OMELIA XXI DOMENICA DEL T.O.: « TU SEI PIETRO E SU QUESTA PIETRA EDIFICHERÒ LA MIA CHIESA »

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24 AGOSTO 2014 | 21A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« TU SEI PIETRO E SU QUESTA PIETRA EDIFICHERÒ LA MIA CHIESA »

Tutta la Liturgia odierna gravita verso la scena grandiosa del Vangelo, che è un po’ come la « sintesi » di tutto il messaggio del Nuovo Testamento.
Ed è sintesi per un doppio motivo. Prima di tutto, per la solenne confessione di fede in Cristo come « Figlio di Dio » da parte di Pietro. È risaputo, infatti, che nell’architettura dei Vangeli sinottici, e in special modo di Marco (8,27-30), qui siamo al punto « critico » del processo rivelativo del mistero di Cristo: la gente, che pur lo ha seguito con entusiasmo e con simpatia, rimane sconcertata davanti alle sue affermazioni e lentamente lo abbandona. Soltanto gli Apostoli sono parzialmente capaci di accettarlo per quello che egli ormai sempre più chiaramente si manifesta, cioè come il Messia « sofferente » che dovrà morire per salvare il suo popolo. È proprio da questo momento, infatti, che si moltiplicano i suoi riferimenti alla imminente morte di croce.
In secondo luogo, perché in questo brano abbiamo la promessa di particolari « poteri » a Pietro sopra tutta la Chiesa, che Cristo farà nascere proprio come frutto del suo sacrificio sulla croce: in Pietro si avrà come la « sintesi » di tutti i servizi e di tutte le articolazioni « ministeriali » che sono indispensabili perché un organismo sociale, come è la Chiesa, possa sopravvivere a se stesso.

« Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide »
Che tutto graviti verso la ricchissima pagina di Vangelo, che tra poco commenteremo, lo dimostra già la prima lettura, che ci riferisce di un normale avvicendamento amministrativo alla corte del re Ezechia (716-687 a.C.): la sostituzione con Eliakim di un certo Sebnà, di cui non sappiamo quasi nulla (Is 22,19-23), nella carica di maggiordomo del re di Giuda.
Molto probabilmente questo Sebnà era un abile manovriero, arrivato, con l’arte dell’adulazione e del raggiro, a ricoprire la più alta carica dello Stato. Ora, Dio per mezzo del Profeta ordina di togliergli l’incarico, per conferirlo a persona più degna che, più che i propri, curi gli interessi dei sudditi (cf 2 Re 18,26.37; 19,2).
È un testo carico di immagini che significano sia il trapasso del potere (« lo rivestirò con la tua tunica », ecc.), sia l’esercizio del potere. Fra queste è caratteristica l’immagine della « chiave »: l’ »aprire » e il « chiudere » le porte della casa del re era una funzione del visir egiziano, di cui l’equivalente è in Israele il maggiordomo. L’immagine della « chiave », perciò, sta a significare una pienezza di poteri, delegata da uno che sta più in alto.
Nell’Apocalisse, Giovanni applicherà questa immagine a Cristo, in quanto è colui che ha ricevuto « ogni potere in cielo e sulla terra » (cf Mt 28,18): « Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre » (Ap 3,7).
Un’altra cosa, però, vorrei far notare prima di passare al Vangelo: il « tipo » e la « qualità » del potere che, secondo Isaia, dovrà esercitare il nuovo maggiordomo sopra Israele. Ecco come si esprime il testo: « Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda ».
Si anticipa qui il senso dell’autorità, quale proporrà Gesù nel Nuovo Testamento: essa dovrà essere espressione e manifestazione non di potenza e neppure di superiorità, ma di « amore ». L’amore, appunto, che un « padre » porta ai suoi figli. Del resto, proprio questa capacità di « amare » Cristo richiederà a Pietro prima di costituirlo « pastore » del suo gregge: « Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro? » (Gv 21,15-17). Un amore, quello di Pietro, rivolto non solo a Cristo ma, in lui, anche a tutte le pecore e agli agnelli del suo gregge.

« La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? »
E così siamo arrivati al brano di Vangelo che più ci interessa e in cui protagonista assoluto è Pietro; forse si potrebbe dire, anche meglio, che protagonista è Cristo in quanto viene da Pietro pubblicamente confessato come « Figlio del Dio vivente » e in quanto da lui viene come continuato e « rappresentato » presso gli uomini di tutte le generazioni quale « vicario di Cristo », come la tradizione cristiana ben presto si è espressa.
È il noto episodio della confessione di Cesarea di Filippo, che crea non poche difficoltà agli studiosi perché le parole più impegnative riguardanti i « poteri » di Pietro sono ignorate dagli altri due Sinottici (cf Mc 8,27-30; Lc 9,18-21). Senza entrare nei dettagli della non facile questione, diciamo solamente che Matteo ha un accentuato interesse « ecclesiologico », oltre che « cristologico », e perciò riporta qui delle autentiche espressioni che Gesù ha forse detto in altro contesto storico, proprio per dare più rilievo non solo alla figura « storica » di Pietro, ma anche alla sua « funzione » di permanente « confessore » della fede nell’unica Chiesa di Cristo, che durerà sino alla fine del mondo.
L’interesse « cristologico » del brano è reso evidente proprio dalla domanda che Gesù pone ai suoi discepoli: « La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? » (Mt 16,13). Ed è chiaro che Gesù la pone non tanto per sapere ciò che la « gente » pensa di lui, quanto per spingere gli Apostoli ad andare oltre, a penetrare più a fondo nel suo « mistero ». È quanto risulta dal suo incalzare, dopo che gli viene riferito il pensiero della « gente » (v. 14): « Voi chi dite che io sia? » (v. 15). Ciò che dicono gli « altri » non coincide, dunque, con la vera « realtà » che lui porta e quasi nasconde in sé.
A questo punto interviene Pietro, che parla a nome di tutti e proclama: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (v. 16). In rapporto a quella degli altri due Sinottici, la confessione di fede di Pietro è doppia: egli non proclama soltanto Gesù come il Messia (« Cristo »), promesso dai Profeti e atteso dal popolo, come fanno anche Marco e Luca, ma anche come il « Figlio di Dio », che ha un rapporto unico ed esclusivo con il Padre.
Una confessione di fede completa, dunque, che afferra nella sua radicalità l’essere e l’agire di Cristo, e che vale anche per quando di Gesù sarà possibile credere tutto fuorché egli sia davvero il « Figlio del Dio vivente »: si pensi al suo morire abbandonato da tutti sulla croce! Difatti, immediatamente dopo, Pietro si scandalizzerà proprio davanti al primo annuncio dell’imminente passione del Signore (Mt 16,21-23).

