CHIESA COME CORPO E CHIESA COME SPOSA NELLE LETTERE DI PAOLO AI CORINZI (Pdf)

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CHIESA COME CORPO E CHIESA COME SPOSA NELLE LETTERE DI PAOLO AI CORINZI (Pdf)

Il tema della Chiesa corpo di Cristo secondo l’apostolo Paolo è stato abbondantemente studiato. Assai meno copiosa è la letteratura, sia esegetica che teologica, sulla Chiesa come sposa di Cristo secondo il medesimo apostolo. La simbolica1 del corpo e la simbolica della sposa non sono quasi mai, a mia conoscenza, state poste in relazione. Il mio proposito nella presente comunicazione è precisamente di indagare i rapporti che intercorrono, se davvero intercorrono, nel linguaggio di
Paolo tra le simboliche corporale e sponsale applicate alla realtà della Chiesa. La tesi che sto per esporre poggia essenzialmente sull’esegesi di un passo della prima lettera ai Corinzi: 1 Cor 6,12-20. Il passo è obiettivamente difficile, e la sua esegesi controversa, come spesso accade con le parole di Paolo, che tra tutti i carismi non possedeva quello della chiarezza. La mia esegesi non è che un tentativo, che mi auguro non appaia del tutto privo di fondamento.
Un’osservazione preliminare. Il fatto che i cristiani siano membra (e quindi collettivamente corpo) di Cristo è nella prima lettera ai Corinzi introdotto nel seguente modo:
Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? (1 Cor 6,15)
La frase è un’interrogativa retorica di senso positivo: non sapete? = certamente sapete. L’apostolo fa dunque appello a qualcosa che i Corinzi conoscono già. L’idea della comunità come corpo di Cristo non era per loro una cosa nuova: Paolo ne aveva evidentemente parlato nel corso del suo primo soggiorno a Corinto, o eventualmente in qualche lettera successiva che non ci è stata conservata. Il tema era dunque per lui abbastanza importante perchè lo includesse nel suo insegnamento come fondatore di comunità. Non è un tema secondario od occasionale.
Altre due volte nella prima lettera ai Corinzi i cristiani sono detti costituire un corpo. La prima volta nel contesto di un’esortazione a fuggire l’idolatria: Paolo dichiara che i cristiani, poiché mangiano di un solo pane, sono un solo corpo pur essendo molti (cfr. 1 Cor 10,17). La seconda volta il contesto è quello dei vari carismi esistenti nella comunità di Corinto. Qui l’apostolo parla del corpo in quanto costituito da una molteplicità di membra tra di loro interdipendenti; analogamente la comunità è costituita da una molteplicità di persone che non svolgono tutte la medesima funzione, ma hanno tutte bisogno le une delle altre (cfr. 1 Cor 12,12-30). Nel primo caso l’accento cade sul fatto che le molte membra formano un’unità, nel secondo piuttosto sul fatto che la differenza di funzione delle parti non lede in alcun modo l’unità del tutto. Ciò che del fenomeno empirico noto come “corpo umano” è simbolicamente utilizzato è la relazione tra le membra che lo compongono.
