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La cucina del Curato d’Ars

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JEAN-MARIE VIANNEY, SANTO CURATO D’ARS – 4 AGOSTO

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JEAN-MARIE VIANNEY, SANTO CURATO D’ARS – 4 AGOSTO

(1786 – 1859) – beat. 8/1/1905 – can. 31/5/1925

Nel suo recente viaggio nella Repubblica Ceca, Benedetto XVI si domandava: « Ai nostri giorni la santità è ancora attuale? O non è piuttosto un tema poco attraente ed importante? Non si ricercano oggi più il successo e la gloria degli uomini? ». Continuando la sua riflessione chiedeva pure: « Quanto dura, però, e quanto vale il successo terreno? ». E notava: « Il valore autentico dell’esistenza umana non è commisurato solo su beni terreni e interessi passeggeri, perché non sono le realtà materiali ad appagare la sete profonda di senso e di felicità che c’è nel cuore di ogni persona. Per questo Gesù non esita a proporre ai suoi discepoli la via « stretta » della santità: « Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà » (Mt 16, 25). E con decisione ci ripete […]: « Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (v. 24). Certamente è un linguaggio duro, difficile da accettare e mettere in pratica, ma la testimonianza dei Santi e delle Sante assicura che è possibile a tutti, se ci si fida e ci si affida a Cristo » .
L’esperienza del Curato d’Ars lo attesta in modo efficace.
1. Una vocazione provata
Henri Ghéon, poeta e drammaturgo francese, nel primo capitolo della biografia a lui dedicata, ha scritto che la vita del Santo Curato è così naïve e meravigliosa che si sarebbe tentati di raccontarla come una favola: « L’ultimo curato di Francia nell’ultimo villaggio di Francia. Ma fu completamente curato […] Lo fu così completamente che l’ultimo villaggio di Francia ebbe il primo Curato di Francia, e che la Francia intera si mise in viaggio per vederlo » .
Giovanni Maria Vianney, quarto di sei figli, nasce a Dardilly (nei pressi di Lione) l’8 maggio 1786, da Mathieu e da Marie Béluse. La sua è una famiglia contadina di discrete condizioni, con una solida tradizione cristiana, generosa nelle opere di carità.
Ha sette anni quando a Parigi regna il Terrore e vengono perseguitati i preti che non si sono piegati alla Costituzione civile del clero. I Vianney decidono di partecipare alle celebrazioni del clero cd. « refrattario », fedele al papa. Anzi, ogni tanto ospitano, a rischio della vita, qualche prete clandestino; ed è in una di queste occasioni che il piccolo Giovanni Maria può ricevere la prima Comunione a tredici anni, durante il cosiddetto « secondo Terrore ».
L’educazione cristiana ricevuta in famiglia e la testimonianza coraggiosa del clero fedele lo segnano profondamente. A poco a poco matura l’idea di dedicarsi al ministero sacerdotale. Intorno ai vent’anni è ormai deciso a diventare prete. C’è un ostacolo grave: gli manca un minimo di istruzione. Il parroco di Ecully, don Balley, lo sostiene, ma gli sforzi sembrano essere senza frutto. Qualche risultato comincia ad arrivare grazie alla sua perseveranza e dopo un pellegrinaggio presso san Francesco Régis alla Louvesc. Inattesa giunge, però, il 28 ottobre 1809 la chiamata alle armi nell’esercito napoleonico. Riesce a disertare e, anche se ricercato, è aiutato a nascondersi. Tornato a casa (marzo 1811), chiede perdono al padre per i dolori e i problemi che la famiglia ha dovuto subire a causa della sua diserzione, ma è convinto di essere stato guidato dalla Provvidenza.
Certo della sua vocazione, Giovanni Maria ritorna, probabilmente nella primavera del 1811, ad Écully da don Balley. Grazie al suo incoraggiamento e all’insistenza presso i superiori della diocesi, riesce ad accedere agli ordini sacri, dopo non poche difficoltà. Gli studi di filosofia e di teologia in seminario, infatti, dovevano essere fatti su testi scritti e spiegati in lingua latina. Inizialmente viene persino rinviato dal seminario maggiore, in quanto ritenuto non idoneo agli studi necessari. Don Balley gli ottiene tutte le possibili facilitazioni.
È ordinato sacerdote a 29 anni, il 13 agosto 1815, l’anno in cui a Torino nasce Don Bosco, e subito è inviato come coadiutore proprio ad Écully con don Balley. Vi rimane per poco più di due anni, fino alla morte del suo protettore (16 dicembre 1817). In questo periodo completa la formazione culturale ed è iniziato al ministero sacerdotale, vivendo un’esperienza ricca e determinante per tutto il suo successivo apostolato. Giovanni Maria si trova sempre in sintonia con don Balley, quanto a spirito di preghiera e di rinuncia. Don Balley – influenzato dal pensiero giansenista, sebbene ormai in declino – aveva un profondo senso della tragicità del peccato, cui doveva seguire la penitenza in una vita sobria, che doveva mirare all’incontro con Dio nella preghiera. Le stesse caratteristiche appartengono allo stile di vita di Giovanni Maria.
2. Ars
Un nuovo e decisivo capitolo si apre nel febbraio 1818 con il trasferimento di Giovanni Maria ad Ars, « l’ultimo villaggio della diocesi », con circa 230 abitanti, prevalentemente di umili condizioni, preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: « Non c’è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete ». La gente non è atea o anticlericale, ma vive una religiosità superficiale, spesso cedevole ai divertimenti mondani, secondo la mentalità dell’epoca. Il santo si offre con piena disponibilità: « [Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che volete per tutto il tempo della mia vita! » (N 183; cfr. it. 228).
Jean-Marie arriva ad Ars per la prima volta il 13 febbraio 1818. Chiede la strada a un giovane pastore, Antoine Givre, a cui poi dirà: « Tu mi hai mostrato la via di Ars, io ti mostrerò quella del cielo » . Rimarrà ad Ars tutto il resto della sua vita, crescendo in santità nella quotidianità del proprio ministero.
I primi anni sono caratterizzati da una lotta serrata contro i vizi stigmatizzati dai predicatori dell’epoca come sintomo di secolarismo, quali il ballo, le osterie, la trascuratezza del precetto festivo. Si avverte di fatto il fenomeno di abbandono, soprattutto grave fra gli uomini, che era seguito alla rivoluzione francese. Il santo Curato sprona i suoi parrocchiani a condurre una intensa vita religiosa attraverso la partecipazione frequente ai sacramenti, in particolare all’Eucaristia e alla Penitenza. La sua azione pastorale è forte e nello stesso tempo paziente: da un lato non si trattiene dal condannare senza mezzi termini i vizi dei paese, dall’altro lato si impegna con cure e premure, radunando piccoli gruppi orientati ad una vita cristiana il più coerente possibile, resa manifesta nella preghiera assidua e nella partecipazione attiva alle liturgie.
Proprio gettando le fondamenta della vita spirituale cristiana presso i suoi fedeli, riesce a suscitare conversioni e ad estendere « a macchia d’olio » l’impegno di vita cristiana.
I primi anni sono segnati anche da un forte regime di penitenza e di digiuno, che gli causano problemi di nevralgia.
Il suo impegno pastorale raggiunge anche le parrocchie vicine in occasione delle missioni popolari.
Il suo apostolato ad Ars gli causa anche molte sofferenze: deve sopportare le calunnie diffamatorie di alcuni parrocchiani, e anche di sacerdoti dei paesi vicini. Nel 1843 don Vianney si ammala gravemente e solo le preghiere e un voto a santa Filomena lo salvano dalla morte. In seguito alla malattia, e visti i numerosi impegni pastorali, gli sarà affiancato un collaboratore, don Antoine Raymond.
Ben presto la sua fama si diffonde nei paesi vicini. Un numero sempre maggiore di pellegrini, attratti dal suo stile di vita, si presenta. Nel confessionale il curato d’Ars riesce a riavvicinare a Dio molti che se ne erano allontanati e aiuta molti altri a progredire nella fede. Dimostra così di avere un particolare dono di discernimento e di penetrazione dei cuori.
Muore serenamente il 4 agosto 1859, alle due del mattino.
Giovanni Maria Battista Vianney sarà beatificato l’8 gennaio 1905; canonizzato il 31 maggio 1925; dichiarato patrono dei parroci nel 1929.
Raccogliamo ora intorno ad alcuni « nuclei » la sua esperienza di vita.
3. Il Sacerdote
Il Santo Curato d’Ars afferma: « Il Sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù » (N 98; cfr. it. 128) .
Il Curato d’Ars è umile, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente: « Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina » (N 101; cfr. it. 132). Parla del sacerdozio come se non riesca a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: « Come è grande il prete!… Se egli si comprendesse, morirebbe… Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia… » (cfr. N 97; cfr. it. 127-128).
Spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti, afferma: « Se non avessimo il sacramento dell’Ordine, non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là, nel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la nostra anima alla sua entrata nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire davanti a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote… Dopo Dio, il sacerdote è tutto!… Il sacerdote non si capirà bene che in cielo » (cfr. N 98-99; cfr. it. 128-129). Nota papa Benedetto: « Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio » .
Il santo sembra sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: « Se si comprendesse bene il prete sulla terra, si morirebbe, non di spavento, ma di amore […] È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra […] A cosa servirebbe una casa piena d’oro, se non ci fosse nessuno per aprire la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; è lui l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni […] Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie… Il prete non è prete per sé […] lo è per voi » (cfr. N 98-100; cfr. it. 128-129).
Egli vive il tormento di essere parroco, di avere la responsabilità di una parrocchia e di non sentirsene degno. Continuerà a sperare fino agli ultimi anni di vita, di poter essere liberato da questa responsabilità: « Amico mio, non sapete cos’è passare dalla cura [d'anime] al tribunale di Dio! » (N 103; cfr. it. 134). E avrà il costante timore, fino a pochi giorni prima della morte, di poter morire soccombendo alla tentazione di disperarsi. Per tre volte cercherà di fuggire, notte tempo, per andare dal Vescovo a chiedere il permesso di ritirarsi in solitudine a piangere i suoi peccati.
L’ultima volta lo farà addirittura quando ormai è celebre in tutta la Francia, tre anni prima di morire. Fuggirà di notte, mentre i parrocchiani lo ostacoleranno in tutti i modi. Non fugge per la fatica, ma per il timore di non essere degno: « Non mi dispiace di essere prete per dire la santa Messa, ma non vorrei essere parroco » (N 103; cfr. it. 133).
Pensa che la nomina dipenda dal fatto che il Vescovo si sia sbagliato nel valutare le sue capacità, e che dunque egli sia un ipocrita, perché riesce a nascondere la sua miseria: « Il buon Dio mi ha scelto per essere lo strumento delle grazie che fa ai peccatori, perché sono il più ignorante e il più miserabile di tutti i preti. Se ci fosse stato nella diocesi un prete più ignorante e più miserabile di me, Dio lo avrebbe preferito » (N 203; it. 250).
A un confratello che lo ha umiliato risponde: « Voi siete il solo che mi conosca bene. Aiutatemi dunque ad ottenere la grazia che domando da tanto tempo: lasciare un posto che non sono degno di occupare a causa della mia ignoranza e ritirarmi in un piccolo angolo per piangervi la mia povera vita » (N 204; it. 252).
Insegnerà: « Un giorno ho ricevuto una lettera in cui mi consideravano come un santo, e ne ho ricevuto nello stesso tempo un’altra piena di insulti. Se avessi creduto alla prima, avrei avuto dell’orgoglio, e la seconda mi avrebbe fatto disperare. Non bisogna fare attenzione né all’una né all’altra. Si è quel che si è agli occhi di Dio » (N 204; cfr. it. 251).
E ancora: « Bisogna domandare al buon Dio di conoscere la propria miseria, ma non tutta, perché c’è di che morire di spavento. Io ho domandato questa grazia […] non potevo più resistere. Ho domandato al buon Dio di togliermi un po’ di questa pena » (N 198; cfr. it. 245).
Non perde certo tempo a leccarsi le ferite: offre piuttosto la sua intera umanità al servizio di Dio. La concezione così umile e sofferta sé non dipende da un carattere triste, malinconico o angosciato. Al contrario, egli è un uomo vivace, capace anzi di umorismo. Piuttosto, concorrono a formarla due fattori di diversa entità.
Vi è senza dubbio un fatto storico-culturale: l’educazione ricevuta era stata molto severa, preoccupata del mistero della predestinazione e della dannazione. Un rigore che all’inizio egli userà anche verso i suoi penitenti e nelle prediche, ma che poi cederà sempre più il posto ad una esaltazione vibrante e dilagante dell’amore di Dio. Ma vi è coinvolto ancor più il fatto « mistico » della sua comunione con Dio.
4. Ministero della Parola
Il Curato d’Ars vive con la preoccupazione di dover essere, per i suoi fedeli, il buon pastore. Anzitutto avverte il compito di istruirli: « Non mi riposo che due volte al giorno: all’altare e sul pulpito » (N 106; it. 137). Afferma:
« Il mezzo più sicuro per accendere questo fuoco (l’amore di Nostro Signore) nel cuore dei fedeli, è spiegare loro il Vangelo, questo libro dell’amore, dove il Nostro Salvatore si manifesta ad ogni riga nell’amabilità della sua dolcezza, della sua pazienza, della sua umiltà, sempre consolatore e amico dell’uomo, non parlandogli che d’amore e impegnandolo a donarsi tutto intero a Lui e non rispondendogli che con l’amore » (N 123-124; cfr. it. 158).
Il parroco che lo ha preceduto, in una sua relazione, ha lasciato scritto che la gente del posto era così ignorante, così priva di istruzione religiosa, che la maggioranza dei bambini « non hanno null’altro che li differenzi dagli animali se non il battesimo », mentre nei confronti dei sacramenti « tutti gli uomini… si mantengono costantamente distanti… » .
Giovanni Maria si impegna ad incontrare i suoi parrocchiani dovunque, li conosce uno per uno, si interessa del loro lavoro, dei malati…
