SAN PAOLO: IL SANTO DEI SERPENTI

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SAN PAOLO: IL SANTO DEI SERPENTI

Chi non ha mai sentito parlare dell’Apostolo delle genti, a lui si deve la cristianizzazione di tutto il mondo allora conosciuto, da oriente ad occidente non c’è angolo dove lui non abbia messo piede. È uno dei pochi santi ad avere ben due festività: il 25 gennaio si ricorda la sua conversione sulla via di Damasco, mentre il 29 giugno ricorre, insieme all’apostolo Pietro, la commemorazione del suo martirio.
Il nome ebraico con cui ci viene presentato nella Bibbia era Saulo, anche se a tutti è noto con il nome romano di Paolo, che ereditò dal padre, insieme alla cittadinanza romana, ed usò normalmente dopo la conversione.
Saulo viene dall’ebraico Sha’ûl e significa “Richiesto, desiderato, implorato e ottenuto con la preghiera (da Dio)”, Saul fu uno dei re d’Israele. Il nome Paolo invece deriva dalla parola latina “paulus”, diminutivo di “paucus”, che significa “poco”, “non grande”, “piccolo”. Significa dunque “sono piccolo”, e San Paolo si dice fosse di bassa statura, ma fu soprattutto “piccolo davanti a Dio”.
Uno dei due apostoli più conosciuti al mondo, vanta numerose chiese ed una miriade di raffigurazioni sia pittoriche che scultoree. Fra le scene narranti gli episodi della sua vita primeggia la sua conversione, con caduta da cavallo, mentre si recava nella città di Damasco in cerca dei seguaci della nuova dottrina; celebre una raffigurazione del pittore Michelangelo Merisi da Caravaggio.
Nelle raffigurazioni della sua conversione è quasi sempre rappresentato in armatura militare e circondato da altri soldati, benché non sia un soldato, tale lo si crede per la sua iniziativa di andare dal sommo sacerdote che lo autorizza a recarsi a Damasco ad arrestare i cristiani e condurli in catene a Gerusalemme. La posa è quella di essere nell’atto di cadere da cavallo o già a terra folgorato dalla luce divina, come raccontato negli Atti degli apostoli al capitolo 9.
Una tradizione a Solarino vuole San Paolo, con la sua spada, uccisore di parecchi cristiani prima della sua conversione. Sul numero vi erano due correnti: l’una affermava che le vittime fossero state 99; l’altra affermava che fossero state 101 e, ad avvalorla, v’era un’espressione messa in bocca al Santo mentre uccideva la sua ultima vittima: «cientu e cienteunu!» (cioè cento e centouno).
A parte le pitture di episodi della sua vita, Paolo è raffigurato principalmente in compagnia di Pietro o da solo, qualche volta insieme con gli altri apostoli. In tutte tiene solitamente un libro nella mano sinistra, mentre con la destra impugna una spada con la punta rivolta a terra.
Elemento comune è la tipica tunica verde con mantello rosso in perfetto stile greco-romano per i civili, Paolo non era un soldato, ma solo un fanatico seguace “delle tradizioni dei padri” (Gal 1,3). Altro elemento caratteristico dell’Apostolo è la barba che lo distingue immediatamente dal capo degli apostoli: mentre Pietro viene sempre raffigurato con una barba bianca di tipo regolare, Paolo si distingue per una barba nera e folta di tipo allungato. Tipica l’espressione locale rivolta a chi ha una tale tipologia di barba: e chi pari, ‘n San Paulu! (e che sembri, un San Paolo!)
I principali attributi iconografici di questo santo sono il libro e la spada, mentre le corone e la palma le troviamo nelle varie decorazioni simboliche ad accompagnare quest’ultima.
La spada e il libro sono infatti i segni che caratterizzano questo santo in quasi tutta l’iconografia.
La spada è il simbolo della potenza che ha un doppio aspetto distruttivo, come portatrice di guerra e di morte, e costruttivo, come difesa e mantenimento della pace. È inoltre un simbolo del Verbo.
Rappresenta il martirio come nell’iconografia di altri santi decapitati, San Paolo fu decapitato quale privilegio spettante ai cittadini romani, ma anche «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef. 6,17) che Paolo annuncia ai gentili, cioè ai popoli di cultura greco-latina, considerati pagani dagli ebrei. Quando viene rappresentato con due spade, la prima allude al suo martirio, la seconda in quanto «spada dello spirito», alla forza della sua fede e alla proclamazione della parola divina.
Il libro è il Vangelo e sta ad indicare l’opera di predicazione di San Paolo, ma in particolare il suo titolo di Apostolo e “Dottore delle genti” (Doctor gentium), appare nell’iconografia degli Apostoli e in quella dei “Dottori della Chiesa” oltre che dei quattro evangelisti (che scrivono sul libro aperto) con riferimento alla trascrizione del Vangelo; lo stesso Paolo è autore di ben 14 lettere ai cristiani.
Abbiamo già trattato della palma quale simbolo del martirio ed anche della corona con riguardo a Santa Lucia, non troveremo mai il santo con la corona in testa né con la palma in mano, semmai saranno gli angeli a reggere corona e palma come nel quadro del Crestadoro. Una peculiarità è nella simbologia presente nella basilica acrense dove sono ben 3 corone a cingere spada e serpente. Rifacendoci alla storia ed alla simbologia di San Sebastiano, che nel santuario di Melilli riporta due corone, si deduce che ci si riferisca alle volte in cui si è subito il martirio.
