Archive pour septembre, 2014

German, 15th century. Anne holds Mary and Christ

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Publié dans:immagini sacre |on 9 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

DISCORSO DI S. PAOLO ALL’AREOPAGO:

http://www.rivistazetesis.it/Sordi_SanPaolo.htm

DISCORSO DI S. PAOLO ALL’AREOPAGO:

PRIMO DOCUMENTO DELL’INCONTRO TRA MONDO GRECO E ANNUNCIO CRISTIANO.

Marta Sordi

Il primo incontro tra mondo greco e cristiani ci è documentato dal cap. 17 degli Atti degli Apostoli: da una parte ci sono filosofi stoici ed epicurei, i dotti del tempo che, sentendo San Paolo discutere ogni giorno sulla piazza con. quelli che incontrava, si chiedono: « Cosa vuoi dire questo spe?µat?????? (ciarlatano)? ». E lo condussero all’Areopago.
Dall’altra parte c’è San Paolo che, originario di Tarso, luogo di incontro tra cultura greca e mondo ebraico, doveva ben conoscere il poeta e filosofo stoico Arato che cita nel rispondere al dotto pubblico ateniese. Di questo poeta, tipico rappresentante della cultura ellenistica, Paolo assume il linguaggio, le categorie, i concetti, ma caricando ogni sua parola di una valenza nuova ed estranea a Stoici ed Epicurei, della novità portata dal fatto di Cristo.
Il pubblico ateniese lo segue senza interromperlo finché San Paolo parla di Resurrezione. A questo punto alcuni ridono, altri si allontanano, altri gli dicono :  » Di questo ti ascolteremo un’altra volta ». Pochissimi si unirono a lui e Paolo lasciò Atene per dirigersi a Corinto.

Paolo di Tarso
San Paolo originario di Tarso doveva ben conoscere quel poeta e filosofo stoico o stoicizzante Arato di Soli che cita nella prima parte del suo discorso. A Tarso, infatti, lo stoicismo ebbe seguaci e maestri, e Tarso, come ha rnesso in evidenza lo Scarpat [1], fu un sicuro punto di contatto tra cultura greca e mondo ebraico.
La prima parte del discorso di Paolo, che prende spunto da una iscrizione al « Dio ignoto » da lui vista nelle vie di Atene, è una lettura in chiave giudaico-cristiara dei primi 19 versi (il cosiddetto Inno a Zeus) dei Phaenomena di Arato. E Paolo in effetti deriva da Arato non solo la citazione esplicita (Atti 17,28) del v. 5, ma anche l’immagine del Dìo provvidente che fissa agli uomini i tempi prestabiliti. In Arato – v. 10 sgg. – si tratta degli astri e dei segni nel cielo che distinguono il corso dell ‘ anno e delle stagioni.

Paolo davanti all’Areopago
Il viaggio di Paolo ad Atene è collocabile verso la fine del 49 e gli inizi del 50: esso precede infatti il soggiorno a Corinto che inizia appunto ai primi del 50 [2] e termina nell’estate del 51 poco dopo l’arrivo del nuovo proconsole Gallione [3].
Al tempo di Paolo, nel I sec. d.C., Atene era ormai soltanto una fiorente città turistica e universitaria: già alla fine del IV sec. a.C., decaduta dalla sua antica potenza militare e politica, Atene aveva assunto un atteggiamento filoromano, e fin dal tempo delle guerre macedoniche e dopo l’annessione della Grecia alla provincia di Macedonia nel 146, era rimasta civitas libera et foederata. Sotto il controllo romano aveva ottenuto prosperità e privilegi e ricambiato i romani con una costante fedeltà. Solo nell’88 a.C., al tempo dell’invasione della Grecia da parte di Mitridate, Atene aveva defezionato; riconquistata da Silla era stata perdonata in nome dei suoi antenati [4] e aveva ottenuto nuovamente quella libertà e quell’autonomia che secondo Stradone conservava ancora all’epoca di Augusto.
In realtà sembra che l’intervento di Silla abbia corretto in senso oligarchico la costituzione ateniese, alimentando in modo particolare i poteri della Bulé [5] e dell’Areopago [6].
Quest’ultimo appare in effetti nelle iscrizioni e nelle fonti letterarie del I sec. a.C. il consiglio per eccellenza dello stato ateniese: oltre ai poteri giudiziari che esercita ancora per lo meno nel 17 d.C. [7], l’Areopago onora gli stranieri e sorveglia i costumi. Una particolare sorveglianza l’Areopago sembra aver esercitato sugli insegnamenti riservati alla gioventù. Sono queste competenze dell’Areopago che spiegano la decisione degli ascoltatori di Paolo di condurlo davanti all’Areopago [8] per dar ragione della nuova dottrina da lui insegnata. E’ dunque possibile che il discorso di Paolo sia stato tenuto veramente in mezzo all’Areopago e che non si tratti di una finzione letteraria, come alcuni credono, anche se il discorso non sembra comportare una seduta formale del consiglio areopagitico: la presenza di una donna tra gli ascoltatori di Paolo – Damaride – rivela infatti il carattere informale dell’assemblea.

