coppia ne facesse esplicita richiesta, e rappresentava certamente un caso limite. Il rapporto coniugale era investito di un tale potere, per Paolo, che il marito non credente veniva santificato dalla moglie credente, e la moglie non credente dal marito credente (1Cor 7,14). Di un matrimonio dell’apostolo in giovane età, con successiva separazione, non troviamo tuttavia alcuna traccia nelle lettere.
Anche l’ipotesi per cui Paolo sarebbe stato vedovo, avanzata fra gli altri da Jerome Murphy O’Connor, sembra fondarsi su basi fragilissime. Il matrimonio del fariseo Saulo è ancora una volta dato per scontato: viste le consuetudini giudaiche dell’epoca, «non si può escludere che Paolo non si sia mai sposato». Le eccezioni alla regola, che pure non mancherebbero, vengono trascurate o minimizzate, anche per ciò che riguarda singoli casi ben documentabili: da quello del profeta Geremia, che non volle mai prender moglie per adempiere alla propria vocazione, a quello dello storiografo Giuseppe Flavio, che si risolse al matrimonio in età relativamente tarda (verso i trent’anni), e soltanto su impulso di Vespasiano. La giovinezza inquieta di Giuseppe, spesa alla ricerca di un’esperienza religiosa radicale, potrebbe benissimo essere affiancata a quella di Paolo, che presenta se stesso come «pieno di zelo» nella fede dei padri (vd. ad es. Gal 1,14); senza considerare, poi, il caso di un Giovanni Battista, o dello stesso Gesù, che rimasero entrambi indubbiamente celibi. Da questo punto di vista, la proposta avanzata da Murphy O’Connor non può che suonare immaginosa: il silenzio di Paolo sulla propria condizione di vedovo, secondo lo studioso, andrebbe imputato a un evento traumatico, come la perdita improvvisa della moglie (e forse anche dei figli!) a causa d’un incendio o di un terremoto. Questo avrebbe addirittura orientato una parte della sua successiva elaborazione teologica: «se il dolore e l’angoscia [per una tale perdita] non potevano dirigersi verso Dio», alla cui volontà imperscrutabile bisognava piegarsi, occorreva «trovare un altro obiettivo… una via di sfogo per il desiderio represso di vendetta» (J. Murphy O’Connor, Vita di Paolo, trad. it. Brescia 2003, p. 85). E Paolo li avrebbe trovati: dapprima nei primi discepoli di Gesù, e in seguito nei Giudei che avevano rifiutato il messaggio di Cristo – una spiegazione circolare che, per quanto psicologicamente ingegnosa, lascia francamente perplessi.
L’unica ipotesi sostenibile, in conclusione, resta quella di una scelta celibataria, secondo quanto l’apostolo stesso si preoccupa di esprimere, in termini sufficientemente chiari, nel già citato versetto di 1Cor 7,7: «Vorrei che tutti fossero come me…». Il principio che anima tutta la riflessione di Paolo sui rapporti fra uomo e donna, a questo punto, potrebbe essere letto in riferimento alla sua posizione personale al tempo della vocazione apostolica: «Ciascuno, o fratelli, rimanga davanti a Dio nella condizione in cui si trovava quando venne chiamato» (7,24). Da questa affermazione si può dedurre che Paolo, nel momento in cui ricevette la rivelazione di Cristo sulla via di Damasco, non fosse affatto sposato, e che tale rimase anche dopo.