È certamente da escludere la leggenda dei tre tonfi delle testa mozzata con il sorgere delle relative tre fontane, occorre invece cercare altre sofferenze patite a causa del Vangelo. Potremmo ipotizzare gli altri due episodi nel naufragio di Malta e nella lunga prigionia.
Ed il serpente?, si starà chiedendo qualcuno. Si tratta di un attributo addirittura terziario, in quanto poco ricorrente. Eppure in tre località questo simbolo assurge al ruolo primario, contendendo la scena alla spada e cercando addirittura di offuscarne l’importanza.
Prima è Malta, l’isola in cui è avvenuto il noto episodio (Atti 28): approdati sull’isola dopo un terribile naufragio, vengono accolti dagli indigeni attorno ad un fuoco acceso per riscaldarsi. “Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a un mano.” Tra lo stupore delle persone presenti, “egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male”. Ospite del “primo” dell’isola ne guarì il padre ed anche molta altra gente, convertendoli alla nuova fede. Da quel momento la vipera di malta ha perso il suo veleno, i suoi abitanti ne sono diventati immuni e la sua terra è divenuta antidoto contro i veleni, tanto da essere poi commercializzata presso molti signori che temevano congiure di palazzo.
Altri due luoghi si contendono il patronato paolino e persino la sua visita: si tratta di Solarino e di Palazzolo Acreide, due comuni distanti circa 25 chilometri fra loro. Ciascuno con la sua festa, i suoi devoti ed i suoi ciaràuli. Entrambi festeggiano il Santo due volte l’anno, il 25 gennaio in forma minore e nel periodo estivo in forma solenne: Palazzolo ne festeggia il martirio il 29 giugno, mentre Solarino ne festeggia il patrocinio la prima domenica di agosto.
Feste di grande importanza in passato, tanto da essere citate dall’etnografo Giuseppe Pitré nel suo Feste patronali in Sicilia, hanno tuttavia oggi perso parte della loro imponenza a causa della scomparsa della figura dei ciaràuli che portavano in processione i serpenti. Oggi invece si assiste solo allo scioglimento delle promesse al Santo attraverso il “viaggio scalzo” in processione per le donne e, solo a Palazzolo, alla “spalla nuda” nel portare il fercolo.
La festa di Palazzolo risale al 1600 circa, nella chiesetta di San Paolo, poi di San Domenico adiacente al convento (oggi occupati da una scuola), ove la statua era custodita fino al terremoto del 1690, poi traslata nella chiesa di Santa Sofia, ricostruita e consacrata all’Apostolo.
Di più recente istituzione invece è il comunello di “San Paolo Solarino”, che vanta una chiesa dedicata al grande predicatore con resti risalenti al IV secolo, secondo l’archeologo Paolo Orsi. Inoltre la tradizione locale vuole che Paolo, nei tre giorni di sosta a Siracusa, si sia spinto fino a queste terre in visita ad una comunità cristiana.; una grotta vicina alla suddetta chiesa vi fornì alloggio. E chi può dire che non sia giunto fino a Palazzolo?, sostiene qualche devoto acrense.
Certa è, in entrambi gli agglomerati, in tempi passati, la presenza di manodopera maltese che può spiegare le caratteristiche tipicamente maltesi del culto, prima fra tutte la simbologia del serpente e la presenza di ciaràuli, persone che hanno ricevuto dal Santo il dono di maneggiare i serpenti senza esserne morsi, ma soprattutto quello di curare i morsi di animali velenosi attraverso l’applicazione sulla parte lesa della loro saliva accompagnata o meno dalla recita di una preghiera segreta chiamata ciarmu.
Il culto del serpente, nelle religioni antiche e primitive, rappresentava l’essere supremo che ha il potere creativo e distruttivo, il custode del caos o il depositario del sapere profetico. Nella tradizione giudaico-cristiana il serpente incarna il male, il demonio che sotto questa forma tentò Adamo ed Eva invitandoli a mangiare dei frutti dell’albero proibito (Genesi 3,1). In virtù di ciò esso simboleggia la tentazione al male da parte di Satana e tale rimane fino ai nostri giorni.
Qui però è il simbolo dell’episodio della vipera avvenuto a Malta (Atti 28,3), quindi è sempre presente nell’iconografia maltese insieme al fuoco. Rappresenta cioè il simbolo del patrocinio di San Paolo sugli tutti gli animali velenosi, che si riscontra anche in altri santi e nella loro iconografia: San Patrizio, vescovo d’Irlanda; San Domenico di Foligno festeggiato a Cocullo.
Nel nostro territorio l’unica specie velenosa è la vipera comune (Vipera aspis), il cui morso però non è letale, ma è più facile imbattersi nell’innocuo biacco (Coluber viridiflavus carbonarius) dal colore nero. A causa delle enormi dimensioni raggiunte da alcune vecchie femmine (chiamate “senili” o “matrone”), la natrice o biscia dal collare (Natrix natrix), chiamata in dialetto culòfia o culòriva, si pensava capace di sventrare un uomo con un colpo di coda, d’ingoiare bambini oltre ad agnelli e capre. Per il loro allontanamento si invocava l’aiuto di San Paolo o si cercava un ciaràulo.

[ Da “San Paolo il santo dei serpenti”, pag. 14 del bimestrale « I Siracusani » n. 67, Anno XII, aprile-giugno 2009 ]

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