BRANO BIBLICO SCELTO – EZECHIELE 18,25-28

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BRANO BIBLICO SCELTO - EZECHIELE 18,25-28

Così dice il Signore: 25 « Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
26 Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa.
27 E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà ».

COMMENTO
Ezechiele 18,25-28

La responsabilità individuale
Il libro di Ezechiele contiene due raccolte di oracoli, che risalgono rispettivamente al periodo prima della caduta di Gerusalemme (cc. 1-24) e a quello posteriore ad essa (cc. 33-39). Tra queste due raccolte si situano gli oracoli contro le nazioni (cc. 25-32). Al termine viene posta una sezione chiamata «Torah di Ezechiele» (cc. 40-48), dove sono descritte le istituzioni future. Gli oracoli anteriori alla caduta di Gerusalemme hanno come tema la condanna della città peccatrice e l’annunzio del castigo divino. Dopo l’introduzione che narra la vocazione del profeta (1,1-3,15), la raccolta si divide in due parti che mettono in luce rispettivamente il destino di Gerusalemme (cc. 4-12) e la colpevolezza dei suoi abitanti (cc. 13-24). La struttura portante della seconda di queste due parti è formata da tre requisitorie nelle quali il profeta ripercorre le grandi tappe della storia religiosa di Israele (cc. 16; 20; 23). Accanto a questi significativi quadri storici è stato collocato altro materiale il cui scopo è quello di far comprendere più a fondo il tema della responsabilità di Gerusalemme. Un passaggio qualificante del messaggio di Ezechiele è il capitolo 18, nel quale si affronta il tema della responsabilità individuale. Da esso è stato ricavato il testo liturgico che ne contiene la parte conclusiva.
Con formule pedanti e casistiche, di evidente origine sacerdotale, ma anche con calde esortazioni, Ezechiele mette in discussione, come aveva già fatto Geremia (cfr. Ger 31,29), il proverbio secondo cui «i padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (v. 2). Egli esordisce affermando, a nome di JHWH, che questo proverbio non deve essere più ripetuto, e ne dà il motivo: «Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morrà» (v. 4). E subito, ispirandosi alle liste di precetti morali (cfr. Es 20,1-17; Lv 19) e alle formule con cui i sacerdoti dichiaravano a chi è permesso di entrare nel santuario (cfr. Sal 15; 24), indica quali sono le condizioni perché un uomo possa vivere: «Se uno è giusto e osserva il diritto e la giustizia, se non mangia sulle alture e non alza gli occhi agli idoli della casa di Israele, se non disonora la moglie del suo prossimo e non si accosta a una donna durante il suo stato di impurità, se non opprime alcuno, restituisce il pegno al debitore, non commette rapina, divide il pane con l’affamato e copre di vesti l’ignudo, se non presta ad usura e non esige interesse, desiste dall’iniquità e pronunzia retto giudizio fra un uomo e un altro, se cammina nei miei decreti e osserva le mie leggi agendo con fedeltà, egli è giusto ed egli vivrà, parola del Signore Dio» (vv. 5-9).
A questa affermazione di principio fa seguito un elenco di casi a cui essa si applica. Anzitutto essa trova riscontro nell’ambito della famiglia: se uno è figlio di un giusto, ma trasgredisce queste norme, dovrà morire (vv. 10-13); se uno invece è figlio di un empio, ma osserva queste prescrizioni, egli vivrà (vv. 14-17); suo padre invece, pur avendo avuto un figlio giusto, dovrà morire (v. 18). Il motivo di ciò è semplice: ciascuno è responsabile delle sue azioni, e non di quelle di suo padre o di suo figlio (vv. 19-20). Si passa poi all’ambito più strettamente personale: se un malvagio cambia vita e diventa giusto, le iniquità da lui commesse sono dimenticate ed egli vivrà (vv. 21-22). Il motivo è questo: Dio non ha piacere della morte del malvagio, ma piuttosto vuole che egli desista dalla sua condotta perversa e viva (v. 23). D’altra parte se un giusto si allontana dalla retta via, tutte le sue opere giuste sono dimenticate ed egli, a causa del suo peccato, è destinato alla morte (v. 24).
Inizia qui il testo liturgico nel quale si trova una sintesi di quanto detto precedentemente. Il profeta immagina che gli israeliti accusino JHWH dicendo: «Non è retto il modo di agire del Signore». JHWH allora risponde: «Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?» (v. 25). Da questo botta e risposta appare che l’idea di una retribuzione strettamente personale è nuova e va contro un certo modo di pensare abbastanza diffuso. Il pensiero di scontare la pena di peccati commessi dai loro padri era per i giudei un comodo alibi per non mettersi in questione, per non convertirsi. L’idea di una responsabilità personale invece li provocava a fare una scelta personale. Ciò valeva soprattutto per gli esuli, a cui il profeta ripete lo stesso principio (cfr. 33,10-20): per loro il pensiero di un ritorno nella loro terra era possibile solo nella prospettiva di una conversione, resa posibile dal perdono di Dio.
Dopo aver difeso il comportamento di Dio il profeta sintetizza il suo messaggio in due periodi ipotetici. Nel primo si dice: «Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa» (v. 26). L’ipotesi è quella del giusto che si allontana dalla retta strada: nonostante la giustizia praticata fino a quel momento, egli è destinato a morire. La morte che gli è minacciata è certamente un evento fisico, visto però nella sua componente esistenziale che consiste nella sofferenza e soprattutto nella perdita di senso conseguente al distacco da Dio. Il secondo periodo ipotetico prospetta il caso opposto: «E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà (vv. 27-28). Se il giusto può peccare, nello stesso modo anche l’empio può allontanarsi dal suo peccato. In tal caso egli vivrà. Anche qui la vita significa non solo sfuggire alla morte ma anche la pienezza di pace e di benessere nella comunione con Dio. Su questa affermazione di principio si basa il successivo appello alla conversione (cfr. vv. 29-32).