Ogni giorno propone alle undici il catechismo e alle otto di sera il Rosario commentato. A volte si confonde. A volte si commuove. A volte si interrompe e, indicando il Tabernacolo dice con emozione: « Lui è là ».
Parla con i fedeli a tu per tu, usando il loro linguaggio, i loro paragoni. Occorre essere prudenti nel dire che il Curato d’Ars non fosse intelligente. Mgr Devie, suo vescovo, confessa: « Non so se è istruito, ma è illuminato » (N 126; it. 161).
Le sue prediche rivelano una vivacità di linguaggio e di impostazione da destare stupore. Solo alcuni esempi:
« L’uomo non è soltanto una bestia da lavoro, è anche uno spirito creato a immagine di Dio. Non ha solo bisogni materiali e desideri ordinari, ha anche bisogni dell’anima e desideri del cuore; non vive soltanto di pane, ma di preghiere, vive di fede, d’adorazione e d’amore » (N 85; cfr. it. 110).
« Dio è così buono che, malgrado gli oltraggi che noi gli facciamo, ci porta in paradiso, quasi nostro malgrado. È come una madre che porta nelle sue braccia il suo bambino passando su un precipizio. È tutta intenta ad evitare il pericolo, mentre il suo bambino non smette di graffiarla e maltrattarla » (N 129; cfr. it. 164).
« I peccatori sono neri come i tubi della stufa » (N 140; it. 179).
« Il peccato oscura la fede nelle anime come le nebbie fitte oscurano il sole ai nostri occhi: vediamo bene che è giorno, ma non possiamo distinguere il sole » (N ; it. 182).
Tale è la « cultura pastorale » del Curato d’Ars. Riferendosi probabilmente ai primi anni del suo ministero, quando componeva faticosamente le sue omelie, qualcuno ha affermato: « Le sentenze che cadevano dal pulpito o dalla cattedra del catechismo d’Ars, potevano non essere altro che dei luoghi comuni, più o meno fedeli a delle vecchie raccolte di sermoni. La cosa straordinaria tuttavia era proprio lì. A ciò che altri avevano precedentemente predicato senza scalpore, prima di seppellirlo nelle pagine di libri subito dimenticati, il santo curato trovava il sistema di dare vita e di farlo capire al mondo » .
Ad ogni modo, più avanti il santo Curato non avrà più tempo di preparare i suoi sermoni: fidandosi dell’aiuto dello Spirito, sale sul pulpito e improvvisa. Non rimangono perciò che le testimonianze di coloro che l’hanno ascoltato. Ci sono così trasmessi, tra gli altri, i suoi insegnamenti sulla misericordia di Dio:
« Le nostre colpe sono dei granelli di sabbia di fronte alla grande montagna delle misericordie di Dio. La misericordia di Dio è come un torrente straripato; trascina i cuori al suo passaggio » (N 129; cfr. it. 165).
« Quale bontà di Dio! Il suo buon cuore è un oceano di misericordia; per quanto possiamo essere grandi peccatori, non disperiamo mai della nostra salvezza. È così facile salvarsi! » (N 129; it. 164).
« Traspira dal suo cuore [del buon Dio] tenerezza e misericordia per affogare i peccati del mondo » (N 133; it. 169).
« Pregate per i peccatori; è la più bella e la più utile delle preghiere, perché i giusti sono sulla strada del cielo, le anime del purgatorio sono sicure di entrarci; ma i poveri peccatori […] Tutte le devozioni sono buone, ma non ce n’è di migliore di questa » (N 133; cfr. it. 169).
La sua predicazione non è apprezzata da tutti. Egli stesso racconta:
« Ho visto oggi una gran dama di Parigi che mi ha detto sinceramente: ‘Ero venuta per sentire predicare bene, ma si predica assai meglio altrove…’. Le ho risposto: ‘È vero, signora, io sono poco sapiente, ma se voi faceste bene tutto ciò che vi ho detto male, il buon Dio avrebbe ancora pietà di voi! » (N 206; it. 253).
5. Preghiera
Il santo Curato è uomo di preghiera e maestro di essa. Per la memoria del Santo è felicemente riportato un brano dal suo Catechismo :
« Fate bene attenzione, miei figliuoli: il tesoro del cristiano non é sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov’é il nostro tesoro. Questo é il bel compito dell’uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa é la felicità dell’uomo sulla terra.
La preghiera nient’altro é che l’unione con Dio. Quando qualcuno ha il cuore puro e unito a Dio, è preso da una certa saovità e dolcezza che inebria, è purificato da una luce che si diffonde attorno a lui misteriosamente. In questa unione intima, Dio e l’anima sono come due pezzi di cera fusi insieme, che nessuno può più separare.
Come è bella questa unione di Dio con la sua piccola creatura! È una felicità questa che non si può comprendere. Noi eravamo diventati indegni di pregare. Dio però, nella sua bontà, ci ha permesso di parlare con lui. La nostra preghiera é incenso a lui quanto mai gradito.
Figliuoli miei, il vostro cuore é piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio. La preghiera ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti é miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce.
Nella preghiera ben fatta i dolori si sciolgono come neve al sole. Anche questo ci dà la preghiera: che il tempo scorra con tanta velocità e tanta felicità dell’uomo che non si avverte più la sua lunghezza. Ascoltate: quando ero parroco di Bresse, dovendo per un certo tempo sostituire i miei confratelli, quasi tutti malati, mi trovavo spesso a percorrere lunghi tratti di strada; allora pregavo il buon Dio, e il tempo, siatene certi, non mi pareva mai lungo.
Ci sono alcune persone che si sprofondano completamente nella preghiera come un pesce nell’onda, perché sono tutte dedite al buon Dio. Non c’é divisione alcuna nel loro cuore. O quanto amo queste anime generose! San Francesco d’Assisi e santa Coletta vedevano nostro Signore e parlavano con lui a quel modo che noi ci parliamo gli uni agli altri.
Noi invece quante volte veniamo in chiesa senza sapere cosa dobbiamo fare o domandare! Tuttavia, ogni qual volta ci rechiamo da qualcuno, sappiamo bene perché ci andiamo. Anzi vi sono alcuni che sembrano dire così al buon Dio: ‘Ho soltanto due parole da dirti, così mi sbrigherò presto e me ne andrò via da te’. Io penso sempre che, quando veniamo ad adoperare il Signore, otterremmo tutto quello che domandiamo, se pregassimo con fede proprio viva e con cuore totalmente puro ».
Jean- Marie ritornerà spesso sul tema e sugli atteggiamenti della preghiera. Solo alcuni esempi:
« L’uomo è un povero che ha bisogno di domandare tutto a Dio » (N 88; cfr. it. 115).
« La preghiera è per la nostra anima ciò che la pioggia è per la terra. Concimate una terra quanto volete, se manca la pioggia, tutto quello che farete non servirà a niente » (N 85; cfr. it. 110).
« Non sono né le lunghe né le belle preghiere che il buon Dio considera, ma quelle che si fanno dal fondo del cuore, con un grande rispetto e un vero desiderio di piacere a Dio » (N 89; cfr. it. 115).
« La preghiera personale somiglia alla paglia sparsa qua e là in un campo. Se vi si appicca il fuoco, la fiamma ha poco ardore, ma se si riunisce questa paglia sparsa, la fiamma è abbondante e si innalza in alto verso il cielo: così è della preghiera pubblica » (N 89; cfr. it. 116).
« Andiamo, anima mia, tu vai a conversare col buon Dio, a lavorare con lui, a camminare con lui, a combattere e soffrire con lui. Tu lavorerai, ma lui benedirà il tuo lavoro; tu camminerai, ma lui benedirà i tuoi passi; tu soffrirai, ma lui benedirà le tue lacrime. Come è grande, come è nobile, come è consolante fare tutto in compagnia e sotto gli occhi del buon Dio, pensare che lui vede tutto, che lui tiene conto di tutto » (N 86; cfr. it. 111-112).
« Se siete nell’impossibilità di pregare, nascondetevi dietro al vostro buon angelo, e incaricatelo di pregare al posto vostro » (N 81; cfr. it. 106).
« È nella solitudine che Dio parla » (N 82; it. 107).
« Non dovremmo perdere la presenza di Dio, piú di quanto non perdiamo la respirazione » (N 84; cfr. it. 109).
« Quando prego, mi raffiguro Gesú mentre prega suo Padre » (N 85; cfr. it. 111).
« Il buon Dio ama essere importunato » (N 88; it. 114).
« Se gli domandaste con tutto il vostro cuore la vostra conversione, la ottereste sicuramente » (N 88; cfr. it. 115).
« Bisogna pregare molto semplicemente e dire: Mio Dio, ecco un’anima ben povera che non ha niente, che non può nulla, fammi la grazia di amarti, di servirti e di conoscere che non sono nulla » (N 88-89; cfr. it. 115). *
« Il buon Dio non ha bisogno di noi: se ci comanda di pregare, è perché vuole la nostra felicità, e perché la nostra felicità non può trovarsi che là » (N 91; it. 118).
« Nell’anima unita a Dio c’è sempre la primavera » (N 91; it. 118).
6. Eucaristia
Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegna soprattutto con la testimonianza della vita. Dal suo esempio i fedeli imparano a pregare, fermandosi volentieri davanti al tabernacolo per una visita a Gesù Eucaristia .
« Non c’è bisogno di parlare molto per pregare bene. Si sa che il buon Dio è là, nel santo tabernacolo; gli si apre il cuore, ci si rallegra della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera » (N 85; cfr. it. 110).
« Quando siamo davanti al Santo Sacramento, invece di guardare attorno a noi, chiudiamo i nostri occhi e la nostra bocca, apriamo il nostro cuore, il buon Dio aprirà il suo; noi andremo a lui, egli verrà a noi […] sarà come un soffio dall’uno all’altro » (N 109; cfr. it. 141).
Il santo Curato esorta: « Venite alla comunione, venite da Gesù. Venite a vivere di lui per poter vivere per Lui… » (N 114; cfr. it. 146). « Non dite che non ne siete degni. È vero: non ne siete degni, ma ne avete bisogno » (N 119; it. 152). L’Eucaristia è il grande dono di Dio:
« Tutti gli esseri della creazione hanno bisogno di nutrirsi per vivere; per questo il buon Dio ha fatto crescere gli alberi e le piante; è una tavola ben servita dove tutti gli animali vengono a prendere ognuno il cibo che gli conviene. Ma anche l’anima deve nutrirsi… Quando Dio volle dare un nutrimento alla nostra anima, per sostenerla nel pellegrinaggio della vita, Egli pose il suo sguardo sulla creazione e non trovò nulla che fosse degna di lei. Allora si ripiegò su se stesso e decise di dare se stesso » (N 114; cfr. it. 147).
« O anima mia, quanto sei grande, dal momento che soltanto Dio può appagarti » (N 113; cfr. it. 146).
Tale educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione acquista un’efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedono celebrare la Messa. Chi vi assiste dice che « non era possibile trovare una figura che meglio esprimesse l’adorazione… Contemplava l’Ostia amorosamente » . La Messa ha un valore infinito:
« Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio » (N 105; cfr. it. 136).
È convinto che dalla Messa dipenda tutto il fervore della vita di un prete: « La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria! » (N 105; cfr. it. 136).
Prende l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio della propria vita: « Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine! » (cfr. N 104; cfr. it. 134).
7. Confessione
Il santo Curato afferma: « Una grande sventura per noi parroci è che l’anima si intorpidisce » (N 102; cfr. it. 133). Egli si riferisce con ciò al pericoloso assuefarsi del pastore allo stato di peccato o di indifferenza in cui vivono tante sue pecorelle. Egli tiene a freno il corpo, con veglie e digiuni, per evitare che opponga resistenza alla sua anima sacerdotale. E non rifiuta di mortificare se stesso a bene delle anime che gli sono affidate e per contribuire all’espiazione dei tanti peccati ascoltati in confessione: « Quanto a me, vi dirò la mia ricetta. Io dò loro una piccola penitenza e faccio il resto al loro posto » (N 189; it. 234). « Se le anime peccatrici vogliono venire, io m’incarico di fare penitenza per loro » (cfr. N 189; it. 234).
Al di là delle concrete penitenze a cui il Curato d’Ars si sottopone, resta comunque valido per tutti il nucleo del suo insegnamento: le anime costano il sangue di Gesù e il sacerdote non può dedicarsi alla loro salvezza se rifiuta di partecipare personalmente al « caro prezzo » della redenzione.
Al tempo del santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa. Ma egli cerca in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica. È stato così in grado di avviare un circolo virtuoso. Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo induce i fedeli ad imitarlo: essi si impegano nella visita eucaristica, sicuri, al tempo stesso, di trovare il parroco, disponibile all’ascolto e al perdono.
Infatti l’azione educativa del santo Curato avviene soprattutto nel confessionale. Verso il 1827 comincia a diffondersi la sua fama di santità. All’inizio sono quindici o venti pellegrini al giorno. Nel 1834 se ne contano trentamila all’anno. Negli ultimi anni della sua vita diventeranno da ottantamila a centomila.
Sarà necessario stabilire un servizio regolare giornaliero di trasporti da Lione ad Ars. Anzi, si aprirà alla stazione di Lione uno sportello speciale che vendeva biglietti di andata e ritorno per Ars, della durata di otto giorni (biglietti che allora erano un’eccezione), dato che era risaputo come occcorresse aspettare in media una settimana per riuscire a confessarsi.
Comincia così il « martirio del confessionale » del Curato d’Ars. Negli ultimi vent’anni vi resta in media 16-17 ore al giorno, cominciando verso l’una o le due di notte nella bella stagione, o verso le quattro nella stagione cattiva, finendo a tarda sera. Si dice allora che Ars sia diventata « il grande ospedale delle anime » .
Le uniche interruzioni sono per la celebrazione della Messa, la recita del breviario, il catechismo, la visita ai parrocchiani e qualche minuto per un po’ di cibo.
Nell’estate l’atmosfera è così soffocante che i pellegrini devono, a turno, uscire per respirare; d’inverno il gelo tormentoso:
« Gli ho domandato un giorno come poteva restare così a lungo in confessionale, con un freddo rigido, senza predere niente per scaldarsi i piedi. ‘È per una buona ragione… Dai Santi a Pasqua, i miei piedi non li sento » (N 192; cfr. it. 237).
Ma la sofferenza maggiore è data dall’incontro con il peccato.
Il Santo Curato dice: « Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui » (N 128; cfr. it. 164). « Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto » (N 50; cfr. it. 68).
