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GIOVANNI PAOLO II, I MIRACOLI DI GESÙ COME APPELLO ALLA FEDE, 16 DICEMBRE 1987

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GIOVANNI PAOLO II, I MIRACOLI DI GESÙ COME APPELLO ALLA FEDE, 16 DICEMBRE 1987

1. La fede, condizione e frutto del miracolo. 2. «Beata colei che ha creduto». 3. «Tutto è possibile a chi crede». 4. «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 5. «La tua fede ti ha guarita». 6. «Anche i cagnolini si cibano delle briciole». 7. Il cuore di Gesù proteso a guarire. 8. Chiamata dell’uomo alla fede.

1. I «miracoli e segni» che Gesù faceva per confermare la sua missione messianica e la venuta del regno di Dio, sono ordinati e legati strettamente alla chiamata alla fede. Questa chiamata in relazione al miracolo ha due forme: la fede precede il miracolo, anzi è condizione perché esso si realizzi; la fede costituisce un effetto del miracolo, perché provocata da esso nell’anima di coloro che lo hanno ricevuto, oppure ne sono stati i testimoni.
E’ noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. E’ un «segno» della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso. Tutto ciò spiega in modo sufficiente il particolare legame che esiste tra i «miracoli-segni» di Cristo e la fede: legame delineato così chiaramente nei Vangeli.
2. Vi è infatti nei Vangeli una lunga serie di testi, nei quali la chiamata alla fede appare come un coefficiente indispensabile e sistematico dei miracoli di Cristo. All’inizio di questa serie bisogna nominare le pagine concernenti la madre di Cristo nel suo comportamento a Cana di Galilea, e prima ancora – e soprattutto – nel momento dell’annunciazione. Si potrebbe dire che proprio qui si trova il punto culminante della sua adesione alla fede, che troverà la sua conferma nelle parole di Elisabetta durante la visitazione: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45). Sì, Maria ha creduto come nessun altro, essendo convinta che «nulla è impossibile a Dio» (cf. Lc 1,37).
E a Cana di Galilea la sua fede ha anticipato, in un certo senso, l’ora del rivelarsi di Cristo. Per la sua intercessione si è compiuto quel primo miracolo-segno, grazie al quale i discepoli di Gesù «credettero in lui» (Gv 2,11). Se il Concilio Vaticano II insegna che Maria precede costantemente il popolo di Dio sulle vie della fede (cf. «Lumen gentium», 58.63; «Redemptoris Mater», 5-6), possiamo dire che il primo fondamento di tale asserzione si trova già nel Vangelo che riferisce i «miracoli-segni» in Maria e per Maria in ordine alla chiamata alla fede.
3. Questa chiamata si ripete molte volte… Al capo della sinagoga, Giairo, venuto a chiedere il ritorno alla vita di sua figlia Gesù dice: «Non temere, continua solo ad avere fede!» (e dice «non temere» perché alcuni sconsigliavano Giairo dal rivolgersi a Gesù (Mc 5,36). Quando il padre dell’epilettico chiede la guarigione del figlio dicendo: «Ma se tu puoi qualcosa… aiutaci», Gesù risponde: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Si ha allora il bell’atto di fede in Cristo di quest’uomo provato: «Credo, aiutami nella mia incredulità!» (cf. Mc 9,22-24).
Ricordiamo infine il colloquio ben noto di Gesù con Marta prima della risurrezione di Lazzaro: «Io sono la risurrezione e la vita… Credi tu questo?… Sì, o Signore, io credo…» (cf. Gv 11,25-27).
4. Lo stesso legame tra il «miracolo-segno» e la fede è confermato per opposto da altri fatti di segno negativo. Ricordiamone alcuni. Nel Vangelo di Marco leggiamo che Gesù a Nazaret «non poté operare alcun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità» (Mc 6,5-6).
Conosciamo il delicato rimprovero che Gesù rivolse una volta a Pietro: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Ciò avvenne quando Pietro, che all’inizio andava coraggiosamente sulle onde verso Gesù, poi per la violenza del vento, s’impaurì e cominciò ad affondare» (cf. Mt 14,29-31).
5. Gesù sottolinea più di una volta che il miracolo da lui compiuto è legato alla fede. «La tua fede ti ha guarita», dice alla donna che soffriva d’emorragia da dodici anni e che, accostatasi alle sue spalle, gli aveva toccato il lembo del mantello ed era stata risanata (cf. Mt 9,20-22 e par.).
Parole simili Gesù pronunzia mentre guarisce il cieco Bartimeo, che all’uscita da Gerico con insistenza chiedeva il suo aiuto gridando: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (cf. Mc 10,46-52). Secondo Marco: «Va’, la tua fede ti ha salvato», gli risponde Gesù. E Luca precisa la risposta: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato» (Lc 18,42).
Un’identica dichiarazione fa al samaritano guarito dalla lebbra (Lc 17,19). Mentre ad altri due ciechi che invocano il riacquisto della vista, Gesù chiede: «Credete voi che io possa fare questo?». «Sì, o Signore!»… «Sia fatto a voi, secondo la vostra fede» (Mt 9,28-29).
6. Particolarmente toccante è l’episodio della donna cananea, che non cessava di chiedere l’aiuto di Gesù per sua figlia «crudelmente tormentata da un demonio». Quando la cananea si prostrò dinanzi a Gesù per chiedergli aiuto, egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini» (era un richiamo alla diversità etnica tra israeliti e cananei, che Gesù figlio di Davide, non poteva ignorare nel suo comportamento pratico, ma alla quale accennava in funzione metodologica per provocare la fede). Ed ecco la donna pervenire d’intuito a un atto insolito di fede e di umiltà. Dice: «E’ vero, Signore… ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Dinanzi a questa parola così umile, garbata e fiduciosa, Gesù replica: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri» (cf. Mt 15,21-28).
E’ un avvenimento difficile da dimenticare, soprattutto se si pensa agli innumerevoli «cananei» di ogni tempo, paese, colore e condizione sociale, che tendono la mano per chiedere comprensione e aiuto nelle loro necessità!
7. Si noti come nella narrazione evangelica è messo continuamente in rilievo il fatto che Gesù, quando «vede la fede», compie il miracolo. Ciò è detto chiaramente nel caso del paralitico calato ai suoi piedi attraverso l’apertura praticata nel tetto (cf. Mc 2,5; Mt 9,2; Lc 5,20). Ma l’osservazione si può fare in tanti altri casi registrati dagli evangelisti. Il fattore fede è indispensabile; ma appena si verifica, il cuore di Gesù è proteso a esaudire le richieste dei bisognosi che si rivolgono a lui perché li soccorra col suo potere divino.
8. Ancora una volta constatiamo che, come abbiamo detto all’inizio, il miracolo è un «segno» della potenza e dell’amore di Dio che salvano l’uomo in Cristo. Ma, proprio per questo, è nello stesso tempo una chiamata dell’uomo alla fede. Deve portare a credere sia chi viene miracolato, sia i testimoni del miracolo.
Ciò vale per gli stessi apostoli, fin dal primo «segno» fatto da Gesù a Cana di Galilea: fu allora che essi «credettero in lui» (Gv 2,11). Quando poi avvenne la moltiplicazione miracolosa dei pani nei pressi di Cafarnao, con la quale è collegato il preannunzio dell’Eucaristia, l’evangelista nota che «da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andarono più con lui», non essendo in grado di accogliere un linguaggio sembrato loro troppo «duro». Allora Gesù domandò ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». Rispose Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole ai vita eterna, noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (cf. Gv 6,66-69). Il principio della fede è dunque fondamentale nel rapporto con Cristo, sia come condizione per ottenere il miracolo, sia come scopo per il quale esso è compiuto.
Ciò è ben chiarito alla fine del Vangelo di Giovanni, dove leggiamo: «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31).

OMELIA 20 DOMENICA DEL T.O. : « NON È BENE PRENDERE IL PANE DEI FIGLI PER GETTARLO AI CAGNOLINI

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17 AGOSTO 2014|20A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« NON È BENE PRENDERE IL PANE DEI FIGLI PER GETTARLO AI CAGNOLINI »

La prima impressione che ricaviamo, leggendo il vivace racconto della Cananea, è quello di un pressante invito alla « fede ». Gesù stesso lo mette in evidenza ai presenti quando, al termine, acconsente di guarirle la figlia crudelmente tormentata da un demonio: « Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri » (Mt 15,28).

