IL CONCETTO DI SAPIENZA NEL TESTO BIBLICO (RAV LUCIANO MEIR CARO)

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IL CONCETTO DI SAPIENZA NEL TESTO BIBLICO (RAV LUCIANO MEIR CARO)

Tutta la Bibbia parla trasversalmente della Sapienza – Kochmà, ma più diffusamente ne parlano il libro dei Proverbi, attribuito al re Salomone e il libro di Giobbe.
Ma cos’è questa Kochmà? Per noi la sapienza è la scoperta delle cose, la conoscenza, la loro origine e la loro natura. La conoscenza delle cose allo scopo di cercare di intuire qual è il vantaggio che ne possiamo trarre per la nostra vita quotidiana. Capiamo subito, perciò, che l’argomento è straordinariamente ampio.
E in quanto vi ho appena detto, rientra anche lo studio della storia, perché anche questo può darci delle indicazioni di saggezza. Un passo notevole del libro del Deuteronomio dice: « Considerate i giorni della storia; riflettete e cercate di capire il significato degli anni delle generazioni precedenti » (Dt 32, 7). Probabilmente questo invito è allo scopo di non ricadere negli errori già commessi nel passato; cosa che, invece, facciamo tutti.
Nel libro dei Proverbi, che è una fonte inesauribile in questo settore, si danno delle indicazioni di carattere generale. Scopo dell’acquisizione della sapienza è conoscere l’etica, cioè il comportamento che dobbiamo tenere nei confronti degli altri uomini. Secondo altri passi lo scopo sarebbe quello di imparare la cosiddetta Binah. Binah è un altro termine biblico, simile a quello di Kochmah, che indica il capire la differenza che c’è tra le cose.
Secondo un’altra indicazione che ricaviamo sempre dal libro dei Proverbi, lo scopo è quello di capire la strada della giustizia.
Vedete quindi che c’è come un intreccio tra la conoscenza della morale e dell’etica, tra il riconoscere l’essenza delle cose e il perseguire la giustizia.
Rientra nella Kochmah anche il potere capire le espressioni, perché molto spesso la sapienza è contenuta in alcune espressioni, che noi dobbiamo imparare a interpretare. Quindi è anche dal testo, da locuzioni particolari, che riusciamo a imparare cosa sia la sapienza. Finalmente è la capacità di capire le parole dei saggi e i loro enigmi.
Vorrei provare a chiarire un po’ meglio questo elemento. Molto spesso la sapienza è rivestita da espressioni, che dobbiamo cercare di capire e che non sono immediatamente percepibili. Una specie di gioco di Settimana enigmistica. Dobbiamo cioè cercare di entrare all’interno dell’espressione stessa, per poter capire; non si tratta di rimanere alla superficie. E questo è un meccanismo che troviamo molto spesso nel testo biblico, quando l’Eterno, in alcune occasioni, parla con l’uomo, e dice ovviamente delle cose giuste, ma l’uomo non sempre riesce a capirlo.
Faccio solo due esempi rapidissimi. All’inizio del libro della Genesi, quando Dio si rivolge all’uomo e dice: « Non dovete mangiare il frutto, altrimenti morirete » (Gen 3, 3). La prima cosa che viene in mente è che la morte derivi dal fatto che il frutto è velenoso; invece impariamo, dal proseguio del testo, che non era quello il significato. Ma la morte, preannunciata da Dio, deriva dal fatto che l’uomo sarà cacciato dal giardino e non avrà la possibilità di mangiare del frutto dell’albero della vita. Quindi la morte deriva dalla disobbedienza, per cui mangio il frutto, che mi sottrae la possibilità di accedere all’albero della vita.
Il secondo esempio riguarda Rebecca, la moglie di Isacco. Sappiamo che questa donna aveva dei problemi di gestazione e per lungo tempo non poté avere figli; finalmente, però, rimane incinta di due gemelli e, allorché si accorge che i figli si muovevano nel suo grembo, dice: « Ma cosa mi sta succedendo? » e Dio risponde con una specie di enigma, che noi capiamo subito, ma che per lei forse non era subito così chiara: « Nel tuo ventre ci sono due nazioni e dal tuo utero si separeranno due popoli e l’uno sarà superiore all’altro e il più grande servirà il più giovane » (Gen 25, 23).