Mette in bocca a Cristo queste parole: « Incaricherò i miei ministri di annunciare loro che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita » (N 131; cfr. it. 166).
Dal Santo Curato d’Ars si può imparare non solo un’inesauribile fiducia nel sacramento della Penitenza, ma anche il metodo del « dialogo di salvezza » che in esso si deve svolgere. Ascolta i penitenti, « legge » in loro come in un libro aperto, ma soprattutto li converte. Spesso ha tempo solo per pochissime parole e negli ultimi anni una voce così flebile che si fatica a sentirlo. Eppure i penitenti escono sconvolti dal suo confessionale.
Il Curato d’Ars ha una maniera diversa di atteggiarsi con i vari penitenti.
Chi viene al suo confessionale attratto dal bisogno del perdono di Dio, trova in lui l’incoraggiamento ad immergersi nel « torrente della divina misericordia » che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno è afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivela: « Il buon Dio sa tutto. Lui sa già che peccherete ancora dopo esservi confessato e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che giunge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci! » (cfr. N 130; cfr. it. 165).
A chi, invece, si accusa in maniera tiepida e quasi indifferente, offre, attraverso le sue stesse lacrime, l’evidenza di quanto quell’atteggiamento sia sbagliato: « Amico, piango perché tu non piangi » (cfr. N 140; it. 178) . « Se almeno il Signore non fosse così buono! Ma è così buono! Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti a un Padre così buono! » (cfr. N 141). Faceva nascere il pentimento nel cuore dei tiepidi, costringendoli a vedere, con i propri occhi, la sofferenza di Dio per i peccati quasi « incarnata » nel volto del prete che li confessava.
A chi, invece, si presenta già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale, spalanca le profondità dell’amore, spiegando la bellezza di vivere uniti a Dio e alla sua presenza: « Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio… Com’è bello! » (N 28; cfr. it. 38). E insegna a pregare: « Mio Dio, fatemi la grazia di amarvi tanto quanto è possibile che io vi ami » (N 77; cfr. it. 100).
Sono in molti, tra quelli che si presentano al confessionale del curato d’Ars, ad affermare che questi sa tutto di loro senza conoscerli. Tra l’altro, spesso egli corregge anche dettagli di racconti non esposti con precisione o con piena verità. Quale valore hanno queste testimonianze? Non abbiamo motivo di contestarle, data la loro molteplicità. Sembra che il santo curato conosca – in molti casi – chi gli sta di fronte. L’unica spiegazione possibile è che egli – per un dono particolare – sappia leggere nelle coscienze, scrutando nell’animo del suo penitente, indirizzando su una strada sicura il discernimento vocazionale .
8. Vita pastorale
Il Curato d’Ars si è impegnato da subito in parrocchia in un paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di « abitare » perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale . Ciò non deve far dimenticare il fatto che egli sa anche « abitare » attivamente in tutto il territorio della sua parrocchia: visita sistematicamente gli ammalati e le famiglie; organizza missioni popolari e feste patronali; raccoglie ed amministra denaro per le sue opere caritative e missionarie; abbellisce la sua chiesa e la dota di arredi sacri; si occupa delle orfanelle della « Providence » e delle loro educatrici; si interessa dell’istruzione dei bambini; fonda confraternite e chiama i laici a collaborare con lui.
La sua attività pastorale – come già in parte ricordato – riguarda inizialmente tre aspetti della vita parrocchiale che egli identifica come segni della profonda scristianizzazione vissuta in Francia.
Egli si impegna così perché sia eliminato il lavoro nei giorni di festa e si vinca l’abitudine di bestemmiare, segni emergenti di un ateismo pratico con cui si nega di fatto quel Dio a cui pur si dice di credere. Il lavoro festivo è indice di rovesciamento di valori, disumanizzazione del tempo e della vita.
Il santo Curato lotta pure contro le « bettole », le osterie, luogo alternativo alla Chiesa nei giorni di domenica e alternativo alle proprie case le sere e le notti, ove ci si abbruttisce con il vino, si perde il denaro necessario per la famiglia e si alimentano odi e risse. La predicazione del Curato sarà così incisiva che le bettole chiuderanno.
La terza questione pastorale è quella del « ballo », attraverso il quale si diffondeva una certa disonestà di costumi. L’amore e il rispetto per il Curato portarono anche in questo caso alla sua sparizione da Ars, anche se gli « inguaribili » si recavano nei paesi vicini .
L’intensa cura pastorale di Giovanni Maria è attenta alle necessità dei più bisognosi, pronta al soccorso e all’aiuto dei poveri e dei sofferenti. In un contesto religioso di povertà spirituale, il curato d’Ars si fa carico anche di quella materiale.
Egli sa vivere i « consigli evangelici » nelle modalità adatte alla sua condizione di presbitero. La sua povertà, infatti, non è quella di un religioso o di un monaco, ma quella richiesta ad un prete: pur passando molto denaro dalle sue mani (dato che i pellegrini più facoltosi si interessano alle sue opere di carità), egli lo usa per la sua chiesa, i poveri, gli orfani, le ragazze della « Providence », le famiglie più disagiate, le « missioni », tanto in Francia, quanto all’estero. Perciò egli sa dare agli altri, ma è molto povero per se stesso. Spiega: « Il mio segreto è molto semplice: dare tutto e non conservare niente » (N 215; cfr. it. 264). Quando si trova con le mani vuote, ai poveri che si rivolgono a lui dice: « Sono povero come voi, oggi sono uno dei vostri » (N 216; it. 264). Così, alla fine della vita, può affermare con serenità: « Sono molto contento; non ho più niente. Il buon Dio può chiamarmi quando vuole! » (cfr. N 214; cfr. it. 263).
Nota Benedetto XVI: « Anche la sua castità era quella richiesta a un prete per il suo ministero. Si può dire che era la castità conveniente a chi deve toccare abitualmente l’Eucaristia e abitualmente la guarda con tutto il trasporto del cuore e con lo stesso trasporto la dona ai suoi fedeli. Dicevano di lui che ‘la castità brillava nel suo sguardo’, e i fedeli se ne accorgevano quando egli si volgeva a guardare il tabernacolo con gli occhi di un innamorato » .
Anche l’obbedienza di san Giovanni Maria Vianney è incarnata nella sofferta adesione alle quotidiane esigenze del suo ministero. È noto quanto egli fosse tormentato dal pensiero della propria inadeguatezza al ministero parrocchiale e dal desiderio di fuggire a piangere la sua « povera vita » in solitudine . Solo l’obbedienza e la passione per le anime sono riusciti a convincerlo a restare al suo posto. Come egli stesso spiega: « Non ci sono due maniere buone di servire Nostro Signore. Ce n’è una sola: servirlo come lui vuole essere servito » (N 75; cfr. it. 98). Come regola di condotta: « Fare solo ciò che può essere offerto al buon Dio » (N 76; cfr. it. 99).
9. L’esperienza della Croce
Jean-Marie confessa:
« Soffro di notte per le anime del purgatorio e di giorno per la conversione dei peccatori » (N 183; it. 227).
Come sopra ricordato, l’apostolato ad Ars gli causa anche molte sofferenze: egli deve sopportare le calunnie diffamatorie di alcuni parrocchiani, e anche di sacerdoti dei paesi vicini.
Il suo collaboratore, don Antoine Raymond, sicuramente lo libera da molte incombenze, ma è anche una croce da sopportare per il carattere non facile, forse geloso, talora invadente e non di rado autoritario. I rapporti tra i due sono stati tuttavia ottimi: il coadiutore nutre affetto per il suo parroco, il quale ne apprezza l’operato, anche se spesso deve affrontare il suo carattere difficile. E di fronte alla gente il curato ha preso sempre le difese del suo collaboratore, che non era molto stimato dal popolo.
Vi sono anche altri avvenimenti della vita pastorale che, pur scontrandosi con la sua volontà, egli accetta. Ad esempio, la Casa della Provvidenza per cui ha tanto lottato e sofferto, deve essere ceduta alle Figlie di san Giuseppe. Il santo, certamente contento di assicurare il futuro di un’istituzione così preziosa per lui, tuttavia vive il passaggio non senza dolore.
Inoltre, per quasi tutto il periodo trascorso ad Ars, Giovanni Maria vive una crisi profonda. Come sopra ricordato, in lui è talmente forte il senso della propria incapacità e non idoneità al ministero pastorale, che desidera ritirarsi in solitudine per espiare i suoi peccati. Gli appare terribile morire da parroco. Ma ogni richiesta fatta al suo vescovo è vana, come pure i tentativi, fatti di propria iniziativa, per fuggire da Ars (1830, 1843 e 1853). Il pensiero che avrebbe potuto condurre a Dio tante altre anime lo costringe a restare, prevalendo sulla propria volontà. Rimane sempre ad Ars.
Giovanni Maria Vianney imposta tutta la vita secondo un regime estremamente austero. Il senso di incapacità a svolgere il ministero pastorale rafforza in lui la necessità di dover fare penitenza. Sceglie come strumento privilegiato il digiuno (mangia pochissimo, attingendo ad una pentola di patate bollite che dura parecchi giorni,), ma compie anche altre pratiche: scomodità di giaciglio, solo poche ore dedicate al riposo, strumenti per la penitenza corporale.
Ancor oggi, la sua penitenza desta impressione. Da principio ritiene che tali mortificazioni siano state pazzie di gioventù, ma anche in seguito continua a praticarle. Alla penitenza esterna si aggiunge poi quella provocata dalla sofferenza interiore, dal travaglio spirituale, dalla sopportazione di persone o situazioni senza ira o maldicenze.
Il senso della penitenza scaturisce dunque dall’orrore del peccato e dalla possibilità di salvare anime. Come parroco sente che tocca a lui chiedere perdono per i peccati dei suoi figli; confessando molto, tocca a lui fare quella penitenza che per i peccatori sarebbe troppo pesante anche se meritata.
In un contesto sociale in cui i disordini politici hanno generato la decadenza religiosa, la penitenza si presenta come lo strumento privilegiato di riparazione, non solo per se stessi ma per l’intero popolo cristiano.
Oltre il valore riparatorio, la pratica ascetica ne assume anche uno « preventivo », aiutando l’esercitante a non commettere peccato e indirizzando la propria vita sempre più a Dio. La penitenza, cioè, orienta all’Assoluto. Giovanni Maria non si risparmia affatto, ma si mette completamente al servizio del popolo affidatogli e per esso si è consumato.
10. Fatti straordinari
Ars diviene modello per i suoi frutti spirituali, ed è anche il luogo di prodigi e di guarigioni. Al processo per la causa di canonizzazione molti testimonieranno dei benefici corporali ricevuti ad Ars. A chi attribuirli? Considerandosi semplicemente un servo umile, il santo Curato riconosceva alla « piccola santa Filomena », come egli la chiamava, i segni che si verificavano ad Ars. A chi ascrivere quei miracoli oggi, stante la convinzione diffusa sull’errore nella valutazione storica di Filomena e la soppressione del suo culto?
Non possiamo negare il dono delle guarigioni fatto da Dio al curato d’Ars. Egli è ben conscio che i prodigi sono un segno divino che rinviano ad una guarigione più profonda. E per nulla desideroso che si manifestassero fenomeni d’infatuazione popolare, cerca di distogliere l’attenzione da sé.
Tutte le biografie del curato d’Ars riferiscono di episodi sulla presenza del demonio. Si tratterebbe di manifestazioni diaboliche avvertite da don Vianney, di disturbi e di tormenti, quali rumori strani, come colpi di martello e assalti alla porta, oppure voci rauche. Come considerare il fatto? Il curato d’Ars non ne è mai spaventato. La maggior parte delle testimonianze sono concordi nell’attestare rumori sentiti nella canonica del curato. Non ci sembra possibile risolvere la questione riducendo il fatto a un’impressione psicologica dovuta a stanchezza o ad allucinazione causata dalla carenza di cibo o di riposo. Ma si tratta veramente di fenomeni provocati dal demonio? Il curato d’Ars attribuisce questi fenomeni al diavolo, che egli soprannomina il « grappino ». Non ci resta che accogliere il fenomeno secondo questa interpretazione, facendo attenzione a non attribuire al demonio tutti i fenomeni strani, come spesso han fatto i contemporanei nelle testimonianze deposte.
11. Maria
I biografi attestano che san Giovanni Maria Vianney parla di Maria con devozione e al tempo stesso con confidenza e immediatezza. Consacra più volte la sua parrocchia alla Madonna, raccomandando specialmente alle mamme di fare altrettanto ogni mattina con i loro figli.
Per lui la Santa Vergine « è senza macchia, ornata di tutte le virtù che la rendono così bella e gradita alla Santa Trinità » (N 243; cfr. it. 303). Egli è attratto soprattutto dalla bellezza di Maria: « La Santa Vergine è quella bella creatura che non ha mai disgustato il buon Dio » (N 243; it. 304).
Mette in rilievo la sua bontà materna: « La sua santa Madre è così buona, che desidera tanto aiutarci… ma soprattutto quando noi vogliamo ritornare al buon Dio […] Desidera tanto la nostra felicità » (N 245; it. 306). « Il cuore di questa buona Madre non è che amore e misericordia, non desidera che di vederci felici. Basta solo rivolgersi a Lei per essere esauditi » (N 246; it. 307).
Sa presentare il mistero di Maria con immagini efficaci: « L’uomo era creato per il cielo. Il demonio ha spezzato la scala che vi conduceva. Nostro Signore, con la sua passione, ce ne ha formata un’altra… La SS. Vergine è sull’alto della scala e la tiene a due mani » (N 246; it. 307).
Sulla preghiera a Maria, egli afferma: « Il mezzo più sicuro per conoscere la volontà di Dio, è pregare la nostra buona Madre » (N 246; it. 307).
« Quando le nostre mani hanno toccato degli aromi, profumano tutto ciò che toccano. Facciamo passare le nostre preghiere dalle mani della Santa Vergine; lei le profumerà » (N 246; cfr. it. 307).
« L »Ave Maria’ è una preghiera che non stanca mai. Quando si parla delle cose della terra, della politica… ci si stanca, ma quando si parla della Santa Vergine, è sempre nuovo » (N 246; cfr. it. 306-307).

