IL MONDO DEGLI ANGELI (Rav Luciano Meìr Caro)

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IL MONDO DEGLI ANGELI

(Rav Luciano Meìr Caro)

Nella tradizione ebraica la figura dell’angelo compare molto spesso, anche a partire dal testo biblico; ma si continua a parlare molto degli angeli anche nella letteratura post-biblica, nel Talmud e soprattutto nella mistica.
Che cos’è l’angelo? Intanto diciamo che in lingua ebraica angelo si dice malach.
Di solito, quando nel testo biblico ci si trova davanti un malach, non si tratta di un essere soprannaturale, ma di un essere incaricato di una missione, che può essere semplicemente un uomo qualsiasi. Angelo, dunque, è colui che ha una missione da compiere; missione che può essere consapevole o no. Può capitare che Dio si rivolga a un uomo e gli affidi il compito di una missione particolare, ma può anche capitare che qualcuno sia malach senza saperlo. Qualche volta noi compiamo delle azioni o abbiamo dei comportamenti e crediamo di rispondere a delle esigenze personali, oppure siamo convinti che quello che stiamo facendo sia dovuto semplicemente alle circostanze; ma può darsi che noi siamo intervenuti proprio nel momento giusto nei confronti di chi in quel momento aveva bisogno. Quindi non è che siamo esseri angelici, ma siamo sollecitati a compiere una missione senza rendercene conto; da questo punto di vista siamo come gli angeli. Il discorso è molto più complesso, ovviamente. Comunque, quando nel testo biblico troviamo il termine malach, di solito, – non sempre, ma di solito -, il riferimento è a un essere che si presenta con sembianze umane e deve fare qualche cosa, ha una missione da compiere, oppure deve dire, annunciare qualche cosa.
Può essere utile tentare di spiegare l’etimologia di questo termine. Malach proviene da una radice che non è ebraica. La mem iniziale dà l’idea di essere una lettera servile, che costruisce il sostantivo; ma la radice potrebbe essere lamed, alef, kaf, che però in ebraico non esiste, o quanto meno non si trova da nessuna parte. Gli studiosi dicono che c’è una radice simile nel proto-arabo, nell’ugaritico e anche nella lingua abissina: sarebbe formata da un suono elle, seguito da una muta e poi da una ch aspirata. Questa radice avrebbe il significato di « fare un servizio » o « fare una missione »; quindi il sostantivo indica qualcuno che compie un servizio, una missione.
Qualche volta il testo biblico fa delle confusioni di terminologia; questi esseri, infatti, vengono chiamati sia malach, malachìm, sia navì, cioè « profeta » e così si crea confusione.
Qualche volta si trova anche il termine « figli di Dio », come appare nella Genesi, in un passo stranissimo: quando l’uomo cominciò a diffondersi sulla terra, i figli di Dio videro le figlie dell’uomo che erano belle (tovòt – o buone?) e si unirono a loro. Chi sono questi figli di Dio? Si sta parlando di qualcosa di positivo o negativo? Si dice ancora che in quel tempo c’erano i nefilìm sulla terra – nefilìm deriva da una radice ebraica che vuol dire « cadere »; allora sono « i cadenti » – e dopo che i figli di Dio si erano uniti alle figlie dell’uomo e queste avevano partorito, da essi nacquero eroi molto famosi. Qualcuno dice che questi « figli di Dio » sono degli esseri angelici che si sono uniti alle donne e da questa unione sono nati degli uomini particolarmente dotati. Qualcuno dice che sono i potenti della terra che chiamano se stessi « figli di Dio » e con la forza si sono presi le donne normali.
Non è senza significato che la Vulgata traduca il termine malach qualche volta con angelus e qualche volta nuntius.
Qualcuno ha osservato che ci sono alcuni libri biblici in cui non appare nessun riferimento agli angeli; ad es. nel Levitico, in Amos e in Rut.