E’ la storia dei conflitti tra Esaù e Giacobbe. Ma per lei che significato poteva avere, in quel momento? Non credo che lei abbia capito, tant’è vero che non ha reagito.
Questo modo di procedere di Dio si chiama Kidah ed è un mezzo col quale si introduce qualcuno al mondo della sapienza, proprio facendo in modo che la persona cerchi di capire, attraverso un suo sforzo intellettuale. A dire che la sapienza si acquisisce mediante lo sforzo.
Secondo il libro dei Proverbi la Sapienza non ha lo scopo principale di insegnarci a vivere, ma di aiutarci a capire qual è la volontà di Dio.
Secondo il Talmud si cercava di introdurre anche i bambini in questo contesto di sapienza e lo si faceva insegnando loro le qualità di Dio, cioè cercando di far capire loro come si comporta Dio nei confronti dell’uomo. E reso noto questo, si sperava che il bambino si attivasse per cercare di imitare Dio nei suoi comportamenti e atteggiamenti. Da questo sforzo, allora, nasceva la sapienza.
Per es. se Dio si preoccupa del povero, allora anch’io devo preoccuparmene. Dio va a visitare i malati e altrettanto devo fare io.
Ma per rimanere in tema, dobbiamo dire che anzitutto l’iniziazione dei bambini avveniva attraverso lo studio dell’alfabeto. Sappiamo che le lettere dell’alfabeto ebraico sono il materiale del quale Dio si è servito per creare il mondo; quindi se noi riusciamo a capire qual è il significato delle singole lettere, diventiamo, in qualche modo, creativi e ci avviciniamo alle capacità di Dio di produrre qualche cosa.
Ci sono alcuni sinonimi del termine Kochmah, che ritornano all’interno del testo biblico. Il termine da’at, cioè « conoscenza »; poi etzah, « consiglio »; qualche volta troviamo anche il termine tachbulah, che significa « dare dei consigli un po’ pericolosi, in forma tale che chi li ascolta potrebbe interpretarli male ». Tachbulah viene dalla radice chavàl, che vuol dire « ferire »; cioè è un qualcosa che può essere sì positivo, ma nello stesso tempo può portare un danno a qualcun altro.
Analogamente quando io causo una lesione a qualcuno, posso farlo perché voglio causargli del male, la potrei anche farlo, cercando di fargli del bene. Pensate a un chirurgo. C’è questo intreccio tra le cose positive e negative.
C’è anche il termine binah, già citato prima, che significa « discernimento » e deriva dall’espressione bein, cioè « tra » e appunto vuole significare la capacità di distinguere le differenze « tra » una cosa e un’altra.
Ancora abbiamo il termine mezimmah, che amplia ulteriormente la prospettiva. Deriva dalla radice zamah, che vuol dire « mettere la museruola ». E cosa centra questo? Di solito quando mettiamo la museruola a un animale, lo facciamo per evitare che ci morda; quindi si tratta di un’azione che vuole rendere difficile a qualcuno il creare dei danni.
La Kochmah si può chiamare mezimmah perché è un artifizio tale che mette la museruola all’uomo per disciplinare le sue azioni. Possiamo avere l’istinto di fare tante cose, ma se siamo coerenti con la sapienza, se siamo coscienti di essa, questa cosa può limitarci, può fermarci. E questo vale per le azioni e per la parola. Sappiamo che il saggio è uno che parla poco. I nostri maestri dicono: « Il silenzio è uno sbarramento a difesa della sapienza ». Più uno parla, più dimostra di essere stolto.
Vorrei darvi una panoramica generale.
Come tutte le cose di questo mondo, anche la sapienza può avere un aspetto negativo.