La centralità della « fede »
In realtà, pur celebrando la fede e mettendola al centro dell’opera di salvezza compiuta da Gesù, l’intero episodio si colloca nello sfondo di una problematica molto più vasta, che ha agitato la vita della prima comunità cristiana e, del resto, impegna anche oggi sia la riflessione sia lo stile di azione della Chiesa: l’annuncio del Vangelo è destinato solo a pochi eletti, quali si ritenevano allora gli Ebrei, o è da portare anche ai pagani e ai « lontani » in genere? E nel caso che il Vangelo debba essere predicato a « tutte le genti », come ci dirà Matteo al termine del suo Vangelo (28,18), quali sono le tappe di questo passaggio ai pagani e quali anche le « metodologie » più adatte?
San Paolo si troverà proprio al centro di questa polemica violentissima, che riguardava non un aspetto marginale ma l’essenza stessa del Vangelo: è la « fede » che salva, come quella che dimostrava di avere la Cananea e può avere qualsiasi pagano, oppure la osservanza delle antiche tradizioni mosaiche, come sostenevano i suoi avversari?
Per risolvere questo problema bisognava riguardare indietro e vedere se, per caso, Gesù avesse dato indicazioni al riguardo. L’episodio della Cananea è da rileggere nello sfondo di questa problematica e di queste difficoltà pratiche, in cui si sono imbattuti i primi cristiani; e allora diventerà anche più significativo.

« Gli stranieri, che hanno aderito al Signore, li condurrò sul mio monte santo »
Del resto, mi sembra che anche la Liturgia ci orienti in questa direzione proponendoci due letture che, da posizioni diverse, illustrano lo stesso problema.
La prima è ripresa dal Terzo Isaia il quale, scrivendo molto probabilmente dopo l’esilio e carico di quella esperienza, invita i suoi contemporanei a superare le angustie del nazionalismo e del legalismo per aprirsi all’universalismo della salvezza: Dio è più grande se, oltre che salvare gli Ebrei, salva anche gli « stranieri », qualora « aderiscano » alla sua rivelazione e alla sua legge. In tal modo Gerusalemme diventerà davvero la « patria » di tutti i popoli (cf Sal 87) e il suo tempio la « casa di preghiera » per tutti. « Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera per tutti i popoli » (Is 56,6-7).
Oltre all’universalismo della salvezza, estesa anche agli « stranieri » e a quelli che la legge mosaica escludeva come impuri, o menomati, dalle assemblee liturgiche, quali gli « eunuchi », espressamente ricordati poco prima dal Profeta (Is 56,4-5; cf Dt 23,2), il brano sottolinea il convergere di tutti nell’unica « casa di preghiera » che è il tempio (v. 7). Questo sta a significare che l’unità di tutti i popoli potrà farsi solo a condizione di riconoscere e « adorare » Dio come Padre comune degli uomini: al di fuori di questo unico punto di polarizzazione, essi avranno sempre fra di loro motivi di sospetto e di contesa, e l’unità del genere umano rimarrà sempre un bellissimo sogno, e niente più. È facile intravedere da tutto questo la dimensione anche « politica » della fede.
Sulla linea di questo universalismo salvifico, che trova il suo punto di unificazione nel riconoscimento dell’unico Dio d’Israele, si muove anche il Salmo responsoriale (Sal 66,2-3.5-6.8).

Ebrei e pagani:

« Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia »
La seconda lettura, però, sembra creare come un intoppo e come uno « scandalo » in questo movimento di espansione universalistica del messaggio salvifico, già abbastanza chiaro nell’Antico Testamento: è lo « scandalo » d’Israele che, dopo aver atteso ansiosamente il Messia e dopo averlo donato al mondo, non lo ha riconosciuto in Gesù di Nazaret. Paolo, come abbiamo già accennato la Domenica scorsa (cf Rm 9,1-5), ha sentito in maniera cocente questo dramma del suo popolo, che ancora oggi è sotto i nostri occhi, e cerca di darne una spiegazione.
Pur sapendo di muoversi nella « zona » del mistero, che Dio solo conosce (cf Rm 11,33-36), egli è tuttavia convinto che questo « temporaneo » rifiuto d’Israele, mentre per un verso ha giovato ai pagani che sono così entrati nella salvezza, per un altro finirà per giovare agli stessi Ebrei, nel senso che alla fine saranno come presi da « gelosia » per l’ingresso dei pagani e anche loro si decideranno ad entrare nel « regno ». E allora ci sarà gioia grande per tutti, come per una misteriosa « risurrezione » dai morti.
Nel suo servizio di annunzio ai pagani, perciò, l’Apostolo intende aiutare anche i suoi fratelli di un tempo, eccitandoli a « gelosia » dei Gentili: « Come apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti? Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! » (Rm 11,13-15).
Il destino d’Israele diventa così « emblematico » per tutti: pur essendo la salvezza offerta a tutti gli uomini, ognuno corre il rischio di perderla, se si rifiuta alle iniziative sempre nuove di Dio. È quanto l’Apostolo scrive verso la fine (vv. 30-32).
Davanti a Dio non valgono, dunque, né privilegi di razza né, direi, privilegi di fede: vale solo la umiltà di riconoscersi « peccatori », rinchiusi appunto « nella disobbedienza » (v. 32), e perciò bisognosi del suo perdono e del suo amore. A questa condizione egli è disposto a salvare tutti, Ebrei e pagani, giusti (se mai ce ne sono!) e peccatori.

« Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele »
In ultima analisi, è proprio questo il messaggio che intende affidarci l’episodio della Cananea che Matteo, pur riprendendolo da Marco (7,24-30), arricchisce, soprattutto a livello di dialogo, allo scopo di far vedere come Gesù vuole effettivamente infrangere le barriere del « particolarismo » religioso degli Ebrei (e indubbiamente anche dei primi cristiani provenienti dall’ebraismo!), per offrire la sua salvezza a tutti, sia pure con intelligente « gradualità ».
L’appellativo di « Cananea », dato alla donna, è di carattere religioso e non etnico: si vuol semplicemente dire che era pagana. Marco è anche più preciso: « Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia » (7,26).
In tutto il racconto, in cui prevale il dialogo con una precisa finalità didattica, mi sembra che l’Evangelista tenda a mettere in luce due atteggiamenti, solo in apparenza contrastanti, ma in realtà convergenti.
Il primo è l’atteggiamento di Gesù, che sa quasi di estraneità, se non di disprezzo, verso la donna pagana, che pur lo prega così accoratamente. Dapprima egli « non le rivolse neppure una parola » (v. 23): tanto che gli Apostoli si sentirono quasi in dovere di intervenire in aiuto della povera donna.
È a questo punto che egli giustifica il suo atteggiamento di chiusura: « Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele » (v. 24). Questa frase manca del tutto in Marco: essa avrebbe scandalizzato i suoi lettori ex-pagani, mentre non scandalizza, anzi sembra accarezzare, i lettori ex-giudei di Matteo che si sentono così ancora dei preferiti. Già precedentemente, inviando i suoi Apostoli in missione, egli aveva loro ordinato: « Non andate fra i pagani e non entrate nelle città di Samaria; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele » (10,5-6).
Dinanzi all’insistenza della donna, che continua a supplicarlo, Gesù usa una frase anche più dura: « Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini » (v. 26), che nell’allusione parabolica sono certamente i pagani. « Il carattere tradizionale di questa immagine e la forma diminutiva impiegata (kynária) attenuano sulla bocca di Gesù ciò che l’epiteto aveva di spregiativo ».1

« Donna, davvero grande è la tua fede! »
Però Gesù, alla fine, si lascia vincere dalla insistenza della donna Cananea, che dà prove sempre più convincenti di fede. Già il fatto che lei, pagana, si rivolge a Gesù per chiedergli di guarirle la figlia, dimostra che ha fiducia in lui. Anche i titoli con cui lo interpella, in un continuo crescendo, testimoniano la sua fede: « Pietà di me, Signore, figlio di Davide » (v. 22); « Signore, aiutami! » (v. 25). È chiaro però che qui interviene anche l’opera di redazione dell’Evangelista.
L’ultima replica poi della donna, così abile nel tirare dalla sua le affermazioni piuttosto scostanti di Gesù, dice in forma commossa la profondità del suo dolore e della sua fede: « È vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni » (v. 27). L’importante per lei è di essere accettata nella « casa » del suo « padrone »; lì potrà star bene, anche accucciata ai suoi piedi!
È a questo punto che Gesù, preso da meraviglia per la sua « grande » fede (v. 28), le concede la grazia richiesta. D’altra parte, è stato lui che positivamente ha contribuito sia a provocare che a far crescere quella fede. In queste condizioni anche il più rigoroso giudaizzante non poteva più meravigliarsi se la salvezza passava anche ai pagani: una fede come quella della Cananea non poteva non introdurre di pieno diritto nel « regno »!
Ma ammessa una eccezione, era affermato anche un principio nuovo, rivoluzionario: quello che salva non è più l’appartenenza fisica alla razza di Abramo, ma la capacità di « credere » in Gesù come « Signore » ed erede della « promessa » fatta a Davide.
Riguardando a questo comportamento di Gesù, solo apparentemente contraddittorio, gli Apostoli e Paolo, in modo particolare, troveranno più tardi la forza per lanciarsi alla conquista del mondo pagano, dando il primato « decisionale » della salvezza all’unico valore universale annunciato da Cristo: il valore della « fede », che poi si basa su un valore anche più grande, quello della « parola », che Dio in Cristo ha detto per tutti gli uomini.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 16 août, 2014 |Pas de commentaires »

