Archive pour octobre, 2014

NEL VATICANO DEI COPTI

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EC1201

NEL VATICANO DEI COPTI

di Giuseppe Caffulli | gennaio-febbraio 2012

Nel quartiere di Abbasya, cuore popolare del Cairo, la vita scorre nel consueto caos quotidiano: file interminabili di auto, carretti trainati da somarelli, scooter, autobus e biciclette. Un impasto inestricabile di modernità e passato che contraddistingue lo scorrere del tempo qui come in molte altre parti dell’immensa capitale egiziana.
Abbasya non è però un quartiere come gli altri, almeno per la minoranza cristiana del Paese. È infatti la sede del papa copto Shenuda III, che siede sulla cattedra di san Marco, l’evangelista che convertì l’Egitto agli albori del cristianesimo. Secondo la tradizione, Marco venne martirizzato ad Alessandria nel 63 d.C. L’Egitto divenne ben presto una nazione cristiana e Alessandria divenne uno dei principali centri di riflessione teologica. Nel deserto egiziano nacquero i primi modelli di vita monastica. Schiere di santi monaci nutrirono con la loro ascesi e spiritualità la vita delle Chiese locali prima, e la Chiesa universale poi. Ancora oggi, nonostante la diaspora sia una tragica realtà anche per l’Egitto, la comunità copta conta circa 8 milioni di fedeli (anche se alcune fonti parlano addirittura di 15 milioni).
Per cogliere il clima che si respira al Cairo, in occasione del Natale, nulla di meglio che fare una capatina ad Abbasya, in quello che si può considerare a tutti gli effetti il «Vaticano dei copti». La ricorrenza è particolarmente sentita in questa terra ora a maggioranza musulmana, perché proprio in Egitto Gesù trascorse parte della sua infanzia. Per richiamare i legami anche storici con il cristianesimo, l’ex-presidente Hosni Mubarak, nel 2002, proclamò il Natale festa nazionale.
Seguendo la Chiesa copta il calendario giuliano, il Natale viene festeggiato il 7 gennaio, che per i fedeli corrisponde al ventinovesimo giorno del mese di kyahk, quando termina un periodo di digiuno lungo 40 giorni.
Nella moderna cattedrale di San Marco (inaugurata dal patriarca Cirillo VI nel 1968) che si eleva sopra la cripta che custodisce le reliquie dell’Evangelista, non è raro imbattersi in concerti di canti natalizi e di musica copta. Anche se le spinte consumistiche iniziano a farsi sentire anche all’interno della società egiziana (nonostante la pesante crisi economica che da molti mesi attanaglia il Paese), il Natale resta tuttavia eminentemente una festa religiosa, vissuta con intensità e fervore all’interno delle famiglie e delle varie comunità cristiane.
L’appuntamento con la Messa della vigilia presso la cattedrale di San Marco è sempre uno dei momenti privilegiati per i cristiani della capitale. Il papa Shenuda celebra insieme a molti vescovi del Santo Sinodo la Messa di mezzanotte alla quale partecipano solitamente personaggi eminenti della comunità copta e rappresentanti del governo. Al termine della celebrazione natalizia presso la cattedrale e nelle tante chiese sparse nel Paese, le famiglie si ritrovano insieme a condividere i doni e a consumare il pasto di Natale, chiamato fatta, un piatto a base di pane, riso, aglio e carne bollita. Il mattino seguente, poi, si è soliti fare visita ad amici e parenti, recando in dono il kaik, un particolare tipo di dolce natalizio.
Nel grande quadrilatero che comprende la cattedrale, la sede del papa, e la cripta con le reliquie di san Marco, la preparazione al Natale coinvolge in special modo i giovani seminaristi che studiano presso il seminario principale della Chiesa copta. Per i copti del Cairo il seminario è un’istituzione preziosa: circa la metà dei sacerdoti in servizio oggi è stata formata nelle sue aule. Ma anche molti laici hanno avuto modo di seguire i corsi di teologia e di sacra Scrittura che vengono proposti durante tutto l’anno. Nelle varie celebrazioni che si susseguono da Natale fino all’Epifania (che si celebra il 19 gennaio) la liturgia è solenne e molto curata, e si rifà alle tre liturgie di san Basilio, san Gregorio e san Cirillo. Per comunicarsi durante la celebrazione del Natale, come per ogni altra Eucaristia, il fedele copto deve osservare il digiuno durante le 9 ore precedenti.
Tra le più recenti istituzioni volute da papa Shenuda III all’interno della sede patriarcale, non possiamo dimenticare il Centro di studi superiori. Oggi l’edificio è stato completamente rinnovato e ospita al suo interno un museo permanente dedicato ad antichi codici copti miniati e una moderna biblioteca specializzata in coptologia e Oriente cristiano. Studenti da tutto il Paese frequentano il centro, che si propone come il cuore culturale dei copti d’Egitto.
La situazione del Paese, con la crescita del fondamentalismo islamico, non smette di preoccupare la Chiesa copta. Le festività natalizie degli ultimi anni sono state segnate purtroppo dal sangue in più occasioni. E il cammino dell’Egitto dopo la caduta di Hosni Mubarak ha chiesto ai copti un pesante tributo. Per questa ragione in quest’ultimo Natale, dalle comunità cristiane dell’Egitto si è levata una preghiera particolare anche alla Madre di Dio, affinché guidi e governi con il suo sguardo le sorti di un Paese ricco di storia, risorse e spiritualità, ma che vive un delicato momento di trasformazione.

CRISTIANI «COPTI» E «MARONITI»: COSA INDICANO QUESTE DENOMINAZIONI?

http://www.novena.it/il_teologo_risponde/teologo_risponde_98.htm

CRISTIANI «COPTI» E «MARONITI»: COSA INDICANO QUESTE DENOMINAZIONI?

Sentiamo parlare, talvolta anche in circostanze drammatiche e dolorose, di Cristiani Copti e di Cristiani Maroniti. Credo che sarebbe opportuno avere una spiegazione in merito a queste denominazioni ed a ciò che rappresentano nel mondo cristiano.