Pensate che per indicare la sapienza si adopera anche l’espressione ‘ormah, un termine che troviamo a proposito del serpente, quando parla con la donna. ‘ormah, da cui abbiamo ‘arum, che vuol dire « scaltro » e vuol dire anche « nudo » e per noi rimane difficile capire quale sia l’analogia fra i due significati. Qualche volta la sapienza può essere adoperata come scaltrezza per ottenere qualcosa che non è così positivo.
Un’altra radice è tuschiah; piuttosto rara e presente soprattutto nel libro di Giobbe. Richiama certamente l’espressione iiesh, « c’è ». Quindi tuschiah è qualcosa che esiste. Qualcuno però dice che il termine deriva dalla radice nashah, cioè « dimenticare ». La sapienza potrebbe essere il mezzo attraverso il quale noi facciamo dimenticare a Dio le nostre cattive azione. Quasi volessimo presentare a Dio la nostra saggezza, perché egli ne tenga conto benevolmente, in modo da fargli dimenticare le cose negative.
Talvolta troviamo il termine Hachàm, cioè « saggio » associato al termine tzaddìk, il « giusto ». Un vero saggio è quello che è anche giusto e si comporta bene. Ma non sempre! Infatti a volte abbiamo esempi biblici in cui il saggio è certamente intelligente, sa come muoversi, come manipolare le cose, ma lo fa con scopi negativi. Un esempio è quello di Amnòn, figlio di Davide, che violenta la sorellastra Tamàr. E come arriva a questo? Essendo lui molto innamorato di Tamàr e non potendola possedere, era molto triste; un altro fratellastro, Ionadav, vedendo Amnòn così triste, gli chiede cosa sia successo e, saputo del suo desiderio, gli dà dei consigli intelligenti, ma negativi dal punto di vista morale. Gli suggerisce di far finta di essere malato e di volere il cibo preparato da Tamàr; così venendo lei da lui, che era a letto, subisce la violenza. Inoltre la passione amorosa di prima, si trasforma in odio. Tutto questo a causa del consiglio di Ionadàv.
Anche Geremia sottolinea questo aspetto, quando dice: « Sono saggi, esperti, per fare il male » (Ger 4, 22).
Un’altra accezione di questo termine Kochmah è quello di capacità tecnica e inventiva e lo troviamo, nel libro dell’Esodo, allorché Dio assegna il compito di costruire il tabernacolo nel deserto e in seguito anche il santuario. E il testo dice che la costruzione fu fatta da tutte quelle persone a cui Dio aveva infuso kochmah (Es 31, 6), quindi capacità tecnica, non solo di costruire, ma anche di inventare, di progettare.
Nella Bibbia ebraica ci sono due tipi di Kochmah, quella degli Ebrei e anche quella degli altri popoli. Viene riconosciuta anche quella degli altri popoli, ma c’è una superiorità della nostra sapienza, data dal fatto che noi abbiamo la Torah e mettendo in pratica la Torah, noi diventiamo saggi.
Un passo del Deuteronomio afferma che il mettere in pratica le leggi e le norme della Torah costituisce la nostra sapienza e la nostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali diranno che noi siamo un popolo saggio e intelligente (Dt 4, 6). Siamo superiori, avendo una Legge superiore; la nostra superiorità consiste nel mettere in pratica la Torah; se non lo facciamo, siamo assolutamente come gli altri. Tutti dovrebbero imparare da noi come ci si comporta e arrivare alla conclusione: se si comportano così, è perché Dio ha dato a loro un insegnamento speciale e perciò dovremmo imparare anche noi.
Non esiste una superiorità intrinseca del popolo ebraico, ma la superiorità deriva dal nostro comportamento di obbedienza alla Torah.