 

Publié dans:SANTI |on 4 août, 2014 |Pas de commentaires »

LA GIORNATA VISSUTA IN SOLITUDINE – Dietrich Bonhoeffer

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LA GIORNATA VISSUTA IN SOLITUDINE

Dietrich Bonhoeffer, Vita comune – autore: Dietrich Bonhoeffer

Il momento della meditazione personale non è un momento di naufragio nel vuoto e nell’abisso della solitudine, ma è un momento in cui siamo soli con la Parola. In tal modo essa ci offre una solida base su cui poggiare, e chiare indicazioni sui passi da compiere…

«A Te conviene la lode nel silenzio in Sion, o Dio» (Sal 65,2)[1]. Molti cercano la comunione per paura della solitudine. Non essendo più capaci di stare da soli, cercano di vivere tra gli altri. Ci sono anche dei cristiani, che non riuscendo da soli a risolvere i propri problemi, o essendosi trovati male soli con se stessi, sperano di trovare aiuto nella comunione con altri uomini. Per lo più ne restano delusi, e di conseguenza imputano alla comunità quella che è la loro vera colpa. La comunità cristiana non è un sanatorio dello spirito. Chi vi entra per fuggire da se stesso, la utilizza abusivamente per distrarsi con vani discorsi, per quanto camuffati da intenti religiosi. In effetti la sua ricerca non ha come oggetto la comunione, ma quell’effetto di stordimento che gli fa dimenticare per breve tempo la sua condizione di solitudine, e proprio per questo procura l’isolamento mortale dell’uomo. Il risultato di simili tentativi di guarigione è il dissolversi della parola e di ogni esperienza autentica, e in ultimo la rassegnazione e la morte spirituale.
Chi non sa stare da solo, si guardi dal cercare la comunione. Non farà altro che male a se stesso e alla comunione. Eri solo davanti a Dio, quando ti ha chiamato, eri solo quando hai dovuto seguire il suo appello, eri solo quando hai dovuto prendere la tua croce, quando hai dovuto pregare e combattere, da solo morirai e rende­rai conto a Dio. Non puoi sfuggire a te stesso, poiché Dio stesso ti ha messo da parte, scegliendoti. Se non vuoi stare da solo, respingi la chiamata di Cristo e non puoi partecipare alla comunione dei chiamati. «Tutti siamo posti di fronte alla morte e nessuno può mo­rire per l’altro, ma spetta ad ognuno da solo l’affrontare il combatti­mento con la morte … Allora io non potrò aiutare te, né tu me» (Lu­tero)[2].
Ma viceversa è vero anche che chi non si trova in comunione, si guardi dallo star da solo. Nella comunità sei uno dei chiamati, e non il solo; tu porti la tua croce, combatti e preghi nella comunità dei chiamati. Non sei solo, e anche nella morte e nel giorno del giudizio sarai solo un membro della grande comunità di Gesù Cri­sto. Se disprezzi la comunione con i fratelli, rifiuti la chiamata di Gesù Cristo, e il tuo star da solo può essere per te solo perdizione. «Se anche devo morire, nella morte non sono però solo; nella soffe­renza, essa (la comunità) soffre con me» (Lutero)[3].
Sappiamo dunque che esclusivamente nella comunione riuscia­mo ad essere soli, ed esclusivamente chi è solo è in grado di vivere nella comunione. Sono due cose interdipendenti. Esclusivamente nella comunione impariamo ad essere soli nel modo giusto, ed esclusivamente nella solitudine impariamo ad essere nella comu­nione in modo giusto. Non si ha la precedenza di una condizione sull’altra, ma esse si determinano contemporaneamente, con la chiamata di Gesù Cristo.
Ognuna delle due isolatamente presa presenta pericoli di cadute vertiginose. Chi vuole la comunione senza la solitudine, è risucchia­to nel vuoto delle parole e dei sentimenti, chi cerca la solitudine senza la comunione, sprofonda nella vanità, nell’autoinfatuazione, nella disperazione.
Chi non sa stare da solo, si guardi dalla comunione. Chi non si trova in comunione, si guardi dallo star da solo.
La giornata vissuta nella comunità dei cristiani che vivono insie­me si accompagna alla giornata che ogni individuo vive da solo. Deve essere così. È sterile per la comunione e per il singolo la giornata vissuta in comune senza la giornata da soli.
Il carattere distintivo della solitudine è il tacere, mentre quello della comunione è la parola. Silenzio e parola sono intimamente legati e distinti, come la solitudine e la comunione. Non c’è l’uno senza l’altro. La parola giusta viene dal silenzio, e il giusto silenzio dalla parola.
Tacere non è lo stesso che esser muti, così come la parola non equivale alla loquacità, il mutismo non procura la solitudine, né l’es­ser loquaci la comunione. «Il silenzio è l’eccesso, l’ebbrezza, il sacri­ficio della parola. E il mutismo è insano, come se si mutilasse qualco­sa senza sacrificarlo… Zaccaria era muto, anziché silenzioso. Se avesse accettato la rivelazione, forse all’uscita dal tempio non sareb­be stato muto, ma silenzioso» (Ernest Hello)[4]. La parola in grado di ricostituire e di rafforzare la comunione si accompagna al silenzio. «C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qo 3,7). Come nella giornata del cristiano ci sono ore determinate per la parola, in particolare quelle della meditazione e della preghiera in comune, così è bene che ci siano anche tempi stabiliti per il silenzio, che vanno trascorsi sotto il segno della Parola, e che sono richiesti da essa. Si tratterà soprattutto dei momenti che precedono e seguono l’ascolto della Parola. Essa non giunge alle persone chiassose, ma a chi è raccolto in silenzio. Il silenzio del tempio è il segno della pre­senza santa di Dio nella sua Parola.
Solo da un atteggiamento di indifferenza, o addirittura di rifiuto, il silenzio può venir giudicato come disprezzo della rivelazione di Dio nella Parola. Qui il silenzio è frainteso, come se fosse un conte­gno ieratico, un misticismo che pretenda di trascendere la Parola. Nel tacere non si riconosce più il rapporto essenziale alla Parola, semplicemente l’ammutolire in presenza della Parola di Dio. Stiamo in silenzio prima dell’ascolto della Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti alla Parola, ci mettiamo in silenzio come il bambino, quando entra nella stanza del padre[5]. Stiamo in silenzio dopo aver udito la Parola, perché la Parola ci parla ancora, vive e si sta inse­diando in noi. Stiamo in silenzio di primo mattino, perché è Dio che deve avere la prima parola; stiamo in silenzio prima di addor­mentarci, perché anche l’ultima parola spetta a Dio. Stiamo in silen­zio solo per amore della Parola, non dunque perché la disprezziamo, ma perché vogliamo rendere ad essa il giusto onore ed accoglierla. Infine tacere non significa altro che aspettare la Parola di Dio e raccoglierne la benedizione, quando sia venuta. Ma è necessario im­parare a farlo, in un tempo in cui, come ognuno sa per esperienza, la loquacità prende la mano a tutti; in ultima analisi solo come con­seguenza rigorosa del silenzio spirituale si giungerà veramente al si­lenzio, al raccoglimento, a frenare la lingua.
E il silenzio in presenza della Parola avrà un effetto su tutta la giornata. Se abbiamo imparato a tacere in presenza della Parola, impareremo anche a dosare giustamente silenzio e parole durante la giornata. C’è un silenzio inopportuno, presuntuoso, un silenzio superbo, offensivo. Si vede dunque subito che non sarà mai questio­ne del silenzio genericamente inteso. Il silenzio del cristiano è un silenzio in ascolto, un silenzio umile, che per umiltà è anche disponi­bile a lasciarsi interrompere in ogni momento. È il silenzio che si mantiene legato alla Parola. È questo il pensiero di Tomaso da Kem­pis, quando dice: «Nessuno si esprime con maggior sicurezza di co­lui che preferisce tacere»[6]. Nel raccoglimento silenzioso c’è una straordinaria forza di chiarificazione, di purificazione, di concentra­zione sull’essenziale. Questo è vero già in campo profano. E il tacere prima della Parola porta, giunto il momento, ad ascoltare nel modo giusto la Parola di Dio e permette, quindi, che anch’essa ci parli nel modo giusto. Si tacciono molte cose inutili, in poche parole si è capaci di dire ciò che è utile ed essenziale.
Se una comunità di persone che vivono insieme ha a disposizione solo spazi ristretti, e non può dare ad ognuno le condizioni esteriori necessarie per il raccoglimento, è assolutamente necessario stabilire dei momenti precisi di silenzio. Dopo un periodo di silenzio, l’incon­tro con l’altro si presenta diverso e rinnovato. Parecchie comunità riescono a garantire ad ognuno dei momenti di solitudine solo con un ordinamento rigido dei tempi, e in tal modo riescono a salvare la comunione stessa.
Non parleremo qui dei frutti veramente straordinari che un cri­stiano può raccogliere dalla solitudine e dal silenzio. Sarebbe troppo facile lasciarsi andare a pericolose divagazioni, e d’altra parte si po­trebbero enumerare parecchie esperienze negative che possono na­scere dal silenzio. Il silenzio può essere un deserto spaventoso, una terribile solitudine. Può anche essere un paradiso dell’autoinganno, ed è difficile dire quale delle due cose sia preferibile. Comunque sia, ne consegue che non ci si deve aspettare dal silenzio qualcosa al di fuori del semplice incontro con la Parola di Dio, che è lo scopo per cui si è cercato il silenzio stesso. Ma questo incontro non potrà che essere un dono. Il cristiano non deve porre condizioni su come attendere e sperare questo incontro, ma deve esser pronto ad accet­tarlo come viene, e il suo silenzio sarà ampiamente compensato.
Tre sono le cose per cui il cristiano ha bisogno di precisi spazi di tempo da riservare a se stesso nella solitudine durante la giornata: la meditazione personale della Scrittura, la preghiera, l’intercessione. Questi tre momenti devono essere trovati all’interno del tempo della meditazione personale quotidiana[7]. Il termine ‘meditazione’ in sé non ha implicazioni particolari: è un antico termine della chiesa e della Riforma, che qui utilizziamo.
Si potrebbe chiedere perché sia necessario un momento specifico a questo scopo, visto che già tutte queste cose si fanno nella medita­zione comune. Risponderemo come segue.
Il momento della meditazione personale serve a riflettere perso­nalmente sulla Scrittura, alla preghiera e all’intercessione personale, e a nessun altro scopo. Qui non c’è posto per esperimenti spirituali. Ma ci deve essere un tempo per queste tre cose, poiché Dio stesso ce le richiede. Anche se questo tempo della meditazione personale non significasse altro che rendere a Dio un servizio dovuto, sarebbe già abbastanza.
Il momento della meditazione personale non è un momento di naufragio nel vuoto e nell’abisso della solitudine, ma è un momento in cui siamo soli con la Parola. In tal modo essa ci offre una solida base su cui poggiare, e chiare indicazioni sui passi da compiere.
Mentre nella meditazione in comune leggiamo di seguito un testo ampio, nella meditazione personale ci atteniamo ad un breve testo scelto dalla Scrittura, che possibilmente deve essere mantenuto per tutta una settimana. Mentre la lettura biblica in comune ci guida attraverso l’ampiezza e l’organicità della sacra Scrittura, ora invece siamo alle prese con la profondità insondabile di ogni singola frase e parola. I due aspetti sono ugualmente necessari «affinché possiate comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» (Ef 3,18).
Nella meditazione personale leggiamo il testo assegnatoci, contan­do sulla promessa che esso abbia da dire a noi personalmente qual­cosa che si riferisca alla nostra giornata e alla nostra condizione di cristiani, che non contenga la Parola di Dio soltanto per la comunità, ma anche la Parola di Dio a me personalmente indirizzata. Ci con­frontiamo con ogni singola frase e parola, fino a capire in che senso ci riguardi personalmente. In tal modo non facciamo niente di diver­so dal cristiano più semplice e più incolto, nel suo agire quotidiano, leggiamo cioè la Parola di Dio come la Parola di Dio per noi. Non chiediamo dunque che cosa abbia da dire un tal testo ad altri uomi­ni, il che, per chi ha il compito di predicare, significa non chiedersi in che modo si possa predicare o insegnare sulla base di un certo testo, ma chiedersi che cosa esso abbia da dire a noi, nel senso più personale del termine. Naturalmente è necessario prima di tutto aver compreso il contenuto del testo, ma non si tratta di un lavoro esege­tico, di una preparazione a predicare, di uno studio biblico di qual­siasi tipo, si tratta invece di attendere che ci sia rivolta la Parola di Dio. Non un’attesa vuota, ma un’attesa che si fonda su una chiara promessa. Spesso siamo a tal punto oppressi e sopraffatti da pensie­ri, immagini e preoccupazioni di tutt’altro genere, che occorre molto tempo prima che la Parola di Dio, messo da parte tutto ciò che la ostacola, giunga infine a noi. Ma questo si verifica certamente, come è certo che Dio stesso è giunto fino agli uomini e di nuovo tornerà da loro. Questo appunto è il motivo per cui la nostra meditazione personale deve iniziare con la preghiera che invoca lo Spirito di Dio su di noi per mezzo della sua Parola, per rivelarci questa Parola e il­luminarci.