Gian Gabriele Benedetti

Risponde don Grzegorz Sierzputowski, docente di ecumenismo

La chiesa in Egitto, fondata, secondo la tradizione, dall’evangelista Marco, emerge alla piena luce della storia verso la fine del II secolo con le figure di Panteno, Clemente, Origene. La forza della tradizione letteraria-teologica fa rivestire ai vescovi di Alessandria un ruolo importante nella vita della grande chiesa del IV e del V sec. Quest’affermazione vale innanzi tutto per Atanasio, il cui lungo ministero (328-373) e la cui lotta senza tregua contro l’arianesimo l’hanno confermato come strenuo difensore della fede ortodossa di Nicea.
Il concilio di Calcedonia (451) si è dimostrato l’evento decisivo nei rapporti della chiesa in Egitto con altre chiese. Dal punto di vista dei difensori di Calcedonia, la teologia alessandrina-egiziana era monofisita, cioè non distingueva, anzi confondeva, le due nature di Cristo, divina e umana, e riconosceva solamente un’unica natura (mia physis) di Gesù Cristo. Per i latini si trattava di eresia. Nel corso del secolo successivo a Calcedonia, furono intrapresi sforzi da parte degli imperatori, per conservare l’unità della chiesa e reprimere i tentativi autonomistici dei cristiani d’Egitto. Il dissenso raggiunse il punto di non ritorno intorno all’anno 536: il patriarca Teodosio I (536 – 566) dopo il rifiuto della definizione di fede del concilio di Calcedonia fu condannato, dall’imperatore Giustiniano, all’esilio durato trent’anni.
La chiesa egiziana non riconosceva la validità dei sacramenti amministrati dai «calcedoniani», considerati eretici, e rifiutava le ordinazioni amministrate dal patriarca imposto da Costantinopoli. Tale situazione causò il graduale svuotamento della gerarchia non calcedoniana in Egitto e la successiva crisi condusse all’istituzione di una gerarchia separata, nata dall’attività missionaria di Giacomo Baradai, vescovo di Edessa, ordinato dal patriarca Teodosio. Baradai visitò ampie zone del Medio Oriente consacrando, secondo la tradizione, circa trenta vescovi e ordinando migliaia di preti. Istituì quindi, una gerarchia monofisita, che faceva da controparte a quella ortodossa già esistente. La chiesa orientale ortodossa (non calcedoniana), a partire dalla grande missione di Giacomo Baradai, ha portato il nome di «chiesa giacobita» fino ai tempi recenti.
La conquista dell’Egitto da parte degli arabi (641-642) segnò la fine degli sforzi bizantini di mantenere l’unità della chiesa e aprì una nuova epoca. Rimarrà attraverso i secoli, fino a oggi, il patriarca copto (dal vocabolo arabo qibt, qobt, risalente al greco Ai[gýpt]ios – «egizio»), non calcedoniano e il patriarca melchita (voce araba, dall’aramaico malakijjah, che indica «i cristiani dell’imperatore»), greco ortodosso.
Una caratteristica peculiare della chiesa egiziana è il movimento monastico, sia nella forma dell’eremitaggio, padre del quale è sant’Antonio Abate, sia in quella cenobitica con Pacomio. Già prima della metà del IV sec. parecchie migliaia di persone, uomini e donne, avevano cominciato a condurre la vita monastica, attirando molti da altre parti dell’impero romano, per avere un’esperienza di questa nuova forma di vita cristiana. La lingua liturgica della chiesa egiziana era all’inizio il greco e si continuò a utilizzare questa lingua nella liturgia per molti anni, almeno in parte, anche dopo l’invasione araba. La lingua copta fu introdotta nella liturgia a partire dal VII sec.
Attualmente la chiesa copta ortodossa in Egitto conta circa otto milioni di fedeli ed è la comunità cristiana più grande del Medio Oriente.

La chiesa maronita invece è una delle germinazioni della chiesa antiochena sorta come entità religiosa attorno all’antico monastero di Beth Maron, presso la tomba-santuario dell’eremita san Marone (350-433). È una chiesa di tradizione calcedonese, possiede un proprio patriarca «di Antiochia e di tutto l’Oriente» con una successione che dagli inizi del secolo VIII prosegue ininterrotta fino ai nostri giorni. La chiesa maronita ha conservato nei secoli un carattere autonomo anche durante l’epoca musulmana, con l’uso della liturgia propria e il clero sposato, oltre a rapporti amichevoli con Roma. Una forte tradizione tra i maroniti afferma che, in realtà, la loro chiesa non ruppe mai la comunione con la Santa Sede. La liturgia maronita è di origine siro-occidentale, ma fu influenzata dalla tradizione siro-orientale e quella latina. È celebrata prevalentemente in arabo.
Con le 10 diocesi (circa 770 parrocchie) e altre sette giurisdizioni nel medio oriente la chiesa maronita è la più grande chiesa del Libano rappresentando il 37% dei cristiani e il 17% della popolazione nazionale. Possiede una forte diaspora in diversi paesi del Nord e sud America e in Australia. Il patriarca di Antiochia dei maroniti con la sede in Bkerke vicino a Beirut estende la giurisdizione su circa 3.200.000 cristiani.

 

Fresco on a pillar inside the church with an offering tray and icons.  Church of Our Lady of Ljevis, Serbia

Fresco on a pillar inside the church with an offering tray and icons.  Church of Our Lady of Ljevis,  Serbia dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 25 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

IL CONCETTO DI SAPIENZA NEL TESTO BIBLICO (RAV LUCIANO MEIR CARO)

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IL CONCETTO DI SAPIENZA NEL TESTO BIBLICO (RAV LUCIANO MEIR CARO)