Rubens, Assumption of Virgin Mary

Rubens, Assumption of Virgin Mary dans immagini sacre 640px-Baroque_Rubens_Assumption-of-Virgin-3

http://it.wikipedia.org/wiki/Assunzione_di_Maria#mediaviewer/File:Baroque_Rubens_Assumption-of-Virgin-3.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 14 août, 2014 |Pas de commentaires »

15 AGOSTO 2014 | ASSUNZIONE DI MARIA: « UN SEGNO GRANDE APPARVE NEL CIELO »

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15 AGOSTO 2014 | ASSUNZIONE DI MARIA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« UN SEGNO GRANDE APPARVE NEL CIELO »

Tutta la Liturgia odierna è pervasa da un irrefrenabile senso di gioia, che esplode fin dall’antifona di ingresso: « Rallegriamoci tutti nel Signore, in questa solennità della Vergine Maria: della sua Assunzione gioiscono gli Angeli e lodano in coro il Figlio di Dio ».
Una gioia, come si vede, che afferra il cielo e la terra. E a ragione, perché la festa dell’Assunta coinvolge nel suo significato teologico più profondo la « totalità » della creazione: un po’ come la Risurrezione, che comunica la sua forza di rinnovamento a tutta la realtà cosmica, oltre che agli uomini e agli Angeli.
A questo sfondo di giubilazione e di coinvolgimento universale ci rimandano le tre letture bibliche, che vogliamo appunto meditare in questa prospettiva.

« Una donna vestita di sole… era incinta
e gridava per le doglie del parto »
Incominciamo dalla prima, ripresa dall’Apocalisse, la quale ci descrive in colori smaglianti la misteriosa visione della donna e del dragone: « Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza. Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra » (Ap 11,19-12,4).
È evidente in questo quadro fantastico la dimensione « cosmica »: il cielo, la luna, le stelle, la terra, gli uomini, le « nazioni » (12,5) sono coinvolte nel duello mortale che si svolge fra la donna e il dragone, e fanno da spettatori intimiditi e sorpresi, in attesa dell’esito della lotta. Per il fatto che ambedue i protagonisti vengono presentati come « segno » (seméion: 12,1.3), termine che in Giovanni allude a una realtà più profonda che sta oltre ciò che appare immediatamente, c’è da domandarsi che cosa essi veramente « significhino » al di là del « velame delli versi strani » (Dante).
Il « segno » della donna, adorna di tutto il suo splendore, espresso nei simboli classici del sole, della luna e delle stelle, dovrebbe rimandare a Israele. Si ricordi il famoso sogno di Giuseppe: « Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me » (Gn 37,9). Anche l’Israele dei tempi messianici viene presentato sotto l’immagine di una « donna » che deve diventare « madre » di molti figli: la Chiesa pertanto continua la funzione dell’antico Israele e può essere rappresentata dagli stessi simboli.
Che tutto il creato poi si chini alla Chiesa e le dia il suo splendore sta a significare che essa rappresenta il centro di tutto il disegno salvifico di Dio: come tutto è stato fatto per Cristo, così si può dire che tutto è stato fatto per la Chiesa, in quanto essa è il « corpo di Cristo ».
Se questo è vero, rimane altrettanto vero che il testo descrive la « donna » in termini così realistici, che non possiamo negare che qui Giovanni abbia pensato più direttamente e concretamente a Maria, la madre di Gesù, facendone come l’immagine e il « tipo » della Chiesa: « Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto… Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono » (Ap 12,2.5). È fin troppo chiaro che qui si parla di Cristo che, in virtù della risurrezione e ascensione al cielo, si è assiso « alla destra di Dio » (Mc 16,19).
Per questo, a cominciare da S. Agostino, molti esegeti interpretano questo testo in chiave « mariologica ». Così come ha fatto da tempo la Liturgia, che in modo particolarmente adatto ci fa leggere il brano per la festa dell’Assunta: la celebrazione della Assunzione di Maria in corpo e in anima al cielo è, infatti, la sua partecipazione più diretta alla gloria del Figlio. Con lui che « siede alla destra del Padre », anche lei è avvolta dallo stesso splendore di gloria.
Ma non dobbiamo dimenticare l’altro « segno » che contrasta e insidia il primo: il « dragone rosso » dalle sette teste e dalle dieci corna, simbolo di Satana e della potenza ostile a Dio e al suo popolo. Tutta la forza della visione allegorica sta in questo contrasto e nella « vittoria » definitiva di Cristo e del suo popolo su Satana: « Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo » (Ap 12,10). Ciò sta a significare che la Chiesa e Maria, che ne è la espressione più ricca, hanno raggiunto e raggiungeranno la gloria attraverso una grande lotta.

« Cristo è risuscitato, primizia di coloro che sono morti »
La festa di oggi mette appunto in evidenza la vittoria di Maria sulla morte, che « è entrata nel mondo per invidia del Diavolo » (Sap 2,24). Difatti nel mistero odierno crediamo « essere dogma da Dio rivelato che l’immacolata Madre di Dio, la sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo ». Il nucleo del dogma sta nel credere che Maria ha « già » vinto la morte, come Cristo suo Figlio, e nella totalità del suo essere (« anima e corpo ») già trionfa nella gloria celeste.
In questa direzione si muove la seconda lettura, relativa alla risurrezione dei morti, che S. Paolo afferma facendola derivare direttamente dalla risurrezione stessa di Cristo che appare perciò, nei nostri riguardi, come « primizia » di tutti i frutti di risurrezione che poi seguiranno: « Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo… L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte » (1 Cor 15,20-22.26).
Il principio, qui ricordato da Paolo, è il principio, chiamiamolo così, di « incorporamento » (gli studiosi parlano di « personalità corporativa »): come « in Adamo » tutti muoiono, così « in Cristo » tutti « riceveremo » la vita. Mentre però questo avverrà per noi alla fine, quando sarà distrutto « l’ultimo nemico » (v. 26), cioè la morte, in Maria è avvenuto già « al termine » della sua vita terrena.
E questo ovviamente per il suo maggiore « incorporamento » a Cristo: chi più di Maria, infatti, è stato trascinato nel mistero di vita di Cristo? E questo non solo per la cooperazione « fisica » alla divina maternità ma anche, e direi soprattutto, per la cooperazione « spirituale » a tutta l’opera della Redenzione.

« Beata colei che ha creduto »
La terza lettura ci fa scoprire le radici ultime di questa prodigiosa e anticipata vittoria di Maria sulla morte: si tratta appunto della sua « fede », addirittura temeraria, nelle parole dell’Angelo e del suo completo abbandono all’iniziativa e all’azione di Dio in lei. Nell’obbedienza di Maria, come in quella di Cristo, è spezzato l’anello della maledizione che ci trascinava tutti nel peccato: Maria è l’antitesi perfetta di Eva, come Cristo lo è di Adamo! Maria è stata capace di vincere la morte, perché già prima aveva, con la grazia di Dio, vinto in sé il progenitore della « morte » che è il « peccato » (cf Rm 5,12).
È quanto possiamo cogliere nel racconto della visita di Maria a Elisabetta (Lc 1,39-56), che dà occasione alla parente di celebrare la grandezza spirituale di Maria, riconoscendone pubblicamente l’eccelsa missione nella storia della salvezza: « In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta… che, ripiena di Spirito Santo, esclamò a gran voce: « Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore »" (Lc 1,39-45).
Mi sembra che in queste parole veramente « ispirate » di Elisabetta ci siano tutti gli elementi del « mistero » di Maria: essa è « la madre del Signore », cioè di Cristo, che Dio ha scelto « fra tutte le donne » perché ha saputo « credere », come e più di Abramo, nell’incredibile. Maria è in anticipo sullo spirito delle « beatitudini », che Gesù proclamerà all’inizio della sua vita pubblica: perciò è per lei la « prima » beatitudine del N. Testamento (« Beata colei che ha creduto »), quasi a dire che essa ne incarna e ne esprime il senso più profondo e l’esigenza più radicale: quella del più completo abbandono a Dio, che solo così può manifestarsi a pieno nelle sue creature.

« Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente »
Mi sembra che in fondo sia questo tutto il senso del Magnificat, che l’Evangelista ci presenta come la risposta altrettanto « ispirata » di Maria alle parole di Elisabetta.
Nel cantico del Magnificat, infatti, Maria non intende tanto esprimere la sua gioia, quanto celebrare la grandezza e la bontà immensa di Dio che si esalta negli umili, in quelli che si fanno suoi « servi », cioè sono completamente aperti a lui, permettendogli così di operare « grandi cose » anche in deboli strumenti umani. È quanto egli ha fatto per il passato in tutta la storia di Israele; è quanto egli ha compiuto e sta compiendo in lei, la « povera di Jahvèh » per eccellenza.
Perciò quando Maria canta: « D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome… » (vv. 49-50), non esalta se stessa, ma il Signore che l’ha eletta a strumento del suo amore.
Questa è la più grande « vittoria » di Maria: essersi lasciata possedere tutta da Dio, perché egli manifestasse in lei la « potenza del suo braccio » (v. 51). Che per questa via ella sia diventata la Madre di Dio, sia stata concepita Immacolata, sia stata assunta « in corpo e anima » al cielo, non è che la conseguenza di quanto dice nel suo cantico: « Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente » (v. 49).
Noi che oggi celebriamo la sua Assunzione non dobbiamo distaccare questa festa dalla « totalità » del suo mistero: allora sentiremo davvero che in Maria sono i destini del mondo che si richiamano e si maturano, quello della vita e della morte, quelli della terra e quelli del cielo. Perciò ha ragione Giovanni, come ci ricorda la prima lettura (Ap 11,19; 12,1-10), nel far dipendere tutto da quella fatidica lotta fra la Donna e il Dragone!

Da: CIPRIANI S.

INCORONAZIONE DI MARIA ALLA LUCE DELLA SUA ASSUNZIONE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Torino_Adma_2003/Don_Pacual_Chavez-2.html

IV CONGRESSO INTERNAZIONALE di MARIA AUSILIATRICE

TORINO-VALDOCCO / 1-4 Agosto 2003

INCORONAZIONE DI MARIA ALLA LUCE DELLA SUA ASSUNZIONE, (riflessioni teologiche e salesiane)

Sin dal momento in cui sono stato invitato a partecipare al IV Congresso Internazionale di Maria Ausiliatrice in occasione del centenario dell’incoronazione dell’immagine di Maria Ausiliatrice, ho pensato che il modo migliore di farlo sarebbe stato quello di offrire una riflessione sull’Assunzione della Santissima Vergine, perché è lì che si trova la vera e propria incoronazione di Maria, anche se il testo dell’Apocalisse (12,1), in cui l’autore sacro ci presenta il segno della « donna vestita di sole, con una corona di dodici stelle in capo e la luna sotto i suoi piedi », è adoperata sovente per parlare del trionfo dell’ Ausiliatrice e quindi della sua incoronazione.
Sappiamo però che il testo si riferisce piuttosto alla Chiesa, che trova certo il suo modello più perfetto nella Madonna. Da questo punto di vista mi sembra più importante riflettere sulla vera incoronazione di Maria, di cui l’incoronazione del quadro di Maria Ausiliatrice è un segno; un segno inteso a sottolineare l’intervento materno della Madonna a favore della Chiesa e del mondo, lungo la storia.Vi offro dunque alcune riflessioni teologiche e salesiane circa l’Assunzione della Vergine Maria, sperando che servano ad approfondire un po’ quello che celebriamo e ci spingano ad essere veri e propri figli di Maria Ausiliatrice, la Madonna di Don Bosco.

I. ASPETTO STORICO
Parlare dell’Assunzione di Maria Santissima, dal punto di vista strettamente storico, significa limitarsi a fare ricerche sulla fine terrena di Maria. Al di fuori di quest’ambito, si parlerebbe di « morte » ma questa parola ha fatto problema, in qualche momento della Tradizione ecclesiale.
Sintetizzando in forma schematica il suo pensiero, uno specialista di questo tema afferma: « Le testimonianze della letteratura ecclesiastica dei sei primi secoli nei riguardi della morte di Maria e la sua assunzione in senso stretto, sono scarsi e sconnessi. Quindi, dal punto di vista strettamente storico, non si può affermare con certezza che esista una tradizione apostolica esplicitamente generale e ininterrotta sul modo in cui Maria ha abbandonato questo mondo » . Decisiva, sotto questo aspetto, è la testimonianza di Epifanio di Salamina (+ 403): « E’ possibile che la Vergine Santa sia morta e sia stata sepolta o che l’abbiano uccisa o magari sia rimasta in vita. Dio è così potente da fare quel che Egli vuole; per questo nessuno conosce la sua fine » .
Qualunque cosa voglia significare l’affermazione di Epifanio, una cosa è certa: al tempo in cui egli scrive non si conosceva né come, né dove, né quando fosse avvenuta la fine terrena di Maria.
Allo stesso modo è significativo poter affermare che nei primi secoli della Chiesa non costituiva affatto un problema parlare di ‘morte’ di Maria. Solo verso il sec.VI comincia a prendere corpo – in narrazioni apocrife, sermoni in suo onore e incipienti « trattati – l’idea del suo transito-dormizione », senza morte propriamente detta. E’ superfluo dire che le narrazioni apocrife sono esageratamente prolisse in dettagli « fisici » e persino birichine (come il Vangelo di Tommaso, in cui costui, puntualmente incorreggibile, non arriva a tempo a congedarsi dalla Madre di Gesù, ma è poi riconosciuto miracolosamente).

II. FONDAMENTO BIBLICO
Indubbiamente il dogma dell’Assunzione di Maria Santissima non implica tutto questo complesso di rappresentazioni popolari; il suo nucleo di fede, invece, richiede che sia basato sulla Sacra Scrittura. E a questo riguardo, analogamente a quanto si può affermare per l’Immacolata Concezione di Maria, non abbiamo un fondamento biblico diretto ed esplicito. « Dobbiamo riconoscere, allora, che non esiste, propriamente parlando, una ‘argomentazione biblica’ circa l’Assunzione di Maria. Non si può indicare nessun testo biblico in particolare, come testimonianza fondante di questo mistero mariano » .
Tuttavia il Magistero della Chiesa – e il ‘sensus fidelium’ – hanno ritenuto, lungo i secoli, che esso si basi sulla Rivelazione nel suo complesso. Il Papa Pio XII, nella Bolla della definizione dogmatica « Munificentissimus Deus », dice: « Tutte queste ragioni e considerazioni dei Santi Padri e dei teologi hanno come fondamento ultimo la Sacra Scrittura, la quale ci presenta l’anima della Madre di Dio strettamente unita a suo Figlio e sempre partecipe della sua sorte » (MD 15) .
I PP. Flick e Alszeghy hanno sviluppato, a proposito di questo dogma – è quanto costituisce praticamente il centro di una delle loro opere – il metodo della « convergenza » della Sacra Scrittura, non tanto partendo dai testi singoli, quanto dai grandi temi della Rivelazione .
Sempre restando in questo tema, noi possiamo analizzare i testi biblici dell’Eucaristia e della Liturgia delle Ore nella Solennità dell’Assunzione, pur con l’uso tipico della Sacra Scrittura fatto dalla Liturgia.
Quanto alla Messa: dall’AT si preleva un solo testo, in senso simbolico (l’Arca dell’Alleanza, in 1 Cr 15, 3-4, e 15-16 nella Vigilia della Solennità). Dal NT, due testi di san Paolo (entrambi da 1 Cor 15 e uno dall’Apocalisse (cap.11-12). Dal Vangelo secondo Luca: 11,27-28 per la Vigilia e 1,39-56 (Visita a Elisabetta e Magnificat) per la Messa del Giorno. Quanto alla Liturgia delle Ore: il testo più ampio (nell’Ufficio delle Letture) è preso da Ef 1,16-2,10. Le letture brevi sono: Rm 8,30; Is 61,10 e 1 Cor 15; quelle per l’Ora Media sono prese da Gdt 13, 22-23b; Ap 12,1 e 2 Cor 5,1; ci sono inoltre allusioni ad altri testi biblici (per es. al Cantico dei Cantici, nell’antifona delle Lodi).
Questa breve analisi conferma quanto detto anteriormene, e cioè: non essendovi alcun testo esplicito, la diversità cerca di abbracciare la ricchezza della tematica biblica, con una chiara dinamica di convergenza.
È chiaro che questa assenza di fondamento biblico esplicito costituisce uno dei problemi ecumenici più forti al riguardo, insieme al rifiuto – piuttosto formale – di un dogma dichiarato dal Vescovo di Roma. Per esempio, la Chiesa Ortodossa non mette in questione il primo punto, bensì quest’ultimo : riconosce la verità, ma respinge il dogma.