Non è necessario nella meditazione personale giungere alla comprensione piena dell’intero testo. Spesso saremo costretti a fermarci a lungo su una sola frase o addirittura su una sola paro­la, perché questa ci blocca, ci costringe a star li, e non possiamo più eluderla. Non basta forse, molte volte, una parola come ‘pa­dre’, ‘amore’, ‘misericordia’, ‘croce’, ‘santificazione’, ‘risurrezio­ne’, per esaurire completamente il breve tempo destinato alla me­ditazione?
Non è necessario che nella meditazione personale ci preoccupia­mo di esprimere verbalmente pensieri o preghiere. Il pensare e pre­gare in silenzio, che viene solo dall’ascolto, molto spesso è più rac­comandabile.
Non occorre che troviamo pensieri originali nella meditazione personale. È una preoccupazione che spesso non fa che distrarci, e che soddisfa sola la nostra vanità. Basta e avanza, se la Parola entra profondamente e prende dimora in noi, così come l’abbiamo letta e capìta. Maria «rifletteva in cuor suo»[8] sulle parole dei pastori; anche a noi spesso capita di riflettere a lungo sulla parola di una persona, che ci rimane dentro, che viene elaborata, tenendoci occu­pati, suscitando in noi inquietudine o felicità, senza che possiamo farci niente; allo stesso modo nella meditazione personale la Parola di Dio vuol entrare in noi e restarvi, vuol muoverci, lavorare, operare in noi, fare in modo che non ce ne liberiamo più per tutto il giorno, ed essa porterà a termine poi la sua opera in noi, spesso senza che ce ne rendiamo conto.
Soprattutto non è necessario che la meditazione personale ci porti esperienze inattese e fuori del comune. Questo può anche capitare, ma se non succede, non è segno di tempo speso a vuoto. Non solo all’inizio, ma ripetutamente nel corso del tempo, possiamo sentire in noi una grande aridità interiore e indifferenza, una certa svoglia­tezza, addirittura una inettitudine per questa meditazione personale. Non dobbiamo lasciarci condizionare da simili esperienze, e soprat­tutto non dobbiamo lasciarci distogliere dall’affrontare la meditazio­ne personale, proprio in momenti come questi, con grande pazienza e fedeltà. Non è bene quindi prendere troppo sul serio le molte cattive prove che diamo di noi stessi nella meditazione. Potrebbe trattarsi di un camuffamento devoto della nostra vecchia vanità e delle nostre indebite pretese nei confronti di Dio, come se avessimo il diritto di attenderci esperienze che siano per noi solo fonte di edificazione e di soddisfazione, come se l’esperienza della povertà interiore non fosse degna di noi. Ma un atteggiamento del genere non ci porta lontano. L’impazienza e l’autoaccusa non fanno che alimentare la nostra presunzione e contribuiscono a imprigionarci sempre più nella rete dell’introspezione. Ma nella meditazione personale, così come nella vita cristiana in genere, non c’è alcun tempo riservato alla introspezione. Solo la Parola è l’oggetto che deve atti­rare la nostra attenzione, e tutto deve essere rimesso alla sua effica­cia. Non potrebbe darsi che Dio stesso ci faccia sentire i momenti di aridità e di vuoto, in modo che torniamo a rimetterci totalmente alla sua Parola? «Cercate Dio, non la vostra gioia»[9]: questa è la regola fondamentale della meditazione. Se cerchi solo Dio, riceverai anche gioia: questa è la promessa di ogni meditazione.
La riflessione sulla Scrittura porta a pregare. Già si è detto che il cammino più sicuro per giungere a pregare è quello che si percorre facendosi guidare dalla Scrittura a pregare in base ad essa. In tal modo si evita il vuoto che domina in noi stessi. Allora pregare non significa altro che essere disponibili ad applicare a se stessi la Parola, sia per quanto riguarda la nostra personale condizione, sia per i no­stri specifici compiti, sia in rapporto alle nostre decisioni, ai peccati e alle tentazioni in cui incorriamo. Ciò che non può mai entrare nella preghiera in comune, qui può esser manifestato a Dio nel silen­zio. Sulla base della Parola della Scrittura, preghiamo per avere chia­rezza nella nostra giornata, per esser salvaguardati dal peccato, per crescere nella santificazione, per ottenere fedeltà e forza nel nostro lavoro, e possiamo esser certi che la nostra preghiera sarà esaudita, perché nasce dalla Parola e dalla promessa di Dio. La Parola di Dio ha trovato adempimento in Gesù Cristo, e questo è il motivo per cui tutte le preghiere che rivolgiamo in base a questa Parola trove­ranno compimento ed esaudimento in Gesù Cristo.
Un elemento negativo che minaccia specificamente la meditazione personale è la facilità con cui ci si distrae, e con cui i nostri pensieri divagano, in direzione di altre persone o fatti della nostra vita. No­nostante la frequenza di questa distrazione umiliante, anche in que­sto caso non dobbiamo scoraggiarci e preoccuparci, né tantomeno concludere che la meditazione non abbia alcun senso per noi. Tal­volta può esser di aiuto in tale situazione il rinunciare a reprimere con tutte le forze i nostri pensieri, e l’inserire con la massima calma nella nostra preghiera le persone o gli eventi a cui siamo riportati insistentemente, ritornando così, senza perdere la pazienza, al punto di partenza della meditazione.
La nostra preghiera personale viene collegata alla parola della Scrittura, e lo stesso avviene per l’intercessione. Nella meditazione in comune non è possibile intercedere per tutti coloro che ci sono affidati, o almeno, non è possibile farlo nel modo dovuto. Ogni cri­stiano ha delle persone che gli hanno chiesto di pregare per loro, o che egli si sente per buoni motivi di includere nella sua intercessio­ne. Anzitutto si tratterà di coloro che vivono insieme a lui quotidia­namente. Qui siamo giunti al cuore stesso di ogni forma di conviven­za cristiana. Una comunità cristiana vive della reciproca inter­cessione dei suoi membri, altrimenti è destinata al fallimento. Se prego per un fratello, non posso più odiarlo o condannano, qualsiasi problema possa procurarmi. Il suo volto, forse dapprima estraneo e insopportabile, nell’intercessione si trasforma nel volto del fratello, per amore del quale Cristo è morto, il volto del peccatore che ha ricevuto misericordia. È una scoperta molto felice per il cristiano che affronta per la prima volta la preghiera di intercessione. Non c’è antipatia, tensione o dissidio personale, che non si possa superare da parte nostra nell’intercessione. L’intercessione è il lavacro purifi­cante, nel quale devono immergersi ogni giorno i singoli individui e la comunità. Nell’intercessione può esserci una dura lotta con il fratello, ma c’è la promessa che il suo obiettivo sarà raggiunto.
In che modo? Intercedere non significa altro che presentare il fratello davanti a Dio, vederlo nella prospettiva della croce di Gesù, come un uomo povero e peccatore, che ha bisogno di grazia. A que­sto punto viene a cadere ogni motivo che mi allontana da lui, e lo vedo in tutta la sua povertà e miseria, anzi la sua miseria e il suo peccato assumono per me lo stesso peso e la stessa dimensione che se fossero i miei; a questo punto non posso fare altro che chiedere: Signore, sei Tu che devi intervenire, Tu solo, secondo il tuo rigore e la tua bontà[10]. Intercedere significa ascrivere al fratello lo stesso diritto che abbiamo ricevuto, cioè la possibilità di presentarsi a Cri­sto e di aver parte alla sua misericordia.
In questo modo risulta evidente che anche l’intercessione è un servizio dovuto a Dio e al nostro fratello, da compiersi quotidiana­mente[11]. Chi nega l’intercessione al prossimo, gli nega il suo servizio di cristiano. Inoltre è ormai chiaro che l’intercessione non si svolge su un piano generico, indistinto, ma è un fatto quanto mai concreto. Si tratta di persone ben precise, di determinate difficoltà e quindi di richieste determinate. Quanto più chiara la mia intercessione, tan­to maggiore la speranza che sia esaudita.
E infine non ci può sfuggire che il servizio di intercessione esige un suo momento, che ogni cristiano deve riservare ad essa, e tanto più un pastore che ha la responsabilità di un’intera comunità. Baste­rebbe la sola intercessione, ben fatta, a riempire il tempo della medi­tazione personale quotidiana. Da tutto questo risulta che l’interces­sione è un dono della grazia di Dio per ogni comunione cristiana e per ogni cristiano. Qui ci viene fatta un’offerta di valore incommen­surabile, che va accolta con gioia. Proprio il tempo dedicato all’in­tercessione diventerà per noi ogni giorno fonte di nuova gioia al cospetto di Dio e all’interno della comunità cristiana.
La riflessione sulla Scrittura, la preghiera e l’intercessione sono un servizio dovuto, nel quale la grazia di Dio si lascia trovare da noi; per questo dobbiamo abituarci a dedicarvi un momento fisso della giornata, come per ogni altro servizio da compiere. Questo non è ‘legalismo’, ma giusto ordine e fedeltà. Per lo più è il primo mattino il tempo opportuno, e noi abbiamo diritto, anche nei con­fronti degli altri, di utilizzare così questo tempo, facendo in modo che sia completamente indisturbato e silenzioso, nonostante tutte le difficoltà esterne. Per il pastore è un dovere imprescindibile, da cui dipende tutto il suo ministero. Chi sarà davvero fedele nelle grandi cose, se non sa esserlo nel quotidiano?
Ogni giorno porta al cristiano molte ore di solitudine in mezzo ad un mondo non cristiano. Questo è il tempo della verifica. Esso è la prova della bontà della meditazione personale e della comunio­ne cristiana. La comunità ha reso gli individui liberi, forti, adulti, o li ha resi viceversa dipendenti, non autonomi? Li ha condotti un po’ per mano, per far loro imparare di nuovo a camminare da soli, o li ha resi paurosi e insicuri? È una delle domande più serie e difficili che si pone a tutti i cristiani che hanno tra di loro comunità di vita. Inoltre qui si tratta di decidere se la meditazione personale ha porta­to il cristiano in un mondo irreale, da cui si risveglia con spavento, nel ritornare al mondo terreno del suo lavoro, o se viceversa lo ha fatto entrare nel vero mondo di Dio, che permette di affrontare la giornata dopo aver attinto nuova forza e purezza. Si è trattato di un’estasi spirituale per brevi attimi, cui poi subentra la quotidianità, o di un radicarsi essenziale e profondo della Parola di Dio nel cuore, tale da costituire per l’intero giorno un punto di riferimento e un sostegno, uno stimolo all’amore attivo, all’ubbidienza, alla buona opera? Solo la giornata potrà deciderlo. La presenza invisibile della comunione cristiana è per ogni individuo una realtà e un aiuto? L’in­tercessione degli altri è per me fonte di sostegno durante il giorno? La Parola di Dio mi è vicina come fonte di consolazione e di forza? O forse faccio cattivo uso del tempo in cui mi trovo da solo, facen­done un ostacolo alla comunione, alla Parola e alla preghiera? Ognuno deve sapere che anche il momento in cui è isolato ha una retroazione sulla comunione. Nella sua solitudine egli può dilacerare e macchiare la comunione, o viceversa rafforzarla e santificarla. Ogni forma di autodisciplina è anche un servizio alla comunione. Vicever­sa non c’è peccato in pensieri, parole e opere, che sia così personale e segreto, da non danneggiare tutta la comunione. C’è un agente patogeno che circola per il corpo, forse non si sa ancora donde pro­venga, in quale parte abbia allignato, ma il corpo è contaminato. Questa è l’immagine della comunione cristiana. Infatti, noi siamo membra di un corpo, non solo quando vogliamo, ma in tutto il no­stro essere, e quindi ogni membro serve all’intero corpo, contribui­sce alla sua salute o alla sua rovina. Non si tratta di teoria, ma di una realtà spirituale che viene sperimentata spesso con sconvolgente chiarezza nella comunione cristiana, in senso negativo o positivo.
Chi dopo la sua giornata di lavoro rientra nella comunità dei cri­stiani con cui vive, porta con sé la benedizione della solitudine, ma a sua volta riceve di nuovo la benedizione della comunione. Bene­detto chi è solo nella forza della comunione, benedetto chi mantiene la comunione nella forza della solitudine. Ma la forza della solitudi­ne e della comunione è costituita soltanto dalla Parola di Dio, che si applica all’individuo nella comunione.