Linee interpretative
La riflessione del profeta, più che un cambiamento di rotta rispetto al passato, rappresenta una esplicitazione e un approfondimento di quanto già affermavano i testi più antichi: è vero infatti che la colpa del padre ricade sui suoi figli e nipoti fino alla tersa e alla quarta genenerazione e che la grazia di Dio si estenda per mille generazioni ma solo, rispettivamente, per quelli che odiano Dio e per quelli che lo amano (cfr. Es 20,5-6; Dt 7,9-10). Ezechiele non nega infatti il carattere sociale del peccato e delle sue conseguenze (sofferenza e morte), ma afferma che l’uomo è pur sempre libero di dissociarsi dal peccato commesso dagli altri o anche da lui stesso: se lo fa, rientra sotto il flusso costante e benefico della misericordia divina, che egli, proprio con il peccato, aveva allontanato da sé. Per il popolo di Giuda, nella situazione drammatica in cui si trova, ciò significa che non può attribuire ai propri padri la colpa dei mali che lo sovrastano o sperare di esserne liberato per i loro meriti; d’altro canto però Ezechiele cerca di fargli comprendere che può ancora allontanare da sé il giusto castigo con una sincera conversione.
Dio mette davanti a Israele la vita e il bene, la morte e il male, e comanda che il popolo lo ami, minacciando in caso contrario i castighi più terribili (Dt 30,15-20). Ma Dio non è indifferente alle scelte delle sue creature. Egli non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (v. 23). La fede in un Dio amante della vita sta alla base della fede di Israele. Questa fede implica implica l’osservanza dei comandamenti riguardanti la giustizia e la solidarietà con i più poveri. Se Dio vuole che il popolo gli sia fedele, l’unico motivo è che da questa fedeltà deriva al popolo la possibilità di essere prospero e felice. In un momento in cui non si parla ancora di una vita oltre la morte, la comunione con Dio non può prescindere da un benessere materiale. Ma questo diventa segno della benedizione divina solo se se è condiviso. Altrimenti diventa un furto che apre la strada alla morte.

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