III. TRADIZIONE DELLA CHIESA
Il silenzio biblico contrasta con l’abbondanza di elementi della Tradizione (anche se questi, come si è detto prima, sono piuttosto tardivi). Si potrebbe parlare di tre grandi tappe nello sviluppo della Tradizione:
· tappa primitiva:
è fatta soprattutto da narrazioni apocrife e da alcuni sermoni e omelie;
· tappa medioevale:
protagonista in particolare la Scolastica, polemica soprattutto per le implicazioni antropologiche;
· tappa moderna:
caratterizzata dall’apparizione di Manuali e dalla problematica legata alla Riforma e Controriforma.
Non essendo necessaria un’analisi esauriente di questo sviluppo della Tradizione, in cui svolge un ruolo decisivo il sensus fidelium, basterà dire in sintesi che è chiamato in causa il principio teologico di Vincenzo di Lerins, in quanto si tratta di una credenza del popolo cristiano « semper et ubique », pur senza la chiarezza che si andrà facendo progressivamente in seguito.
Dunque, come segnalavo precedentemente, al principio appaiono man mano narrazioni apocrife – anche con tratti mitici – e appare anche la celebrazione della Festa, in diverse regioni della Chiesa: verso la fine del secolo VI in Oriente, e dal secolo VII in Occidente.
Più avanti – verso il Medio Evo – si va chiarificando progressivamente il « che cosa » dell’Assunzione (quanto al nome e soprattutto quanto al contenuto) e nello stesso tempo le ragioni teologiche che la motivano. Cerchiamo di sintetizzare brevemente questi due aspetti.

- Il « che cosa » dell’Assunzione
Bisogna riconoscere che fin dal principio la fede della Chiesa nell’Assunzione di Maria è incentrata sulla sua glorificazione, lasciando da parte le rappresentazioni « fisiche ».
Eppure, in queste prime tappe della riflessione mariologica non appare nessuna preoccupazione di difendere la non-mortalità di Maria; e – stranamente – più che sostenere ciò, si sostiene la sua non-corruzione nel sepolcro (fino al punto che ad alcuni non disturberebbe affatto che il corpo sia stato sepolto: purché non si sia corrotto). Per questo non si può nemmeno dire che sia unanime l’identificazione Assunzione = Risurrezione, anche se ciò è molto frequente in vari Padri e autori ecclesiastici.
Cosicché, dice Carlos I. Gonzàlez, « la chiesa bizantina e la chiesa monofisita hanno celebrato la festa del 15 agosto fin dall’era patristica. La teologia, però, non è uniforme. Mentre alcuni insegnano la morte e risurrezione di Maria, altri sostengono che il suo corpo si trova, incorrotto, da qualche parte, attendendo la risurrezione della carne » .
Più avanti afferma: « Anche se alcuni autori accettavano già l’Immacolata Concezione (soprattutto dopo Scoto), non sembra che tale evento abbia fatto breccia nella convinzione circa la morte di Maria, perché usavano distinguere tra il fatto che Maria fosse stata concepita libera dal peccato e il fatto che fosse libera dalle conseguenze del peccato » .
Infine lo stesso autore, presenta un riassunto di un famoso specialista, G. Alastruey: « Se si considera l’Assunzione in concreto, come è presentata nella liturgia e nei documenti dei Padri e dei teologi, certamente comprende tutti questi elementi: morte previa, preservazione dalla corruzione del sepolcro e risurrezione anticipata; per cui occorre dire che l’Assunzione consiste nell’unione del corpo con l’anima gloriosa, preceduta dalla morte (ma non dalla conseguente corruzione del sepolcro) e iniziata con la risurrezione » .
- Ragioni teologiche dell’Assunzione
Non è facile compendiarle tutte, ma si possono raggruppare attorno ad alcuni nuclei rilevanti della nostra fede. Chi le presenta più chiaramente è Antonio M.Calero:
1- Il principio della divina Maternità.
2- La perpetua Verginità di Maria, a cui corrisponderebbe l’incorruttibilità corporale dopo la morte.
3- Il principio dell’associazione o dell’unione intima della Madre col Figlio in funzione dell’Incarnazione.
4- L’onore che, in virtù del quarto comandamento, Gesù Cristo, come ogni buon figlio, deve tributare a sua Madre.
5- Il vincolo che unisce Maria all’opera redentrice svolta da Gesù Cristo, in virtù della quale Egli è il vincitore del peccato e della morte: un vincolo espresso nel parallelismo antitetico Eva-Maria, basato fondamentalmente sul testo del protovangelo: Gn 3,15 .
Indubbiamente, queste ragioni presentano una « densità teologica » molto differenziata: La seconda, per esempio, che fa derivare l’incorruttibilità dalla verginità perpetua di Maria, non è sostenibile; così pure il 4° argomento è piuttosto debole.
José Cristo Rey García Paredes aggiunge altre ragioni: oltre ad insistere sulla prima (Maria, Madre di Dio), sottolinea la liberazione dal peccato originale e l’azione di Dio sul corpo di Maria. Quanto alla prima, cita san Leone Magno: « Se Adamo avesse agito perseverantemente secondo questa incomparabile dignità concessa alla sua natura, osservando la legge che gli era stata data, la sua anima intatta sarebbe stata condotta alla gloria celeste con quella parte di sé stesso che era il suo corpo » .
Cita poi Germano di Costantinopoli: « Tu sei bella (Cn 2,13), e il tuo corpo verginale è totalmente santo, casto, dimora di Dio. Per questo motivo è esente dalla dissoluzione in polvere. Come corpo umano fu trasformato fino alla vita eccelsa dell’incorruttibilità. E’ vivo; è superglorioso, pieno di vita e immortale ». E aggiunge il teologo spagnolo: « Germano usava l’argomento della convenienza, secondo il quale sarebbe stato impossibile che la dimora di Dio, il tempio vivo della santissima divinità dell’Unigenito fosse preda della morte nella tomba » .

- Argomenti « formali »
E’ uno dei temi meno analizzati. Personalmente penso che se ne usano principalmente tre :
a) La simmetria.
E’ un meccanismo concettuale e linguistico universale, ma non sempre esplicitato; e soprattutto, pericoloso, quando diventa un ‘letto di Procuste’ per accomodarvi molti elementi che trascendono di molto il suo schematismo formale. Detta simmetria si presenta in due forme principali:
· Simmetria di compimento: all’Immacolata Concezione all’inizio della vita di Maria, « corrisponde » l’Assunzione alla fine della medesima. Negare la conseguenza significherebbe attentare al principio.
· Simmetria di contrapposizione: il famoso parallelismo tra Eva e Maria (che giunse all’estremo nell’ingegnosa contrapposizione tra Eva e « Ave » del saluto dell’angelo -in latino, naturalmente – « mutans Evae nomen »).