Matrimonio e divorzio in 1Cor 7
Il capitolo 7 della prima lettera ai Corinzi è interamente dedicato al tema dei rapporti coniugali [1]. Paolo, nello specifico, risponde ad alcune questioni che gli erano state poste in precedenza dai Corinzi: in primo luogo riguardo al fatto se fosse davvero «bene per l’uomo non toccare donna», come recitava presumibilmente uno “slogan” degli interlocutori. Partendo da qui, l’apostolo espone una rapida serie di istruzioni relative agli “sposati”, ovvero alla disciplina delle relazioni matrimoniali (7,1-16), poi al rapporto fra l’ingresso nel gruppo e i vari “stati di vita” (7,17-24), e infine alla regolamentazione di casi particolari, come quello dei “non sposati”, delle “vergini” e delle “vedove” (7,25-40). Tre diversi ordini di questioni, dunque. Nel cuore del primo, l’apostolo si sofferma sul problema del divorzio, appoggiandosi per l’occasione a una citazione esplicita di Gesù:
«Per gli sposati dispongo, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito, e qualora invece si separi, rimanga non sposata o si riconcili col marito, e che il marito non ripudi la moglie» (1Cor 7,10-11).
Molti commentatori sostengono che questo passaggio trasmetta una forma pre-letteraria di un detto di Gesù che ritroviamo nel vangelo di Marco (10,11-12), nella fonte comune ai vangeli di Matteo e di Luca (cf. Mt 5,31-32; 19,9; Lc 16,18) e in altri scritti protocristiani (Erma, Mand. 4,1-11). La formulazione paolina, in effetti, presenta un chiaro legame con la tradizione testimoniata e trasmessa dai sinottici (vd. M. Pesce, Le parole dimenticate di Gesù, Milano 2004, pp. 502-504).
Paolo, come Marco, riporta il detto in forma assoluta, e si distingue da Matteo e da Luca perché prevede la possibilità anche da parte della donna di “separarsi”. L’intera frase viene presentata come un vera e propria norma legale, come una disposizione di Gesù riguardo agli sposati, e ciò costituisce un elemento di forte specificità rispetto al dettato dei sinottici, che non parlano di questo come di un precetto, ma lo presentano piuttosto come una halakah, un’applicazione giuridica della Legge, formulata da Gesù. Al centro dell’interesse di quest’ultimo, più che la questione legale del divorzio, sembra esserci il richiamo a una moralità più alta, più esigente, a partire dall’assunto dell’indissolubilità dell’unione matrimoniale: per questo Gesù si pronuncia sul divorzio includendolo nella categoria morale dell’adulterio. La concezione di Gesù, in proposito, si avvicina a quella espressa da alcuni documenti coevi, come 11QTempl 57,16-19 e CD 4,20-5,2.
L’apostolo, come si è detto, traduce la norma di Gesù per ambienti in cui anche alle donne era consentito divorziare [2]: questo, da una parte, appare in linea con l’immagine che Paolo poteva avere di Gesù, e che non mancava di trasmettere alle proprie comunità, dall’altra apre la strada per supporre un’ulteriore elemento di continuità fra i due, precisamente sul senso trascendente che poteva essere conferito all’unione matrimoniale.
Il senso trascendente dell’unione coniugale
Vari testi protocristiani presentano il matrimonio come una metafora non semplicemente dell’unione fra Dio e Israele, quanto del rapporto che s’instaura fra il Cristo stesso e l’insieme dei suoi seguaci. Questa metafora nuziale compare anche nella corrispondenza di Paolo ai Corinzi, ad esempio in 2Cor 11,2: «Ardo per voi d’uno zelo divino, avendovi fidanzati a uno sposo, per presentarvi a Cristo come una vergine immacolata».
La relazione fra uomo e donna, nei testi del giudaismo pre-cristiano, era sempre stata utilizzata in riferimento all’Alleanza stipulata tra Dio e Israele, mentre in Paolo, forse sulla scia di analoghe riletture che troviamo attribuite a Gesù e a Giovanni Battista, essa passa ad indicare l’attesa della sposa/comunità nei confronti dello sposo/Cristo.