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Moltiplicazione dei pani e dei pesci; Sant’Apollinare, Ravenna

Moltiplicazione dei pani e dei pesci; Sant'Apollinare, Ravenna dans immagini sacre 193453
http://www.qumran2.net/indice.php?c=disegni&immagine=5095

Publié dans:immagini sacre |on 2 août, 2014 |Pas de commentaires »

3 AGOSTO 2014 – 18A DOMENICA T.O.: « CONGEDA LA FOLLA PERCHÉ VADA NEI VILLAGGI A COMPERARSI DA MANGIARE »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/18a-Domenica-A/12-18a-Domenica-A-2014-SC.htm

3 AGOSTO 2014 | 18A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« CONGEDA LA FOLLA PERCHÉ VADA NEI VILLAGGI A COMPERARSI DA MANGIARE »

« Niente potrà mai separarci dall’amore di Dio »
« Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati » (Rm 8,35.37).
Queste parole infiammate di Paolo, con le quali egli esprime la piena fiducia di poter superare tutte le difficoltà che potrebbero frapporsi alla sua e alla nostra salvezza in forza dell’ »amore » infrangibile di Dio in Cristo, riassumono l’idea di fondo che attraversa tutta l’odierna Liturgia. Anche se nella prima come nella terza lettura i temi ricorrenti saranno quelli del « cibo », del « banchetto », dei « pani » e dei « pesci » che vengono moltiplicati e offerti alla moltitudine, in realtà quelle immagini e quei fatti esprimono l’amore premuroso di Dio verso l’uomo, al quale egli offre costantemente i suoi doni e che invita non una volta, ma infinite volte a « banchetto » con sé in quella splendida « reggia » che è la sua Chiesa.
Proprio per questo anche noi possiamo far nostre le affermazioni di Paolo: « Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore » (Rm 8,38-39).
L’alleanza fatta da Dio con noi è davvero « eterna », e nessun evento, né lieto né triste, nessuna « potenza », oscura o malefica, può infrangerla, salvo che non sia l’uomo a distaccarsi dall’amore di Dio.

« Ascoltatemi e mangerete cose buone »
Al concetto di « alleanza » si richiama precisamente il brano di Isaia (55,1-3), che descrive con immagini poetiche lo stato di futura felicità e di benessere che Dio promette a coloro che, ritornati dall’esilio babilonese, si convertiranno con tutto il cuore a lui:
« L’empio abbandoni la sua vita
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona » (Is 55,7).
In contrapposizione agli stenti, alla fame e alle sofferenze dell’esilio si fa intravedere la felicità e l’abbondanza di un « banchetto », offerto gratuitamente a chi lo voglia (Is 55,1-2).
Al tempo dell’esilio in terra straniera, il poco « denaro » che si riusciva ad avere veniva tutto consumato per procacciarsi qualcosa in più, che ingannava soltanto la fame, senza riuscire a « saziarla » del tutto. Per il futuro, invece, sarà tutto diverso: gli esiliati ritorneranno, gli schiavi saranno liberi, gli affamati si sazieranno e gioiranno al « banchetto » della felicità e della vita.