La Bibbia non ci dà mai definizioni precise e perciò noi conosciamo la natura e la funzione degli angeli mettendo insieme le diverse informazioni che ci vengono dai vari passi in cui essi appaiono. Non si presentano mai come messaggeri di una volontà propria, ma compiono qualcosa da parte di un altro. Non hanno possibilità di agire indipendentemente. Ci sono delle espressioni caratteristiche, come ad es: « Io non posso fare niente, se non quello che ha deciso Dio ».
Non sono mai oggetto di preghiera; nessuno si rivolge all’angelo per chiedere qualcosa. Non si presentano mai come intermediari tra l’uomo e Dio. Hanno il compito di comunicare decisioni di Dio. Spesso hanno il compito di aumentare la gloria di Dio; una specie di corte che fa da coronamento alla gloria di Dio.
La dottrina su questi angeli si è diffusa abbastanza presto in Israele, qualcuno dice per influenze esterne da parte del mondo orientale. Secondo i miti che circolavano, la divinità è circondata da questi esseri strani, che sono metà uomo e metà divinità.
Torno alle fonti ebraiche. Talvolta gli angeli si presentano non tanto come esseri viventi, persone, ma piuttosto come personificazioni di determinate idee. L’angelo è visto come supporto dell’idea della giustizia, ad es. o di altre realtà. Quindi secondo qualcuno, si adopera il termine malach nel testo biblico non per indicare un essere che fa qualcosa di speciale, ma per evitare di attribuire a Dio delle azioni che sono umane.
Esodo 33: « L’Eterno si rivolse a Mosè dicendo: Vattene di qua tu e il popolo che hai tratto fuori dall’Egitto e manderò davanti a te un malach e caccerò il cananeo… ». Qualcuno dice che si può intendere che il popolo ebraico, nel suo viaggio verso la terra di Israele, è preceduto da un inviato, che deve provvedere a spianare la strada perché il popolo raggiunga la sua terra e a cacciare i nemici ivi presenti. Qualcuno dice che questo malach è Mosè, perché è lui che ha la missione di condurre il popolo. Qualcuno dice che il testo usa quel termine per dire che è Dio stesso in persona che guiderà il popolo e caccerà i nemici; si tratta di un artificio, per evitare di collocare Dio come protagonista di un’azione umana.
Quest’operazione di identificare Dio con un malach, la troviamo anche nella prima traduzione ufficiale della Bibbia, che è quella in aramaico; lì, tutte le volte che ci sono delle azioni umane, ad es. quando si dice che Dio stende la sua mano, che Dio parla, fa, ecc., il traduttore aramaico rende il testo così: « La parola di Dio fece, disse.. ».
Torniamo all’Esodo. Mosè vive il suo primo incontro con Dio: « Gli apparve l’angelo di Dio in una vampata di fuoco da dentro il cespuglio… »; Mosè si avvicina e sente la voce di Dio che gli parla. Anche qui non è detto che gli apparve Dio, ma l’inviato di Dio, il malach. O Mosè ha visto Dio, ha avuto la percezione di Dio, ma non si poteva dire che gli apparve Dio; oppure Mosè ha interpretato che quel roveto che bruciava fosse uno strumento inventato da Dio per sollecitare la sua curiosità. Allora era un angelo, era Dio, ma il testo non ce lo vuol dire, oppure era una sollecitazione?