Perché Dio ha dato questa norma proprio agli Ebrei e non ad altri? Forse perché riteneva che noi fossimo più preparati a mettere in pratica questo compito. Attenzione! Questo significa anche che Dio ha distribuito la sua sapienza, la sua capacità a tanti altri popoli. Gli Ebrei sono incaricati, mediante l’osservanza della Legge, a portare la gente a riconoscere che c’è un Dio unico. Ad altri popoli ha dato altre prerogative. Noi non siamo più bravi degli altri. E’ come un padre che ha tanti figli e, avendo capito le prerogative dei diversi figli, affida ad ognuno un compito specifico, a secondo dei doni e delle capacità. In fondo questa è la storia dell’umanità. Quante cose abbiamo imparato da popolazioni orientali? Se ci guardiamo attorno, pensate all’estetica, alla normativa, che abbiamo imparato dai Greci e dai Romani e così via.
Ci sono tanti saggi in tutte le nazioni; saggi riconosciuti. Per es., parlando di Salomone si dice che lui era il più saggio di tutti e il testo biblico dice esplicitamente che la sua sapienza era superiore a quelli di tutti i sapienti del mondo. Anche la regina di Saba, che era sapientissima, va a Gerusalemme per verificare se quello che aveva sentito dire di lui era vero.
Ancora. Pensate che Giuseppe Flavio racconta, ma solo in base ad un’antica leggenda senza base storica, che erano famose le gare di intelligenza fra Salomone e il re di Tiro, Chiràm.
Quindi si riconosce che l’essere sapienti non è una nostra prerogativa, ma la nostra sapienza diventa speciale, quando riusciamo a riconoscere che abbiamo ricevuto la Legge di Dio e siamo chiamati a metterla in pratica, per insegnare qualcosa agli altri attraverso il nostro esempio. Ma non perché noi siamo più bravi, belli, intelligenti, ecc.
Ci sono anche elementi accessori. Qual è la sede della sapienza, nell’uomo? Innanzi tutto la sapienza viene da Dio; se uno ce l’ha è perché Dio gliel’ha data e da soli è più difficile conseguirla. Qualche volta si parla del cuore – lev – come sede dell’intelligenza, della sapienza, come facoltà del ragionare. Questo diversamente da quanto si sente dire in Occidente, che il cuore sarebbe la sede dei sentimenti, mentre non è vero.
Una cosa interessante e carina è che circolava nell’antichità, ma circola ancora oggi, l’idea che la vera sapienza si trova negli anziani. Il libro di Giobbe invece dice il contrario e cioè che Dio sottrae la sapienza agli anziani; essi hanno, sì, una grande esperienza, ma invece di adoperarla per il bene, la adoperano in senso cattivo. Quindi, dice Giobbe, non bisogna imparare dagli anziani, perché danno dei buoni insegnamenti, ma dei cattivi esempi. Secondo un proverbio l’anziano si compiace di dare dei buoni consigli, perché l’età non gli permette più di dare cattivi esempi.
Nel Qohelet si dice chiaramente: « E’ meglio un ragazzino povero, ma sapiente di un re anziano e stolto » (Qo 4, 13).
Notate che anche il libro, che parla di questo argomento, presenta queste figure di anziani, che discutono con Giobbe sulla giustizia, il peccato, la sofferenza, ecc., ma in tutto il loro sproloquiare non riescono a venirne fuori; poi, alla fine, il libro ci presenta un ragazzo giovane che entra nella discussione e mette in crisi i grandi sapientoni. Dice che si era messo ad ascoltarli con deferenza, in quanto anziani, mentre non ha imparato proprio nulla, perché loro sono pieni solo di se stesso.
Anche la donna può essere dotata di sapienza e spesso si dimostrano più sagge degli uomini. Ci sono episodi della Bibbia in cui compaiono delle figure femminili eccezionali, che sanno entrare in azione proprio nei momenti più critici della nostra storia. Questo dimostra che hanno una capacità eccezionale di lungimiranza, sicuramente superiore a quella degli uomini.
Si parla delle donne anche a proposito della costruzione del tabernacolo, quando parteciparono alla confezione di opere molto belle.
Ma pensate alla madre di Sisarà, un generale nemico di Israele; il testo ce la mostra mentre attende il ritorno del figlio dalla battaglia, ma il figlio non torna, perché è morto in battaglia. Lei si esprime con parole ricche di sapienza, alle quali fanno eco le risposte delle sue amiche, anch’esse ricche di sapienza e convincenti, cercando di rassicurarla. Il testo sacro le chiama proprio « le più sagge » (Gdc 5, 29).