« Io stabilirò per voi un’alleanza eterna »
È evidente che il « banchetto » vuol esprimere, al di là dell’immagine, la realtà dell’amicizia, della familiarità, della nuova comunione di Dio con il suo popolo, che qui viene assunto come prefigurazione di tutti gli uomini che, nella fede, aderiranno al Messia, il quale dovrà uscire dalla discendenza di Davide (cf 2 Sam 7,1). È questa l’alleanza « eterna » che Dio ha fatto per il passato e che adesso solennemente riconferma per sempre:
« Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete.
Io stabilirò per voi una alleanza eterna,
i favori assicurati a Davide » (Is 55,3).
Proprio perché l’accento è posto sull’ »ascoltare », sul « porgere l’orecchio », è evidente che l’alleanza presuppone la docilità, la fedeltà alla « parola ». Il « banchetto » vero, dove soprattutto l’uomo diventa « sodale » di Dio, è quello dell’ascolto del suo messaggio.
Non stupisce perciò che nel libro dei Proverbi la « Sapienza », espressione della rivelazione di Dio e della sua provvidenza, venga presentata come una nobile signora che invita al banchetto i suoi ospiti:
« La Sapienza si è costruita la casa…
Ha ucciso gli animali, ha preparato il vino
e ha imbandito la tavola…
Venite, mangiate il mio pane,
bevete il vino che io ho preparato » (Prv 9,1-2.5).
La mensa eucaristica non ci sarebbe, se non ci fosse prima ancora la « mensa della parola ».1

La prima moltiplicazione dei pani
La potenza della « parola » anche nel moltiplicare il cibo, che serve per la « mensa » di ogni giorno, viene messa in evidenza dal racconto della prima moltiplicazione dei pani, secondo la redazione di Matteo (14,13-21).
Egli ci descrive anche una seconda moltiplicazione dei pani (15,32-39), esattamente come Marco (6,30-44; 8,1-10). Al contrario, Luca (9,10-17) e Giovanni (6,1-13) conoscono uno solo di questi miracoli.
Mettendo da parte tutte le questioni di carattere critico, cerchiamo di cogliere alcuni elementi più significativi del miracolo secondo la narrazione di Matteo, che ha semplificato il più vivace racconto di Marco.
Prima di tutto, sembra che l’Evangelista abbia un particolare interesse a dirci che il miracolo avvenne in « un luogo deserto » (éremon).
« Quando udì della morte di Giovanni Battista, Gesù partì su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città » (Mt 14,13). Successivamente si dice ancora che, « sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: « Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comperarsi da mangiare »" (v. 15).
Perché questa insistenza? Quasi certamente perché l’Evangelista, che ha il gusto di rileggere i fatti cristiani alla luce dell’Antico Testamento, vede in Gesù il nuovo Mosè che guida il suo popolo nel « deserto » e lo sfama con un miracolo, anche più grande che non quello della « manna » (cf Es 16). Subito dopo Matteo ci descrive l’episodio di Gesù che cammina sulle acque (14,22-33), che sarà letto la Domenica prossima: anche qui c’è un confronto con l’antico liberatore che, nella potenza di Dio, passa indenne attraverso i flutti del mar Rosso con il suo popolo (cf Es 14,15-31).

« Sento compassione di questa folla »
In secondo luogo, si deve notare il senso di partecipazione di Gesù ai problemi « concreti » della gente. La folla lo segue con entusiasmo, venendo « dalle città » circonvicine (v. 13), perché ha desiderio di ascoltarlo e porta con sé i propri malati perché siano guariti. Ed egli non li delude. Infatti, « sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati » (v. 14).
È particolarmente significativo il verbo « sentì compassione » (letteralmente: « si sentì commosso nelle viscere »), che dice come Gesù si sa mettere nei panni degli altri. Marco estende il senso di « compassione » di Gesù allo stato di abbandono anche spirituale, oltre che materiale, della gente che lo segue: « Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose » (Mc 6,34).
Anche il miracolo della moltiplicazione dei pani avviene per questo senso di « partecipazione » ai bisogni degli altri: esso non è tanto un premio della fede o, meglio, entusiasmo, purtroppo momentaneo, della gente, quanto un gesto di benevolenza e di comprensione dei loro bisogni.
Erano in tanti: il testo ci dirà alla fine che erano « circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini » (v. 21); venivano da posti diversi e lontani; e ormai avevano fame, data l’ora tarda. Per questo i discepoli consigliano di rimandarli alle loro case, o nei villaggi vicini, per « comperarsi da mangiare » (v. 15). Gesù, invece, si preoccupa di loro, della difficoltà a trovare il cibo necessario, della sofferenza soprattutto dei più deboli. Ecco infatti come si esprime nel secondo racconto della moltiplicazione dei pani: « Sento compassione di questa folla; ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni perché non svengano lungo la strada » (Mt 16,32).
Il miracolo nasce, dunque, non come gesto di potenza, ma come gesto di amore e di partecipazione.

« Date loro voi stessi da mangiare »
E anche come gesto di « condivisione », nel senso che, in realtà, il miracolo non avviene creando dal nulla qualche cosa, ma distribuendo quello che i discepoli già hanno con sé. Era poco, ma bastava un gesto di carità per creare un atteggiamento di comune fiducia e di fraternità, in cui il miracolo avrebbe potuto realizzarsi.
Certo, fu la potenza di Gesù a compiere il miracolo; ma esso fu anche propiziato e come stimolato dalla disponibilità dei discepoli a mettere in comune quel « poco » che avevano.
Infatti, alla proposta di questi di rimandare la gente alle loro case, Gesù rispose: «  »Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare ». Gli risposero: « Non abbiamo che cinque pani e due pesci ». Ed egli disse loro: « Portatemeli qua »" (vv. 16-18). Ed è su questo poco cibo, offerto però con generosità, che Gesù compie il grande miracolo. Dio ha sempre bisogno della collaborazione degli uomini!

Prefigurazione « eucaristica » del miracolo
A parte questo, però, c’è da osservare anche un’altra cosa: il miracolo viene descritto con termini e annotazioni che anticipano l’istituzione dell’Eucaristia durante l’ultima Cena, ad eccezione delle parole che vennero pronunciate in quell’occasione: « E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla » (v. 19).
Si può confrontare il nostro versetto con Mt 26,26, per rendersi conto di quanto veniamo dicendo: anche nel racconto della istituzione eucaristica Gesù « prende il pane », pronunciandovi sopra la formula di « benedizione » e di lode, lo « spezza » e lo « dà » ai suoi discepoli.
È chiaro perciò che l’Evangelista ha veduto nella moltiplicazione dei pani una « prefigurazione » e un anticipo della Eucaristia: se il miracolo materiale Gesù l’ha compiuto una volta sola, o anche due volte, quello « sacramentale » lo compie sempre! E questo perché gli uomini, più che di cibo materiale, hanno bisogno di Cristo come unico alimento di salvezza.
Se è vero che « molti » nel mondo muoiono di fame, è più vero ancora che « tutti » hanno fame di Cristo, anche se forse non se ne accorgono. E che cosa è mai questo desiderio di libertà, di giustizia, di fraternità, di maggiore partecipazione, di felicità che agita e scuote il mondo, soprattutto giovanile, se non « fame di Cristo? ». In lui soltanto infatti, adesso che vediamo infrangersi tutti i miti che la nostra civiltà materialistica aveva inventato, c’è speranza, anzi la sicurezza, di non andare delusi.

« Fame » di pane e « fame » di Cristo
I due problemi, quello della fame nel mondo e quello della fame di Cristo, sono collegati nel senso che, solo se gli uomini si lasceranno afferrare dalla forza di amore e di compartecipazione che Cristo ha voluto e saputo suscitare nell’occasione della moltiplicazione dei pani, saranno anche capaci di sentire il grido degli affamati che si leva dalle regioni tormentate dell’Asia, dell’Africa, del Sud America, e avranno effettivamente « compassione » di loro, come ha fatto Cristo al suo tempo con le genti di Palestina.
E non è a temere che la generosità dimostrata verso gli altri sottragga qualcosa alle nostre necessità. Il brano di Vangelo, infatti, si conclude con questa annotazione: « Tutti mangiarono e furono saziati: e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini » (vv. 21-22).
Quelle « dodici ceste » di pezzi « avanzati » erano più che sufficienti a ricompensare la generosità di chi aveva dato solo « cinque pani e due pesci » (v. 17).
Sul luogo, che è sua tomba e fu prima sua sfarzosa dimora, un nostro strano poeta ha scritto: « Io ho quel che ho donato » (G. D’Annunzio). Questo è vero a livello semplicemente umano, e soprattutto cristiano. Il brano di Vangelo odierno e la storia quasi infinita della santità cristiana lo stanno a dimostrare.

Nella Chiesa continua il « miracolo » del pane che si moltiplica
Un’ultima osservazione. Oltre alla dimensione cristologica, sacramentale-eucaristica, c’è nel brano evangelico che stiamo commentando una dimensione « ecclesiale ». Essa risulta in parte da ciò che abbiamo detto precedentemente; ma vogliamo chiarirla meglio.
Accanto a Gesù, protagonisti della scena sono anche gli Apostoli. Sono loro che fanno osservare a Gesù che è già « sera » e bisogna licenziare la gente perché vada a procacciarsi da mangiare nei villaggi vicini (v. 15). Sono loro che portano a Gesù i cinque pani e i due pesci, che forse avevano con sé come provvista per il loro sempre incerto vagabondare. Sono loro, infine, che offrono alle folle il cibo del miracolo: Gesù « spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla » (v. 19). Gli Apostoli sono dunque i collaboratori di Gesù, sono gli intermediari fra lui e la folla.
Nella rilettura successiva della comunità cristiana appariva chiaro che Gesù aveva inteso così indicare una linea di comportamento alla sua Chiesa: egli, pur asceso al cielo, avrebbe continuato ad essere « con i suoi » per mezzo degli Apostoli e di quelli che sarebbero a loro successi nel servizio apostolico.
E il servizio « apostolico » è soprattutto offerta alle folle credenti, che continuano ad accorrere a Cristo, degli stessi doni che egli allora offriva a tutti; la sua « parola » che salva e il « banchetto » prodigioso del suo corpo e del suo sangue, che presuppone però sempre la « condivisione » dei pochi pani e dei pochissimi pesci che abbiamo a nostra disposizione.
È solo così che la Chiesa, la quale continua a celebrare l’Eucaristia e ad annunziare il Vangelo, diventerà la « reggia » di accoglienza di tutti gli uomini, come abbiamo accennato all’inizio.

Da: CIPRIANI S.

Altar of the monastery of Heilsbronn, depiction of the miraculous catch of fish with the apostles Peter, Andrew, James and John (1510-1518).

Altar of the monastery of Heilsbronn, depiction of the miraculous catch of fish with the apostles Peter, Andrew, James and John (1510-1518).  dans immagini sacre 310px-Heilsbronn_M%C3%BCnster_-_St.Peter_und_Paul-Altar_02

http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_apostolo_ed_evangelista

Publié dans:immagini sacre |on 1 août, 2014 |Pas de commentaires »

L’UNITÀ DEI CRISTIANI ABITA NELLA PREGHIERA – Intervista con il cardinale Kurt Koch,

http://www.30giorni.it/articoli_id_77341_l1.htm

L’UNITÀ DEI CRISTIANI ABITA NELLA PREGHIERA

Intervista con il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani

Creato cardinale da papa Benedetto XVI nel concistoro del 20 novembre 2010, Kurt Koch è stato dal 1995 vescovo di Basilea e per tre anni, dal 2007 sino al 2010, presidente della Conferenza episcopale svizzera. Lo scorso primo luglio il Papa lo nominò presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani. E in tale carica il cardinale Koch ha già fatto visita al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e al patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill. Non per questo, come lui ci dirà, viene meno però il suo interesse precipuo per le Chiese nate dalla Riforma.