Nella predicazione dei profeti d’Israele, massimamente in Osea (1-3), la dolorosa vicenda personale del profeta diventava il paradigma stesso dell’amore ferito di Dio per la sua sposa “infedele”, in uno schema di corrispondenze fra adulterio e idolatria, separazione e ripudio, riconquista e conversione. I protagonisti del dramma erano tre: la sposa, che indicava al contempo Israele e la terra; lo sposo, figura dell’unico Dio; e i figli, che rappresentavano i frutti della loro relazione. La sposa/Israele era chiamata ad abbandonare i propri amanti, quei ba‘alim (letteralmente “padroni”, originariamente dèi della fecondità) con i quali si era prostituita, per ricongiungersi al suo ‘ish, il marito che senza di lei non può vivere. Attraverso la voce dei profeti, la stessa vicenda dei “protoplasti”, di Adamo e di Eva, veniva riletta come una traccia del cammino percorso da Dio con l’umanità. Accanto alla minaccia costante di un ripudio, si affacciava dunque l’annuncio di un amore fedele e imperituro, dell’attesa di una “nuova creazione” (in cui «la donna abbraccerà l’uomo»: Ger 31,22), o della celebrazione dell’intimità erotica rivista in chiave “spirituale” (come nel Cantico dei cantici: la cui esegesi allegorica, di fatto, ne avrebbe consentito il futuro inserimento nel canone ebraico e cristiano).
In Paolo, come nella stessa letteratura deutero-paolina (Ef 5,25-29), nei vangeli sinottici (Mt 9,14-15 // Mc 2,18-20 // Lc 5,33-35; Mt 25,1-13), nella tradizione del quarto vangelo (Gv 1,27; 3,29; cf. 12,1-8) o nell’Apocalisse di Giovanni (Ap 3,20; 19,7-9; 21,2.9; 22,17), gli esegeti rilevano però un mutamento significativo: lo sposo non è più il Dio d’Israele, ma Gesù, e la sposa non è più figura d’Israele, ma della comunità degli ultimi tempi; inoltre, come illustrato in riferimento al procedimento nuziale ebraico, ch’era sostanzialmente diviso in due fasi (il fidanzamento e la coabitazione degli sposi), «il passato, il tempo della stipulazione del contratto nuziale coincide con la venuta dello sposo Cristo… La coabitazione dello sposo con la sposa è rinviata, però, al tempo escatologico, quando nessun muro d’ombra potrà frapporsi tra i due amanti» (così R. Infante, Lo sposo e la sposa, Cinisello Balsamo 2004, p. 242).
Nella prospettiva dei detti riferiti dai sinottici, la centralità è assegnata alla presenza attuale di Gesù (basti pensare alla sospensione momentanea del digiuno in Mc 2,18-20, Mt 9,15 e Lc 5,34), al quale viene implicitamente attribuito il titolo di sposo messianico; e la sposa può trovarsi in una situazione di vigile attesa delle nozze, come accade nella parabola delle vergini (Mt 25,1-13) e nel passaggio paolino di 2Cor 11,2. L’apostolo potrebbe pertanto riferirsi, in questo caso, a un insegnamento di Gesù rielaborato e diffuso dai suoi primi discepoli. Il ruolo metaforico dell’apostolo sarebbe quello del padre che presenta allo sposo venturo la propria “vergine immacolata”, custodendone l’integrità (questo, peraltro, getta luce anche sul problema delle “vergini”, cui Paolo allude in 1Cor 7,25 e sgg.).
È assolutamente degno di nota, d’altronde, che in una discussione sul divorzio come quella che troviamo formulata in 1Cor 7, Paolo contro ogni sua consuetudine faccia appello a Gesù, e non alle Scritture: è forse l’indizio di un mancato accordo con esse, a renderlo necessario? È ciò che potrebbe emergere da un’attenta rilettura dei brani evangelici citati, e in particolare da una riconsiderazione del richiamo di Gesù a Genesi 1,27 e 2,24: «Mosè per la durezza del vostro cuore vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; ma in principio non era così» (Mt 19,8; cf. Mc 10,5-6).