Qohelet dice anche che il cibo, le sostanze, non appartengono ai saggi, cioè il saggio può anche essere molto saggio, ma questo non lo rende particolarmente ricco.
Un’altra cosa interessante che ricaviamo dal testo biblico è che Dio ha dato saggezza anche agli animali, allo scopo che gli uomini apprendano da loro cose utili. Per es. il libro dei Proverbi invita il pigro ad andare dalla formica, che si comporta con molta saggezza.
Si racconta che Salomone parlava con gli alberi e imparava da loro. Persino ci sono alcuni passi del libro dei Proverbi, passi un po’ oscuri, per la verità, che affermano che persino le cose inanimate possono avere della saggezza. Il ferro, in quanto materia, ha una forma di intelligenza che a noi sfugge.
Le leggi della natura riguardano l’uomo, ma anche gli esseri inanimati. Il creatore è lo stesso, perciò noi umani non dobbiamo darci delle arie, pensando di essere gli unici ad aver ricevuto da Dio delle qualità particolari. Siamo sì importanti, ma non siamo i soli.
Questo è uno dei motivi che fanno dire ai maestri: « Perché l’uomo è stato creato per ultimo? ». Aveva forse bisogno di esercitarsi, Dio? Non sappiamo come siano andate le cose, ma almeno, quando ci troviamo davanti a qualcuno che si dà delle arie, possiamo aiutarlo a ridimensionarsi, facendogli notare che, nell’atto della creazione, per es., perfino le pulci l’hanno preceduto.
Dovremmo accennare anche al fatto che la mitologia entra in gioco, quando si parla della sapienza. Spesso nei Proverbi la sapienza è paragonata a una donna, attribuendole capacità superiori all’uomo e questa donna, in senso allegorico, viene rappresentata come colei che è capace di gestire l’economia della casa. Viene detto che la donna è capace di apprendere più degli altri dalle circostanze; questo in particolare contrapposizione con gli stolti, che invece, cercano tutti i modi per mandare in rovina gli altri, per condurli all’errore. La donna, invece, è proiettata verso un futuro migliore. Se ne può ricavare che la donna è ispirata da Dio, che la pone nel mondo come un mezzo di promozione e progresso. E’ così di fatto.
Ci sono altri miti babilonesi,di cui troviamo reminiscenze vaghissime nel testo biblico, secondo i quali la sapienza, la saggezza dell’uomo è derivata da un animale mitico venuto dal mare, che avrebbe insegnato all’uomo i rudimenti dell’intelligenza. Qualcuno pone la domanda se quel mito del serpente non potrebbe essere un qualcosa del genere? Il serpente, in fondo, è un animale strano, perché prima aveva le gambe, poi inizia a strisciare. Però il suo insegnamento non è andato a buon fine; ha insegnato male; in fondo la sua non era saggezza, ma piuttosto scaltrezza. Qualcosa del genere si trova anche nella mitologia babilonese.
Vorrei che teneste conto anche di questo elemento. Parlavo prima di dimenticanza, in riferimento al fatto che i nostri atti, derivati dalla sapienza che abbiamo ricevuto da Dio, inducono Dio stesso a dimenticare, a non tenere conto dei nostri errori. Ma c’è un’altra forma mitologica, che noi troviamo nelle fonti talmudiche successive. Si racconta che, quando nasce un uomo, nel momento in cui nasce, è già dotato della massima saggezza possibile; poi arriva un angelo e gliela sottrae. Quindi essere saggi significa recuperare delle capacità che avevamo in origine; imparare qualcosa, vuol dire ricordare qualcosa che sapevamo già e non vuol dire imparare da zero. Sapevamo tutto, ma ci è stato sottratto, forse proprio perché ci diamo da fare per recuperarlo.
Di libri sapienziali ci sono altre esemplificazioni nei rotoli del Mar Morto, che non fanno parte del canone biblico, che hanno poi influenzato moltissimo la letteratura successiva.