KURT KOCH: Gli impegni non mancano, e bisogna dosarli tra la sezione orientale e quella occidentale del nostro Pontificio Consiglio.
Comincerei dalla prima, ricordando l’incontro con tutte le Chiese ortodosse, a Vienna nel settembre 2010, nell’ambito della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, occasione in cui abbiamo compiuto un passo importante: abbiamo cioè definito la necessità per la Chiesa di avere un protos, cioè un vertice a livello locale, regionale e universale, e di approfondire anche gli studi storici sulla modalità con cui il primato del vescovo di Roma esisteva nel primo millennio della Chiesa indivisa. Sono gli stessi argomenti del precedente nostro incontro a Cipro nel 2009. Gli ortodossi hanno però deciso successivamente di non continuare con questo studio storico, ritenendolo oggettivamente complesso e non consono alla Commissione. È iniziato invece l’approfondimento teologico e sistematico della relazione tra primato e sinodalità, che sarà oggetto dell’incontro del prossimo anno.
Con gli ortodossi orientali avete tenuto un convegno a gennaio, durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
Ci siamo concentrati in primo luogo sulle questioni cristologiche, dato che alcune Chiese ortodosse orientali non hanno accettato il Concilio di Calcedonia del 451 e che da qui era necessario ripartire. Siamo usciti da questo incontro riconoscendo che le differenze tra noi non concernono la fede ma certe modalità di espressione. Nel 1984 il Papa e il Patriarca siro ortodosso di Antiochia avevano sottoscritto una comune professione di fede circa l’incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo e l’ospitalità reciproca nei sacramenti della riconciliazione, dell’eucaristia e dell’unzione degli infermi, laddove vi fossero casi urgenti. Oggi vogliamo invece approfondire le questioni ecclesiologiche e il primato petrino.
La sezione occidentale?
Siamo spettatori del fatto che nelle Chiese nate dalla Riforma è in atto una grande frammentazione.
La prima necessità è allora discutere con i riformati della natura della Chiesa, perché la dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della fede Dominus Iesus ha affermato che nel mondo protestante non vi sono Chiese in senso proprio ma comunità ecclesiali. E nel libro-intervista Luce del mondo, papa Benedetto dice che ci troviamo qui di fronte a un altro tipo di Chiesa. Infatti è così, e non spetta a noi definire il concetto ecclesiale delle Chiese della Riforma, bensì a loro stesse. Ecco perché ci compete dialogare sulla natura della Chiesa: ciascuna denominazione infatti ha la propria concezione di cosa sia l’unità al proprio interno. Il movimento ecumenico ha tra i suoi fini quello di riscoprire tale molteplicità, visto che sul tema dell’unità esistono e competono le diverse idee confessionali.
Un secondo aspetto è il grande cambiamento che si va radicando nel pensiero delle comunità riformate: esse non vedono più come approdo del movimento ecumenico l’unità visibile nella fede, nei sacramenti e nel ministero, ma reclamano la permanenza di una pluralità di Chiese che si riconoscano le une con le altre, la cui totalità produrrebbe infine la Chiesa di Cristo. Un po’ come delle case-famiglia, da cui ogni tanto parte un invito ai vicini per qualche festività. Ai cattolici e agli ortodossi tale posizione non piace. Non è questo l’unico e indiviso corpo di Cristo, ciò non corrisponde alla preghiera di Gesù che tutti i discepoli siano uniti, come lo sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Qual è la risposta adeguata?
Nessun cammino comune potrà essere realizzato al di fuori della spiritualità ecumenica cioè senza la preghiera.
Il movimento ecumenico nacque col proporre nel mese di gennaio la Settimana di preghiera per l’unità. L’idea venne da un anglicano convertito al cattolicesimo, Paul Wattson, e da un episcopaliano americano, Spencer Jones, e fu appoggiata via via dai pontefici nei tempi recenti, e approfondita da Paul Couturier, un protagonista della spiritualità ecumenica. Essa sta a ricordarci che noi uomini non possiamo realizzare questa unità, possiamo magari porre qualche transitoria condizione storica, che poi lo Spirito Santo utilizza.
Questo è il fondamento dell’ecumenismo, e questo vorrei approfondire durante il mio mandato.
Lei prima ha affermato che nel dialogo tra i cristiani, unità non ha un’accezione condivisa. Che cosa propone?
L’unità nella stessa fede, nella celebrazione dei sacramenti e nel riconoscimento dei ministeri nella Chiesa non significa un’omologazione, perché le differenze tra le Chiese esistono e non è necessario eliminarle. Dobbiamo far scomparire solo quelle che hanno comportato la rottura tra noi e necessitano di una guarigione. Le altre… restino pure. Papa Benedetto lo ha ripetuto agli anglicani che chiedono di entrare nella Chiesa cattolica: potete conservare le vostre tradizioni. Ecco l’unità nella diversità e la diversità nell’unità: altrimenti c’è soltanto un’unificazione omologante, estranea alla sostanza stessa del cattolicesimo. L’insieme degli ordini religiosi e delle forme di vita ecclesiale compongono anche nella storia della Chiesa un giardino con molti fiori e noi non vogliamo rimpiazzarlo con una monocoltura, la Chiesa non lo è. Lo stesso valga nel campo dell’ecumenismo.
Con la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus il cammino comune compiuto con gli anglicani è avanzato.
La Chiesa d’Inghilterra è nata perché il Papa non accettò le seconde nozze del re, e questo ha un po’ garantito che gli anglicani si mantenessero, in fondo, più cattolici di altri. Nella Curia romana abbiamo una separazione chiara delle competenze. La Congregazione per la Dottrina della fede ha la responsabilità per Anglicanorum coetibus; il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei cristiani continua con il dialogo ecumenico.
Ritorniamo alle diverse concezioni di unità.
Esistono, dicevamo, due stili dell’ecumenismo. L’uno cerca l’unità visibile, lavora e prega per questa. L’altro lascia sussistere la pluralità odierna, la codifica, e chiede il riconoscimento ultimo di tutte le Chiese come quote-parti della Chiesa di Cristo. I vescovi cattolici, ortodossi e luterani che sostengono la prima via sono felici che la Santa Sede proponga l’unità e la pluralità; gli altri lo sono di meno. Nell’omelia per i Vespri della festa della Conversione di san Paolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, papa Benedetto ha detto che non possiamo rinunciare al fine dell’ecumenismo, cioè all’unità visibile nella fede, nei sacramenti e nel ministero.
Nel testo del Direttorio ecumenico si ricorda in più passi che esistono mezzi di salvezza al di fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica.
La Chiesa di Gesù Cristo non è un’idea astratta, che non esiste ancora, ma è nella Chiesa cattolica, intesa come soggetto storico. E ciò non implica affatto che i cattolici siano cristiani migliori degli altri, ma solo che nella Chiesa cattolica esistono i mezzi della salvezza. È un fatto oggettivo. Allora, quando sento che ci sono dei fedeli protestanti che intendono farsi cattolici dico loro: «Non dovete lasciare nulla, ricevete qualcosa di più», cioè i mezzi di salvezza presenti nella Chiesa cattolica. Che non sono un merito della Chiesa, ma un regalo del Signore.
Con questo è già sottinteso che anche nella altre Comunità ecclesiali esistono mezzi di salvezza.
Un momento della celebrazione dei Vespri, presieduta da Benedetto XVI, nella festa della Conversione di san Paolo apostolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma, il 25 gennaio 2011 [© Osservatore Romano]
Un momento della celebrazione dei Vespri, presieduta da Benedetto XVI, nella festa della Conversione di san Paolo apostolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma, il 25 gennaio 2011 [© Osservatore Romano]
Quale è il punto nel dialogo con le Chiese della Riforma?
Con loro certamente non possiamo cominciare dal primato. Con la Riforma è nata un’altra Chiesa, e ciò non era quanto Lutero si attendeva, lui chiedeva il rinnovamento della Chiesa cattolica. L’ecumenista protestante Wolfhart Pannenberg ha detto che l’esistenza di nuove Chiese non è il successo ma l’insuccesso della Riforma. Questo giudizio mi aiuta molto in vista dell’anno 2017, cinquecentesimo anniversario della Riforma, perché mi interroga su come gli stessi protestanti vedano oggi la Riforma: un impegno per il rinnovamento della Chiesa o una rottura? A me personalmente interessa moltissimo che i riformati parlino non solo dei cinquecento anni trascorsi dopo la rottura, ma anche e soprattutto dei duemila anni della vita della Chiesa, di cui millecinquecento trascorsi insieme. Sono molto contento che il neopresidente della Comunità evangelica in Svizzera, il pastore Gottfried Locher, si sia definito non un protestante ma un cattolico riformato. Cioè cattolico con l’esperienza della Riforma, mantenendo altresì il fondamento della stessa fede apostolica, comune sino al 1517. È un mio auspicio che si guardino le cose in questo modo.
Pensa di poter lavorare anche per l’unità della Chiesa in Cina?
Sinora non ne abbiamo avuto modo. È soprattutto nelle competenze della Segreteria di Stato. Conosciamo la delicatezza di quella realtà e la delicatezza della lettera, piena di compassione, che papa Benedetto scrisse ai fedeli cinesi nel 2007. Se il nostro Consiglio può facilitare qualcosa in futuro, ben venga…
Come?
Questo dipenderà da ciò che potrebbero chiedere gli organismi competenti della Curia. Ma per la Cina, nella mia preghiera personale, già compio tutto quello che posso fare.
Nel dialogo con gli ebrei gli spunti non le sono mancati. Iniziamo dall’indicazione che viene dal libro-intervista del Papa, cioè un’adesione a quanto san Paolo confessava circa il rapporto tra cristiani ed ebrei.
Sono certo della bontà di quanto san Paolo ci ha trasmesso, lui ci aiuta ancora oggi. Come pure sono certo che il Papa abbia seguito san Paolo nel redigere la nuova versione della preghiera del Venerdì Santo. Papa Benedetto è molto sensibile al tema ebraico, a cominciare dal fatto che non chiama più gli ebrei i «fratelli maggiori», ben sapendo quanto sia problematica la definizione di «fratello maggiore» nell’Antico Testamento. A me piacerebbe approfondire un dialogo teologico.
Su quali temi?
I cristiani credono nell’universalità della salvezza in Gesù Cristo, d’altra parte però si dice che una missione verso gli ebrei è assolutamente impossibile. Come possono queste due affermazioni non essere incompatibili? Ecco anche perché la nuova preghiera del Venerdì Santo ha sollevato tante discussioni.
Vorrei comprendere meglio che cosa significhi per un ebreo la fede cristiana e la relazione tra ebrei e cristiani. Il dialogo di papa Benedetto con il rabbino Neusner, nel primo libro Gesù di Nazaret, è per me rilevante, è esattamente il dialogo teologico che immagino. E circa la missione sistematica verso gli ebrei… la Chiesa non la cerca. Ma noi cristiani confessiamo la fede in Gesù, e la deponiamo gratis di fronte alla libertà dell’altro.
Esiste un Leitmotiv che l’accompagna dall’inizio del suo lavoro a Roma?
C’è chi dice che Benedetto XVI non sia interessato all’ecumenismo con le Chiese nate dalla Riforma, dato che le Chiese ortodosse sono più vicine a noi, e tale affermazione non corrisponde al vero. Quando il Papa mi chiese di assumere questo incarico, disse che era necessario avere una persona che conoscesse le comunità ecclesiali nate dalla Riforma non solo attraverso gli studi fatti ma grazie all’esperienza. Il Papa nutre una grande speranza nel movimento ecumenico. Infatti, abbiamo questo testo, il Direttorio ecumenico, che ci rammenta che ogni vescovo nella sua diocesi è il principale responsabile dell’ecumenismo. Sarà sempre utile a tutti rileggere e usare questo documento. In ogni diocesi esistono realtà ecumeniche particolari, e il vescovo locale ha la prima responsabilità riguardo ad esse. Il nostro Pontificio Consiglio vuole essere anche al servizio della Chiesa locale quando questo sia richiesto e desiderato.

 

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