b) L’argomento di convenienza,
che si può sintetizzare nelle lapidarie parole latine: potuit-voluit-decuit-ergo fecit: « poté, volle, conveniva: quindi lo fece ». Lo collochiamo in questo paragrafo perché, in se stesso, è formale: potrebbe applicarsi a moltissimi aspetti, quantunque se ne sia fatto un uso privilegiato nella Mariologia. Ugualmente formale, quantunque solo applicabile in questo campo, è l’affermazione: De Maria nunquam satis.
Dice lo Pseudo-Agostino, citato dallo stesso autore: « Mi causa timore l’affermare che il corpo santissimo da cui Cristo prese carne… abbia avuto la medesima sorte di tutti gli altri ». Aggiunge García Paredes: « Quindi bisognerebbe concludere che Maria è in Cristo e insieme a Cristo. Colui che non permette che nemmeno un capello del capo dei suoi santi cada senza il suo permesso, non avrebbe conservato integro il corpo e l’anima di sua madre? Se poté preservare Daniele dai leoni, non avrebbe preservato la ‘semper incorrupta’? Questo autore anonimo pose le fondamenta della teologia dell’Assunzione in Occidente » .
Certo, l’argomento di convenienza non è di per sé uno strumento negativo o da rifiutare; ma, a mio modo di vedere, è almeno pericoloso. Se si usa a posteriori, per giustificare qualcosa, mi sembra tautologico e inutile: dimostrare che Dio ha realizzato qualcosa perché conveniva che lo facesse, non aggiunge nulla. Se, in cambio, lo si usa a priori, corre il pericolo di dare per dimostrato quel che si dovrebbe dimostrare, ciò « conveniva » e per questo Dio lo ha realizzato.
Solo allo scopo di dimostrarne la discutibilità, farò un esempio, preso da un famoso argomento dell’antichità: la possibilità o meno del male. Di fronte al male, Dio può e vuole eliminarlo? Conviene che lo elimini? Difficilmente si troverà un credente che risponda negativamente a questa domanda. Ne deriverebbe come conseguenza evidente, l’ « ergo fecit »? Invece non l’ha fatto.
Questo stesso esempio orienta la nostra riflessione verso un pericolo concreto: quando colui che usa la ‘convenienza’ ha una mentalità estrinsicistica, che non cerca ragioni più a fondo e se la cava dicendo che era « ciò che più conveniva »: tale mentalità trova la propria espressione tipica nel ‘decretismo’. Così è perché Dio così decretò, posto che era ciò che più conveniva. Lo stesso Antonio M. Calero in qualche momento sembra soffrire di questo estrinsicismo, quando scrive, a proposito del ‘collegamento tra l’Assunzione e altre verità rivelate’: « La sua misteriosa unione con Cristo arriva fino al punto di essere stata prevista e decretata la sua esistenza nello stesso e unico decreto con cui fu prevista e voluta la presenza del Redentore fra gli uomini » .
Ma, in particolare, è pericoloso l’uso di questi principi formali in una visione trionfalista del tema. Cosa non si è detto su ciò che Dio ha fatto in favore di Maria, semplicemente perché poteva farlo!
Tra i molti esempi, prendiamo una parte del testo dell’Ufficio delle Letture del 22 agosto, di sant’Amedeo di Losanna :
‘La santa Vergine Maria fu assunta in cielo. Ma il suo nome ammirabile rifulse su tutta la terra anche indipendentemente da questo singolare evento, e la sua gloria immortale si irradiò in ogni luogo prima ancora che fosse esaltata sopra i cieli. Era conveniente, infatti, anche per l’onore del suo Figlio, che la Vergine Madre regnasse dapprima in terra e così alla fine ricevesse la gloria nei cieli. Era giusto che la sua santità e la sua grandezza andassero crescendo quaggiù, passando di virtù in virtù e di splendore in splendore per opera dello Spirito Santo (…) Abitava nel sublime palazzo della santità (…) e sul popolo credente e assetato faceva scendere la pioggia delle grazie, lei che nella ricchezza della grazia aveva superato tutte le creature. Conferiva la salute fisica e la medicina spirituale, aveva il potere di risuscitare dalla morte i corpi e le anime. Chi mai si partì da lei o malato o triste, o digiuno dei misteri celesti? Chi non ritornò a casa sua lieto e contento dopo d’aver ottenuto dalla Madre del Signore, Maria, quello che voleva? » [ il corsivo è nostro].
In questo modo di fare Mariologia è assente la serietà storica. E non è l’unica deficienza: alla base vi è una prospettiva non cristiana, bensì teista (cfr. a questo riguardo, le bellissime e cristiane espressioni di santa Teresa del Bambino Gesù. Ella giunge ad affermare di Maria che « tutto nella sua vita è successo come nella nostra »). Evidentemente, il problema non è mariologico e nemmeno cristologico: è teo-logico, nel senso più forte della parola! « Quale Dio regge l’esistenza cristiana, il Crocifisso o gli idoli di religione, classe, razza e società? » .
c) Infine, mi pare interessante, in questa prospettiva formale, l’osservazione di G.Söll, citata da Bruno Forte: « Mentre le espressioni mariologiche più significative dei Padri e dei Concilii erano state formulate in collegamento con le discussioni cristologiche, apparve anche per la dottrina mariana un nuovo orizzonte tematico, soprattutto col passaggio nella teologia occidentale dalle questioni cristologico-trinitarie, che caratterizzarono il cosiddetto ‘dogma dell’antica Chiesa’, all’antropologia teologica » [la sottolineatura è nostra]. Significativamente D.Söll lo chiama ‘orizzonte’. Personalmente, mi pare che questo passaggio dalla Cristologia all’Antropologia è avvenuto nella valutazione teologica della concezione verginale: da un senso fondamentalmente cristologico, si è passato ad una accentuazione antropologico-morale, e quindi mariologica, snaturandone molto il senso originale.
Questa prospettiva, con pochi elementi nuovi, venne sviluppandosi fino ad arrivare alla dichiarazione del Dogma dell’Assunzione, il 1° novembre del 1950, da parte del Papa Pio XII.

IV. RIFLESSIONE SISTEMATICA
Il fatto di mettere in questione alcuni elementi della Tradizione non deve farci dimenticare che ci troviamo davanti ad una verità di fede della Chiesa: non si tratta allora di metterla in discussione, ma bensì di illuminarla teologicamente e pastoralmente, senza dimenticare la dimensione ecumenica del problema.
Ciò nonostante, prima di passare al tema concreto dell’Assunzione, vorrei collocarlo in un contesto più generale, che permetta – così spero – di considerarlo in modo più adeguato ed arricchente.

A) PUNTI DI VISTA TEOLOGICI
1. Da una « Mariologia della diversità »
ad una « Mariologia della somiglianza ».
Quanto detto sopra circa la contrapposizione tra una « Mariologia teista » ed una Mariologia autenticamente cristiana (basata, sicuramente, su una « Myriam-logia ») trova qui la sua piena incidenza.
La Mariologia, tanto a livello teologico come sul suo versante devozionale, si può raccogliere, attorno a due poli estremi: quello della diversità e quello dell’uguaglianza. Il primo tende ad accentuare ciò che distingue Maria da tutti gli altri esseri umani, e suscita, di conseguenza, l’atteggiamento di ammirazione. Psicologicamente ne può scaturire un meccanismo di difesa: la vedo così distante, la esalto tanto, che diventa inimitabile. L’altro estremo, paradossalmente, può anch’esse impedire l’imitazione, ma dal lato opposto: chi è totalmente uguale a me, e a qualunque altro essere umano, non ha motivo di essere imitato.
E’ necessario, per questo, cercare un equilibrio tra i due poli, avvicinandosi, indubbiamente, di più al secondo: Maria di Nazaret, precisamente a motivo del suo ruolo unico ed irripetibile nella storia della salvezza, non è uguale a noi, bensì simile. Diciamo di più: questa « dis-uguaglianza » non tende ad isolarla o allontanarla da noi, ma ci invita ad imitarla. Possiamo dire che questa visione si ispira a Lc 11,27-28. Di fronte a Maria singolare ed inimitabile (« Beato il grembo che ti portò e il seno che ti allattò! »), Gesù risponde al plurale: « Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica ».
E’ molto interessante applicare questi due punti di vista, in concreto, ai diversi « capitoli » della Mariologia: l’Immacolata Concezione, l’annunciazione-accettazione, la collaborazione sul piano della salvezza di Dio (« corredenzione »), il cammino di fede, che culmina nell’Assunzione. Queste verità si contemplano teologicamente in modo molto diverso a seconda della prospettiva della diversità o della somiglianza. Credo che non sia stata ancora elaborata una Mariologia che si collochi esplicitamente su questo nuovo orizzonte.

2. Da una visione « ontologico-cosista » ad una visione « personalista-relazionale ».
Una delle prospettive più feconde della teologia attuale è il superamento di un orizzonte « ontologico »: questo (senza negare la sua validità filosofico-teologica,) correva il pericolo di accentuare la « priorità dell’essere », a detrimento della persona. Tale affermazione è valida non solo nel campo dell’antropologia teologica, ma anche in quello della teologia trinitaria: l’irrilevanza del Mistero Trinitario si deve in gran parte a questo « fascino dell’Essere=Uno »; per cui il carattere pluripersonale passava in secondo ordine.
Un grande teologo cattolico tedesco, Heribert Mühlen, vedendo in questo orizzonte « ontologico » uno dei limiti della formulazione dei grandi dogmi della Chiesa antica, auspica esplicitamente una « ri-traduzione » (concettuale e linguistica) di questi stessi dogmi. Come esempio personale porto quello dell’Eucaristia.
Con la preoccupazione di accentuare la presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia, ci siamo preoccupati di sottolineare la sua dimensione fisica: « Corpo, Sangue, Anima e Divinità ». Non rimane forse un po’ sacrificata la presenza personale del Signore? Il linguaggio della cosiddetta ‘comunione spirituale’ lo evidenzia. Lo stesso possiamo dire della Grazia. Meraviglia e causa tristezza vedere la quasi « cosificazione », quando invece si tratta dell’aspetto più relazionale che esista: Dio stesso, nella sua Vita Trinitaria, che offre all’uomo la relazione più intima che possiamo immaginare con Lui.
Non è necessario approfondire questa seconda angolazione. Basterà applicarla ai temi indicati precedentemente, per vedere quali di essi corrispondono ad una visione personalista-relazionale e quali ad una visione cosista.