Tutta la Bibbia parla trasversalmente della Sapienza – Kochmà, ma più diffusamente ne parlano il libro dei Proverbi, attribuito al re Salomone e il libro di Giobbe.
Ma cos’è questa Kochmà? Per noi la sapienza è la scoperta delle cose, la conoscenza, la loro origine e la loro natura. La conoscenza delle cose allo scopo di cercare di intuire qual è il vantaggio che ne possiamo trarre per la nostra vita quotidiana. Capiamo subito, perciò, che l’argomento è straordinariamente ampio.
E in quanto vi ho appena detto, rientra anche lo studio della storia, perché anche questo può darci delle indicazioni di saggezza. Un passo notevole del libro del Deuteronomio dice: « Considerate i giorni della storia; riflettete e cercate di capire il significato degli anni delle generazioni precedenti » (Dt 32, 7). Probabilmente questo invito è allo scopo di non ricadere negli errori già commessi nel passato; cosa che, invece, facciamo tutti.
Nel libro dei Proverbi, che è una fonte inesauribile in questo settore, si danno delle indicazioni di carattere generale. Scopo dell’acquisizione della sapienza è conoscere l’etica, cioè il comportamento che dobbiamo tenere nei confronti degli altri uomini. Secondo altri passi lo scopo sarebbe quello di imparare la cosiddetta Binah. Binah è un altro termine biblico, simile a quello di Kochmah, che indica il capire la differenza che c’è tra le cose.
Secondo un’altra indicazione che ricaviamo sempre dal libro dei Proverbi, lo scopo è quello di capire la strada della giustizia.
Vedete quindi che c’è come un intreccio tra la conoscenza della morale e dell’etica, tra il riconoscere l’essenza delle cose e il perseguire la giustizia.
Rientra nella Kochmah anche il potere capire le espressioni, perché molto spesso la sapienza è contenuta in alcune espressioni, che noi dobbiamo imparare a interpretare. Quindi è anche dal testo, da locuzioni particolari, che riusciamo a imparare cosa sia la sapienza. Finalmente è la capacità di capire le parole dei saggi e i loro enigmi.
Vorrei provare a chiarire un po’ meglio questo elemento. Molto spesso la sapienza è rivestita da espressioni, che dobbiamo cercare di capire e che non sono immediatamente percepibili. Una specie di gioco di Settimana enigmistica. Dobbiamo cioè cercare di entrare all’interno dell’espressione stessa, per poter capire; non si tratta di rimanere alla superficie. E questo è un meccanismo che troviamo molto spesso nel testo biblico, quando l’Eterno, in alcune occasioni, parla con l’uomo, e dice ovviamente delle cose giuste, ma l’uomo non sempre riesce a capirlo.
Faccio solo due esempi rapidissimi. All’inizio del libro della Genesi, quando Dio si rivolge all’uomo e dice: « Non dovete mangiare il frutto, altrimenti morirete » (Gen 3, 3). La prima cosa che viene in mente è che la morte derivi dal fatto che il frutto è velenoso; invece impariamo, dal proseguio del testo, che non era quello il significato. Ma la morte, preannunciata da Dio, deriva dal fatto che l’uomo sarà cacciato dal giardino e non avrà la possibilità di mangiare del frutto dell’albero della vita. Quindi la morte deriva dalla disobbedienza, per cui mangio il frutto, che mi sottrae la possibilità di accedere all’albero della vita.
Il secondo esempio riguarda Rebecca, la moglie di Isacco. Sappiamo che questa donna aveva dei problemi di gestazione e per lungo tempo non poté avere figli; finalmente, però, rimane incinta di due gemelli e, allorché si accorge che i figli si muovevano nel suo grembo, dice: « Ma cosa mi sta succedendo? » e Dio risponde con una specie di enigma, che noi capiamo subito, ma che per lei forse non era subito così chiara: « Nel tuo ventre ci sono due nazioni e dal tuo utero si separeranno due popoli e l’uno sarà superiore all’altro e il più grande servirà il più giovane » (Gen 25, 23).
E’ la storia dei conflitti tra Esaù e Giacobbe. Ma per lei che significato poteva avere, in quel momento? Non credo che lei abbia capito, tant’è vero che non ha reagito.
Questo modo di procedere di Dio si chiama Kidah ed è un mezzo col quale si introduce qualcuno al mondo della sapienza, proprio facendo in modo che la persona cerchi di capire, attraverso un suo sforzo intellettuale. A dire che la sapienza si acquisisce mediante lo sforzo.
Secondo il libro dei Proverbi la Sapienza non ha lo scopo principale di insegnarci a vivere, ma di aiutarci a capire qual è la volontà di Dio.
Secondo il Talmud si cercava di introdurre anche i bambini in questo contesto di sapienza e lo si faceva insegnando loro le qualità di Dio, cioè cercando di far capire loro come si comporta Dio nei confronti dell’uomo. E reso noto questo, si sperava che il bambino si attivasse per cercare di imitare Dio nei suoi comportamenti e atteggiamenti. Da questo sforzo, allora, nasceva la sapienza.
Per es. se Dio si preoccupa del povero, allora anch’io devo preoccuparmene. Dio va a visitare i malati e altrettanto devo fare io.
Ma per rimanere in tema, dobbiamo dire che anzitutto l’iniziazione dei bambini avveniva attraverso lo studio dell’alfabeto. Sappiamo che le lettere dell’alfabeto ebraico sono il materiale del quale Dio si è servito per creare il mondo; quindi se noi riusciamo a capire qual è il significato delle singole lettere, diventiamo, in qualche modo, creativi e ci avviciniamo alle capacità di Dio di produrre qualche cosa.
Ci sono alcuni sinonimi del termine Kochmah, che ritornano all’interno del testo biblico. Il termine da’at, cioè « conoscenza »; poi etzah, « consiglio »; qualche volta troviamo anche il termine tachbulah, che significa « dare dei consigli un po’ pericolosi, in forma tale che chi li ascolta potrebbe interpretarli male ». Tachbulah viene dalla radice chavàl, che vuol dire « ferire »; cioè è un qualcosa che può essere sì positivo, ma nello stesso tempo può portare un danno a qualcun altro.
Analogamente quando io causo una lesione a qualcuno, posso farlo perché voglio causargli del male, la potrei anche farlo, cercando di fargli del bene. Pensate a un chirurgo. C’è questo intreccio tra le cose positive e negative.
C’è anche il termine binah, già citato prima, che significa « discernimento » e deriva dall’espressione bein, cioè « tra » e appunto vuole significare la capacità di distinguere le differenze « tra » una cosa e un’altra.
Ancora abbiamo il termine mezimmah, che amplia ulteriormente la prospettiva. Deriva dalla radice zamah, che vuol dire « mettere la museruola ». E cosa centra questo? Di solito quando mettiamo la museruola a un animale, lo facciamo per evitare che ci morda; quindi si tratta di un’azione che vuole rendere difficile a qualcuno il creare dei danni.
La Kochmah si può chiamare mezimmah perché è un artifizio tale che mette la museruola all’uomo per disciplinare le sue azioni. Possiamo avere l’istinto di fare tante cose, ma se siamo coerenti con la sapienza, se siamo coscienti di essa, questa cosa può limitarci, può fermarci. E questo vale per le azioni e per la parola. Sappiamo che il saggio è uno che parla poco. I nostri maestri dicono: « Il silenzio è uno sbarramento a difesa della sapienza ». Più uno parla, più dimostra di essere stolto.
Vorrei darvi una panoramica generale.
Come tutte le cose di questo mondo, anche la sapienza può avere un aspetto negativo.
Pensate che per indicare la sapienza si adopera anche l’espressione ‘ormah, un termine che troviamo a proposito del serpente, quando parla con la donna. ‘ormah, da cui abbiamo ‘arum, che vuol dire « scaltro » e vuol dire anche « nudo » e per noi rimane difficile capire quale sia l’analogia fra i due significati. Qualche volta la sapienza può essere adoperata come scaltrezza per ottenere qualcosa che non è così positivo.