tutte bisogno le une delle altre (cfr. 1 Cor 12,12-30). Nel primo caso l’accento cade sul fatto che le molte membra formano un’unità, nel secondo piuttosto sul fatto che la differenza di funzione delle parti non lede in alcun modo l’unità del tutto. Ciò che del fenomeno empirico noto come “corpo umano” è simbolicamente utilizzato è la relazione tra le membra che lo compongono.2 Di una sposa di Cristo l’apostolo Paolo parla non nella prima, ma nella seconda lettera ai Corinzi. Riporto il versetto come appare nella nuova Bibbia CEI: Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina: vi ho promessi infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta. (2 Cor 11,2) Dal contesto si evince che Paolo è preoccupato che la comunità di Corinto presti orecchio a persone che predicano un Gesù diverso da quello che ha predicato lui. Di queste persone non fa il nome, tacciandoli di “falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo” (2 Cor 12,13). L’accettazione di un vangelo diverso dal suo è da lui rappresentata come un atto di violazione della fedeltà coniugale da parte di una figlia che il padre ha concesso in matrimonio ad un determinato uomo. L’obbligo di fedeltà non scattava infatti per le ragazze dal giorno delle nozze, ma dal giorno in cui erano date in matrimonio. Compito e responsabilità del padre era di consegnare la figlia al marito in stato di verginità.3 L’apostolo parla qui come un padre,4 geloso custode della castità della figlia e attivamente impegnato a tenere lontano da lei ogni altro pretendente. Il matrimonio è qui utilizzato come paradigma di appartenenza esclusiva. In tale funzione era già stato utilizzato dai profeti Osea, Geremia ed Ezechiele. Nel diritto dell’antico Israele, e non solo di Israele, il matrimonio comportava infatti l’obbligo per la moglie di riservare in esclusiva al marito l’uso del proprio corpo.5 Precisamente per questa sua caratteristica esso si prestava eccellentemente a rappresentare la relazione tra il Signore e il suo popolo, che secondo questi profeti comportava anch’essa l’obbligo di appartenenza esclusiva da parte del popolo, tale da permettere loro di bollare come adulterio il culto prestato ad altre divinità. Per l’apostolo Paolo pure la Chiesa è tenuta ad un’appartenenza assolutamente esclusiva a colui che ha verso di lei gli stessi diritti che il Signore ha nei confronti di Israele. E’ vero che i profeti rappresentano Israele come una moglie convivente con il marito, mentre l’apostolo rappresenta la Chiesa come una già sposata ma non ancora convivente: simbolicamente ciò non ha tuttavia importanza, dato che, come abbiamo detto, la donna era tenuta alla fedeltà da quando era stata concessa in matrimonio, senza attendere il momento del suo ingresso nella casa del marito. La simbolica sponsale, come è qui impiegata da Paolo, è infatti una simbolica essenzialmente giuridica, non certo sentimentale-affettiva. Da un altro punto di vista la differenza è invece importante, in quanto introduce l’elemento dell’attesa dell’evento dell’unione con Cristo, bollare come adulterio il culto prestato ad altre divinità. Per l’apostolo Paolo pure la Chiesa è tenuta ad un’appartenenza assolutamente esclusiva a colui che ha verso di lei gli stessi diritti che il Signore ha nei confronti di Israele. E’ vero che i profeti rappresentano Israele come una moglie convivente con il marito, mentre l’apostolo rappresenta la Chiesa come una già sposata ma non ancora convivente: simbolicamente ciò non ha tuttavia importanza, dato che, come abbiamo detto, la donna era tenuta alla fedeltà da quando era stata concessa in matrimonio, senza attendere il momento del suo ingresso nella casa del marito. La simbolica sponsale, come è qui impiegata da Paolo, è infatti una simbolica essenzialmente giuridica, non certo sentimentale-affettiva. Da un altro punto di vista la differenza è invece importante, in quanto introduce l’elemento dell’attesa dell’evento dell’unione con Cristo,6 rappresentata, come nel vangelo di Matteo, 7 come unione dello sposo con la sua sposa. L’intervallo di tempo che separa la stipulazione giuridica (gli sponsali) dall’inizio della convivenza (le nozze) si presta eccellentemente a rappresentare il tempo della Chiesa, già sposata ma non ancora dimorante in casa del suo Signore.