Nel libro della Genesi il termine malach si trova molte volte; molti angeli compaiono. L’apparizione più famosa è quella dei tre malachìm che si presentano ad Abramo. Ma chi sono questi tre personaggi? Ognuno è libero di leggerlo nella chiave che gli è più congeniale; ci mancherebbe altro! Ma il testo è ambiguo, perché dice che Dio apparve ad Abramo, ma poi afferma che egli alzò gli occhi ed ecco, tre uomini erano davanti a lui. Cos’è successo? Appare Dio e poi vede tre uomini. Questi sono la rappresentazione di Dio; sono la stessa cosa o due cose diverse? Era Dio che gli parlava, o no? C’è una bella interpretazione, molto moderna, che dice che Dio è apparso ad Abramo, egli ha un incontro con Dio, ma quando alza gli occhi e vede i tre uomini, pianta in asso Dio e si occupa degli uomini. Abramo come simbolo di ospitalità, cioè dell’uomo che lascia il colloquio con Dio, per soccorrere degli uomini che potrebbero essere nel bisogno. Di fronte all’esecuzione di precetti che riguardano il nostro approccio con Dio, ha più importanza l’esecuzione di precetti che riguardano l’amore verso l’uomo; quasi fossimo invitati ad occuparci prima degli uomini, che in sé contengono in qualche modo Dio. Qualcuno dice invece che Dio era apparso ad Abramo sotto la sembianza di tre uomini.
Un altro esempio è quello del malach di Dio che si presenta due volte ad Agàr, concubina di Abramo, dalla quale egli ebbe Ismaele; l’angelo invita la donna a ritornare dalla sua padrona Sara, dalla quale stava cercando di fuggire, non sopportando più le sue angherie causate dalla gelosia. Ma chi era questo angelo? Dio in persona, o uno qualsiasi che passava di lì e l’ha invitata a tornare a casa? Ancora una volta appare un malach, quando Agàr viene cacciata da Abramo e si trova nel deserto col bambino che sta morendo di sete. I maestri dicono che una delle cause dell’esilio di Israele è la punizione per questo comportamento di Abramo verso Agàr.
Un’altra volta in cui appare un angelo è nella storia di Bilàm, uno stregone che i moabiti fecero chiamare per maledire Israele, invece di far guerra. Qualcuno vede in questa vicenda la storia successiva del popolo ebraico; nel corso della storia del popolo ebraico c’è stato qualcuno che ci ha combattuto con le armi, ma anche qualcuno che ha cercato di combatterci con le parole e qualche volta le parole sono ancora più dannose. Se voi guardate l’azione delle Nazioni Unite negli ultimi 50, 60 anni, vedete che 8/10 delle risoluzioni intraprese, sono contro Israele, fino ad arrivare ad affermare che il sionismo è sinonimo di razzismo.
Comunque, per tornare al testo biblico, questo stregone, invece di maledire, benedice Israele. Egli parte a cavallo di un asina e, lungo il cammino, gli si fa presente un malach di Dio con una spada sguainata nella mano; lui, però, non lo vede, ma l’asina sì e si ferma intestardita. Dopo varie percosse, l’animale si volta e comincia a parlare: « Perché mi picchi? Non sono io la tua asina con cui viaggi sempre? Se mi comporto così, ci dev’essere un motivo ». Lui risponde: « Se io avessi una spada in mano, ti ucciderei! ». Ma come? Il grande indovino, che doveva imprecare contro Israele e sterminare un popolo intero con le sue parole, ha bisogno di una spada per uccidere una povera asina! Alla fine anche Bilàm vede l’angelo di Dio, che parla a nome di Dio e lo avvisa che comunque lui farà solo quello che dirà l’angelo. Questo malach è un essere materiale, o solo qualcosa di minaccioso che si rende presente?
Ancora. Nella storia di Sansone c’è un angelo che compare alla madre, prima della sua nascita e le annuncia che avrà un figlio che sarà un consacrato di Dio. La donna comunica la cosa al marito, che non le crede. Il giorno dopo l’angelo ricompare e lei corre a chiamare il marito, che alla presenza del malach, si spaventa. Sembrava un essere umano qualsiasi, ma si sentiva la presenza di Dio, tanto che Manòach vuole offrirgli un sacrificio, ma l’angelo dice: « Se vuoi fare un sacrificio, offrilo a Dio » e poi sparisce. Al che i due personaggi rimangono molto spaventati, perché erano convinti di aver visto e vedere Dio significava morire.