Rapporti tra Paolo e gli Stoici di Roma
Il dialogo di Paolo con gli Stoici, interrotto bruscamente ad Atene, sembra essere stato ripreso a Roma dove lo stoicismo era la filosofia dominante. Esso era presente come dottrina morale e politica più che come spiegazione teoretica della realtà, e appariva perciò connaturale alla mentalità vetero-romana della classe dirigente.
Un clima di rapporti e dialogo tra stoici romani e cristiani è attestato da una serie di fatti:
- dalla stima che il martire Giustino (II sec.) mostra per il filosofo stoico Musonio Rufo vissuto il secolo precedente e da lui chiamato martire inconsapevole di Cristo, e dal giudizio di Tertulliano su Seneca, che chiama saepe noster.
- dalla concordanza che lo stesso Giustino rileva a più riprese nelle sue apologie tra morale stoica e morale cristiana Giustino rileva a più riprese nelle sue apologie tra morale stoica e morale cristiana.
- dall’accordo esistente tra la concezione politica degli Stoici e in particolare il loro concetto di libertas e 1′atteggiamento dei Cristiani verso lo Stato così come ci è rivelato dalla I lettera di Pietro e dalla lettera ai Romani di San Paolo.
- dalla quasi coincidenza negli stessi anni della persecuzione contro i Cristiani e contro gli Stoici sotto Nerone e Domiziano. In questi anni infatti Cristiani e Sroici caddero vittime dell’incomprensione e dell’impopolarità delle folle.
Ma alcuni elementi in particolare permettono di dare fondamento alla tradizione di un’amicizia tra il filosofo stoico Seneca e Paolo, che trova la sua esplicitazione nell’epistolario a loro attribuito:
- Seneca era fratello di Gallione, con cui Paolo aveva avuto rapporti a Corinto, ed era amico di Burro, prefetto del pretorio al tempo della prima prigionia romana di Paolo. Lo stesso Burro fu responsabile del trattamento liberale riservato a Paolo (gli Atti insistono sulla parresia, la libertà di parola con cui Paolo poté durante questa prigionia predicare il Vangelo) e con ogni probabilità responsabile della sua assoluzione.
– Lo Scarpat [9] osserva che l’uso del termine caro (“carne”) in Seneca è affine a quello paolino di s??? (“carne”) e di probabile influenza giudeo-ellenistica. Un’ulteriore conferma si ha in un altro stoico romano contemporaneo di Paolo, il poeta Persio, che ricorda con lo stesso significato paolino di “carne” la pulpa scelerata che impedisce agli uomini una retta e pura pratica religiosa, e sembra anche in altri passi riecheggiare concetti della predicazione cristiana.
Possiamo quindi concludere che Paolo ebbe contatti con lo stoicismo romano e quasi certamente conobbe Seneca.

[1] G. Scarpat, Il pensiero religioso di Seneca, Brescia 1977, p.74
[2] Subito dopo l’espulsione degli Ebrei da Roma nel 49: Suet. Claud. 25
[3] Il governo di Gallione in Acaia durò dall’estate del 51 al 52.
[4] App. Mitr. 38
[5] Bulé: consiglio cittadino dell’antica polis
[6] Areopago: sede del più antico tribunale di Atene su una collinetta presso l’acropoli.
[7] Tac. Ann. II, 55
[8] Atti 17, 19
[9] Op. cit.p. 77 sgg.

 

DAL DE LAUDIBUS S. PAULI – SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/insegnamenti/delaudibuscrisost.htm