Alla luce di queste premesse passiamo ad esaminare 1 Cor 6,12-20. Il suo contenuto tematico di fondo è sinteticamente espresso dal comando con cui si apre il v. 18:
Fuggite la fornicazione. (1 Cor 6,18)
La nuova Bibbia CEI traduce: “state lontani dall’impurità”. Io preferisco usare il termine italiano “fornicazione”, semanticamente più vicino al greco porneía. La maggior parte dei commentatori ritiene che qui l’apostolo si riferisca alla frequentazione di prostitute.8 Vorrei però ricordare che nel capitolo precedente della stessa lettera Paolo aveva preso posizione in merito ad un caso che si era verificato nella comunità di Corinto, di uno che, presumibilmente dopo la morte del padre, aveva preso in moglie la sua matrigna;9 unione che l’apostolo aveva designato proprio con il termine
porneía (cfr. 1 Cor 5,1), decretando che questo tale10 fosse espulso dalla comunità, della quale non hanno diritto di fare parte i pórnoi, ovvero coloro che intrattengono una relazione matrimoniale contraria alla volontà di Dio. L’uso di questa terminologia ha intento manifestamente cacofemistico: il matrimonio è una realtà santa,11 l’unione con una donna che Dio ha proibito di sposare non è cosa diversa dall’unione con una prostituta, e merita di essere chiamata fornicazione.12 Di per sé è perfettamente plausibile che Paolo, dopo essere intervenuto sul caso dell’uomo che viveva con la matrigna, passi ad occuparsi di un altro abuso che si commetteva nella comunità di Corinto, vale a ire la frequentazione di prostitute, che in quella città sicuramente non mancavano. Io ritengo tuttavia più probabile che egli torni sull’argomento precedentemente trattato, quello dell’unione illegittima, per spiegare più compiutamente le ragioni biblico-teologiche della decisione disciplinare da lui imposta alla comunità. 13 In ogni caso, che la porneía di 1 Cor 6 indichi la medesima o una diversa azione che quella di 1 Cor 5, ciò che più conta è l’argomentazione che Paolo impiega per dissuadere i suoi fedeli dal
commetterla. Soffermiamoci su un’affermazione, di importanza capitale: I cibi sono per lo stomaco e lo stomaco per i cibi … Il corpo non è per la fornicazione, ma per il Signore, e il Signore per il corpo. (1 Cor 6,13)
La nuova Bibbia CEI pone delle virgolette prima e dopo la frase sullo stomaco e i cibi, per fare intendere che si tratta di una citazione.intendere che si tratta di una citazione.14 Paolo riporterebbe qui una frase che veniva spesso ripetuta
a Corinto, a sostegno del principio che è lecito mangiare ogni genere di cibo, senza distinzioni. Paolo la citerebbe per ribattere che il corpo al contrario non è per ogni genere di rapporto sessuale, ma per il Signore. Ma che cosa vorrebbe precisamente dire “il Signore è per il corpo”? Secondo J. Murphy-O’Connor,15 questa frase ha “a purely formal function”, quella di fare da pendant alla precedente “il corpo è per il Signore”. La frase in sè stessa sarebbe dunque priva di senso, e non servirebbe ad altro che a bilanciare il parallelismo cibi-stomaco // corpo-Signore. Mi è difficile accettare l’idea che Paolo dica parole senza senso, unicamente per tenere in piedi una costruzione stilistica. Secondo me, Paolo vuole dire che il corpo e il Signore sono destinati l’uno all’altro come lo sono nel loro ordine i cibi e lo stomaco. I cibi sono fatti per essere mangiati, non per altro; lo stomaco è fatto per digerire i cibi, non per altro. La reciproca destinazione di due realtà periture
serve a illustrare analogicamente la reciproca destinazione di due realtà imperiture, una già risorta (il Signore) e l’altra (il corpo) in attesa di risorgere. Il problema è capire quale corpo. Se Paolo ha in mente soltanto il corpo del singolo individuo,
risulta effettivamente difficile trovare un senso all’affermazione “il Signore è per il corpo”. Paolo potrebbe però avere in mente anche un altro corpo, non individuale ma comunitario, quello di cui parla più avanti, nel versetto sopra citato: “non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?” (1 Cor 6,16). Chi dice membra dice corpo: “membra di Cristo” non è altro che una brachilogia per “membra del corpo di Cristo”. E’ a questo corpo che il Signore è destinato per volontà di Dio a