Volevo anche dire che già nei libri di Samuele e dei Re troviamo citato un testo « Espressione degli antichi », un compendio di elementi di saggezza provenienti dal mondo antico.
Prima di concludere, vorrei parlarvi di un personaggio della letteratura post-biblica, una donna straordinariamente saggia, la famosa Bruriah, vissuta nel II secolo dell’Era volgare. Nel Talmud si parla di questa donna che era l’unica donna che partecipava alle discussioni dei sapienti, allo scopo di trovare la normativa. Lei partecipava e molto spesso i sapienti accettavano la sua opinione. Lei dava i suoi consigli, senza darsi tante arie. Si racconta che lei assistesse ai convegni dei sapienti, tra cui era presente anche il marito, rabbì Meir, mentre spazzava per terra e mentre lavorava, interveniva nella discussione su problemi anche molto seri.
Un maestro diceva di lei: « Bruriah parla bene », cioè sa quello che dice. Di lei si diceva che nonostante il suo grande impegno per mantenere la sua casa, studiava trecento norme al giorno, da trecento saggi diversi. Quindi adoperava il tempo come si deve.
Si racconta che un giorno un tale la incontrò per strada e le ha chiesto: « Come facciamo ad andare a Lod? » e lei: « O Galileo stolto, non hai imparato niente? Non sai che un testo talmudico dice che non bisogna parlare troppo con la donna? ». Si sarebbe riferita al fatto che questo signore ha adoperato un’espressione sbagliata, perché aveva usato il plurale: « Come facciamo…’ », quasi volesse coinvolgerla nel suo viaggio. Avrebbe dovuto dire: « Come si fa ad andare a Lod? ».
Si racconta ancora che un giorno il marito, grande maestro, stava pronunciando degli improperi nei confronti di certi ignoranti, che lo insultavano e non lo rispettavano. La moglie riprende il marito dicendogli che non doveva imprecare contro le persone e pregare che i peccatori scompaiano dalla terra, ma doveva pregare perché il peccato scompaia dalla terra. E il marito accoglie il rimprovero.
Di lei si dice anche che avesse subito molte disgrazie. Il padre, anche lui un grande maestro, era morto sotto le torture dei Romani e lei aveva assistito alla tortura subita da un fratello; le sue sorelle erano state rapite e messe in case di prostituzione dei Romani. Ma si racconta anche che aveva, nei confronti della sua vita, una grande saggezza. Di sabato erano morti i suoi due figli, ma lei non vuole dire nulla al marito, per non turbare il giorno sacro dello Shabbàt; quindi copre i cadaveri e li porta in una stanza. Il marito, tornato a casa alla fine della festa del sabato, chiede dei ragazzi e lei, per tutta risposta, gli racconta una storia. E dice: « Se qualcuno ci affida qualcosa in deposito, poi gliela dobbiamo rendere? E lui: « Certamente! ». Allora lo porta davanti ai cadaveri dei figli e dice: « Dio ce li ha dati, Dio ce li ha richiesti ».
Siccome lei era anche molto bella, il marito sospettava che lei approfittasse della sua bellezza, per sedurre qualcuno. Così incarica un suo giovane allievo di provare a sedurre sua moglie, per metterla alla prova. Lei se ne accorge e, avendo constatato la poca fiducia del marito, si suicida. Così dice la storia.
Penso che possiamo concludere con questa citazione del libro dei Proverbi: « L’inizio della sapienza è il timor di Dio » (Pr 1, 7). Nelle nostre fonti temere Dio vuol dire non fare delle cose che sappiamo essere negative nei confronti dei nostri simili. Questo indipendentemente dal credo religioso.
Ma vorrei spendere ancora qualche secondo per sottolineare una cosa. Tenete conto dell’espressione: « L’inizio della sapienza »: reshìt kochmah. Reshìt, per combinazione, è la prima parola del testo biblico: Bereshìt barà Elohìm… (Gen 1, 1). Qualcuno dice che Dio ha creato il mondo non al principio;

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