26 OTTOBRE 2014 | 30A DOMENICA A – « DA QUESTI DUE COMANDAMENTI DIPENDE TUTTA LA LEGGE E I PROFETI »

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26 OTTOBRE 2014 | 30A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« DA QUESTI DUE COMANDAMENTI DIPENDE TUTTA LA LEGGE E I PROFETI »

La Liturgia odierna contiene la celebrazione più alta dell’amore di Dio, che deve essere posto al vertice della scala dei valori e deve essere amato « con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente » (cf Mt 22,37), cioè con la totalità del proprio essere, precisamente perché lui soltanto è la « fonte » del nostro esistere sia come uomini che come cristiani.
Però, nello stesso tempo, essa esalta l’amore del prossimo quale contrassegno e verifica dell’amore verso Dio, facendo così dell’uomo come un « riflesso » della grandezza di Dio: per il cristiano, Dio e l’uomo sono due realtà « indissociabili » fra di loro, perché l’una rimanda necessariamente all’altra.
Per cui cade l’assurda accusa, che soprattutto la cultura materialistica dei nostri tempi ha rivolto al cristianesimo, di « alienare » l’uomo predicandogli Dio e le sue esigenze morali e spirituali. Basterebbe rileggere alcune affermazioni di Feuerbach, per rendersi conto di certi infantilismi culturali: « Per arricchire Dio, l’uomo deve impoverirsi; affinché Dio sia tutto, l’uomo deve essere nulla… Dio è l’auto-compiacimento dell’egoismo, invidioso di ciò che è altro da lui ».1
Gesù, invece, insegna che il comandamento di amare il prossimo « come se stessi » è « simile » al primo comandamento: il che equivale a dire che l’amore di Dio e del prossimo sono come due facce di una stessa medaglia.
Dio non « impoverisce » l’uomo, ma lo esalta fino al punto da farne come « l’immagine » di se stesso.
« Maestro, qual è il più grande comandamento della legge? »
Incominciamo dunque dal brano del Vangelo (Mt 22,34-40), che rappresenta davvero uno dei punti essenziali e più qualificanti di tutto il messaggio cristiano. In pochissime, ma dense espressioni, Gesù riesce a sintetizzare tutta la novità e la originalità della sua rivelazione.
Il brano è riportato da tutti e tre i Sinottici, ma non allo stesso modo. In Luca (10,25-28) è inserito nell’ampia sezione del famoso « viaggio » di Gesù verso Gerusalemme (9,51-19,28), prima e fuori del contesto delle « controversie » gerosolimitane, e serve da introduzione alla parabola del buon Samaritano. In Marco (12,28-34), invece, il contesto è simile a quello di Matteo: però vi è assente ogni punta polemica. Infatti, al termine, lo scriba che lo aveva interrogato loderà Gesù per la risposta: « Hai detto bene, Maestro » (12,32); e Gesù, a sua volta, gli dirà: « Non sei lontano dal regno di Dio » (12,34).
In Matteo, come abbiamo già accennato, il brano si trova nel contesto delle accese « controversie » gerosolimitane (22,15-46) ed è carico di tensione polemica, come risulta dalla formula introduttoria che non si trova negli altri Sinottici: « Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro… lo interrogò per metterlo alla prova » (vv. 34-35). La cosa più strana e paradossale è che i farisei si avvicinano a Gesù pieni di livore e tuttavia, per camuffare le loro intenzioni rancorose, fingono di essere interessati a una discettazione sull’amore!
A prescindere però da questa interiore contraddizione, c’è da chiedersi perché i farisei vedessero una possibilità di « tranello » nel porre a Cristo una domanda del genere: « Maestro, qual è il più grande comandamento della legge? » (v. 36). A tale domanda, infatti, qualsiasi buon Ebreo non avrebbe risposto se non rifacendosi alle solenni parole con cui inizia la famosa preghiera dello Shemà’:2 « Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze » (Dt 6,4-5). È il compendio di tutta la fede e di tutta la pietà giudaica, da sempre. Tant’è vero che in Luca è il dottore stesso della legge a dare la risposta (10,27), e Gesù lo approva in pieno.