congiungersi. Non è individualmente che il corpo di un singolo cristiano appartiene al Signore, ma in quanto membro di un corpo più grande. Il senso in cui questo più grande corpo, che è la Chiesa, è “di Cristo” è bene spiegato da C.K. Barrett: “not the body which is Christ, of which Christ consists, but the body that belongs to Christ and over which he rules”.16
In che modo appartiene un corpo? Al tempo di Paolo i modi di appartenenza erano due. Uno è l’acquisto, l’altro la consacrazione sponsale. Il primo è evocato più avanti, alla fine della pericope: “voi non appartenete a voi stessi, infatti siete stati comprati a prezzo” (1 Cor 6,19-20). Comprati va senz’altro inteso nel senso di ricomprati, cioè riscattati. L’altro modo è la relazione matrimoniale, che l’apostolo concepiva come reciproco possesso: “la moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1 Cor 7,4). Ha ragione perciò G. Baldanza, quando scrive: “non è da escludere che Paolo già veda la relazione reciproca tra corpo e Signore e Signore e corpo sotto l’angolazione di un’appartenenza sponsale”.-20). Comprati va senz’altro inteso nel senso di ricomprati, cioè riscattati. L’altro modo è la relazione matrimoniale, che l’apostolo concepiva come reciproco possesso: “la moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1 Cor 7,4). Ha ragione perciò G. Baldanza, quando scrive: “non è da escludere che Paolo già veda la
relazione reciproca tra corpo e Signore e Signore e corpo sotto l’angolazione di un’appartenenza sponsale”.17 Non solo non è da escludere, ma è, secondo me, probabile. I cristiani formano tutti insieme un corpo unico, riservato in esclusiva a Cristo come il corpo della moglie è riservato in esclusiva al marito. Consideriamo in questa prospettiva l’ipotesi che Paolo formula e respinge con orrore: Dovrei forse prendere le membra di Cristo e farne membra di una prostituta? Non sia mai! (1 Cor 6,15)
Abbiamo qui la contrapposizione di due appartenenze, a Cristo e alla prostituta (= qualsiasi donna che non sia la moglie legittima), che secondo l’apostolo si escludono reciprocamente. O uno è unito a Cristo o è unito alla prostituta, tertium non datur. Perché mai? Perchè, spiega Paolo, chi si unisce alla prostituta diventa un solo corpo con lei, mentre chi si unisce con Cristo diventa un solo spirito con lui. Pessima argomentazione, verrebbe da rispondere: se una unione avviene a livello del corpo e l’altra a livello dello spirito, se ne evince che le due possono benissimo coesistere. Se Paolo non trae questa conclusione, vuol dire che per lui corpo e spirito non sono due realtà incomunicanti. Lo spirito di cui egli parla in 1 Cor 6,17 è lo spirito che rende vitale il corpo;18 unione corporale e unione spirituale si toccano, per così dire. Se uno è membro di un corpo che nella sua totalità è consacrato a Cristo, non può unirsi ad un corpo che è al di fuori di questo.19 Se lo fa, il suo corpo personale cessa ipso facto di essere membro del corpo di Cristo. Queste considerazioni mi conducono a suggerire, sia pure con molta esitazione, una nuova (almeno parzialmente) spiegazione di un altro versetto difficile di questa pericope: parzialmente) spiegazione di un altro versetto difficile di questa pericope: Qualsiasi peccato commetta un uomo è fuori dal corpo, colui che commette la fornicazione pecca contro il proprio corpo. (1 Cor 6,18) Gli esegeti hanno sempre trovato difficoltà a spiegare la prima frase: come si può dire che tutti i peccati ad eccezione della fornicazione sono fuori dal corpo? Il peccato di ubriachezza ad esempio, che Paolo menziona espressamente in questa stessa lettera (cfr. 1 Cor 5,11 e 6,10), non si commette anch’esso nel corpo? Una soluzione che è stata proposta è di pensare che l’apostolo non intenda l’eccezione in senso rigoroso:20 egli intenderebbe solo dire che la fornicazione coinvolge il corpo in misura incomparabilmente superiore a tutti gli altri peccati. Diversa la soluzione escogitata da J. Murphy O’Connor, il quale spiega21 la frase in questione come uno slogan dei Corinzi, che si situerebbe nella stessa linea di pensiero di quello sui cibi e lo stomaco: nessun peccato può essere commesso nel corpo. I cristiani di Corinto, o un gruppo di loro, sosterrebbe che le azioni commesse con il corpo, come il mangiare, bere e fare sesso con prostitute, sono moralmente indifferenti. A