Un’altra radice è tuschiah; piuttosto rara e presente soprattutto nel libro di Giobbe. Richiama certamente l’espressione iiesh, « c’è ». Quindi tuschiah è qualcosa che esiste. Qualcuno però dice che il termine deriva dalla radice nashah, cioè « dimenticare ». La sapienza potrebbe essere il mezzo attraverso il quale noi facciamo dimenticare a Dio le nostre cattive azione. Quasi volessimo presentare a Dio la nostra saggezza, perché egli ne tenga conto benevolmente, in modo da fargli dimenticare le cose negative.
Talvolta troviamo il termine Hachàm, cioè « saggio » associato al termine tzaddìk, il « giusto ». Un vero saggio è quello che è anche giusto e si comporta bene. Ma non sempre! Infatti a volte abbiamo esempi biblici in cui il saggio è certamente intelligente, sa come muoversi, come manipolare le cose, ma lo fa con scopi negativi. Un esempio è quello di Amnòn, figlio di Davide, che violenta la sorellastra Tamàr. E come arriva a questo? Essendo lui molto innamorato di Tamàr e non potendola possedere, era molto triste; un altro fratellastro, Ionadav, vedendo Amnòn così triste, gli chiede cosa sia successo e, saputo del suo desiderio, gli dà dei consigli intelligenti, ma negativi dal punto di vista morale. Gli suggerisce di far finta di essere malato e di volere il cibo preparato da Tamàr; così venendo lei da lui, che era a letto, subisce la violenza. Inoltre la passione amorosa di prima, si trasforma in odio. Tutto questo a causa del consiglio di Ionadàv.
Anche Geremia sottolinea questo aspetto, quando dice: « Sono saggi, esperti, per fare il male » (Ger 4, 22).
Un’altra accezione di questo termine Kochmah è quello di capacità tecnica e inventiva e lo troviamo, nel libro dell’Esodo, allorché Dio assegna il compito di costruire il tabernacolo nel deserto e in seguito anche il santuario. E il testo dice che la costruzione fu fatta da tutte quelle persone a cui Dio aveva infuso kochmah (Es 31, 6), quindi capacità tecnica, non solo di costruire, ma anche di inventare, di progettare.
Nella Bibbia ebraica ci sono due tipi di Kochmah, quella degli Ebrei e anche quella degli altri popoli. Viene riconosciuta anche quella degli altri popoli, ma c’è una superiorità della nostra sapienza, data dal fatto che noi abbiamo la Torah e mettendo in pratica la Torah, noi diventiamo saggi.
Un passo del Deuteronomio afferma che il mettere in pratica le leggi e le norme della Torah costituisce la nostra sapienza e la nostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali diranno che noi siamo un popolo saggio e intelligente (Dt 4, 6). Siamo superiori, avendo una Legge superiore; la nostra superiorità consiste nel mettere in pratica la Torah; se non lo facciamo, siamo assolutamente come gli altri. Tutti dovrebbero imparare da noi come ci si comporta e arrivare alla conclusione: se si comportano così, è perché Dio ha dato a loro un insegnamento speciale e perciò dovremmo imparare anche noi.
Non esiste una superiorità intrinseca del popolo ebraico, ma la superiorità deriva dal nostro comportamento di obbedienza alla Torah.
Perché Dio ha dato questa norma proprio agli Ebrei e non ad altri? Forse perché riteneva che noi fossimo più preparati a mettere in pratica questo compito. Attenzione! Questo significa anche che Dio ha distribuito la sua sapienza, la sua capacità a tanti altri popoli. Gli Ebrei sono incaricati, mediante l’osservanza della Legge, a portare la gente a riconoscere che c’è un Dio unico. Ad altri popoli ha dato altre prerogative. Noi non siamo più bravi degli altri. E’ come un padre che ha tanti figli e, avendo capito le prerogative dei diversi figli, affida ad ognuno un compito specifico, a secondo dei doni e delle capacità. In fondo questa è la storia dell’umanità. Quante cose abbiamo imparato da popolazioni orientali? Se ci guardiamo attorno, pensate all’estetica, alla normativa, che abbiamo imparato dai Greci e dai Romani e così via.
Ci sono tanti saggi in tutte le nazioni; saggi riconosciuti. Per es., parlando di Salomone si dice che lui era il più saggio di tutti e il testo biblico dice esplicitamente che la sua sapienza era superiore a quelli di tutti i sapienti del mondo. Anche la regina di Saba, che era sapientissima, va a Gerusalemme per verificare se quello che aveva sentito dire di lui era vero.
Ancora. Pensate che Giuseppe Flavio racconta, ma solo in base ad un’antica leggenda senza base storica, che erano famose le gare di intelligenza fra Salomone e il re di Tiro, Chiràm.
Quindi si riconosce che l’essere sapienti non è una nostra prerogativa, ma la nostra sapienza diventa speciale, quando riusciamo a riconoscere che abbiamo ricevuto la Legge di Dio e siamo chiamati a metterla in pratica, per insegnare qualcosa agli altri attraverso il nostro esempio. Ma non perché noi siamo più bravi, belli, intelligenti, ecc.
Ci sono anche elementi accessori. Qual è la sede della sapienza, nell’uomo? Innanzi tutto la sapienza viene da Dio; se uno ce l’ha è perché Dio gliel’ha data e da soli è più difficile conseguirla. Qualche volta si parla del cuore – lev – come sede dell’intelligenza, della sapienza, come facoltà del ragionare. Questo diversamente da quanto si sente dire in Occidente, che il cuore sarebbe la sede dei sentimenti, mentre non è vero.
Una cosa interessante e carina è che circolava nell’antichità, ma circola ancora oggi, l’idea che la vera sapienza si trova negli anziani. Il libro di Giobbe invece dice il contrario e cioè che Dio sottrae la sapienza agli anziani; essi hanno, sì, una grande esperienza, ma invece di adoperarla per il bene, la adoperano in senso cattivo. Quindi, dice Giobbe, non bisogna imparare dagli anziani, perché danno dei buoni insegnamenti, ma dei cattivi esempi. Secondo un proverbio l’anziano si compiace di dare dei buoni consigli, perché l’età non gli permette più di dare cattivi esempi.
Nel Qohelet si dice chiaramente: « E’ meglio un ragazzino povero, ma sapiente di un re anziano e stolto » (Qo 4, 13).
Notate che anche il libro, che parla di questo argomento, presenta queste figure di anziani, che discutono con Giobbe sulla giustizia, il peccato, la sofferenza, ecc., ma in tutto il loro sproloquiare non riescono a venirne fuori; poi, alla fine, il libro ci presenta un ragazzo giovane che entra nella discussione e mette in crisi i grandi sapientoni. Dice che si era messo ad ascoltarli con deferenza, in quanto anziani, mentre non ha imparato proprio nulla, perché loro sono pieni solo di se stesso.
Anche la donna può essere dotata di sapienza e spesso si dimostrano più sagge degli uomini. Ci sono episodi della Bibbia in cui compaiono delle figure femminili eccezionali, che sanno entrare in azione proprio nei momenti più critici della nostra storia. Questo dimostra che hanno una capacità eccezionale di lungimiranza, sicuramente superiore a quella degli uomini.
Si parla delle donne anche a proposito della costruzione del tabernacolo, quando parteciparono alla confezione di opere molto belle.
Ma pensate alla madre di Sisarà, un generale nemico di Israele; il testo ce la mostra mentre attende il ritorno del figlio dalla battaglia, ma il figlio non torna, perché è morto in battaglia. Lei si esprime con parole ricche di sapienza, alle quali fanno eco le risposte delle sue amiche, anch’esse ricche di sapienza e convincenti, cercando di rassicurarla. Il testo sacro le chiama proprio « le più sagge » (Gdc 5, 29).