DAL DE LAUDIBUS S. PAULI

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

Noi potremmo, se solo volessimo, vincere ogni resistenza della natura con la forza della volontà. Non c’è nulla di impossibile per gli uomini in ciò che Cristo ha ordinato; se infatti mettiamo tutto l’impegno di cui siamo capaci, anche Dio ci da insieme molto aiuto, e così diventeremo invincibili contro tutte le avversità. Non è degno di biasimo l’aver paura dei colpi, ma, per la paura di questi, sottostare a qualcosa di indegno del comportamento religioso, in modo che la paura dei colpi mostra colui che rimane invincibile nelle prove, più ammirevole di chi non ne ha paura. In questo modo rifulge maggiormente la volontà, perché aver paura dei colpi è proprio della natura, mentre non sottostare a nulla di sconveniente per paura di essi dipende dalla volontà che corregge la deficienza della natura e vince la sua debolezza. Nemmeno l’afflizione è motivo di accusa, ma, a causa dell’afflizione, dire o fare qualche cosa che non piace a Dio. Se io dicessi che Paolo non era un uomo, giustamente mi addurresti le deficienze della natura, per confutare così il mio discorso; ma se dico e sostengo che era un uomo, in niente superiore a noi riguardo alla natura, mentre divenne migliore riguardo alla volontà, invano, mi presenti queste obiezioni, anzi non invano, ma a favore di Paolo. Infatti in virtù di esse dimostri quanto grande egli fosse, perché pur trovandosi in una natura siffatta, fu più forte di essa. Non solo lo esalti, ma chiudi anche la bocca a quelli che si sono perduti d’animo, non consentendo ad essi di rifugiarsi nella superiorità della sua natura, ma spingendoli invece all’impegno proveniente dalla volontà.
Ma, si potrebbe dire, non ebbe paura qualche volta anche della morte? Anche questo atteggiamento è naturale. Tuttavia egli stesso che temeva la morte diceva a sua volta: In realtà quanti siamo in questa tenda[1], sospiriamo come sotto un peso[2], e di nuovo: Anche noi gemiamo interiormente[3]. Vedi come ha presentato la forza proveniente dalla volontà quale contrappeso della debolezza della natura? Infatti anche molti martiri spesso, nell’essere condotti al supplizio, impallidirono e furono pieni di paura e di angoscia; però proprio per questo sono soprattutto degni di ammirazione, perché, pur avendo timore della morte, non l’hanno fuggita a causa di Gesù. Così anche Paolo, pur temendo la morte, non rifiuta neppure la geenna per amore di Gesù[4], e, pur trepidando al pensiero della propria fine, desidera essere sciolto dal corpo[5]. Non era solo lui a provare ciò, ma anche il capo degli apostoli, pur avendo spesso detto di essere pronto a dare la vita[6], temeva assai la morte. Ascolta che cosa gli dice Cristo parlandogli in merito: Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi[7], fa riferimento alla deficienza della natura, non della volontà.
La natura mostra le sue proprietà anche contro noi, e non è possibile superare tali deficienze, neppure se si vuole e ci si impegna intensamente; pertanto da questo lato non siamo danneggiati, anzi siamo ammirati maggiormente. Che capo d’accusa è infatti aver paura della morte? Quale motivo di elogio non è invece, pur avendo paura della morte, non sottostare ad alcun atteggiamento meschino a causa di questa paura? Non è motivo d’accusa avere una natura con delle deficienze, bensì essere schiavi di queste; sicché chi resiste all’assalto che proviene da essa con il coraggio della volontà, è grande e ammirevole. Così mostra quanto grande sia la forza della volontà e tappa la bocca a quanti dicono: «Perché non siamo divenuti buoni per natura?». Che differenza c’è che questo si verifichi per natura o per volontà? Quanto è migliore questa condizione di quella? Per il fatto di procurare corone e una splendida rinomanza.
Ciò che è proprio della natura non è forse saldo? Ma se vuoi avere una forte volontà, questa condizione è più solida della prima. Non vedi che il corpo dei martiri è trapassato dalla spada e che, se la natura indietreggia davanti al ferro, la volontà non cede ad esso né si lascia sopraffare? Dimmi: non vedi che, nel caso di Abramo, la volontà ebbe il sopravvento sulla natura, quando gli fu ordinato di sacrificare il figlio[8], e la prima si manifestò più potente della seconda? Non vedi che si è verificata la medesima situazione nel caso dei tre giovani[9]? Non ascolti anche il proverbio che afferma che la volontà diventa una seconda natura in forza dell’abitudine? Anzi potrei dire che diventa la prima, come l’ha dimostrato ciò che è stato detto in precedenza. Vedi che è possibile acquistare anche la saldezza della natura, se la volontà è generosa e vigile, e che raccolga maggiori elogi chi sceglie e vuole essere buono più di chi vi è costretto?
Questo è bello soprattutto, come quando dice: Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù[10]. Allora soprattutto lo lodo, vedendolo raggiungere la virtù non senza pena, in modo da non essere motivo di indolenza per quelli che sarebbero venuti dopo, per giustificare la loro mollezza. Quando dice ancora: Sono crocifisso per il mondo[11], incorono la sua volontà. È possibile infatti, è possibile imitare la forza della natura con il rigore della volontà. Se lo proponiamo come l’esempio stesso della virtù, troveremo che si sforzò di portare le buone qualità che aveva in conseguenza della volontà, al livello della saldezza della natura.
Soffriva certamente quando era percosso, ma non disprezzava i patimenti meno delle potenze incorporee che non soffrono, come si può apprendere dalle sue parole che non sembrerebbero far credere che appartenesse alla nostra natura. Quando infatti dice: Il mondo è crocifisso per me e io lo sono per il mondo[12], e ancora: Io vivo, o piuttosto non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me[13], che altro significa se non che ha abbandonato il corpo stesso? Che vuol dire, quando dice: Mi è stata messa una spina nella carne, un messo di satana[14]? Nient’altro se non mostrare che la sofferenza arrivava solo al corpo; non perché non passasse all’interno, ma perché egli la respingeva e l’allontanava per la sovrabbondanza della sua volontà. E che dire, quando fa molte affermazioni più meravigliose di queste, e gioisce di essere frustato e si vanta delle sue catene[15]? Che altro si potrebbe dire se non quanto ho detto, che cioè affermare: Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, nel timore che, dopo aver predicato agli altri, non venga io stesso squalificato[16], indica da un lato la debolezza della natura, ma dall’altro, mediante quanto ho detto, la nobiltà della volontà?
Perciò si trovano entrambi questi aspetti presso di lui, affinché né pensi che per le sue grandi virtù appartenesse ad una natura diversa e non ti scoraggi, né condanni quell’anima santa per le sue debolezze, anzi al contrario, scacciando in conseguenza di ciò lo scoraggiamento, ti volga verso una fiduciosa speranza. Per questo motivo presenta d’altra parte anche la grazia di Dio in termini amplificativi, anzi non in termini amplificativi, ma con saggezza, perché pensi che nulla viene da lui. Afferma però anche il suo impegno, perché, attribuendo tutto a Dio, tu non trascorra la vita nell’inoperosità e nell’incuria. E troverai rigorosamente in lui misura e regola di tutto.