loro Paolo ribatterebbe che colui che commette la fornicazione pecca contro il suo corpo. 22 Sulla spiegazione di Murphy-O’Connor emetterò la stessa riserva metodologica di principio del mio collega J.-B. Édart: “le recors à un élément extérieur au texte pour en expliquer une difficulté est toujours très délicat. En effet, construire une preuve conduit généralement à faire en sorte qu’elle soit cohérente avec l’hypothèse soutenue. Déduire de cette cohérence la validité de la solution est alors une tentation où l’on ne peut manquer de tomber”.23 Il rischio di circolarità argomentativa è in effetti forte. Che cosa sappiamo di ciò che pensavano e dicevano i cristiani di Corinto? Io personalmente sono convinto che l’esegesi della prima lettera ai Corinzi abbia sofferto della tendenza a ricostruire più o meno inventivamente le opinioni teologiche dei Corinzi per usarle come chiave interpretativa per comprendere le affermazioni di Paolo. Condivido ad esempio tutti i dubbi di M.D. Goulder sull’esistenza di libertini nella comunità di Corinto. 24 R. Kempthorne ha proposto di intendere il “proprio corpo” di 1 Cor 6,18 come un doppio senso: “he is committing a sin both against the Body of which he is a member, and against his own self by removing himself from the Body”.25 Kempthorne ammette che è difficile dare senso corporativo al “proprio corpo”, che in 1 Cor 7,4 designa inequivocabilmente il corpo individuale, ma fa notare che
nella lettera di papa Clemente ai Corinzi, scritta negli ultimi anni del primo secolo d.C., si incontra l’espressione “il proprio corpo” proprio con senso corporativo. Questo argomento ha molta forza ai miei occhi. La frase di papa Clemente infatti suona: Perché strappiamo e laceriamo le membra di Cristo e ci rivoltiamo contro il proprio corpo, giungendo a tanta
pazzia da dimenticare che siamo membra gli uni degli altri? (1 Clemente 46,7) Qui è evidente che il “proprio corpo” non è il corpo individuale di ogni cristiano, ma il corpo collettivo. Il fatto che nella stessa frase troviamo “le membra di Cristo” e “il proprio corpo” non può essere una coincidenza: Clemente ha in mente la prima lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi, e
precisamente la pericope 6,12-20. Abbiamo dunque una testimonianza del fatto che in epoca molto antica, circa cinquanta anni dopo la lettera dell’apostolo, “il proprio corpo” di 1 Cor 6,18 era compreso in senso ecclesiale-comunitario. Come dovremmo intendere allora la frase precedente sui peccati commessi fuori dal corpo? Ma siamo sicuri che sia detto proprio questo? Rileggiamo 1 Cor 6,18: abbiamo una frase relativa-indefinita (“qualsiasi peccato commetta un uomo”) e una frase reggente (“è fuori del corpo”). Qual è il soggetto di quest’ultima? Non è detto che sia “il peccato”; grammaticalmente potrebbe essere “un uomo”. La frase “un uomo è fuori dal corpo” appare però priva di senso in questo contesto.26
Ma se “corpo” avesse senso ecclesiale-comunitario? Il predicato “è” potrebbe avere il senso di “viene ad essere”, designando lo stato conseguente all’azione, come ai vv. 6 e 17. Chi commette un peccato si trova in stato di separazione dal corpo di Cristo. Naturalmente dovremmo pensare ad un peccato come quelli che Paolo elenca in 1 Cor 5,11 e 6,9-10, a poca distanza dunque dal brano che stiamo esaminando; peccati che situano coloro che li commettono fuori dalla comunità cristiana, e impediscono loro di ereditare il regno di Dio. Rileviamo che in ambedue questi elenchi compare la fornicazione, dalla quale infatti l’apostolo vuole che i Corinzi si tengano lontani. Paolo quindi non intenderebbe opporre tutti gli altri peccati alla fornicazione,27 ma piuttosto includere quest’ultima in una serie più vasta, quasi a difendersi dall’accusa di fare della fornicazione l’unico peccato capitale. Il fornicatore pecca nei confronti del proprio corpo, o meglio contro il proprio corpo. Se tale corpo fosse il corpo del fornicatore stesso, si tratterebbe in un peccato di autolesionismo;fosse il corpo del fornicatore stesso, si tratterebbe in un peccato di autolesionismo;28 se fosse invece il corpo di Cristo, in che modo il fornicatore peccherebbe contro di lui? La risposta a tale domanda mi sembra trovarsi nel v. 15, dove è detto che non deve assolutamente accadere che una delle membra di Cristo diventi membro di una prostituta. Tutti i peccati gravi hanno come effetto di situare chi li commette fuori dal corpo santo di Cristo, ma la fornicazione ne costituirebbe un’offesa più diretta.