Questi malachìm ritornano più volte ai tempi di Davide, ai tempi di Giosuè.
Torno indietro. Anche nella lotta di Giacobbe al fiume Jabbok, c’è un malach. Dopo una notte di lotta, al sorgere dell’alba, l’angelo annuncia che deve partire, ma Giacobbe vuole trattenerlo, perché ha capito che ha lottato contro qualcosa di divino e vuole una benedizione. Qui riceve il nome nuovo di Israele, che contiene delle radici che significano « hai combattuto con Dio ». Tutto il racconto è molto bello. Una delle interpretazioni dei nostri maestri è che l’angelo che aveva combattuto contro Giacobbe era l’angelo protettore di Esaù. Ognuno di noi ha un angelo protettore; Giacobbe si è scontrato contro quello che rappresentava il punto di vista di Esaù. C’è una lotta fisica tra Giacobbe e le idee di suo fratello. La bellezza di quella frase: « Ferma, perché sta per venire il mattino », è intesa in senso messianico: noi, nella notte dei tempi, lottiamo, ma quando si comincia a intravedere la luce, basta, la lotta cessa. Giacobbe si sarà domandato: « Ma io come ho speso la mia vita? Esaù aveva ragione o aveva torto? Io portatore di una cultura, lui di un’altra… »; quasi un confronto profondo tra lui e il fratello. Sapete che la conseguenza di questa lotta è stata fisica: Giacobbe è rimasto leso al nervo sciatico e perciò claudicante per tutta la vita; qualcuno interpreta questo fatto, come l’insorgere di una malattia psicosomatica. Aveva talmente lottato, che ricevette una ferita fisica. C’è una simbologia ben precisa: nell’ebraico biblico si dice che uno nasce dalla coscia di un altro. Questa lotta tra Giacobbe ed Esaù ha avuto delle conseguenze sulle generazioni successive.
Risulterebbe, leggendo con attenzione, che succede sempre che un malach compie una sola missione; se ci sono due missioni da compiere, si chiamano due malachìm e così via. E’ un bell’insegnamento per noi: ognuno ha un incarico da portare avanti. Quindi i tre malachìm che sono apparsi ad Abramo avevano tre scopi diversi: uno quello di comunicargli che sua moglie avrebbe partorito un figlio. Infatti nel capitolo successivo si parla più solo di due malachìm; il terzo, terminata la sua missione, se n’era andato. I due malachìm rimasti, che vanno a Sodoma, hanno due incarichi diversi: uno di salvare Lot e l’altro di sollecitare la distruzione della città.
Apro un altro capitolo molto rapido. C’è tutto un altro settore che lascia spaventosamente perplessi. Qualcuno stabilisce un nesso tra questi malachìm e i famosi cherubini, cherubìm. Nella Bibbia si dice che gli Ebrei nel deserto ebbero l’incarico di costruire il tabernacolo, cioè una specie di santuario portatile, con una serie di dispositivi, con al centro una tenda e dentro una cassetta e dentro di essa le tavole dei comandamenti; sopra questa cassetta c’era un coperchio d’oro e sopra il coperchio due cherubìm. Nessuno sa cosa sono. Siccome il testo dice che i due si guardano l’uno con l’altro e hanno delle ali che si incontrano al di sopra di loro, si deduce che sono figure di angeli. Questo ci lascia molto perplessi, scandalizzati: ma come ? proprio in quel contenitore dove sono le tavole della Legge, che dice di non farsi sculture, ci sono due sculture che sembrano quasi umane! Qualcuno dice che sono due figure umane, che si guardano l’una con l’altra, quasi a sottolineare che il fulcro della norma sta nel fatto che un uomo non può vivere da solo, ma deve vivere in società e dobbiamo guardarci in faccia col nostro prossimo, non possiamo girar le spalle. Qualcun altro dice, invece, che queste statue sono un’indicazione pesante che ci è