Questo richiamo, con tutte le sue profonde implicazioni, può essere infatti spiegato come un netto rifiuto, da parte di Gesù, della norma relativa all’atto di ripudio fissata in Deuteronomio 24, che viene in questo modo apertamente contrapposta all’ordine più alto rappresentato dalla creazione («in principio non era così»). Spiega opportunamente Klaus Berger:
«All’epoca di Gesù il rifarsi all’ordine della creazione è senz’altro motivato anche dal fatto che la filosofia stoica del tempo aveva contrapposto criticamente l’ordine razionale della natura al diritto statale positivo. La radicalizzazione della legge secondo la volontà creatrice di Dio, in Gesù, si incrocia quindi con l’idea stoica dell’ordine razionale nella natura. Entrambe si rafforzano a vicenda. Il divorzio, seguito da un nuovo matrimonio, è contro la natura, perché il mondo è ordinato a coppie di maschio/femmina, e in Dio un solo uomo e una sola donna vengono congiunti a formare qualcosa di nuovo» (K. Berger, Gesù, trad. it. Brescia 2006, pp. 158).
Questo principio, secondo Berger, si integra allora con qualcosa di strettamente collegato alla persona di Gesù:
«Gesù torna sempre ad autodefinirsi lo sposo di Israele rinnovato… Forse si può spiegare così perché la parola di Gesù sul divieto del divorzio (seguito da un nuovo matrimonio) sia il suo detto più frequentemente citato nel Nuovo Testamento. Gesù vede nella fedeltà e nell’amore coniugali un’immagine reale del rapporto tra Messia e popolo. Se il matrimonio tra esseri umani è distrutto, il matrimonio non può più essere un simbolo reale del futuro regno di Dio. È qualcosa di analogo alla riconciliazione: solo quando gli esseri umani si sono perdonati a vicenda anche Dio può perdonare. Come il perdono tra esseri umani è il nucleo e il presupposto del perdono che si spera da Dio, allo stesso modo il risanamento dei matrimoni umani è il presupposto affinché venga rinnovato il matrimonio di Dio con il suo popolo. In entrambi i casi il rapporto sanato tra esseri umani è più di un semplice simbolo, è cioè allo stesso tempo nucleo e presupposto» (ibid., p. 163).

NOTE SUL SITO

Andrei Rublev, Saint Luke evangelist, Moscow

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SAN LUCA EVANGELISTA – 18 OTTOBRE

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SAN LUCA EVANGELISTA – 18 OTTOBRE

Secondo la tradizione patristica, la redazione del terzo vangelo, in ordine cronologico, e degli Atti degli Apostoli va attribuita ad un certo Luca, il «caro medico» del quale l’apostolo Paolo trasmette i saluti (Fm 24; Col 4,14). L’immagine familiare lo rappresenta come compagno fedele dell’Apostolo (2Tm 4,11). Sarà la pietà popolare ad aggiungere ulteriori particolari alla vita di Luca: verrà annoverato fra i 70/72 discepoli inviati in missione da Gesù, sarà identificato con uno dei discepoli di Emmaus, verrà presentato come il pittore della Madonna.
Sappiamo che i 4 Vangeli Canonici sono giunti fino a noi senza la firma dell’autore: ciò non esclude che essa fosse in qualche modo presente sul manoscritto (non quindi all’interno del testo), oppure che fin dagli inizi, il rotolo/codice con il testo fosse indicato da una targhetta con il nome dell’autore del testo stesso, pratica molto comune presso i testi latini e greci. Le prime sicure testimonianze che attribuiscono l’opera lucana al Luca medico delle lettere paoline risalgono alla metà del II secolo, dunque al periodo nel quale più di prima era necessario identificare gli autori degli scritti neotestamentari e soprattutto identificarli con persone che avevano visto, seguito o vissuto accanto a Gesù o ai suoi apostoli. Tra le opere ricordiamo quella di Ireneo (Adv. Haer. 3,1,1), il canone di Muratori, Tertulliano (Adv. Marcionem 4,5). Anche il prologo antimarcionita (IV sec.), aggiunge ulteriori elementi alla vita dell’evangelista: Luca proverrebbe da Antiochia, è rimasto celibe, muore in Beozia all’età di 80 anni e scrive il suo Vangelo in Acaia.