Qohelet dice anche che il cibo, le sostanze, non appartengono ai saggi, cioè il saggio può anche essere molto saggio, ma questo non lo rende particolarmente ricco.
Un’altra cosa interessante che ricaviamo dal testo biblico è che Dio ha dato saggezza anche agli animali, allo scopo che gli uomini apprendano da loro cose utili. Per es. il libro dei Proverbi invita il pigro ad andare dalla formica, che si comporta con molta saggezza.
Si racconta che Salomone parlava con gli alberi e imparava da loro. Persino ci sono alcuni passi del libro dei Proverbi, passi un po’ oscuri, per la verità, che affermano che persino le cose inanimate possono avere della saggezza. Il ferro, in quanto materia, ha una forma di intelligenza che a noi sfugge.
Le leggi della natura riguardano l’uomo, ma anche gli esseri inanimati. Il creatore è lo stesso, perciò noi umani non dobbiamo darci delle arie, pensando di essere gli unici ad aver ricevuto da Dio delle qualità particolari. Siamo sì importanti, ma non siamo i soli.
Questo è uno dei motivi che fanno dire ai maestri: « Perché l’uomo è stato creato per ultimo? ». Aveva forse bisogno di esercitarsi, Dio? Non sappiamo come siano andate le cose, ma almeno, quando ci troviamo davanti a qualcuno che si dà delle arie, possiamo aiutarlo a ridimensionarsi, facendogli notare che, nell’atto della creazione, per es., perfino le pulci l’hanno preceduto.
Dovremmo accennare anche al fatto che la mitologia entra in gioco, quando si parla della sapienza. Spesso nei Proverbi la sapienza è paragonata a una donna, attribuendole capacità superiori all’uomo e questa donna, in senso allegorico, viene rappresentata come colei che è capace di gestire l’economia della casa. Viene detto che la donna è capace di apprendere più degli altri dalle circostanze; questo in particolare contrapposizione con gli stolti, che invece, cercano tutti i modi per mandare in rovina gli altri, per condurli all’errore. La donna, invece, è proiettata verso un futuro migliore. Se ne può ricavare che la donna è ispirata da Dio, che la pone nel mondo come un mezzo di promozione e progresso. E’ così di fatto.
Ci sono altri miti babilonesi,di cui troviamo reminiscenze vaghissime nel testo biblico, secondo i quali la sapienza, la saggezza dell’uomo è derivata da un animale mitico venuto dal mare, che avrebbe insegnato all’uomo i rudimenti dell’intelligenza. Qualcuno pone la domanda se quel mito del serpente non potrebbe essere un qualcosa del genere? Il serpente, in fondo, è un animale strano, perché prima aveva le gambe, poi inizia a strisciare. Però il suo insegnamento non è andato a buon fine; ha insegnato male; in fondo la sua non era saggezza, ma piuttosto scaltrezza. Qualcosa del genere si trova anche nella mitologia babilonese.
Vorrei che teneste conto anche di questo elemento. Parlavo prima di dimenticanza, in riferimento al fatto che i nostri atti, derivati dalla sapienza che abbiamo ricevuto da Dio, inducono Dio stesso a dimenticare, a non tenere conto dei nostri errori. Ma c’è un’altra forma mitologica, che noi troviamo nelle fonti talmudiche successive. Si racconta che, quando nasce un uomo, nel momento in cui nasce, è già dotato della massima saggezza possibile; poi arriva un angelo e gliela sottrae. Quindi essere saggi significa recuperare delle capacità che avevamo in origine; imparare qualcosa, vuol dire ricordare qualcosa che sapevamo già e non vuol dire imparare da zero. Sapevamo tutto, ma ci è stato sottratto, forse proprio perché ci diamo da fare per recuperarlo.
Di libri sapienziali ci sono altre esemplificazioni nei rotoli del Mar Morto, che non fanno parte del canone biblico, che hanno poi influenzato moltissimo la letteratura successiva.
Volevo anche dire che già nei libri di Samuele e dei Re troviamo citato un testo « Espressione degli antichi », un compendio di elementi di saggezza provenienti dal mondo antico.
Prima di concludere, vorrei parlarvi di un personaggio della letteratura post-biblica, una donna straordinariamente saggia, la famosa Bruriah, vissuta nel II secolo dell’Era volgare. Nel Talmud si parla di questa donna che era l’unica donna che partecipava alle discussioni dei sapienti, allo scopo di trovare la normativa. Lei partecipava e molto spesso i sapienti accettavano la sua opinione. Lei dava i suoi consigli, senza darsi tante arie. Si racconta che lei assistesse ai convegni dei sapienti, tra cui era presente anche il marito, rabbì Meir, mentre spazzava per terra e mentre lavorava, interveniva nella discussione su problemi anche molto seri.
Un maestro diceva di lei: « Bruriah parla bene », cioè sa quello che dice. Di lei si diceva che nonostante il suo grande impegno per mantenere la sua casa, studiava trecento norme al giorno, da trecento saggi diversi. Quindi adoperava il tempo come si deve.
Si racconta che un giorno un tale la incontrò per strada e le ha chiesto: « Come facciamo ad andare a Lod? » e lei: « O Galileo stolto, non hai imparato niente? Non sai che un testo talmudico dice che non bisogna parlare troppo con la donna? ». Si sarebbe riferita al fatto che questo signore ha adoperato un’espressione sbagliata, perché aveva usato il plurale: « Come facciamo…’ », quasi volesse coinvolgerla nel suo viaggio. Avrebbe dovuto dire: « Come si fa ad andare a Lod? ».
Si racconta ancora che un giorno il marito, grande maestro, stava pronunciando degli improperi nei confronti di certi ignoranti, che lo insultavano e non lo rispettavano. La moglie riprende il marito dicendogli che non doveva imprecare contro le persone e pregare che i peccatori scompaiano dalla terra, ma doveva pregare perché il peccato scompaia dalla terra. E il marito accoglie il rimprovero.
Di lei si dice anche che avesse subito molte disgrazie. Il padre, anche lui un grande maestro, era morto sotto le torture dei Romani e lei aveva assistito alla tortura subita da un fratello; le sue sorelle erano state rapite e messe in case di prostituzione dei Romani. Ma si racconta anche che aveva, nei confronti della sua vita, una grande saggezza. Di sabato erano morti i suoi due figli, ma lei non vuole dire nulla al marito, per non turbare il giorno sacro dello Shabbàt; quindi copre i cadaveri e li porta in una stanza. Il marito, tornato a casa alla fine della festa del sabato, chiede dei ragazzi e lei, per tutta risposta, gli racconta una storia. E dice: « Se qualcuno ci affida qualcosa in deposito, poi gliela dobbiamo rendere? E lui: « Certamente! ». Allora lo porta davanti ai cadaveri dei figli e dice: « Dio ce li ha dati, Dio ce li ha richiesti ».
Siccome lei era anche molto bella, il marito sospettava che lei approfittasse della sua bellezza, per sedurre qualcuno. Così incarica un suo giovane allievo di provare a sedurre sua moglie, per metterla alla prova. Lei se ne accorge e, avendo constatato la poca fiducia del marito, si suicida. Così dice la storia.
Penso che possiamo concludere con questa citazione del libro dei Proverbi: « L’inizio della sapienza è il timor di Dio » (Pr 1, 7). Nelle nostre fonti temere Dio vuol dire non fare delle cose che sappiamo essere negative nei confronti dei nostri simili. Questo indipendentemente dal credo religioso.
Ma vorrei spendere ancora qualche secondo per sottolineare una cosa. Tenete conto dell’espressione: « L’inizio della sapienza »: reshìt kochmah. Reshìt, per combinazione, è la prima parola del testo biblico: Bereshìt barà Elohìm… (Gen 1, 1). Qualcuno dice che Dio ha creato il mondo non al principio;

