GUGLIELMO DI OCCAM, IL FILOSOFO DELLA SEMPLICITÀ FRANCESCANA

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GUGLIELMO DI OCCAM, IL FILOSOFO DELLA SEMPLICITÀ FRANCESCANA

(I – II – III) – QUESTA È LA TERZA PARTE

Giuseppe Bailone

La realtà è semplice, ma l’uomo la complica. Nei rapporti sociali e politici, ma anche nell’attività conoscitiva, l’uomo complica le cose e crea molti enti ingiustificati e inutili, che la semplicità francescana aiuta a sfrondare.
Il sapere e la società sono oppressi da enti inutili e infondati. “Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora”. “Si fa inutilmente con molte cose ciò che si può fare con poche”.
Questo principio, detto il rasoio di Occam, promuove una visione chiara, semplice, della realtà e propone rapporti sociali ispirati al rispetto delle persone e alla semplicità dell’amore cristiano.
Molti elementi della metafisica tradizionale, come la sostanza, la causa, l’anima, la natura comune di Duns Scoto, vengono messi in discussione. Sotto l’azione del rasoio cadono anche i presunti fondamenti delle pretese teocratiche del papato.
Nella realtà esistono soltanto i singoli enti, persone e cose, e Dio onnipotente.
Il principio della libera onnipotenza divina, che Occam fa valere come e più di Duns Scoto, dissolve la selva di mediazioni ideali e di potere che la tradizione filosofica e teologica ha inutilmente costruito: Dio, nella sua onnipotenza, non ha bisogno di apparati di mediazione e di rappresentanza, di organizzazioni e di ordini gerarchici, di cui si servono invece i limitati sovrani di questo mondo.
Guglielmo di Occam nasce intorno al 1290 nei pressi di Londra, entra molto giovane nell’ordine francescano, studia e insegna ad Oxford. Nel 1324, accusato di eresia, si reca ad Avignone, allora sede del papa, per difendersi. Lì incontra Michele da Cesena, generale francescano, anche lui alle prese con accuse di eresia: nelle lotte all’interno dell’ordine si è, infatti, schierato con gli “spirituali”, i fraticelli che sostengono l’ideale della povertà rigorosa contro i “conventuali”, che riconoscono alla Chiesa il diritto alla proprietà. Nel 1328 Occam e il suo superiore fuggono da Avignone a Pisa presso Ludovico il Bavaro, l’imperatore in lotta con il papa. Lo seguono a Monaco di Baviera, dove Occam muore nel 1349 travolto dalla peste che sconvolge l’Europa.
Dopo la fuga da Avignone, la sua produzione intellettuale è tutta diretta a contestare le pretese teocratiche della Chiesa: l’ideale della povertà francescana, che già aveva ispirato la sua lotta contro gli inutili e ingiustificati enti della metafisica, orienta adesso le sue riflessioni sul potere, politico e spirituale.
Nel tempo delle grandiose costruzioni gotiche e delle grandi lotte fra il potere imperiale e quello papale, entrambi con la pretesa di avere valore universale, il francescano Occam smaschera il carattere artificioso, non giustificato, ingombrante, delle grandiose costruzioni metafisiche e delle pretese temporali della Chiesa. All’imperatore – si racconta – avrebbe detto: “Tu difendimi con la spada e io ti difenderò con la penna”.
Occam libera la ragione e la fede dai reciproci legami medievali. Supera l’alternativa tra il credo ut intelligam e l’intelligo ut credam, proponendo il credo et intelligo, in cui l’et elimina ogni rapporto di subordinazione e separa nettamente fede e scienza.
La scienza si basa sull’esperienza, la fede riguarda ciò che non può essere oggetto di esperienza. E’ l’esperienza a fare la differenza radicale di scienza e fede: mancando il fondamento dell’esperienza, le verità di fede non possono essere raggiunte con i mezzi della ragione naturale. Anche le tradizionali prove dell’esistenza di Dio mancano di valore dimostrativo, non avendo l’uomo su questa terra conoscenza intuitiva di Dio. Occam, infatti, non solo respinge la prova ontologica, ma smonta anche la prova cosmologica, quella che il pensiero medievale riteneva la più consistente: i due principi su cui si regge (1° tutto ciò che si muove è mosso da altro; 2° è impossibile risalire all’infinito nella serie dei movimenti) non sono per lui indiscutibili. Infatti, l’anima e l’angelo si muovono da sé e così pure il peso che tende al basso. E, a proposito del secondo principio, non si può escludere la possibilità di andare all’infinito nella serie dei movimenti. Solo l’idea di una causa prima che conserva l’esistenza degli enti creati, che non hanno il potere di conservarsi da sé, sembra convincerlo: di solito ci si interroga sull’origine delle cose, sull’origine del mondo, ma Occam trova ancor più sorprendente che il mondo, che non ha in sé la ragione del proprio essere, continui ad esistere. E’ questa la “meraviglia” che può portare la ragione a pensare all’esistenza di Dio.
La fede si fonda sulla rivelazione e riguarda il destino soprannaturale. La salvezza eterna, fine ultimo della fede, dipende, però, interamente dalla grazia divina, di cui Occam sottolinea il carattere assolutamente libero:
“Non è impossibile che Dio ordini che colui che vive secondo i dettami della retta ragione e non crede nulla che non gli sia dimostrato dalla ragione naturale, sia degno delle vita eterna. In tal caso può anche salvarsi chi nella vita non ebbe altra guida che la retta ragione”.
“E’ questa una parola – commenta Abbagnano – che pone Occam al di là del Medio Evo: la fede non è più condizione necessaria alla salvezza”.1
La sobrietà filosofica porta Occam ad approfondire la separazione di filosofia e teologia, ma l’esaltazione dell’onnipotenza divina lo porta a dire che ci si può salvare anche solo con la filosofia: dal cilindro della libera onnipotente e imperscrutabile volontà divina esce a sorpresa il valore dell’autonomia morale umana.

Publié dans : FILOSOFIA (studi interessanti) |le 10 septembre, 2014 |Pas de Commentaires »

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