1 NOVEMBRE FESTA DI TUTTI I SANTI – OMELIA : « DOPO CIÒ APPARVE UNA MOLTITUDINE IMMENSA CHE NESSUNO POTEVA CONTARE… »

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1 NOVEMBRE 2014 | 30A / FESTA: TUTTI I SANTI A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« DOPO CIÒ APPARVE UNA MOLTITUDINE IMMENSA CHE NESSUNO POTEVA CONTARE… »

C’è una sola tristezza al mondo, « quella di non essere santi » (Léon Bloy, La femme pauvre). Se questo è vero, è altrettanto vero che la festa di oggi è fatta apposta per fugare tale tristezza, mostrandoci appunto come tanti nostri fratelli e tante nostre sorelle la santità l’hanno raggiunta. E se loro questo itinerario l’hanno percorso, perché non potremmo e non dovremmo percorrerlo anche noi?
La tristezza allora diventa gioia, esaltazione dello spirito, fiducia nell’amore benevolente del Padre, impegno generoso di fedeltà a Cristo, volontà di imitazione, sicurezza di aiuto e di intercessione non di uno solo ma di « tutti i Santi », piccoli e grandi, di ieri e di oggi, perché anche noi realizziamo fino in fondo il « disegno » di Dio sulla nostra vita. Perché, in realtà, questa è la « santità »: permettere a Dio di portare a compimento in noi il suo progetto di amore.
Una festa, dunque, quella di oggi, dai molti significati: un richiamo pressante alla santità, un invito alla gioia come per una festa di famiglia, una nostalgia verso la città celeste, un bisogno di supplica presso chi può aiutarci a raggiungere la mèta altissima della nostra assimilazione a Cristo, un desiderio di contemplare e di imitare dei « modelli » in cui Dio stesso sembra essersi rispecchiato ed anche compiaciuto.
È quanto, almeno in parte, mette in evidenza il bellissimo Prefazio odierno: « Oggi ci dài la gioia di contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi nostri membri eletti della Chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita ».
Anche la orazione dopo la comunione riecheggia tutti questi motivi, collegandoli con il mistero dell’Eucaristia quale « fonte » di ogni santità: « O Padre, unica fonte di ogni santità, mirabile in tutti i tuoi santi, fa’ che raggiungiamo anche noi la pienezza del tuo amore, per passare da questa mensa eucaristica, che ci sostiene nel pellegrinaggio terreno, al festoso banchetto del cielo ».

« Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo »
Particolarmente significative sono poi le letture bibliche, che chiariscono ciascuna aspetti, contenuti, motivazioni e anche itinerari della santità.
Prendiamo, ad esempio, la prima lettura, che costituisce l’intermezzo della sezione così detta dei « sette sigilli », la quale dà come l’avvio a tutto il dramma divino-umano, storico ed escatologico, nello stesso tempo, descrittoci dall’Apocalisse. Prima che l’Agnello « immolato » apra l’ultimo sigillo, simbolo della collera e della « giustizia » di Dio, vincitore e dominatore della storia, vengono « segnati » gli eletti, i « servi » del Signore, coloro che otterranno in maniera definitiva la « salvezza ».
È San Giovanni che ci descrive in prima persona la grande visione: « Vidi allora un angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: « Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi ». Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila da ogni tribù dei figli di Israele » (Ap 7,2-4).
Il « sigillo » sta ad esprimere la speciale appartenenza a Dio dell’Israele ideale, composto dai numerosi membri delle dodici tribù: il numero 144.000, infatti, si ottiene moltiplicando « dodici », elevato al quadrato, per mille. Dunque un numero immenso di « eletti » facenti parte ormai della Chiesa, nuovo Israele, che Dio preserverà dalla perdizione ultima, di cui gli esecutori saranno i suoi « angeli ».
Questo numero, già così grande, si infittisce ancora nella visione successiva di Giovanni: « Dopo ciò apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce: « La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello »" (vv. 9-10).
Le « palme » sono segno di trionfo dopo una grande « lotta »: quella lotta, che verrà evocata esplicitamenle verso la fine della visione, quando uno dei 24 vegliardi, che circondano il trono dell’Altissimo, domanderà all’Evangelista: «  »Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono? ». Gli risposi: « Signore mio, tu lo sai ». E lui: « Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello »" (vv. 13-14).
In questa visione fantastica, così ricca di simboli e di allegorie, mi sembra che siano individuabili alcuni « elementi » rappresentativi e costitutivi della santità.
Prima di tutto, essa non è il risultato dei soli sforzi umani, sia pur nobili e generosi. È Dio che la dona e la porta a maturazione per mezzo di Cristo, come una manifestazione gratuita della sua bontà e del suo amore. È per questo che la moltitudine immensa dei salvati grida con voce possente: « La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello » (v. 10). E ad essa fanno coro gli angeli, i vegliardi e i quattro esseri viventi: « Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen! » (v. 12). E del resto, il « sigillo » impresso sui salvati, per preservarli dalla grande « devastazione », sta a dire in forma anche più plastica che la salvezza è opera esclusiva dell’Altissimo, come già abbiamo accennato.
La via, però, attraverso la quale passa la salvezza, non è facile: è la via della « grande tribolazione » (v. 14), che non designa soltanto la « persecuzione », ma tutte le prove che i fedeli devono affrontare per entrare nel regno. La santità vera è sempre una forma di martirio!
Per questo uno dei vegliardi risponde che i redenti « hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello » (v. 14). Il « sangue » sta a rappresentare l’efficacia della « morte » di Gesù, che ogni cristiano deve « portare » e come riprodurre nel proprio corpo, per essere degno del suo Maestro. E questa è la parte che tutti noi dobbiamo saper mettere nell’opera della santità: in questa neppure Dio può sostituirsi a noi!

« Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio »
La seconda lettura, ripresa dalla prima lettera di Giovanni (3,1-3), ci insegna che la santità non è una realtà da attendere per la fine della vita, quasi che essa rappresenti un traguardo sempre al di là di noi. È vero anche questo: e ciò crea un continuo « dinamismo » nel nostro vivere cristiano, che non ci lascia mai tregua.
Ma se fosse solo questo, la santità sarebbe più frutto dei nostri sforzi, che non « dono » dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, come abbiamo detto sopra. Essa è piuttosto una realtà già presente ed operante nella nostra vita, nella nostra mente, nel nostro cuore, nel nostro stesso corpo, perché si identifica con il fatto di essere noi, fin dal presente, « figli di Dio ».
È l’annunzio giubilante che ci dà San Giovanni nei brevi, ma stupendi versetti della Liturgia odierna: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!… » (1 Gv 3,1).
Per San Giovanni, dunque, la nostra santità si identifica con la stessa « filiazione » divina, che è una realtà già presente ed operante, anche se in continuo sviluppo. Più che dalla immagine di un traguardo perciò essa può essere rappresentata dalla immagine della vita, o, se si vuole, del « seme »: qualcosa che già è, ma, nello stesso tempo, deve ancora crescere, dilatarsi, arricchirsi, maturarsi.
E questo è collegato con il pieno rivelarsi di Dio: « Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è » (v. 2). D’altra parte, Dio ci si svelerà nella misura in cui noi ci saremo resi sempre più « somiglianti » a lui.
La santità è un reciproco « rincorrersi » di Dio e dell’uomo per rendere sempre più trasparente la presenza del divino nella nostra vita. Proprio per questo essa è un impegno di sempre, e non il fortunato accadere di certi gesti eroici durante l’arco della nostra esistenza. Mi sembra che sia questo il significato delle ultime parole dell’Apostolo: « Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso come egli è puro » (v. 3).