Moses Smashing the Tablets of the Law by Rembrandt

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http://en.wikipedia.org/wiki/Moses

Publié dans:immagini sacre |on 24 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

“VI SIETE CONVERTITI AL DIO VIVO E VERO”

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“VI SIETE CONVERTITI AL DIO VIVO E VERO”

La comunità di Tessalonica appare con evidenza come espressione di una Chiesa missionaria. Propone anche a noi di esserlo. In particolare quei cristiani si rivolgono a voi giovani e vi incitano ad essere una presenza missionaria tra i vostri coetanei. Diceva Giovanni Paolo II: “Non è tempo di vergognarsi del Vangelo; è tempo di predicarlo sui tetti”.
Saluto cordialmente tutti voi giovani. I vari momenti in cui si snoda la nostra Veglia hanno una denominazione comune: la conversione al Dio vivo e vero. Nell’anno dedicato all’apostolo Paolo il primo momento è stato dedicato proprio a lui, a Paolo, e al suo incontro con il Dio vivo e vero. Avvenne sulla strada di Damasco quando gli si manifestò Gesù risorto e vivo. Incontrando lui, egli fu intimamente trasformato dall’Amore divino (cfr. Messaggio del Papa). E così, da persecutore, divenne testimone e missionario.

Paolo scrive ai cristiani di Tessalonica
Ora siamo al secondo momento della nostra Veglia. È dedicato a una comunità di persone che, attraverso la predicazione dell’apostolo Paolo, si sono convertite al Dio vivo e vero. A loro, che vivevano nelle città di Tessalonica, l’apostolo Paolo invia una sua lettera: la prima in assoluto del suo epistolario. La invia insieme con due suoi stretti collaboratori: Silvano e Timoteo. Silvano era un uomo eminente della comunità di Gerusalemme e Paolo l’aveva scelto perché lo accompagnasse nel suo secondo viaggio missionario, quello che lo ha portato non solo nelle regioni dell’Asia Minore, ma in Europa (cfr At 15-40). Timoteo venne conosciuto da Paolo nella prima parte di questo secondo viaggio. Lo incontrò andando a Derbe e Listra. Là c’era un discepolo chiamato Timoteo “figlio di una donna giudea e di padre greco. Egli era assai stimato dai fratelli di Listra e Iconio. Paolo volle che partisse con lui” (At 16,1-2).
La comunità a cui è destinata la lettera è quella che è nata nella città di Tessalonica, capitale della provincia di Macedonia. Una città di prim’ordine. Dal punto di vista religioso vi si adoravano le divinità più svariate: culti locali, religione ufficiale romana, religioni misteriche provenienti dall’Egitto e dall’Asia Minore. C’era pure una sinagoga, con una consistente comunità. I giudei godevano di piena libertà religiosa. Proprio nella sinagoga Paolo andò, per tre sabati, a predicare (cfr At 17,2-3). Ci furono delle conversioni. I missionari vennero anche ospitati in casa di un certo Giasone, che pure si era convertito a Gesù, predicato da Paolo. “Ma i Giudei, ingelositi, mettevano in subbuglio la città”. Andarono nella casa di Giasone, cercando Paolo e Silvano. Non li trovarono. Condussero dai capi Giasone e altri fratelli della nuova comunità. Perciò “subito, durante la notte, i fratelli fecero partire Paolo e Silvano verso Berea” (At 17,5-10), a circa 75 km, da dove pure Paolo dovrà fuggire perché i Giudei di Tessalonica avevano mandato anche là delle spie (cfr At 17,13-15). Paolo era preoccupato per la comunità di Tessalonica: egli era rimasto troppo brevemente fra loro. Non aveva avuto il tempo di far approfondire la fede. Per di più erano perseguitati. Desiderava tornare (cfr 1 Ts 2,17-18). Ma gli era impossibile. Pensò allora di inviare il suo collaboratore Timoteo. Quando fu di ritorno, portò anche i dubbi sorti in quella comunità su alcuni punti della fede che avrebbero richiesto ulteriori chiarimenti. Perciò Paolo decide di scrivere una lettera. Nella veglia di questa sera ne è stata proclamata la prima pagina (cfr 1 Ts 1,1-10). C’è un passaggio, in questo brano, a cui vorrei dare particolare evidenza. Si trova verso la fine. È un elogio nei confronti dei cristiani di Tessalonica.
Eccolo:
“Sono loro (gli abitanti di Macedonia e di Acaia) a parlare di noi,
dicendo come noi siamo venuti in mezzo a voi
e come vi siete convertiti a Dio,
allontanandovi dagli idoli,
per servire il Dio vivo e vero” (v. 9).
Dinanzi a questo passo mi pongo alcune domande: donde questa conversione e chi ne è il soggetto? Che cosa significa, in concreto, convertirsi? Che cosa qualifica in modo originale e profondo l’esistenza cristiana?

“Fratelli amati da Dio, eletti da lui”
Alla prima domanda Paolo ci risponde che la conversione è un dono. Scrive infatti: “Noi ben sappiamo, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da lui”.
Non dice solo “fratelli” (un termine frequente in Paolo e che dice un rapporto di affetto dell’apostolo con le sue comunità). Il vocativo prende particolare rilievo perché aggiunge: “Amati dal Signore”. Paolo vuol far comprendere ai cristiani di Tessalonica che, se sono diventati cristiani, lo devono all’amore del Signore che li ha scelti. Essi hanno ricevuto da lui una “vocazione” (cfr 1 Cor 1,26ss). Questa grazia precede sia l’opera dell’apostolo sia la loro risposta.
Se il primo soggetto è Dio, ve ne sono altri due: i “collaboratori di Dio” che sono Paolo, Silvano e Timoteo; e poi i Tessalonicesi stessi perché da loro è stata espressa la decisione personale di accogliere l’annuncio e di fare il passo della fede, senza dimenticare che Dio agisce con la sua grazia in chi annuncia: “Il nostro Vangelo, infatti, non si è diffuso tra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo” (v. 5).
Protagonista della vita cristiana rimane dunque il Signore. E anche la risposta dei Tessalonicesi, mentre include la loro decisione personale, è accompagnata e sostenuta dalla forza di Dio ed è vissuta “con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione” (v. 6). E non è ancora tutto: la grazia che ha condotto i Tessalonicesi ad accogliere il Vangelo diventa grazia che conduce i Tessalonicesi a diventare, a loro volta, “segno” per gli altri: “Infatti la parola del Signore riecheggia per mezzo vostro non soltanto in Macedonia e nell’Acaia, ma la vostra fede si è diffusa dappertutto” (v. 8).

“Vi siete convertiti”
Alla seconda domanda circa il significato concreto del convertirsi, Paolo risponde: “Vi siete convertiti a Dio, abbandonate gli idoli, per servire il Dio vivo e vero” (v. 9). Accogliendo l’annuncio del Vangelo e compiendo il passo della fede “non si è fatto soltanto un cambio passando da uno dei tanti dèi a un altro. È cosa diversa ciò che è avvenuto: si è passati da ciò che è vano a ciò che è realtà, da ciò che è nulla all’unico Dio vivo e vero, rivelato pienamente nella persona di Gesù e nella sua missione (cfr H. Schlier, L’apostolo e la sua comunità, p. 32).
Chi si converte al Dio vivo e vero, riconoscendolo come l’unico Dio e il centro della sua esistenza, cerca ogni giorno di vivere come piace al Signore. come scriverà Paolo ai cristiani di Roma: “Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi (cioè la vostra esistenza stessa) come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Lo stesso Paolo, all’inizio della lettera ai Romani dirà di se stesso: “Paolo, servo di Gesù Cristo” (Rm 1,1).
Ecco dunque in che cosa consiste la conversione: comprende una “adesione” nei confronti di Dio; comprende un “distacco” nei confronti degli idoli; e comprende la decisione di amare e servire Dio con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutto se stessi.

Fede, carità, speranza
Quanto alla terza domanda relativa a ciò che qualifica in modo originale e profondo l’intera esistenza cristiana, trovo la risposta di Paolo all’inizio della pagina che stiamo meditando, là dove dice il suo “grazie” dinanzi a Dio nella preghiera. Scrive: “Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo”.
Con questo triplice riferimento Paolo riassume, già nella prima pagina della sua prima lettera, l’esistenza cristiana. Come scrive l’autore già citato, “sono i doni dello Spirito Santo e accettandoli, conservandoli, dandone prova, il cristiano si rivela cristiano”. Che cos’è “l’impegno nella fede”? Paolo “intende dire che la fede dei Tessalonicesi è diventata efficace annuncio di fede. è la loro fede «missionaria»”. Che cos’è “l’operosità nella carità”? Paolo “non allude solo alla fatica di coloro che nella comunità hanno incarichi particolari”, ma anche allo spirito di servizio di tutti i membri della comunità”. Che cos’è “la costante speranza”? “È quella che contraddistingue la condizione cristiana della fede, e precisamente la «speranza nel nostro Signore Gesù Cristo”. Questa speranza genera la capacità di affrontare con fermezza le tribolazioni (in particolare, la persecuzione)”. Poiché nella comunità di Tessalonica “fede, amore, speranza sono vivi nel senso che hanno dato frutto nell’opera della predicazione”, Paolo ha motivo di far salire all’orecchio di Dio, nella preghiera il suo ringraziamento (cfr. Schlier, p. 25).