assolutamente proibito fare atti di idolatria, cioè attribuire valore soprannaturale a cose che, invece, sono fisiche. Questa idolatria va interpretata in modo talmente amplificato, che non si deve nemmeno fare un’idolatria dell’idolatria. Qualcun altro ancora dice che non è vero che si tratti di statue di esseri umani, perché, in realtà, non si sa che cosa significhi cherubìm. Si parla di due elementi che si guardano l’uno con l’altro, ma non necessariamente hanno forma umana; potrebbero essere due pietre una di fronte all’altra. Guardarsi può anche voler dire solo stare uno di fronte all’altro. Le ali farebbero pensare a una struttura a noi sconosciuta, che dovrebbero evocare le nuvole. Una delle denominazioni con cui è chiamato Dio è « colui che cavalca sui cherubini » e l’espressione ebraica rochèv hacherubìm, presenta la stessa radice resh, caf e bet, con metatesi. Ciò significa che Dio è colui che sta al di sopra di tutto; nell’immaginario dell’uomo antico, al di sopra di tutto ci sono le nubi e perciò Dio è Colui che sta al di sopra anche delle nubi e sovrintende al mondo. Perciò quelle figure ricordavano il cielo, quasi a ricordare che la Legge è straordinariamente difficile.
La letteratura post-biblica è ricchissima di elementi riguardanti gli angeli, molto spesso inventati. Si sono dati anche dei nomi: ad es. Michaèl, Rafaèl, Metatròn, Razièl. Chi più ne ha, più ne metta. Questi personaggi sono interpretati come esseri che sovrintendono, per conto di Dio, a determinate situazioni del genere umano. E’ il discorso degli intermediari, cioè il pensare che tra gli uomini e Dio ci siano degli intermediari; ma siamo nella fantasia.
Si dice addirittura che questi esseri siano stati creati prima dell’uomo; anche qui il discorso è difficile. Dal testo biblico si sa che l’uomo è stato l’ultima creazione di Dio, nell’ambito della sua opera creativa, nel sesto giorno. Perché nel sesto giorno e non prima? Qualcuno dice che sia per tenerlo in umiltà, visto che le formiche, ad es. sono state create prima di lui; l’uomo non deve darsi tante arie. Qualcuno dice che l’uomo sia stato creato per ultimo, perché fino alla fine Dio ha avuto dei dubbi se creare l’uomo o no e siccome si rendeva conto che la creazione dell’uomo poteva mettere in forse la creazione di tutto il resto, nella sua infinita sapienza, prima di creare l’uomo, avrebbe interpellato i malachìm, quegli esseri precedenti, forse intesi come tutto il resto del creato, per chiedere se avrebbe dovuto creare l’uomo o no. Il testo talmudico dice che gli angeli si sono divisi in partiti e, conteggiati i voti, è risultata una metà favorevole e l’altra metà contraria; Dio ha messo il suo voto a favore della creazione ed è nato l’uomo. Questi malachìm, allora, sono il prototipo dell’uomo, oppure si tratta delle altre cose create; le stelle, la luna, le piante, la natura, le galassie, che sono strumenti nelle mani di Dio?
Uno dei compiti di questi malachìm, che circondano la gloria di Dio, è quello di lodare Dio e di porgere a Dio le preghiere che facciamo noi.
Qualcuno si domanda se Dio preferisca gli uomini o gli angeli e la risposta è favorevole a noi uomini, perché gli angeli pregano Dio una volta al giorno, mentre noi Lo preghiamo più volte al giorno.
Visto che sono gli angeli a portare le nostre preghiere a Dio, si sollecita a pregare in lingua ebraica, perché gli angeli capiscono solo l’ebraico. Quando preghiamo per la guarigione di un malato, possiamo farlo anche in un’altra lingua, perché noi presupponiamo che al capezzale del malato ci sia Dio in persona, che capisce tutte le lingue.