NOTE SUL SITO

 

[Birth of the Virgin (detail); Murillo]

[Birth of the Virgin (detail); Murillo] dans immagini sacre birth5

http://campus.udayton.edu/mary/meditations/birthday.html

Publié dans:immagini sacre |on 8 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

NATIVITÀ DI MARIA, 8 SETTEMBRE – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II (1985)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850908_liechtenstein_it.html

VISITA PASTORALE NEL LIECHTENSTEIN

CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA DELLA NATIVITÀ DI MARIA – 8 SETTEMBRE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Eschen-Mauren (Liechtenstein)

Domenica, 8 settembre 1985

Cari fratelli e sorelle.

1. Come Chiesa di Cristo festosamente riunita celebriamo oggi la Natività della beata Vergine Maria. La liturgia ci invita a ringraziare la santissima Trinità per la nascita della Madre del nostro Salvatore, “la cui santa vita illumina l’intera Chiesa” (“Antifona di Terza”).La nascita di Maria porta luce e speranza per tutte le comunità di Cristo e oggi in particolare per la Chiesa nel Liechtenstein. Questo mistero forma la cornice spirituale per la visita pastorale del successore di Pietro alla vostra Chiesa locale. In essa io saluto una parte dell’antica diocesi di Coira, le cui radici arrivano fino alla provincia romana della Retia. Voi onorate tra i primi padri della vostra fede i santi Lucio e Gallo, e attraverso la loro opera missionaria voi siete, fin dagli albori del cristianesimo, Chiesa di Cristo nell’area delle Alpi e nei pressi del Reno che collega i popoli. In molti modi, nel passato e nel presente, avete testimoniato di riconoscere Maria anche come Madre della vostra Chiesa locale, e di venerarla come Patrona del vostro Paese, come esempio e speranza della vostra fede, e di emularla nella sua “santa vita”.
2. Le Scritture della liturgia odierna ci inducono a considerare il mistero di Maria contemporaneamente da due visuali diverse. Il profeta Michea lo considera dalla distanza dell’antica alleanza.
La sua predizione annuncia la nascita del Messia e Unto: “. . . che deve essere il dominatore di Israele. Le sue origini sono dall’antichità” (Mi 5, 1). Con ciò si intende la parola eterna di Dio, che è il Figlio della stessa natura del Padre. Egli sarà il nostro “pastore nella potenza del Signore”; con lui noi vivremo “in sicurezza”; perché lui sarà la nostra “pace”.
Allo stesso tempo il profeta parla della donna, “che deve partorire” (Mi 5, 2). Una creatura, una donna è prescelta per svolgere un ruolo decisivo nell’opera salvifica di Dio; sarà lei la prima per la quale si adempirà la “sicurezza” e la “pace” messianica in modo concreto. Ella sarà benedetta tra tutte le donne; ella sarà un dono per tutta l’umanità, perché partorirà il Salvatore.
3. Al contrario, molto da vicino l’evangelista Matteo osserva l’odierno mistero. Qui ci troviamo già al centro di quell’avvenimento che il profeta Michea aveva potuto solamente delineare da lontano.
Maria entra nella luce del pubblico come donna incinta. In un primo momento, gli uomini sono sconcertati; sembra che ci si vergogni di lei. Poi però Giuseppe, suo marito, viene a conoscere l’importanza di questo bambino che si attende: esso è voluto in modo unico da Dio; esso è “dello Spirito Santo”. Il suo nome sarà “Gesù”, nome che indica il suo compito futuro: “Egli salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Sì, egli sarà un autentico “Emmanuele”: in lui “Dio è con noi”: e Giuseppe prese con sé la sua sposa (cf. Mt 1, 18-24). Così egli si dichiara per Maria e per il frutto del suo corpo; coraggiosamente egli si pone al fianco della Madre del Salvatore e sostiene così la grande prova della sua vita.
4. In questo modo le letture odierne ci inducono a considerare da due diverse visuali il grande mistero della parola eterna che si è fatta uomo e contemporaneamente il mistero della maternità di Maria.
Noi meditiamo su questo stretto legame tra i due misteri ogni anno, in particolare tra Natale e Capodanno, tra il giorno della nascita di Cristo e il giorno della maternità di Maria; particolare evidenza deve essere però conferita a questo legame nel corso della preparazione dell’ormai non lontana celebrazione dei duemila anni della nascita umana del nostro Redentore.
Dio ha scelto Maria per diventare la Madre di Gesù Cristo. Secondo la fede della Chiesa, tutta la persona e l’esistenza di Maria sono improntate a questa chiamata eccezionale. Questo è il motivo per cui noi guardiamo al suo ingresso in questo mondo, alla sua nascita, con venerazione e con riconoscenza; e anche se la data esatta di questa nascita non ci è nota, essa cade inequivocabilmente negli anni immediatamente precedenti quella santa notte di Betlemme.
5. La liturgia, oggi, non parla però solamente di avvenimenti passati. La lettura della Lettera di San Paolo ai Romani ci rammenta l’eterno piano di salvezza di Dio con il suo significato sempre attuale anche per il nostro tempo. Questo piano nasce direttamente dal divenire uomo del Figlio di Dio, “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8, 29).
È volontà di Dio che noi diventiamo fratelli e sorelle di Gesù e che “prendiamo parte alla sostanza e alla forma di suo Figlio”; in Gesù egli ha “reso giusti” e “glorificato” già tutti coloro che ha chiamato alla sua sequela. Meravigliose parole dell’apostolo, in cui la Chiesa riconosce la parola di Dio stesso! Sì, grandi cose il Signore ha fatto rendendoci membri della sua Chiesa. Una gioia e una riconoscenza spontanee devono sgorgare dal nostro cuore; la nostra risposta deve essere quella di amare Dio con il corpo e con l’anima, con il cuore e con la ragione, con tutte le nostre forze. Solo allora anche su di noi si potrà adempiere quanto la lettera di San Paolo afferma grandiosamente all’inizio: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (cf. Rm 8, 28-30). Come sono diventate vere queste parole per Gesù stesso, che attraverso il sacrificio della sua vita è divenuto il nostro Redentore; ma come sono diventate vere anche per Maria, la prima redenta, che per amore del Figlio è rimasta preservata dal peccato ed è quindi divenuta la Madre di tutti i redenti.