Il fatto che Luca non potesse essere un diretto seguace del Cristo (dunque testimone oculare), emerge dal testo del vangelo stesso [1]. Senz’altro dunque furono gli Atti degli Apostoli, in particolare la sezione del «noi», a contribuire all’identificazione dell’autore con un compagno di Paolo, e precisamente con il « caro medico Luca ». Dalla critica interna, è difficile stabilire se Luca fosse stato medico oppure no: a favore dell’ipotesi contribuiscono elementi quali la maggiore esattezza descrittiva di certe malattie rispetto a Marco, e l’assenza del giudizio malevolo sui medici (Mc 5,26; cfr. Lc 8,43); di fatto tuttavia, non esistendo nel I sec. d.C. un linguaccio tecnico speciale della medicina, si può affermare che le conoscenze mediche dell’autore non sembrano superare le conoscenze di una persona colta. Resta il fatto che l’identificazione di Luca con un medico non è utile sotto l’aspetto teologico, dunque l’ipotesi in tal senso già formulata dai primi Padri della Chiesa (II sec.) sembra essere sostanzialmente genuina, cioè direttamente derivata da una tradizione molto antica.
Più difficile, secondo gli studiosi, è l’identificazione di Luca con un compagno di viaggio di Paolo: mancano punti fondamentali del pensiero teologico dell’Apostolo (p. es. la giustificazione mediante la fede, il problema del rapporto tra fede e opera, tra Vangelo e Legge); vengono motivati in modo errato alcuni spostamenti di Paolo stesso, sebbene l’autore dia prova di una buona conoscenza dell’itinerario paolino; ignora alcuni fatti importanti, situazioni reali delle comunità paoline e del loro rapporto con l’Apostolo; inoltre, sembra non conoscere le sue lettere, che al momento nel quale l’evangelista scrive non erano ancora state raccolte in un corpus.
Qualche indizio fa supporre che l’evangelista sia stato un buon viaggiatore: la terminologia « nautica », soprattutto nella descrizione del viaggio di Paolo a Roma, si fa apprezzare. Non parla mai del mare di Galilea, ma sempre del « lago di Genezaret »: evidentemente, in quanto conoscitore del Mediterraneo, rispetta le proporzioni… È possibile formulare a tal proposito un’ipotesi come tante altre: senza escludere una mera conoscenza « da tavolino » (rischiesta fondamentalmente a qualsiasi autore di un testo che si pone come storico), Luca potrebbe essere stato uno dei tanti discepoli itineranti della Chiesa primitiva (da qui in avanti, col termine Chiesa indicheremo non un’antenata dell’Istituzione attuale, ma la traduzione del greco ekklesia= comunità) , un evangelizzatore all’interno del territorio imperiale romano, e solo in un secondo tempo essersi stabilito in una comunità specifica.
L’unica certezza che emerge dal testo evangelico è che «Luca non è mai stato in Palestina: situa Nazaret su di un monte, pone la regione di Gerasa di fronte alla Galilea, sul lago di Genezaret, mentre la cittadina si trova a 50km dal lago, nella Decapoli; descrive gli usi e i costumi palestinesi con la mentalità e l’occhio di un ellenista: immagina le case palestinesi costruite come quelle greco-romane, con cantina, atrio e diverse stanze, e ricoperte di tegole; crede che abitualmente i Giudei assumano la posizione sdraiata per mangiare, suppone che il vento caldo sia lo scirocco (vento del sud: Lc 12,55), mentre è il vento dell’Oriente che porta la calura, ecc.» [2]. Non da ultimo, ignora i rituali del Tempio di Gerusalemme e non si interessa ai problemi della Legge. Tuttavia, conosce la LXX, la funzione sinagogale e le pratiche giudaiche.
Scrive con uno stile artistico ed equilibrato: proprio per questo motivo, la pietà popolare gli concesse i canoni di artista e lo promosse pittore.