« Beati i poveri in spirito… »
Un discorso anche più lungo dovremmo farlo sulla bellissima pagina del Vangelo di Matteo, che ci ripropone lo stupefacente annuncio delle « beatitudini ». Ma non ne abbiamo più il tempo e, d’altra parte, l’abbiamo già commentato (4ª Domenica del Tempo Ordinario A). Ci preme piuttosto di cogliere alcune indicazioni di un « itinerario » di santità, che qui è ridotto alle cose veramente essenziali.
E prima di tutto questa: la santità si realizza soltanto là dove l’uomo non ha nulla da far valere davanti a Dio, se non la propria debolezza e l’estremo « bisogno » che ha di lui. È questo il significato fondamentale di tutte e nove le « beatitudini » riportateci da San Matteo (le ultime due, però, sono parzialmente identiche).
Ad esempio, « i poveri in spirito » non solo non confidano nelle ricchezze, ma neppure in se stessi, nelle loro capacità, nella loro intelligenza e neppure nella loro bontà; i « miti » non cercano di far valere i loro diritti con la prepotenza o con la forza; gli « operatori di pace » non la costruiscono con la guerra, ma con la benevolenza, l’amore e il perdono; i « perseguitati per causa della giustizia » affidano soltanto a Dio la difesa della loro innocenza.
Questo affidarsi totalmente a Dio è espresso soprattutto nella quarta beatitudine: « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati » (v. 6). Non basta « desiderare » il regno di Dio e la sua giustizia, bisogna addirittura « averne fame e sete », cioè sentirne il bisogno vitale. Come senza cibo l’uomo muore, così senza la « ricerca » ansiosa e spasimante di Dio egli è nella delusione e nella tristezza, e non può realizzarsi neppure come uomo. È per questo che gli unici uomini « veri » sono i santi!
Una seconda indicazione la cercherei in quest’alternarsi di tempo presente e di tempo futuro per esprimere le diverse motivazioni della « beatitudine », che fondamentalmente è unica, ed è la « gioia » di sapersi protetti e come vigilati dal Signore: « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli; beati gli afflitti, perché saranno consolati… ».
Non è priva di significato questa variazione grammaticale: essa sta a dire che la santità, pur attendendo il premio « futuro », è già premio a se stessa. È rinunciando a me stesso e ad ogni desiderio di ricchezza, che già possiedo « il regno dei cieli »: anzi, esso sta proprio in questa rinuncia! Se gli uomini vivessero lo spirito delle « beatitudini », il mondo già sarebbe diventato un « paradiso », cioè la patria dei santi.

La « universale » vocazione alla santità
Un’ultima segnalazione, infine, vorrei fare: dal testo di Matteo è chiaro che Gesù propone l’ideale delle beatitudini, cioè l’ideale della santità, a tutti i suoi discepoli indistintamente: « Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna… Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo… » (Mt 5,1-2).
Anche se nella Chiesa c’è diversità di compiti e di missione, c’è però « identica » chiamata alla santità. A ragione perciò il Concilio Vaticano II dedica l’intero capitolo V della Costituzione Lumen Gentium a trattare della « universale vocazione alla santità nella Chiesa »: « Tutti i fedeli quindi sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato. Perciò tutti si sforzino di rettamente dirigere i propri affetti, affinché dall’uso delle cose di questo mondo e dall’attaccamento alle ricchezze, contrariamente allo spirito della povertà evangelica, non siano impediti di tendere alla carità perfetta; ammonisce infatti l’Apostolo: « Quelli che si servono di questo mondo, lo facciano come se non ne godessero; poiché passa la scena di questo mondo » (cf 1 Cor 7,31) ».
È quello che diceva in altre e più sferzanti parole un grintoso nostro grande scrittore nella prefazione ad un arditissimo libro, uscito postumo a 21 anni dalla morte (1956): « Questo libro è il poema dell’occhio chiaro e della speranza disperata. Far manifesto che tutti siamo bestie e colpevoli, ma nello stesso tempo che c’è in ognuno di noi un genio intristito, un santo soffocato, un angelo prigioniero e che da noi soltanto dipende risuscitarli e liberarli ».

Da: CIPRIANI S.

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