In questo modo Maria, attraverso la sua vocazione ad essere la Madre di Cristo, partecipa in misura particolare a quella chiamata comune, rivolta da Cristo a tutti gli uomini e che può essere realizzata in comunione con lui.
Se noi veneriamo il mistero della nascita di Maria con amore, ci renderemo conto sempre più chiaramente che mediante il suo “sì” e attraverso la sua maternità Dio è con noi. “Emmanuele” (Dio con noi): questo è il nome per il Figlio di Dio, che è venuto in questo mondo e che attraverso la sua presenza fraterna santifica ogni realtà umana e la apre a Dio.
6. Questo vale anche per quella primissima sorgente della comunità umana che noi chiamiamo famiglia. L’odierna festa della nascita di Maria e il mistero della nascita umana di Dio nel grembo della Sacra Famiglia guidano la nostra attenzione, nel corso di questa celebrazione eucaristica, proprio sulla famiglia.
Nel corso dell’udienza particolare per i pellegrini del Liechtenstein venuti a Roma due anni fa ebbi a dire, tra l’altro, riguardo alla famiglia e alla sua grande importanza per la vita naturale e soprannaturale del singolo e per la società: “La riconciliazione personale con Dio è la necessaria premessa perché la riconciliazione e la pace possano divenire realtà anche nella comunità umana. Ogni singolo è chiamato a portare il proprio contributo. Iniziate nello stretto ambito della famiglia! La Chiesa è convinta che il benessere della società e quello proprio siano strettamente legati al benessere della famiglia. Tutto quanto avviene per la guarigione e il rafforzamento della famiglia torna al vantaggio dell’intera comunità” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/2 [1983] 767). Allora ho anche caldamente ammonito: “L’umanità di oggi ha urgente bisogno di riconciliazione cristiana. Istituiamola e doniamola lì dove siamo in grado di procurarla agli altri: nelle nostre famiglie, nei nostri posti di lavoro, nella comunità, nella comunità di tutto il popolo!” (Ivi).
Proprio nella stretta cerchia familiare o nel vicinato ci troviamo a sperimentare, talora, la durezza del litigio e dell’intransigenza tra gli uomini in modo molto doloroso. Come cristiani dobbiamo essere sempre pronti a pronunciare una parola conciliante e a tendere la mano alla riconciliazione.
7. Un matrimonio che sia entrato in crisi; un matrimonio che dal punto di vista umano è prossimo alla rovina; un matrimonio appesantito dal vicendevole estraniarsi dei partner può essere salvato dai coniugi solo a condizione che essi sappiano perdonarsi a vicenda e operino con perseveranza verso una riconciliazione. Quanto è valido per il rapporto tra i coniugi, vale anche per il rapporto dei genitori con i figli e dei figli con i genitori. Quando in una famiglia nascono conflitti tra giovani e anziani, tra padre o madre e figlio o figlia, questi devono essere risolti nella vicendevole comprensione e nel vicendevole perdono. Ragazzi e adolescenti, padri e madri, non siate mai troppo orgogliosi o troppo testardi, tanto da non essere in grado di tendervi la mano per la riconciliazione, quando ha avuto luogo una discussione! Non siate ostinati e non portate rancore quando si tratta di risolvere una lite! È però parte essenziale di tutto ciò la riconciliazione con Dio mediante una buona confessione personale, dato che ogni offesa recata al nostro prossimo è anche un’offesa recata a Dio, di cui siamo tutti creature amate. Quindi, non escludete Dio nella riconciliazione tra gli uomini e afferrate quel mezzo di salvezza che si chiama confessione e che dona la pace interiore, che solo il Signore può dare!
Matrimonio e famiglia possono rispondere alla loro altissima chiamata cristiana solamente quando la pratica regolare della conversione e confessione personale e della riconciliazione attraverso la confessione hanno il loro posto fisso nella vita dei coniugi e dei membri della famiglia.
La missione popolare del Liechtenstein, che avrà inizio tra breve, mancherebbe a un suo compito essenziale, direi addirittura che non potrebbe dare il via all’“incontro con la vita” in Cristo, qualora rinunciasse a condurre i fedeli anche a una buona Confessione. Prego quindi vivamente i predicatori della missione di riservare a questo argomento la loro viva attenzione; in particolare suggerisco la celebrazione comunitaria del sacramento della Penitenza con la successiva Confessione personale e l’assoluzione di ogni singola persona.
“Incontro alla vita” – questo il leit-motiv della missione – è in primo luogo una liberazione dal peccato e dalla colpa, dalla mancanza di libertà e dall’egocentrismo, dall’errore e dalla confusione e quindi un cammino verso la santità e la santificazione della vita comunitaria. Maria, che nacque e visse senza la macchia del peccato, si pone davanti ai nostri occhi come il grande esempio di tale santità. Il suo esempio sia per noi luce e forza!