Da quanto detto finora, il quadro esteriore che emerge a proposito dell’autore del terzo vangelo e degli Atti è il seguente: visse probabilmente nell’ambito delle chiese paoline, sebbene rimanga sostanzialmente insoluta la questione se avesse conosciuto Paolo o meno (ma una certa parte della critica sembra propendere per questa seconda ipotesi); come ellenista, rimane affascinato dal Dio d’Israele, tanto da diventare un « timorato di Dio » come molti; prima di incontrare il Vangelo, frequentava le sinagoghe della Diaspora [3].

L’evangelista: pensiero e teologia
Prima di affrontare il discorso dell’analisi testuale delle opere lucane, cerchiamo di mettere a fuoco l’evangelista Luca in quanto evangelista, il suo volto teologico insomma. In quanto ellenista, Luca si è rivolto agli ellenisti suoi contemporanei e fratelli nella fede, invitandoli a compiere una vera e propria opera di inculturazione. Già il prologo del Vangelo ne rivela gli scopi: il passo è costruito in perfetto stile retorico e secondo il procedimento letterario in uso fra gli storici e scrittori dell’antichità ellenistica. Tuttavia, dallo storico classico si distacca e si differenzia nettamente, per diversi motivi significativi: innanzitutto, mantiene l’anonimato, al contrario della normalità delle opere classiche; si caratterizza tuttavia come autore responsabile («ho deciso anch’io»), ma si pone al servizio di un qualcosa che lo supera: Luca non sta scrivendo un normale libro di storia. Egli raccoglie e trasmette la tradizione apostolica: la sua parola di autore deve sottostare alla parola dell’evento-Gesù. Luca dunque pone se stesso fra quelli che egli chiama ministri o servitori della Parola.
Un altro tratto distintivo presente nel prologo: tra gli storici venivano citati « i molti » – come formula retorica – per essere criticati, per mettere meglio in risalto la propria opera agli occhi dei lettori rispetto a quelle di autori precedenti. Al contrario, Luca cita « i molti » non per criticarli, ma per riconoscere la loro importanza: l’evangelista sa di non appartenere alla prima generazione apostolica, sa dipendere dagli scritti che l’hanno preceduto; non si dichiara superiore («anch’io ho deciso di scrivere un resoconto ordinato»), ma si mette sul loro stesso piano, accanto ad essi e dopo di essi, sempre a servizio della Parola.
L’autore dimostra di aver compreso l’esigenza dei tempi: mettere in ordine il passato, garantire quello stesso passato dai falsi dottori ora che i tempi cominciano ad allontanarsi rispetto ai fatti che vogliono narrare. Vuole superare con la sua opera ciò che altri prima di lui avevano raccolto in modo frammentario.
Ma il prologo lucano ha anche una seconda profonda valenza: «il fatto stesso che l’evangelista inizi la sua opera con un prologo, a mo’ degli storici dell’epoca, è di per sé significativo: per la prima volta, nella Chiesa, il vangelo si fa letteratura, l’annuncio ha preso la forma globale di una narrazione del passato. Presentare il Vangelo come un’opera letteraria rivela un significativo sforzo di inculturazione» [4]. Luca, come d’altronde Paolo, conosce il terreno « fertile » dei pagani ellenistici, e conosce anche i metodi per scrivere la storia che corrisponda alla loro mentalità e alle loro esigenze, fuori del contesto particolare della cultura giudaica, sottomettendo per certi aspetti il vangelo ai metodi della storiografia profana.
Al tempo stesso, Luca è ben cosciente che una semplice elencazione di fatti non è sufficiente: come credente e come cristiano (come uomo di fede dunque), Luca ha innanzitutto a cuore l’evento Gesù. Egli sa che il rafforzamento della fede di Teofilo non dipende dai « bruta facta », ma dalla solidità che deriva dalla tradizione autentica, trasmessa autenticamente, da una tradizione che non sia «un vaneggiare» (Lc 24,11), ma che provenga dalla parola di Dio. Per Luca, la fede non nasce dal semplice ragionamento, ma dall’incontro con l’evento-Gesù compreso come evento di Dio, grazie allo Spirito.