Qualcuno dice che un altro compito degli angeli è quello di accompagnare i giusti in paradiso.
Il Maimonide, grande filosofo, nel suo trattato filosofico « La guida dei perplessi », parla dei malachìm e dice che non è vero che siano esseri umani, pseudoumani o sovraumani, ma sono idee intellettuali che partono dal nostro corpo. Quando io penso a qualcosa di non materiale; ad es. a Dio, alla giustizia, alla presenza, alla bontà di Dio, queste cose sono degli esseri che hanno la loro vita indipendente, ma non pensate che abbiano la forma di messaggeri, ecc. Sono il prodotto delle nostre considerazioni intellettuali e queste idee si presentano continuamente sotto aspetti diversi. Quando penso a un’ideologia, non è che la penso sempre allo stesso modo, ma, a seconda della mia preparazione, del mio stato d’animo, ecc. la considero da angolature diverse. Maimonide fa riferimento a una famosa frase della Genesi, con cui Dio caccia Adamo ed Eva dal giardino di Eden, perché non mangiassero il frutto della vita e diventassero immortali. Dio mette a guardia del giardino i cherubìm e « il filo della spada affilata che si rivolta », per custodire la strada dell’albero della vita. Questa spada, che si cambia, si sovverte, sono i malachìm, cioè queste idee che noi abbiamo e che si possono presentare in forma diversa. I malachìm sono parti del nostro pensiero e raziocinio.
Si dice che quando Adamo è stato creato, aveva accanto a sé due malachìm; è l’idea secondo la quale noi siamo sempre accompagnati da un malach. Adamo ne aveva due; uno aveva il compito di arrostirgli la carne (non risulta che l’uomo fosse carnivoro allora!) e l’altro aveva il compito di versargli il vino. Questo è uno scherzo, ma il problema è rispondere alla domanda che cosa facesse Adamo dentro questo giardino, come passava il tempo. A contemplare? Tenuto conto che il testo dice che Dio ha messo l’uomo lì dentro allo scopo di lavorarlo e custodirlo; ma come lavorarlo? E custodirlo da che cosa?
Ritorna la faccenda dell’angelo che interviene nei momenti cruciali.
Un midrash racconta che quando Mosè era piccolo ed era stato allevato alla corte di Faraone, gli stregoni avevano detto a Faraone che quel ragazzino gli sarebbe costato il trono. Avendo creduto a questo, faraone prese Mosè e lo pose davanti a una corona e a un tizzone ardente: se Mosè avesse preso la corona, voleva dire che tendeva al regno, al contrario, significava che i maghi avevano torto. Si dice che Mosè stava per prendere la corona, il che gli sarebbe costato la vita; ma è venuto un angelo, che gli ha spostato la mano e gli ha fatto prendere il tizzone ardente e se l’è messo in bocca, come fanno i bambini con tutto quello che prendono in mano. Così Mosè è rimasto balbuziente, ma si è salvato la vita. La stessa cosa sarebbe capitata alla regina Ester. Quando si trovò davanti al re, che le chiedeva cosa volesse da lui, lei voleva dirgli che lui si era comportato nei confronti degli Ebrei come un uomo crudele e nemico, perché aveva firmato i decreti antiebraici e che lei voleva sopprimere questo uomo crudele e nemico; mentre diceva queste cose, Ester puntava il dito contro il re, ma venne un angelo e gli ha spostato il dito verso Amàn.
Questo vuole dirci che tante volte anche noi sentiamo l’istinto di fare una certa cosa, ma poi ci viene un’ispirazione per fare in altro modo; è casuale, è un istinto, oppure c’è qualcosa che ci guida?

Publié dans : ANGELI ED ARCANGELI, EBRAISMO |le 1 octobre, 2014 |Pas de Commentaires »

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