8. La famiglia come cellula della società e pietra viva della comunità ecclesiale è contemporaneamente anche il primo luogo della preghiera. Il Concilio Vaticano II dice: “Quando i genitori, mediante il loro esempio e la loro preghiera comune iniziano il loro cammino, anche i figli e tutti coloro che vivono in quella comunità familiare, riusciranno più facilmente a trovare questa via dell’autentica umanità, della salvezza e della santità. I coniugi però debbono, nella loro dignità e nel loro incarico di padre e di madre, assolvere accuratamente al dovere dell’educazione, soprattutto di quella religiosa, che è in particolare di loro competenza” (Gaudium et spes, 48). Allo stesso modo è però anche vero che i figli, come membri della famiglia donati da Dio, contribuiscono a modo loro alla santificazione dei genitori.
In questa diocesi, e quindi anche nel vostro Paese del Liechtenstein, alcuni anni fa è iniziata l’azione “Chiesa familiare”, che vorrebbe servire alla preghiera comune nella famiglia. Portate avanti questo importante compito e promuovetelo secondo le vostre forze! La preghiera comune a tavola non dovrebbe mancare in nessuna famiglia cristiana. Sono cosciente del fatto che per alcuni comporti un grande sforzo ricominciare con questa usanza. Mettete da parte ogni falsa vergogna religiosa e pregate insieme! “Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, ci promette il Signore (Mt 18, 20).
A ragione possiamo pensare che la Madre del Signore sia nata in una famiglia religiosa e devota. Maria stessa prega molto. Nel Magnificat, famosa lode della potenza e gloria del Signore, essa ci insegna l’indirizzo principale di ogni preghiera: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore” (Lc 1, 46-47). Cantate anche voi questa lode a Dio! Mostrate a Dio, mediante la fedele partecipazione alle celebrazioni eucaristiche della domenica e dei giorni feriali, che lo amate e onorate sopra ogni cosa e contemporaneamente siete pronti a dare a quest’amore un’espressione concreta e comunitaria! Andate al Signore eucaristico nel tabernacolo e pregate lì il Dio misteriosamente presente per voi stessi, per la vostra famiglia, per le vostre famiglie della vostra patria, per la famiglia dell’umanità e per la famiglia di Dio nella Chiesa! Esorto voi tutti, bambini, ragazzi e adulti, laici e sacerdoti, religiosi e religiose, sani e malati, impediti e attempati: pregate! Sì, mantenetevi fedeli alla preghiera quotidiana! La preghiera è la forza che veramente cambia e libera la nostra vita; nella preghiera avviene l’autentico “incontro con la vita”.
9. La famiglia è quindi un fondamentale rifugio e luogo d’esercizio per i valori e le qualità fondamentali che caratterizzano la singola persona. La famiglia è il terreno da cui trae nutrimento la coscienza della dignità della persona umana. L’ordine morale del matrimonio e della famiglia, come Dio lo ha fissato nel piano di creazione, viene oggigiorno frequentemente disturbato dal comportamento incosciente di molti, e non raramente viene addirittura distrutto. Ideologie disgregatrici che si ritengono moderne vogliono farci credere che quest’ordine sia superato e addirittura nemico dell’uomo. Così avviene già che molti cristiani si vergognano di impegnarsi con convinzione per quei principi morali fondamentali. Un simile atteggiamento dell’uomo non può portare alcuna benedizione, né per il singolo né per la società, la quale a sua volta è, in forte misura, determinata dalla qualità morale e religiosa del singolo e della sua famiglia.
La Chiesa cattolica non si stancherà di ripetere integralmente e senza limiti e di sottolineare sempre nuovamente quei principi che riguardano il male della convivenza extraconiugale, dell’infedeltà coniugale, della pratica divorzista sempre in aumento, del cattivo uso del matrimonio e dell’aborto. I compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi sono molteplici e importanti.
Ogni famiglia religiosamente e moralmente sana è contemporaneamente un prezioso fermento per l’intera comunità dei popoli. L’autentica famiglia cristiana è una benedizione per il mondo. Vorrei incoraggiare tutte le famiglie tra di voi a divenire sempre più famiglie veramente cristiane e ad affrontare il compito a ciò connesso nel tempo odierno con grande coraggio. L’umanità ha bisogno di questa testimonianza di fede nell’ora storica in cui viviamo. Non lasciatevi deviare da nessun contraccolpo, insuccesso, delusione o insicurezza e formate la vostra vita coniugale e familiare nello spirito di Cristo e della sua Chiesa!
10. Il cristiano convinto non si arrende mai! Egli prosegue fiducioso e con tenacia perché sa che c’è qualcuno che lo accompagna, che dà forza e fiducia proprio nei momenti di angoscia della vita. Questo esempio ce lo ha dato Maria, l’aurora della salvezza che ci ha partorito Cristo, il sole della giustizia (cf. “Prefazio della Festa”).
Essa ha percorso la via con il suo Figlio divino fin sotto la croce. Grazie alla fedeltà sofferta, in cui ha vissuto la sua non facile vocazione di Madre di Cristo, essa ha potuto conoscere per sé stessa ciò che Paolo afferma oggi nella seconda lettura: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Possa la santa vita della Vergine Maria, la cui nascita la Chiesa celebra oggi in maniera così solenne nel principato del Liechtenstein con il successore di Pietro, diventare luce anche per la vostra vita di cristiani nelle vostre famiglie e nell’intera vostra comunità di popolo. Il suo esempio e il suo aiuto vi mettono in condizioni di vivere degnamente la vostra vocazione. Rimanete, soprattutto, una grande famiglia religiosamente e moralmente sana all’interno delle vostre frontiere, che si possono abbracciare con lo sguardo, di questo vostro bel Paese e vivete sempre nell’unione con la Chiesa universale e con il suo supremo pastore.
Dio vi benedica e vi protegga per l’intercessione di Nostra Signora del Liechtenstein, la Madre del nostro Redentore, che sotto la croce è divenuta anche la Madre di noi tutti. Amen.