La venuta di Dio sulla terra in Gesù per mezzo dello Spirito Santo si rende attuale nell’oggi del lettore: l’evangelista può dunque parlare, nel prologo, di «fatti portati a compimento tra noi». A differenza di Paolo, per Luca la storia della Chiesa è appello per il presente, un presente certamente escatologico (cfr. At 2,17): ma ammonisce chi specula sulla fine imminente (cfr. Lc 19,11; At 1,6s), esattamente come chi tende ad adagiarsi nel presente. La sua visione è diversa anche da quella di Marco. Luca è si uno « storico », ma inteso come annunciatore dell’evangelo, non certo in quanto espositore oggettivo di eventi passati.
Il tema del tempo è particolarmente centrale nelle opere lucane: l’evangelista è cosciente del suo scorrere: la storia degli uomini diventa il campo dove si attua il progetto di Dio. Dalla Sua venuta nella casa di Nazaret, attraverso varie tappe, la vita di Gesù e della Chiesa arriva al mondo pagano, in quella Roma capitale del mondo allora comunemente conosciuto. Questo si riflette esplicitamente nell’esposizione della vita di Cristo: Gesù è sempre in viaggio, sembra non avere mai casa dove fermarsi: nel terzo vangelo la vita di Gesù e la missione della Chiesa vengono dunque presentate come un cammino; allo stesso modo, negli Atti gli apostoli sono sempre in viaggio e la Chiesa in cammino per diventare Chiesa di tutte le nazioni. Ma come si evince chiaramente dalla vita di Paolo e da quella degli apostoli (convertiti ma fermamente radicati nella Legge e nella tradizione dei padri veterotestamentari), Luca tende spesso a sottolineare sia l’apertura alle nazioni sia la continuità con Israele, la « casa-base ». Luca sembra fermamente convinto che la « missione » faccia parte dell’essenza della Chiesa: ciò rafforza l’impressione che l’evangelista stesso sia stato un evangelizzatore.
Così come il tempo, anche lo spazio ha un valore positivo. Lontani dalla contrapposizione giovannea tra la « comunità cristiana » e il mondo visto come luogo di tenebra e peccato, per Luca il mondo diventa il luogo dove vive e si sviluppa la Chiesa: una Chiesa che non deve avere timidezza e paura di evangelizzare il mondo, ma non deve correre il rischio di mondanizzarsi. Luca si dimostra attento a mettere in risalto, anche in modo critico, le differenze tra la vita del mondo ellenistico, fatta di simpatia, scambi e benefici, e la vita della Chiesa, basata sull’amore senza misura e sul dono gratuito. La Chiesa deve essere cosciente di avere una realtà – la salvezza – destinata a tutti e quindi da offrire in modo credibile a tutti: l’evangelista infonde nella sua opera una mentalità ottimistica, « conquistatrice ».
Sempre verso quest’ottica va visto un’altra frequente esigenza lucana: l’esigenza di amare il nemico (nel Vangelo troviamo numerose esortazioni in tal senso). Luca fa scendere questa esigenza nella quotidianità dell’esistenza: la comunità cristiana non deve essere settaria, ma deve essere aperta, accogliere ingrati, antipatici e disonesti invece di discriminarli. La Chiesa deve porsi senza paura nell’affrontare il mondo, proponendo perciò un abbozzo di società diversa, controcorrente. Anche in questo si riflette la mentalità conquistatrice dell’autore: l’amore del nemico, il proporre ad ogni uomo una nuova reciprocità. E questa era veramente la sfida della Chiesa, la sfida lanciata già da Luca, che mostra con questo una mentalità decisamente aperta, un atteggiamento decisamente nuovo verso la vita e totalmente in contrasto con la mentalità vigente in quel tempo.