Soffermiamoci infine sulla frase finale della pericope:
Glorificate Dio nel vostro corpo. (1 Cor 6,20)
Rileviamo innanzittutto che “glorificate” in greco è un imperativo aoristo, non un imperativo presente come il “fuggite” del v. 18. Non designa quindi propriamente un’azione continuata nel tempo, ma un’azione puntuale. Si tratta di un’iniziativa che i Corinzi devono prendere, non di un comportamento che devono continuare a tenere. Kempthorne29 ha ragione di porre in relazione questa frase con quella che conclude il capitolo precedente: “togliete30 il malvagio di mezzo a voi” (1 Cor 5,3).
“Nel vostro corpo” può intendersi come complemento di luogo o di mezzo. Se di luogo, è evidente il riferimento al versetto precedente, dove è detto che il corpo dei Corinzi è tempio dello Spirito Santo.31 Quale corpo è luogo della glorificazione di Dio? Il corpo personale di ogni singolo cristiano, o il corpo formato da tutti i membri della comunità? Penso si possa rispondere: tutti e due. La Chiesa è infatti un corpo di corpi. Abbiamo qui un’ecclesiologia corporale e sponsale allo stesso
tempo. Se in 1 Cor 10 e 12 la simbolica del corpo è utile all’apostolo per la sua capacità di illustrare efficacemente il legame vitale e l’interdipendenza delle membra, in 1 Cor 6 mi sembra sia impiegata in un’altra chiave. Qui la Chiesa è detta corpo perchè il corpo serve ad appartenere, come soprattutto la relazione coniugale mette in evidenza. La simbolica sponsale da parte sua evoca in primo luogo l’esclusività dell’appartenenza. In 1 Cor 7,2 Paolo raccomanda che “ognuno abbia sua moglie e ognuna suo marito”; non più di una moglie, e non più di un marito: uno e una. Il marito mette a disposizione della moglie il suo corpo, la moglie mette il suo a disposizione del marito: il corpo non è una proprietà privata, di cui uno fa quello che
vuole. Il corpo è strumento di appartenenza, ed è per questa ragione che è mezzo di santificazione. Santità non è infatti ultimamente altro che consacrazione, appartenenza esclusiva. La Chiesa è santa nella misura in cui si riserva in esclusività al suo unico marito, il Cristo, al quale è già sposata e del quale attende la venuta per unirsi a lui compiutamente. 7,2 Paolo raccomanda che “ognuno abbia sua moglie e ognuna suo marito”; non più di una moglie, e non più di un marito: uno e una. Il marito mette a disposizione della moglie il suo corpo, la moglie mette il suo a disposizione del marito: il corpo non è una proprietà privata, di cui uno fa quello che vuole. Il corpo è strumento di appartenenza, ed è per questa ragione che è mezzo di santificazione. Santità non è infatti ultimamente altro che consacrazione, appartenenza esclusiva. La Chiesa è santa
nella misura in cui si riserva in esclusività al suo unico marito, il Cristo, al quale è già sposata e del quale attende la venuta per unirsi a lui compiutamente. In quanto corpo e sposa di Cristo, la Chiesa è chiamata a mantenersi santa, e ciò non può farsi che attraverso la santità dei corpi che la costituiscono. La santità del corpo totale non può non essere pure santità dei singoli corpi che lo compongono. Il motivo ultimo per cui l’unione coniugale di due cristiani deve essere santa (= conforme alla volontà di Dio) è la santità dell’unione che lega Cristo alla Chiesa. Gesù aveva citato Gen 2,24 per insegnare che nessuno ha l’autorità di separare ciò che Dio ha unito; Paolo cita lo stesso passo per insegnare che un uomo non può unirsi con qualsiasi donna gli piaccia.32 Il matrimonio non è un affare privato di due persone, che vivono una storia affettiva più o meno riuscita. Nella visione di Paolo, e più ampiamente della Chiesa apostolica, il matrimonio è invece un affare quanto mai pubblico, o meglio ecclesiale. L’unione coniugale è luogo in cui si manifesta la santità della Chiesa, che è sposa tanto quanto è corpo. 33 Un’ultima osservazione. Per trovare un fondamento biblico alla sacramentalità del matrimonio, i teologi si rivolgono generalmente alla lettera agli Efesini, in particolare a Ef 5,31-32. Io ritengo che anche 1 Cor 6,12-20, se l’interpretazione qui proposta vale qualcosa, possa fornire una buona base biblica per sviluppare la teologia del matrimonio come sacramento.