B) APPPLICAZIONE TEOLOGICO-PASTORALE A PROPOSITO
DELL’ASSUNZIONE DELLA SANTISSIMA VERGINE MARIA.
Mi pare che, in una visione rinnovata – e, per questo, autenticamente ecclesiale – dell’Assunzione di Maria, occorrerebbe mettere in rilievo, tra gli altri, i seguenti aspetti.
1.- Nell’Assunzione di Maria contempliamo – in una prospettiva di continuità – ciò che costituisce la pienezza totale dell’essere umano (e quindi il culmine del piano salvifico di Dio): la risurrezione della carne. Non siamo chiamati solo ad una vita effimera su questa terra, e nemmeno alla sopravvivenza solamente di un’ « anima » supposta immortale, ma di tutta la nostra realtà corporeo-spirituale. Il fatto stesso che Paolo, argomentando in 1 Co 15,13 (« Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato ») in certo senso fonda la risurrezione di Gesù sulla risurrezione dei morti, mette in evidenza non « che abbiamo diritto a risuscitare » (come erroneamente qualcuno potrebbe dedurne) ma che la risurrezione non è anzitutto un concetto cristologico, bensì antropologico ossia la risurrezione della carne costituisce la pienezza dell’essere umano.
2.- Nell’Assunzione di Maria contempliamo il compimento totale di ciò che l’angelo Gabriele disse a Maria, salutandola nell’Annunciazione:  » Rallegrati, piena di grazia ». Cercando di dare densità teologica a questa espressione possiamo illustrarla in un triplice senso:
· « Grazia » come gratuità: « piena di grazia » accentua la totale gratuità di Dio eleggendo Maria, senza merito alcuno da parte di lei, così come neppure da parte nostra, essendo stati eletti ad essere « santi davanti a Lui » (cf. Ef 1,4). In questo senso l’intuizione della fede della Chiesa è stata assolutamente unanime: non « ascensione », ma « assunzione ». E’ opera di Dio!
· « Grazia » non come « qualcosa », ma come Qualcuno: Dio Trino e Uno. La teologia tradizionale ha denominato, con un’ espressione orrenda – Grazia Increata – questo rapporto di amore, totalmente gratuito, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo con ciascuno di noi. In questo secondo senso, « piena di Grazia » equivale a « piena di Dio »: con un rapporto unico col Dio Trino, realizzato nell’Assunzione.
· « Grazia » come effetto che produce in noi la presenza di Dio: la teologia la denomina (anche qui inadeguatamente) « Grazia Creata ». In questo terzo senso, « piena di Grazia » equivale a « l’Aggraziata per eccellenza »: a questo punterebbe la glorificazione (senza sfumature trionfalistiche) che implica l’Assunzione di Maria.
3.- Unendo nuovamente i due punti di vista (la Mariologia della continuità e l’orizzonte personale-relazionale), considero molto significativo il fatto che non appare da nessuna parte un testo evangelico, a mio parere, risolutivo. Potrebbe essere il vangelo della solennità dell’Assunzione: Giovanni 17,24-26 (« Padre io voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io » ). Se questo è detto di ogni cristiano, anzi oso dire, di ogni uomo e ogni donna, poiché « con l’incarnazione, il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo » (GS 22), con quanta maggior ragione, in primo luogo, possiamo affermarlo della Ss.ma Vergine Maria! Non per esclusione, ma per eccellenza (sono consapevole di star usando in forma convergente l’argomento « di convenienza »; spero in modo adeguato).
4.- Come tema relativamente secondario, ma interessante nella Tradizione della Chiesa, si potrebbe vedere, in una prospettiva rinnovata, il problema della morte o no di Maria. Il rapporto si pone secondo il modo di intendere il peccato originale. Tradizionalmente si faceva un ragionamento ‘pacifico’:
La morte è conseguenza del peccato originale.
Maria non ebbe peccato originale.
Quindi o Maria non è morta ( essendo la morte conseguenza del peccato originale) oppure rimase libera dal peccato originale ma non dalle conseguenze di esso: nel qual caso morì.
Come si può vedere chiaramente, bisogna cogliere il problema alla radice e non nelle sue conseguenze. La teologia attuale (mettendo in discussione il modo tradizionale di intendere il peccato originale) non considera realizzabile un essere umano la cui situazione di « giustizia originale » implichi i cosiddetti « doni preternaturali ». Questi invece sono visti come espressione simbolica di un dono soprannaturale unico, cioè l’amicizia con Dio. In tale situazione l’uomo morirebbe sì, in quanto realtà biologica, ma senza sperimentare ciò che chiamiamo l’aspetto umano della morte, espresso genialmente in Eb 2,14-15 come « timore della morte ».
In questo modo si compongono in reciproca armonia i diversi aspetti, come le parti di un ‘puzzle’: la pienezza di Grazia in Maria, intesa come amicizia con Dio, trova la sua pienezza nell’Assunzione, attraverso la morte vissuta come passaggio ad una situazione definitiva dell’essere umano, cioè la risurrezione.
E’ ineludibile, a questo punto, nella prospettiva della continuità, porsi la domanda: è poi così infondata l’ipotesi secondo la quale, come Maria, « risorgiamo al morire »?

V. RILEVANZA DELL’ASSUNZIONE NEL CARISMA SALESIANO
Ci sarebbe molto da dire a questo riguardo, anche perché il più rimane ancora a livello implicito. Ci limiteremo ad alcuni aspetti piuttosto « storici », presi dalla vita di Don Bosco.
In primo luogo, la convinzione che ebbe sempre il nostro Padre di esser nato nella festa dell’Assunta: « Il giorno consacrato a Maria Assunta in cielo fu quello della mia nascita l’anno 1815 in Murialdo, borgata di Castelnuovo d’Asti » . Anche se non è esattamente il giorno della sua nascita, le MB commentano: « Al dì 15 di agosto erasi commemorato, come di consueto, il compleanno di Don Bosco. Per questo il cardinale Alimonda aveva voluto portargli personalmente i suoi auguri, rimanendo un’altra volta un buon paio d’ore a colloquio con lui. (…) Oggi tutti sappiamo che Don Bosco nacque non il 15, ma il 16 agosto; ma allora egli pure l’ignorava. Bella è l’osservazione che fa a tal proposito un recentissimo biografo del Santo. Dopo aver immaginato che Mamma Margherita passasse la festa dell’Assunta in gioconda comunione con la Madre di Dio, alla quale offerse il suo nascituro, soggiunge [Henri Ghéon]: « Don Bosco ha ragione di scrivere: Sono nato il 15 agosto. Sì, spiritualmente. Poiché due madri egli ebbe, una in cielo e l’altra sulla terra, e ad entrambe fece onore’ » (MB XVIII, 173).
Tra alcuni eventi particolarmente rilevanti in rapporto all’Assunzione di Maria ricordiamo l’invio di una delle sue circolari più belle (forse non troppo conosciuta), datata « nel giorno solenne dell’Assunzione della Santissima Vergine », nel 1869: sullo spirito di famiglia e la confidenza col proprio superiore.
In un’altra occasione, essendo andato Don Bosco a predicare il triduo dell’Assunta a Montemagno, piccolo paese che soffriva una terribile siccità da più di tre mesi, promise loro solennemente: « Se voi verrete alle prediche in questi tre giorni, se vi riconcilierete con Dio per mezzo di una buona confessione, se vi preparerete tutti in modo che il giorno della festa vi sia proprio una comunione generale, io vi prometto, a nome della Madonna, che una pioggia abbondante verrà a rinfrescare le vostre campagne. » Sembra che subito dopo, Don Bosco stesso abbia avuto timore della promessa fatta e quasi quasi abbia voluto ritrattarla; con fare un po’ sornione, a chi si mostrava sorpreso per le sue audaci parole, rispose: « Ma no; avrà frainteso;… io non mi ricordo d’averlo detto. » Intanto il miracolo avvenne, in forma drammatica, all’ultimo momento (vale la pena leggerlo per esteso); evoca esplicitamente 1 Re 18, 43-45. In cambio, nel vicino paese di Grana, dove non rispettarono la festa mariana, a tal punto da organizzare un grande ballo, « cadde una grandine così terribile che portò via tutti i raccolti e, cosa degna di memoria, fuori dei confini di questo comune in tutti i paesi circostanti non cadde neppure un chicco di grandine. Il fatto ci venne anche esposto pochi mesi dopo l’avvenimento dal Viceparroco D. Marchisio, e da altri testimoni ».(MB VII,725-727 passim).
Il testo più significativo, però, si trova nella novena di preparazione alla festa dell’Assunta del 1875. Don Bosco disse ai suoi giovani: « Siamo nella novena di Maria Assunta in cielo. (…) Si fa questa festa dell’Assunta perché tutti preghiamo Maria ad ottenerci un transito felice, simile a quello che essa ha fatto, il quale più che morte si deve chiamare placido sonno. Io vi auguro a tutti una simile morte ».(MB XI,255).
A questo riguardo io vorrei mettere in rilievo tre elementi: in primo luogo, il fatto che Don Bosco presupponga implicitamente, che Maria sia morta: l’espressione stessa « più che morte si deve chiamare placido sonno », lo indica. In secondo luogo, Don Bosco sembrerebbe alludere alla differenza tra morte biologica e morte umana (in questo caso cristiana), accentuando il fatto che l’elemento decisivo è il « come » di questo ultimo momento della nostra vita. E in terzo luogo, significativamente Don Bosco usa lo stesso termine che ho sottolineato prima parlando del punto di vista teologico della somiglianza: « Io auguro a tutti una simile sorte ».
Indubbiamente, per Don Bosco ebbero grande importanza teologica, pastorale e pedagogica i Novissimi (quel che oggi chiameremmo Escatologia). Ora certamente queste realtà sono strettamente vincolate alla persona della Santissima Vergine Maria. E non potrebbe essere altrimenti; poiché l’Escatologia è « il coronamento dell’Antropologia Teologica », anche l’Assunzione di Maria realizza la pienezza di tutta la sua vita e della sua missione terrena. Oso dire che il binomio inseparabile che caratterizza la « mariologia salesiana », Immacolata Ausiliatrice, trova il proprio ‘spartiacque’ nell’Assunzione: l’orizzonte antropologico di Don Bosco ha come modello Maria Immacolata; il suo orizzonte escatologico ha Maria Ausiliatrice; e, al centro, l’Assunta.