Publié dans:FESTE DI MARIA, PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 8 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

NATIVITÀ DI MARIA: LA VOCE DEI PADRI DELLA CHIESA – LA VOCE DEI SANTI

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LA VOCE DEI PADRI DELLA CHIESA – LA VOCE DEI SANTI

«Si chiamava Gioacchino; era della casa di Davide, re e profeta; sua moglie si chiamava Anna. Rimase senza figli sino alla vecchiaia, perché sua moglie era sterile. Eppure, proprio a lei era riservato l’onore al quale, secondo la legge di Mosè, aspiravano tutte le donne che danno alla luce, un onore che non era stato concesso a nessuna donna privata di figli.
Gioacchino e Anna, infatti, erano degni di onore e di venerazione, tanto nelle parole come nelle opere; erano conosciuti come appartenenti alla stirpe di Giuda e di Davide, discendenza di re. Quando le case di Giuda e di Levi si unirono, il ramo reale e quello sacerdotale finirono per mescolarsi. Così sta scritto tanto riguardo a Gioacchino quanto riguardo a Giuseppe, con il quale si sposò la Vergine santa. Di quest’ultimo si afferma esplicitamente che era della casa e della tribù di Davide (cfr. Mt 1, 16; Lc 1, 5); però lo erano entrambi: l’uno secondo la discendenza naturale di Davide, l’altro in virtù della legge secondo la quale lo erano i leviti.
Anche la beata Anna era di un ramo eletto della medesima casa. Questo significava a priori che il re che sarebbe nato da sua figlia sarebbe stato sommo sacerdote, in quanto Dio e in quanto uomo. Tuttavia la mancanza di figli causava un gran dolore ai venerabili e stimati genitori della Madonna, a causa della legge di Mosè e anche delle frecciate che ricevevano da alcuni uomini stolti. Desideravano la nascita di un discendente che cancellasse l’ignominia davanti ai loro occhi e davanti al mondo intero, elevandoli così a una gloria superiore.
Allora la beata Anna, come quell’altra Anna madre di Samuele (cfr. 1 Sam 1, 11), andò al tempio e supplicò il Creatore dell’universo che le concedesse un frutto delle sue viscere, che poi gli avrebbe consacrato per averlo ricevuto come dono. Neppure il beato Gioacchino restava inattivo, ma chiedeva a Dio che lo liberasse dalla mancanza di figli.
Il Re benigno, l’Autore generoso di tutti i doni, ascoltò la preghiera del giusto e inviò un annuncio ai due coniugi. Prima di tutto mandò un messaggio a Gioacchino mentre stava pregando nel tempio. Gli fece udire una voce del cielo che gli diceva: “Avrai una figlia che sarà gloria, non solo per te, ma per il mondo intero”. Questo stesso annuncio fu fatto alla beata Anna, la quale non cessava di pregare Dio con ardenti lacrime. Anche a lei fu inviato il messaggio da parte di Dio, nel giardino dove offriva sacrifici con petizioni e preghiere al Signore. L’angelo di Dio venne ad essa e le disse: “Dio ha ascoltato la tua preghiera; darai alla luce l’annunciatrice della gioia e la chiamerai Maria, perché da Lei nascerà la salvezza del mondo intero”.
Dopo il messaggio avvenne il concepimento e dalla sterile Anna nacque Maria, Colei che illumina tutti: così, infatti, si traduce il nome di Maria: “colei che illumina”. Allora i venerabili genitori della felice e santa bambina furono colmi di una grande gioia. Gioacchino organizzò un banchetto e invitò tutti i vicini, sapienti e ignoranti, e tutti diedero gloria a Dio che aveva operato per loro un grande prodigio.
In tal modo, l’angoscia di Anna si mutò in una gloria più sublime, la gloria di essere diventata la porta della porta di Dio, porta della sua vita e inizio della sua gloriosa condotta».
Vita di Maria attribuita a San Massimo il Confessore (VII secolo). I fatti esposti si ispirano a scritti apocrifi, soprattutto al “Protovangelo di san Giacomo”, che rimonta al II secolo.