Questo amore del nemico si rivela chiaramente in un altro punto fondamentale del pensiero lucano: quello dell’uomo in quanto uomo, dell’uomo amato da Dio. Anche se questo atteggiamento risale certamente a Gesù, è soprattutto Luca tra gli evangelisti a porlo maggiormente in risalto (parabola del buon samaritano). Il prossimo diventa l’altro, l’altro uomo, inatteso, improvviso, verso il quale il cristiano deve porsi senza barriere né pregiudizi né discriminazioni.
Il Vangelo di Luca è proprio per questo il meno discriminante. Mancano infatti nell’opera quei tratti antisemiti che sembrano affiorare nei Vangeli di Matteo e Giovanni, che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di rottura con giudaismo. Per Luca i sacerdoti del Tempio che condannarono Gesù, lo fecero per ignoranza: ma si rende conto che anche i Giudei hanno qualche motivo per non accettare il Vangelo (Lc 5,39): continueranno ad esistere come realtà religiosa, ed è bene accettare questo dato di fatto e sforzarsi di convivere con tutti, abbandonando ogni velleità settaria e fanatica, ogni velleità di « guerra santa »!
Altro fattore che porta in questa direzione: è nel Vangelo e negli Atti di Luca che la donna assume una considerazione maggiore rispetto agli altri scritti. Figura emarginata nel giudaismo, Luca dimostra certamente la sua mentalità ellenistica, ma anche il suo prendere sul serio l’insegnamento e il comportamento di Gesù nei confronti della donna, dei peccatori, dei samaritani (degli emarginati in generale). L’operato di Gesù assume dunque una valenza sociale, in aperto contrasto con l’establishment dell’epoca, contro i pregiudizi religiosi dei benpensanti nei riguardi di persone emarginate e disprezzate [5]. Traspare anche dalla penna dell’evangelista, la passione di Gesù per l’uomo, e anche la preoccupazione di Luca dinanzi a una Chiesa ricca della sua realtà di salvezza e tentata di chiudersi a certe categorie di persone. «Più che nel suo ottimismo di missionario che prevede la diffusione del Vangelo in tutto il mondo, è in questi testi sull’avvicinarsi a ogni uomo che Luca rivela al meglio la sua mentalità universalistica» [6].
Ma Luca ribalta anche la tentazione dell’intolleranza: egli pone queste persone emarginate (in primis i samaritani, disprezzati dal pio giudeo perché contaminati da elementi stranieri) come modello da imitare! Particolare attenzione e anche una certa stima ripone verso l’ambiente dei poveri: basta leggere la sezione detta « Vangelo dell’Infanzia ».
Concludiamo con le parole di un importante studioso del terzo Vangelo: «L’opera lucana è di una ricchezza impressionante e svela un autore che partecipa pienamente alla vita e ai problemi della Chiesa del suo tempo: non solo ha saputo denunciare i pericoli che minacciavano i cristiani, proporre soluzioni a problemi di comportamento etico; ma più profondamente, egli ha dato una risposta essenziale a una comunità che il tempo allontanava dalla sua origine, e ha saputo rendere attuale per la sua cultura e la sua generazione il messaggio di Gesù. Indubbiamente, per l’acuta sensibilità che manifesta alle necessità « teologiche » della Chiesa della sua epoca, egli merita anche il titolo di profeta» [7].

[1] Lc 1,3: «è parso bene anche a me, che ho fatto ricerche dall’origine, su tutto, accuratamente, scrivertene con ordine, o eccellente Teofilo».
[2] G. Rossé, Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Città Nuova 1992, p. 8.
[3] Sulla questione della datazione dei vari scritti neo-testamentari mi sono espresso altrove. Qui giova segnalare che ci riferiremo in ogni caso a Luca come autore del terzo Vangelo e degli Atti.
[4] G. Rossé, op. cit., p. 10.
[5] Il contrasto tra il fariseo e il pubblicano nella parabola omonima, ma anche altri passi come Lc 7, Lc 9,51-56 e Lc 19,7.
[6] G. Rossé, op. cit., p. 13.
[7] G. Rossé, op. cit., p. 14.

Publié dans:SANTI, SANTI EVANGELISTI |on 17 octobre, 2014 |Pas de commentaires »
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