D. Pascual Chávez Villanueva, SDB
IV Convegno Internazionale di Maria Ausiliatrice
Torino-Valdocco 2 agosto 2003

 

Publié dans:FESTE DI MARIA, MARIA VERGINE |on 14 août, 2014 |Pas de commentaires »

San Massimiliano Maria Kolbe

San Massimiliano Maria Kolbe dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 13 août, 2014 |Pas de commentaires »

SAN MASSIMILIANO KOLBE – MISTICO E MARTIRE – 14 AGOSTO

http://www.kolbemission.org/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/152

SAN MASSIMILIANO KOLBE – MISTICO E MARTIRE – 14 AGOSTO

Il 1° settembre del 1939 la Germania dichiara guerra alla Polonia ed inizia l’avanzata delle sue truppe verso la capitale Varsavia.
Le truppe tedesche giungono a Niepokalanòw, mettono i sigilli alla tipografia e traggono in arresto P.Kolbe, il Vicario del convento, P.Pio Bartosik, il chierico giapponese fra Lodovico Kim e 35 fratelli.
Fra’ Juvenyn ricorda:
«Padre Kolbe, come un padre affettuoso, era tanto tempo che ci stava preparando ad affrontare quei giorni difficili.
Il 28 agosto ci parlò dei tre stadi della vita: il primo stadio è la preparazione al lavoro; il secondo è il lavoro stesso; il terzo, la sofferenza. Diceva:
« Il terzo stadio della vita, quello della sofferenza, penso che sarà quello più breve che avrò da vivere. Ma da chi, dove, come, e sotto quale aspetto arriverà questa sofferenza, questo ancora non lo so. Comunque, vorrei soffrire e morire come un cavaliere, anche fino allo spargimento dell’ultima goccia del mio sangue, per affrettare il giorno della conquista del mondo in nome di Dio, attraverso l’Immacolata. Desidero questo per me come lo desidero per voi… Cosa potrei desiderare di più nobile per voi, miei cari figli? Se conoscessi qualcosa di migliore, lo desidererei per voi, ma non lo conosco. Come scrive San Giovanni, Cristo stesso ha detto: « Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici »»
Ai fratelli dimoranti fuori Niepokalanòw scrive:
« Miei cari figli, questa volta vi offro dei brani tratti da alcune lettere che ho ricevuto dai fratelli:
Anche se ci separassero paesi, mari, oceani, tuttavia i nostri cuori e le nostre anime sarebbero ugualmente congiunte dal comune fine di ogni uomo, dall’ideale e dallo scopo della Milizia dell’Immacolata… Solo adesso vedo e sento di cuore che quello è il regno dell’Immacolata. E di lì la sua amorevole protezione mi riempie l’anima di pace…
Chi dunque, chiederete voi, può già tornare? Colui che è pronto a tutto per l’Immacolata, anche a deporre davanti a Lei la propria vita in sacrificio, perché in Europa sta’ scorrendo ancora sangue ed è difficile sapere che cosa potrà capitare… » (SK 895).
Così esorta i fratelli:
« Preghiamo, dunque, sopportiamo le piccole croci, amiamo assai le anime di tutti i nostri prossimi, senza alcuna eccezione, amici e nemici, e abbiamo fiducia, facciamo tutto questo all’unico scopo che Ella divenga al più presto e su tutta la terra la Regina di tutti e di ognuno singolarmente » (SK 892).
Sull’attività più importante afferma:
« Però l’attività più importante è in pieno svolgimento, vale a dire la preghiera. Alle pratiche precedenti si è aggiunta l’adorazione perpetua al Santissimo Sacramento… scorre ininterrottamente un torrente di preghiera, la più grande potenza dell’universo, capace di trasformare noi e di cambiare la faccia del mondo… L’attività esterna è buona, ma, ovviamente, è di secondaria importanza… Solo attraverso la preghiera è possibile raggiungere l’ideale » (SK 895 e 903).
Il desiderio di dare la propria vita per la causa dell’Immacolata e per i principi della carità evangelica era presente nel suo animo da sempre e fu rinnovata, in termini chiarissimi, il 16 marzo 1940 in una lettera all’Ufficiale distrettuale tedesco di Sochaczew:
« Infine, vorrei sottolineare che non provo odio per nessuno su questa terra. La sostanza del mio ideale si trova nelle stampe accluse. Ciò che emerge da esse è mio: per questo ideale io desidero sempre lavorare, soffrire e magari offrire in sacrificio anche la vita, mentre ciò che è contrario ad esso non è mio, ma proviene dal di fuori e perciò, secondo le mie possibilità, l’ho combattuto, lo combatto e lo combatterò sempre… » (SK 884).
Dal carcere di Pawiaksi così scrive:
« … Lasciamoci condurre sempre più perfettamente dall’Immacolata, in qualunque posto e in qualsiasi modo Ella vuole collocarci, affinchè, adempiendo bene i nostri doveri, contribuiamo a far sì che tutte le anime siano conquistate al Suo amore… » (SK 960).
Il 28 maggio del 1941 giunge ad Auschwitz e da qui scrive una sola lettera alla mamma, anche questa tutta improntata a pace e serenità:
« Mia cara mamma, verso la fine del mese di maggio sono giunto con un convoglio ferroviario nel campo di Auschwitz. Da me va tutto bene. Amata mamma, stai tranquilla per me e la mia salute, perché il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto » (SK 961).
Ripeteva ai compagni di prigionia:
« L’odio non è forza creativa; solo l’amore crea… Queste sofferenze non ci spezzeranno, ma ci aiuteranno a diventare sempre più forti. Sono necessarie, insieme ai sacrifici degli altri, perché chi verrà dopo di noi possa essere felice »
Date queste premesse, per lui fu spontaneo e naturale chiedere di prendere il posto di quello sconosciuto e piangente padre di famiglia nel bunker della morte.
La carità cristiana gli chiedeva di restituire all’affetto della moglie e dei figli un povero papà e di accompagnare con la sua azione sacerdotale gli altri nove sfortunati compagni all’abbraccio con il Padre celeste.
Il suo gesto scosse anche le guardie:
« Questo sacerdote è proprio un galantuomo. Finora uno simile qui non l’abbiamo avuto. »
Giorgio Bielecki parla a nome di tutti:
« Fu uno shock enorme per tutto il campo. Ci rendemmo conto che qualcuno tra di noi, in quella oscura notte spirituale dell’anima, aveva innalzato la misura dell’amore fino alla vetta più alta… Dire che P. Kolbe morì per uno di noi o per la famiglia di quella persona sarebbe riduttivo. La sua morte fu la salvezza di migliaia di vite umane. E in questo, potrei dire, sta la grandezza di quella morte… » (Dalle testimonianze).
Ci sembra importante evidenziare che ad Auschwitz P. Massimiliano non ha difeso solo la fede ma anche l’uomo, questo suo « donarsi » non è stato altro che il compimento di tutta la sua esistenza.
Nella Chiesa e nel mondo questo gesto di P. Kolbe e, grazie ad esso, anche tutto il resto della sua opera, saranno ricordati per sempre

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