NOTE
1 Uso il termine nel senso di “insieme di simboli”. 2 La stessa cosa si riscontra in Rm 12,3-8.
3 Si vedano le disposizioni in questa materia della legge deuteronomica (cfr. Dt 22,13-21). 4 Non come un pronubo, come non pochi invece opinano. Sulla paternità di Paolo, vorrei segnalare la tesi dottorale di C. Pellegrino: Paolo, servo di Cristo e padre dei Corinzi. Analisi retorico-letteraria di 1Cor 4, Roma 2006 (Tesi Gregoriana. Serie Teologica 139).
5 Si veda in proposito il fondamentale studio di A. Tosato: Il matrimonio israelitico. Una teoria generale, Roma 1982 (Analecta biblica 100).
6 Segnalo l’articolo di R. Infante: «Immagine nuziale e tensione escatologica nel Nuovo Testamento. Note a 2 Cor 11,2 e Eph 5,25-27», Rivista biblica 33 (1985), 46-61.
7 Nella parabola delle nozze del figlio del re (Mt 22,2-14) e delle vergini sagge e stolte (Mt 25,1-13). Mi permetto di segnalare il mio articolo: «El simbolismo nupcial en los evangelios», Reseña bíblica 57 (2008), 51-64.
8 C’è chi pensa alle prostitute che offrivano i loro servizi nei templi, come B. Rosner: cfr. «Temple Prostitution in 1 Corinthians 6:12-20», Novum Testamentum 40 (1988), 336-351; altri invece alle prostitute che si mettevano a disposizione degli invitati ai banchetti, come B. Winter: cfr. After Paul Left Corinth, Grand Rapids 2001, 86-88.
9 Oppure viveva con lei more uxorio. Dal fatto che Paolo parla solo di lui, alcuni deducono che lei non faceva parte della comunità.
10 Il cui nome è significativamente passato sotto silenzio, come di uomo non degno di essere nominato.
11 In lingua ebraica il matrimonio è denominato qiddušîn, santificazione o consacrazione.
12 Questo uso linguistico non è di conio paolino. Il matrimonio proibito è denominato zenût (l’equivalente ebraico di porneía) in un’ampia area letteraria (ad esempio nel Documento di Damasco, che si ricollega alla setta di Qumran). La porneía da cui gli apostoli decretarono che dovevano astenersi i pagani che si convertivano (cfr. At 15,20.29; 21,25)
non era verisimilmente la frequentazione di prostitute, ma il matrimonio proibito.
13 Un argomento a mio parere valido a favore di questa ipotesi è la citazione di Gen 2,24 al v. 16. Sappiamo che Gesù ha citato Gen 2,24 a sostegno della dottrina dell’indissolubilità dell’unione coniugale (cfr. Mc 10,8-9 e Mt 19,5-6); tutta la tradizione giudica comprendeva del resto quel versetto come attestante l’istituzione del matrimonio. Il divenire una
sola carne si comprende meglio come designazione di una convivenza stabile, come quella di un marito e di una moglie, piuttosto che di una congiunzione carnale occasionale, come quella che si ha con una prostituta. In questa prospettiva appare più naturale che la pórne
del v. 16 sia la moglie illegittima (come la propria matrigna), anzichè una qualsiasi prostituta.
4 Questa è peraltro l’opinione della maggioranza dei commentatori. Io preferisco l’interpretazione di R. Kirchoff (cfr. Die Sünde gegen den eigenen Leib. Studien zu pórne
und porneía in 1 Kor 6,12-20 und dem sozio-kulturellem Kontext der paulinischen Adressaten, Vandenhoeck & Ruprecht, Gottinga 1994, 109).
15 Cfr. «Corinthians Slogans in 1 Cor 6:12-20», Catholic Biblical Quarterly 40 (1978), 395.
16 Commentary on the First Letter to the Corinthians, Londra 1968, 292.
17 «L’uso della metafora sponsale in 1 Cor 6,12-20. Riflessi sull’ecclesiologia», Rivista biblica 46 (1998), 323.