La voce dei Santi
«Carissimi, un grandissimo danno ci è stato causato da un uomo e da una donna; ma, grazie a Dio, ugualmente attraverso un uomo e una donna si è ristabilita ogni cosa. E non senza un grande aumento di grazie. Infatti il dono non è paragonabile al misfatto, perché la grandezza del beneficio supera di gran lunga la stima del danno.
Così il prudentissimo e clementissimo Artefice non distrusse ciò che s’era infranto, ma lo rifece più utile in tutti i casi, e cioè, formando dal vecchio un nuovo Adamo e trasfondendo Eva in Maria.
Sicuramente poteva bastare Cristo, poiché tutta la nostra sufficienza ci viene da Lui; però non era bene per noi che l’uomo fosse solo (cfr. Gn 2, 18). Molto più conveniente era che fossero presenti alla nostra riparazione l’uno e l’altro sesso, non essendo mancati alla nostra corruzione né l’uno né l’altro. Fedele e potente Mediatore di Dio e degli uomini è l’uomo Cristo Gesù, ma gli uomini riconoscono in Lui una divina maestà. Sembra che l’umanità sia assorbita nella divinità, non perché si sia mutata la sostanza, ma perché i suoi affetti sono divinizzati. Non si canta di Lui solo la misericordia, ma si canta ugualmente la giustizia, perché, pur avendo appreso la compassione dalle cose che patì, ed essendo divenuto misericordioso (cfr. Eb 5, 8), proprio per questo ha, allo stesso tempo, la potestà di giudice. Infine, Dio nostro è un fuoco che consuma. Se il peccatore teme molto di avvicinarsi a Lui, non è forse dovuto al fatto che, come la cera si scioglie in presenza del fuoco, allo stesso modo potrebbe perire lui alla presenza di Dio?
Così dunque non sembrerà inutile la presenza della donna benedetta fra tutte le donne, perché si vede chiaramente il ruolo che Essa svolge nell’opera della nostra riconciliazione; infatti abbiamo bisogno di un mediatore accanto a questo Mediatore e nessuno come Maria può svolgere questo ufficio in modo più fruttuoso. Una mediatrice troppo crudele fu Eva, attraverso la quale il serpente antico infuse nell’uomo il pestifero veleno; fedele, invece, è Maria, che propinò l’antidoto della salvezza agli uomini e alle donne. Quella fu strumento della seduzione, questa della propiziazione; quella suggerì la prevaricazione, questa introdusse la redenzione. Che cosa trattiene la fragilità umana dall’arrivare a Maria? Nulla c’è in Essa di austero, nulla di terribile; tutto è dolce, a tutti vengono offerti latte e lana.
Studia con cura tutta la serie della storia evangelica, e se trovi in Maria un pizzico di durezza o di burbero rimprovero, o qualche segno di indignazione, sia pure lieve, ritienila d’ora in poi sospetta e diffida dall’avvicinarti a Lei. Ma se invece (come succede nella realtà) scopri che tutto ciò che appartiene a Lei è colmo di pietà e di misericordia, di mansuetudine e di grazia, sii grato a quel Signore che, con la sua misericordia straordinariamente benevola ti ha dotato di una mediatrice tale che niente può esserci nella Vergine che infonda timore. Ella si è fatta tutta a tutti; si è fatta debitrice di sapienti e di ignoranti, con una meravigliosa carità. A tutti apre il seno della misericordia, affinché tutti ricevano la sua pienezza: redenzione al prigioniero, guarigione al malato, consolazione all’afflitto, al peccatore il perdono, al giusto la grazia, all’angelo la gioia e, infine, la gloria a tutta la Trinità; e la stessa Persona del Figlio riceve da Lei la sostanza della carne umana, affinché non vi sia chi si sottragga al suo calore».

San Bernardo (XII secolo)
Sermone della Domenica nell’ottava dell’Assunzione, 1-2.

Pope John Paul II and Mother Theresa of Calcutta

Pope John Paul II and Mother Theresa of Calcutta dans immagini sacre 1304036958552con_madre_teresa

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Publié dans:immagini sacre |on 5 septembre, 2014 |Pas de commentaires »
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