Meditatio
a) Di fronte a una Chiesa missionaria
La comunità di Tessalonica appare con evidenza come espressione di una Chiesa missionaria. Propone anche a noi di esserlo. In particolare quei cristiani (e anzitutto Paolo, Silvano e Timoteo) si rivolgono a voi giovani e vi incitano ad essere una presenza missionaria tra i vostri coetanei. Diceva Giovanni Paolo II: “Non è tempo di vergognarsi del Vangelo; è tempo di predicarlo sui tetti”. Questa veglia è un invito che attende la risposta.
b) Di fronte a una Chiesa che vive in una città moderna
La condizione concreta dei cristiani di Tessalonica appare molto moderna: multiculturale e multi religiosa. Non era certamente facile diventare cristiani, né rimanere fedeli al Signore. Doveva affrontare anche la persecuzione. Quei cristiani si rivolgono a voi giovani per dirvi di non avere paura degli ostacoli che trovate sulla strada del cammino della fede; nemmeno di qualche forma di persecuzione. E vi ricordano un segreto molto importante, già indicato da Gesù ai suoi discepoli: “Riceverete forza dallo Spirito Santo e sarete testimoni di me fino ai confini del mondo”. Vita di preghiera, ascolto della Parola di Dio, partecipazione ai Sacramenti: ecco dove si attinge luce e forza per essere credenti nel secolo XXI, anche da parte di voi giovani. Questa veglia è un invito a verificare se poggiamo la nostra vita personale e quella dei nostri gruppi di adolescenti e giovani sulla potenza dello Spirito Santo o semplicemente sulle forze umane.
c) Di fronte a una Chiesa che mette Dio al primo posto
Gli idoli c’erano già allora e ci sono anche oggi. Sono quelle realtà che pretendono di occupare nella nostra vita il posto di Dio. L’apostolo Paolo vuole trasmettere a noi quel che ha cercato di trasmettere ai Tessalonicesi. Era qualcosa che partiva dal profondo. Come ha detto Benedetto XVI, “ciò che lo motivava nel più profondo era l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore”. Ha scritto ai Galati: “Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). “Tutto ciò che Paolo fa – nota ancora il Papa –, parte da questo centro. La sua fede è l’esperienza di essere amato da Gesù Cristo in modo del tutto personale: è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come risorto, lo ama tuttora”. Egli è colpito “dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fino nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria. È l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore. E così, questa fede è amore per Gesù Cristo” (Omilia del 28 giugno 2008). È questo amore di Gesù e per Gesù quello che libera il campo della nostra vita dall’invasione distruttiva degli idoli, quelli antichi e quelli di oggi.
Questa veglia è tempo nel quale chiedere, per ciascuno di noi, di conoscere l’amore di Cristo ed è tempo per rispondere al Signore Gesù Cristo dal profondo del nostro cuore. Signore, sii tu il primo e l’ultimo, l’alfa e l’omega, la gioia del mio cuore, la luce della mia anima, la via, la verità, la vita.

(Teologo Borèl) Aprile 2009 – autore: mons. Renato Corti

Publié dans:Lettera ai Tessalonicesi - prima |on 24 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

26 OTTOBRE 2014 | 30A DOMENICA A – « DA QUESTI DUE COMANDAMENTI DIPENDE TUTTA LA LEGGE E I PROFETI »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/30a-Domenica-A/12-30a-Domenica-A-2014-SC.htm

26 OTTOBRE 2014 | 30A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« DA QUESTI DUE COMANDAMENTI DIPENDE TUTTA LA LEGGE E I PROFETI »