Dov’è allora la « insidiosità » della domanda? A mio parere, essa consiste precisamente nel sospetto che gli Ebrei dovevano nutrire nei riguardi di Gesù che, presentandosi come « Figlio di Dio » (si pensi solo alle parabole dei vignaioli omicidi e del banchetto nuziale, immediatamente precedenti), ponesse anche se stesso « al posto » di Dio, sovvertendo così radicalmente il primo comandamento.
« Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore… »
Gesù, invece, lasciando impregiudicata la questione che lo riguardava, afferma l’assoluta priorità dell’amore di Dio su tutti gli altri comandamenti, con le parole stesse del Deuteronomio: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente » (Mt 22,37). E aggiunge quasi a suggello: « Questo è il primo dei comandamenti » (v. 38).
Gesù, dunque, non rifiuta o altera la « legge » di Mosè, ma la ribadisce e le dà maggior vigore. E questo soprattutto con la testimonianza della propria vita, quale risulterà in modo speciale dalla sua morte di croce, che egli accetta come atto di « obbedienza » verso il Padre (cf Fil 2,8).
A questa testimonianza di Gesù, che « radicalizza » ancora di più le esigenze dell’amore verso Dio sopra ogni cosa, rimanda la bellissima antifona alla Comunione: « Cristo ci ha amati: per noi ha sacrificato se stesso, offrendosi a Dio in sacrificio di soave profumo » (Ef 5,2). Anche nella seconda lettura, Paolo ricorda ai Tessalonicesi che essi si sono « convertiti » dagli idoli « per servire al Dio vivo e vero » (1 Ts 1,2).
È certo, quindi, che questo comandamento nella sua radicalità « totalizzante » è più chiaro per noi, discepoli del Nuovo Testamento, che non per gli Ebrei. Non è detto, però, che sia più facile!
« Finché siamo pellegrini, non possediamo mai questo amore. Chi può dire, infatti, di amare Dio e il prossimo con tutto il cuore? I moralisti, è vero, fanno al proposito sottili distinzioni, per riuscire a concludere che si possa sin d’ora, in un determinato momento della esistenza ancora in via di maturazione, amare Dio come l’Evangelo esige: con tutto il cuore. Ma, comunque siano da giudicare queste distinzioni, la morale integrale, d’impostazione molto oggettiva, non può non ammettere che non vi sarebbe più affatto amore là ove taluno si rifiutasse, per principio e in seguito a riflessione, d’essere pronto e di aspirare ad amare Dio più di quanto faccia in quel momento. I moralisti esprimono per lo più questa ammissione dicendo oggi abbastanza comunemente che l’aspirazione alla perfezione è un dovere assoluto imposto ad ogni uomo, e non solo a determinate categorie… E che cosa è dunque il rigoroso dovere di aspirare alla perfezione, se non il dovere di un amore più grande di quello che in effetti già si possiede? Che cosa, se non l’ammissione che possediamo l’amore che ora dobbiamo possedere solo ammettendo di non possedere ancora quello che è un obbligo rigoroso? ».3
« Amerai il prossimo tuo come te stesso »
Però l’originalità della risposta di Gesù non sta tanto nella riaffermata priorità dell’amore di Dio su tutte le cose, quanto nell’avergli messo accanto, per un’intrinseca « affinità », l’amore del prossimo: « Il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso » (v. 39). Qui certamente Gesù si rifà al Levitico 19,18, allargandone però il significato ed estendendolo ad ogni uomo, e non soltanto al proprio connazionale come era per gli Ebrei.
Gesù mantiene la scala dei valori: c’è un « primo » comandamento, che è anche « il più grande » di tutti, ed è quello che prescrive l’amore di Dio sopra ogni cosa; e c’è un « secondo » comandamento, che impone l’amore verso ogni uomo, fosse pure il proprio nemico (cf Mt 5,43-48). Però, nello stesso tempo, tende a bloccare quasi in unità i due comandamenti per un « intrinseco » rapporto di « complementarità » e di convergenza.