18 Così come in Cor 5,5, dove salvezza dello spirito (= risurrezione) si contrappone a rovina della carne (= morte).
19 Sappiamo che in 1 Cor 7,14 Paolo dichiara che il coniuge non credente è reso santo dal coniuge credente. Non è quindi la mancanza di fede il fatto che rende peccaminosa l’unione coniugale, ma la non conformità all’ordine oggettivo stabilito da Dio. Io sono convinto, in forza della coerenza del pensiero paolino, che la condizione posta alla vedova di risposarsi “solo nel Signore” (1 Cor 7,39) non deve essere compresa come obbligo di sposare un altro membro della 17 «L’uso della metafora sponsale in 1 Cor 6,12-20. Riflessi sull’ecclesiologia», Rivista biblica 46 (1998), 323.
18 Così come in Cor 5,5, dove salvezza dello spirito (= risurrezione) si contrappone a rovina della carne (= morte).
19 Sappiamo che in 1 Cor 7,14 Paolo dichiara che il coniuge non credente è reso santo dal coniuge credente. Non è quindi la mancanza di fede il fatto che rende peccaminosa l’unione coniugale, ma la non conformità all’ordine oggettivo stabilito da Dio. Io sono convinto, in forza della coerenza del pensiero paolino, che la condizione posta alla vedova di risposarsi “solo nel Signore” (1 Cor 7,39) non deve essere compresa come obbligo di sposare un altro membro della comunità cristiana, ma di rispettare la volontà di Dio sul matrimonio, cioè i limiti da Dio posti alla libertà di scegliere il marito o la moglie.
20 Cfr. E.-B. Allo, Première épître aux Corinthiens, Parigi 1934 (Etudes bibliques), 148.
21 Nell’articolo precedentemente citato. J.E. Smith ha indagato le radici culturali di questo supposto slogan corinzio: «The Roots of a Libertine Slogan in 1 Corinthians 6:18», Journal of Theological Studies 59 (2008), 63-95.
22 Affermazione che non sarebbe altro che un “rhetorical flourish” secondo J. Murphy-O’Connor: «The Fornicator Sins Against His Own Body (1 Cor 6:18c)», Revue biblique 115 (2008), 101.
23 «Pécher contre son corps ou communio et corporéité», L’esperienza sorgiva. Studi offerti al prof. Stanislaw Grygiel, Città del Vaticano 2007, 188 nota.
24 Cfr. «Libertines? (1 Cor 5-6)», Novum Testamentum 41 (1999), 334-338.
25 «Incest and the Body of Christ: a Study of 1 Corinthians VI. 12-20», New Testament Studies14 (1968), 572.
26 Diversamente in 2 Cor 12,2, dove Paolo dice di non sapere se quando fu rapito fino al terzo cielo era nel corpo o fuori dal corpo.
27 La particella dè davanti al participio porneúon non ha necessariamente significato avversativo.
28 Questa è la tesi di B.N. Fisk, che si appoggia su vari paralleli tratti dall’Antico Testamento: cfr. «Porneúein as Body Violation. The Unique Nature of Sexual Sin in 1 Corinthians 6:18», New Testament Studies 42 (1996), 540-558. Per una diversa interpretazione, vedi il già citato contributo di J.-B. Édart.
29 Art. cit., 573.
30 Anche questo imperativo aoristo.
31 La metafora del tempio, già usata dall’apostolo in 1 Cor 3,16-17, avvalora l’ipotesi che il corpo del v. 18 e del v. 20 abbia senso comunitario, e non solo individuale.
32 L’autore della lettera agli Efesini lo citerà per insegnare che il marito deve amare la moglie come la sua stessa carne. Sono convinto che in questa sua visione egli abbia preso ispirazione dal Paolo di 1 Cor 6.
33 La trattazione della Chiesa come corpo di Cristo ignora generalmente l’aspetto sponsale. Una eccezione è la tesi dottorale di E. Best, One Body in Christ: A Study in the Relationship of the Church to Christ in the Epistles of the Apostle Paul, Londra 1955, che contiene un capitolo sulla Chiesa sposa.

 

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