La Liturgia odierna contiene la celebrazione più alta dell’amore di Dio, che deve essere posto al vertice della scala dei valori e deve essere amato « con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente » (cf Mt 22,37), cioè con la totalità del proprio essere, precisamente perché lui soltanto è la « fonte » del nostro esistere sia come uomini che come cristiani.
Però, nello stesso tempo, essa esalta l’amore del prossimo quale contrassegno e verifica dell’amore verso Dio, facendo così dell’uomo come un « riflesso » della grandezza di Dio: per il cristiano, Dio e l’uomo sono due realtà « indissociabili » fra di loro, perché l’una rimanda necessariamente all’altra.
Per cui cade l’assurda accusa, che soprattutto la cultura materialistica dei nostri tempi ha rivolto al cristianesimo, di « alienare » l’uomo predicandogli Dio e le sue esigenze morali e spirituali. Basterebbe rileggere alcune affermazioni di Feuerbach, per rendersi conto di certi infantilismi culturali: « Per arricchire Dio, l’uomo deve impoverirsi; affinché Dio sia tutto, l’uomo deve essere nulla… Dio è l’auto-compiacimento dell’egoismo, invidioso di ciò che è altro da lui ».1
Gesù, invece, insegna che il comandamento di amare il prossimo « come se stessi » è « simile » al primo comandamento: il che equivale a dire che l’amore di Dio e del prossimo sono come due facce di una stessa medaglia.
Dio non « impoverisce » l’uomo, ma lo esalta fino al punto da farne come « l’immagine » di se stesso.
« Maestro, qual è il più grande comandamento della legge? »
Incominciamo dunque dal brano del Vangelo (Mt 22,34-40), che rappresenta davvero uno dei punti essenziali e più qualificanti di tutto il messaggio cristiano. In pochissime, ma dense espressioni, Gesù riesce a sintetizzare tutta la novità e la originalità della sua rivelazione.
Il brano è riportato da tutti e tre i Sinottici, ma non allo stesso modo. In Luca (10,25-28) è inserito nell’ampia sezione del famoso « viaggio » di Gesù verso Gerusalemme (9,51-19,28), prima e fuori del contesto delle « controversie » gerosolimitane, e serve da introduzione alla parabola del buon Samaritano. In Marco (12,28-34), invece, il contesto è simile a quello di Matteo: però vi è assente ogni punta polemica. Infatti, al termine, lo scriba che lo aveva interrogato loderà Gesù per la risposta: « Hai detto bene, Maestro » (12,32); e Gesù, a sua volta, gli dirà: « Non sei lontano dal regno di Dio » (12,34).
In Matteo, come abbiamo già accennato, il brano si trova nel contesto delle accese « controversie » gerosolimitane (22,15-46) ed è carico di tensione polemica, come risulta dalla formula introduttoria che non si trova negli altri Sinottici: « Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro… lo interrogò per metterlo alla prova » (vv. 34-35). La cosa più strana e paradossale è che i farisei si avvicinano a Gesù pieni di livore e tuttavia, per camuffare le loro intenzioni rancorose, fingono di essere interessati a una discettazione sull’amore!
A prescindere però da questa interiore contraddizione, c’è da chiedersi perché i farisei vedessero una possibilità di « tranello » nel porre a Cristo una domanda del genere: « Maestro, qual è il più grande comandamento della legge? » (v. 36). A tale domanda, infatti, qualsiasi buon Ebreo non avrebbe risposto se non rifacendosi alle solenni parole con cui inizia la famosa preghiera dello Shemà’:2 « Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze » (Dt 6,4-5). È il compendio di tutta la fede e di tutta la pietà giudaica, da sempre. Tant’è vero che in Luca è il dottore stesso della legge a dare la risposta (10,27), e Gesù lo approva in pieno.
Dov’è allora la « insidiosità » della domanda? A mio parere, essa consiste precisamente nel sospetto che gli Ebrei dovevano nutrire nei riguardi di Gesù che, presentandosi come « Figlio di Dio » (si pensi solo alle parabole dei vignaioli omicidi e del banchetto nuziale, immediatamente precedenti), ponesse anche se stesso « al posto » di Dio, sovvertendo così radicalmente il primo comandamento.
« Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore… »
Gesù, invece, lasciando impregiudicata la questione che lo riguardava, afferma l’assoluta priorità dell’amore di Dio su tutti gli altri comandamenti, con le parole stesse del Deuteronomio: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente » (Mt 22,37). E aggiunge quasi a suggello: « Questo è il primo dei comandamenti » (v. 38).
Gesù, dunque, non rifiuta o altera la « legge » di Mosè, ma la ribadisce e le dà maggior vigore. E questo soprattutto con la testimonianza della propria vita, quale risulterà in modo speciale dalla sua morte di croce, che egli accetta come atto di « obbedienza » verso il Padre (cf Fil 2,8).
A questa testimonianza di Gesù, che « radicalizza » ancora di più le esigenze dell’amore verso Dio sopra ogni cosa, rimanda la bellissima antifona alla Comunione: « Cristo ci ha amati: per noi ha sacrificato se stesso, offrendosi a Dio in sacrificio di soave profumo » (Ef 5,2). Anche nella seconda lettura, Paolo ricorda ai Tessalonicesi che essi si sono « convertiti » dagli idoli « per servire al Dio vivo e vero » (1 Ts 1,2).
È certo, quindi, che questo comandamento nella sua radicalità « totalizzante » è più chiaro per noi, discepoli del Nuovo Testamento, che non per gli Ebrei. Non è detto, però, che sia più facile!
« Finché siamo pellegrini, non possediamo mai questo amore. Chi può dire, infatti, di amare Dio e il prossimo con tutto il cuore? I moralisti, è vero, fanno al proposito sottili distinzioni, per riuscire a concludere che si possa sin d’ora, in un determinato momento della esistenza ancora in via di maturazione, amare Dio come l’Evangelo esige: con tutto il cuore. Ma, comunque siano da giudicare queste distinzioni, la morale integrale, d’impostazione molto oggettiva, non può non ammettere che non vi sarebbe più affatto amore là ove taluno si rifiutasse, per principio e in seguito a riflessione, d’essere pronto e di aspirare ad amare Dio più di quanto faccia in quel momento. I moralisti esprimono per lo più questa ammissione dicendo oggi abbastanza comunemente che l’aspirazione alla perfezione è un dovere assoluto imposto ad ogni uomo, e non solo a determinate categorie… E che cosa è dunque il rigoroso dovere di aspirare alla perfezione, se non il dovere di un amore più grande di quello che in effetti già si possiede? Che cosa, se non l’ammissione che possediamo l’amore che ora dobbiamo possedere solo ammettendo di non possedere ancora quello che è un obbligo rigoroso? ».3
« Amerai il prossimo tuo come te stesso »
Però l’originalità della risposta di Gesù non sta tanto nella riaffermata priorità dell’amore di Dio su tutte le cose, quanto nell’avergli messo accanto, per un’intrinseca « affinità », l’amore del prossimo: « Il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso » (v. 39). Qui certamente Gesù si rifà al Levitico 19,18, allargandone però il significato ed estendendolo ad ogni uomo, e non soltanto al proprio connazionale come era per gli Ebrei.
Gesù mantiene la scala dei valori: c’è un « primo » comandamento, che è anche « il più grande » di tutti, ed è quello che prescrive l’amore di Dio sopra ogni cosa; e c’è un « secondo » comandamento, che impone l’amore verso ogni uomo, fosse pure il proprio nemico (cf Mt 5,43-48). Però, nello stesso tempo, tende a bloccare quasi in unità i due comandamenti per un « intrinseco » rapporto di « complementarità » e di convergenza.
Perché questa « complementarità » dei due comandamenti? Credo che nella prospettiva di Gesù il motivo sia duplice. Primo, non si può amare veramente Dio se non amando ciò che egli ama: ora, afferma la tradizione biblica, l’uomo è stato fatto « a immagine e somiglianza » di Dio (cf Gn 1,26-27) e in esso più che in qualsiasi opera della creazione egli si è compiaciuto (cf Gn 1,31). Secondo, dopo l’Incarnazione, « l’immagine » di Dio nel volto e nel cuore dell’uomo si è anche più approfondita: in Cristo, l’uomo si è talmente avvicinato a Dio da diventargli « figlio », da immergersi nel flusso stesso del mistero trinitario.
Come non amare allora l’uomo di un amore « simile », della stessa struttura cioè, anche se non identico, a quello con cui amiamo Dio?
Tanto più che, normalmente, il nostro itinerario verso Dio incomincia proprio dal nostro incontro con i fratelli. Per questo san Giovanni ci ammonisce molto saggiamente: « Se uno dicesse: « Io amo Dio », e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: Chi ama Dio, ami anche il suo fratello » (1 Gv 4,20-21; cf anche Gv 14,15.21; 15,17).
Significativa poi è la conclusione di tutto il brano, esclusiva di Matteo: « Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti » (v. 40). Essa ribadisce non solo l’unità e l’omogeneità dei due precetti, ma afferma anche che in essi si ha come la « sintesi » di tutta la rivelazione: Legge e Profeti. Una « sintesi » che, però, adesso spetta ai discepoli di Cristo di rendere viva e operante nella propria vita.
« Non molesterai il forestiero né lo opprimerai »
La prima lettura, ripresa dal così detto « codice dell’Alleanza » (Es 20,22-26; cc. 21-23), ci fa vedere come già l’Antico Testamento sentisse fortissima l’esigenza dell’amore del prossimo, soprattutto quello più bisognoso (il forestiero, l’orfano, la vedova, ecc.), quale necessaria manifestazione della « fedeltà » a Dio che ha « liberato » Israele dalla schiavitù egiziana (Es 22,20-26).
Quello che caratterizza tutte queste prescrizioni non è tanto e solo lo spirito « umanitario », che già ci sorprende se pensiamo alla durezza dei costumi di quei tempi e di quegli ambienti sociali, quanto piuttosto la loro ispirazione religiosa: se non sono gli Israeliti ad ascoltare il grido dei loro fratelli bisognosi, sarà Dio stesso ad « ascoltarli », perché lui è « pietoso » (v. 26).
Quasi a dire che ciò che di bene o di male viene fatto ai fratelli, viene fatto a lui stesso (cf Mt 25), che punirà severamente coloro che mancano al dovere della carità: « Se tu lo maltratti (l’orfano), quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada… » (vv. 22-23). Siamo già sulla via del Vangelo, anche se non si è ancora giunti alla sua perfezione.
Un « umanesimo », come si vede, nettamente « teocentrico » che noi cristiani dobbiamo saper ricuperare, fuggendo la tentazione tipicamente moderna della « umanicistizzazione » a tutti i costi del Vangelo, mettendo in parentesi il discorso su Dio. L’amore all’uomo, invece, per noi nasce dall’amore di Dio: quanto più grande sarà questo, tanto più generoso e impegnativo sarà anche il servizio che sapremo rendere ai nostri fratelli, credenti o non credenti che siano.
Non è vero perciò, come qualcuno ha detto, che « se Dio esiste, l’uomo è nulla » (J.P. Sartre); è piuttosto vero che se non riscopriamo Dio e non gli restituiamo il « primo » posto nella vita privata e in quella sociale, l’uomo da solo si vanifica, o diviene schiavo degli altri uomini e perfino delle cose costruite dalle sue stesse mani.
Di qui l’urgenza, per tutti noi, di rifare la « sintesi » dei due comandamenti come ci ha insegnato Gesù: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso » (Mt 22,37.39).

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 octobre, 2014 |Pas de commentaires »
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