Perché questa « complementarità » dei due comandamenti? Credo che nella prospettiva di Gesù il motivo sia duplice. Primo, non si può amare veramente Dio se non amando ciò che egli ama: ora, afferma la tradizione biblica, l’uomo è stato fatto « a immagine e somiglianza » di Dio (cf Gn 1,26-27) e in esso più che in qualsiasi opera della creazione egli si è compiaciuto (cf Gn 1,31). Secondo, dopo l’Incarnazione, « l’immagine » di Dio nel volto e nel cuore dell’uomo si è anche più approfondita: in Cristo, l’uomo si è talmente avvicinato a Dio da diventargli « figlio », da immergersi nel flusso stesso del mistero trinitario.
Come non amare allora l’uomo di un amore « simile », della stessa struttura cioè, anche se non identico, a quello con cui amiamo Dio?
Tanto più che, normalmente, il nostro itinerario verso Dio incomincia proprio dal nostro incontro con i fratelli. Per questo san Giovanni ci ammonisce molto saggiamente: « Se uno dicesse: « Io amo Dio », e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: Chi ama Dio, ami anche il suo fratello » (1 Gv 4,20-21; cf anche Gv 14,15.21; 15,17).
Significativa poi è la conclusione di tutto il brano, esclusiva di Matteo: « Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti » (v. 40). Essa ribadisce non solo l’unità e l’omogeneità dei due precetti, ma afferma anche che in essi si ha come la « sintesi » di tutta la rivelazione: Legge e Profeti. Una « sintesi » che, però, adesso spetta ai discepoli di Cristo di rendere viva e operante nella propria vita.
« Non molesterai il forestiero né lo opprimerai »
La prima lettura, ripresa dal così detto « codice dell’Alleanza » (Es 20,22-26; cc. 21-23), ci fa vedere come già l’Antico Testamento sentisse fortissima l’esigenza dell’amore del prossimo, soprattutto quello più bisognoso (il forestiero, l’orfano, la vedova, ecc.), quale necessaria manifestazione della « fedeltà » a Dio che ha « liberato » Israele dalla schiavitù egiziana (Es 22,20-26).
Quello che caratterizza tutte queste prescrizioni non è tanto e solo lo spirito « umanitario », che già ci sorprende se pensiamo alla durezza dei costumi di quei tempi e di quegli ambienti sociali, quanto piuttosto la loro ispirazione religiosa: se non sono gli Israeliti ad ascoltare il grido dei loro fratelli bisognosi, sarà Dio stesso ad « ascoltarli », perché lui è « pietoso » (v. 26).
Quasi a dire che ciò che di bene o di male viene fatto ai fratelli, viene fatto a lui stesso (cf Mt 25), che punirà severamente coloro che mancano al dovere della carità: « Se tu lo maltratti (l’orfano), quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada… » (vv. 22-23). Siamo già sulla via del Vangelo, anche se non si è ancora giunti alla sua perfezione.
Un « umanesimo », come si vede, nettamente « teocentrico » che noi cristiani dobbiamo saper ricuperare, fuggendo la tentazione tipicamente moderna della « umanicistizzazione » a tutti i costi del Vangelo, mettendo in parentesi il discorso su Dio. L’amore all’uomo, invece, per noi nasce dall’amore di Dio: quanto più grande sarà questo, tanto più generoso e impegnativo sarà anche il servizio che sapremo rendere ai nostri fratelli, credenti o non credenti che siano.
Non è vero perciò, come qualcuno ha detto, che « se Dio esiste, l’uomo è nulla » (J.P. Sartre); è piuttosto vero che se non riscopriamo Dio e non gli restituiamo il « primo » posto nella vita privata e in quella sociale, l’uomo da solo si vanifica, o diviene schiavo degli altri uomini e perfino delle cose costruite dalle sue stesse mani.
Di qui l’urgenza, per tutti noi, di rifare la « sintesi » dei due comandamenti come ci ha insegnato Gesù: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso » (Mt 22,37.39).

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 24 octobre, 2014 |Pas de Commentaires »

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