« Beato te, Simone, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato »
Tutto questo sta a significare che un « credere » così non è facile e non può derivare dalle pure forze della ragione (« la carne e il sangue »): la fede è sempre un aprirsi a qualcosa che sta oltre e che non è verificabile da nessuna intelligenza, anche la più acuta. Essa è mero « dono » che viene dall’alto, come commenta subito Gesù: « Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli » (v. 17).
È evidente qui l’eco dell’inno di « giubilo » del Signore: « Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te » (Mt 11,25-26).
Si deve però osservare che la confessione di Pietro viene accettata da Cristo, non tanto e solo come un fatto personale (che già è degno di ammirazione), ma come espressione e simbolo di un « servizio » da rendere costantemente alla Chiesa: cioè Pietro è il « portavoce » della fede degli altri Apostoli e di tutti i credenti di tutti i tempi. Infatti, solo sulla fede nella divinità di Gesù « si fonda » la Chiesa: senza questa fede la Chiesa sarebbe un puro aggregato sociologico, non la comunità di coloro che Dio convoca e salva in Cristo suo Figlio. Si vede subito allora come l’interesse « cristologico » sfoci immediatamente in quello « ecclesiologico », tipico di Matteo, come abbiamo già più di una volta rilevato.

« E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherà la mia Chiesa »
È in questa luce che si possono comprendere, senza grandi difficoltà, le successive parole a Pietro e che sembrano fare di lui, pur così fragile, il punto di riferimento e di « sostegno » di tutta l’economia salvifica che Cristo è venuto a instaurare sulla terra. Qualcosa di troppo grande per essere affidato ad un uomo!
Eppure le parole di Gesù suonano troppo chiare e solenni, perché le possiamo interpretare diversamente: « Ed io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli » (vv. 18-19).
Pietro in quanto ha confessato, e nei suoi successori continuerà a confessare Cristo come « Figlio di Dio », costituisce la « pietra » di fondamento su cui Cristo « edificherà » senza fine la sua Chiesa.
Le immagini qui adoperate ci richiamano facilmente a uno sfondo linguistico semitico, come riconoscono ormai tutti gli studiosi: segno, questo, evidente dell’antichità del brano. Già il cambiamento di nome si capisce molto meglio nel gioco di parole dell’originale aramaico, dove Kefa’, al maschile, significa appunto « pietra, roccia »: nelle nostre lingue, invece, e anche nel greco, « pietra » è femminile, e bisogna trasformarlo in maschile per farne un nome personale (« Pietro »).
Ma, al di là del gioco di parole, a noi interessa rilevare la funzione di « roccia » che Cristo attribuisce a Pietro. L’immagine evidentemente è quella di una « costruzione », che rimane salda nella misura in cui è fondata sulla « roccia »: si ricordi la parabola della casa costruita sulla « sabbia » e che ben presto la pioggia e i venti impetuosi abbattono (cf Mt 7,26-27).
Pietro perciò nella Chiesa ha la funzione di « roccia », di fondamento e di coesione: questo egli fa, riproponendo sempre da capo e interpretando in maniera autentica l’unica fede nel Cristo, « Figlio del Dio vivente ».
D’altra parte, è significativo il fatto che Gesù, mentre proclama che Pietro è già « roccia », al presente (« Tu sei Pietro », cioè « roccia »), per esprimerne la funzione e descriverne i poteri adopera i verbi al futuro: « Edificherò, darò le chiavi », ecc.
Che senso ha tutto questo? Forse vuole alludere ai poteri che di fatto Gesù conferirà a Pietro solo dopo la Risurrezione (cf Gv 21), oppure intende riferirsi a un « permanere » del « servizio » di Pietro anche al di là della figura « storica » di Pietro?
È certo che la tradizione cattolica ha interpretato il passo in questo secondo senso, che non esclude ovviamente il primo: finché la Chiesa verrà « costruita » dall’unico suo Signore che è Cristo, ci sarà bisogno di un uomo che, come Pietro e al posto di Pietro, faccia da « roccia » di fondamento di questo immenso « edificio » con la proclamazione incrollabile della fede in Cristo come « Figlio di Dio », morto e risorto per salvare gli uomini. Proprio per questo tutti gli assalti delle forze del male (« le porte degli inferi »), che tendono a bloccare l’opera della salvezza, facendo restare gli uomini prigionieri della « morte » spirituale e poi anche fisica, « non prevarranno contro la Chiesa », non riusciranno cioè a scuoterla e a farla rovinare: la « roccia » della fede di Pietro la sosterrà sino alla fine dei secoli!

« A te darò le chiavi del regno dei cieli « 
D’altra parte, la « fede », pur essendo unica e invariabile, ha pur bisogno di essere non solo sviluppata e approfondita, ma anche « confrontata » con le situazioni culturali e sociali diverse, con i nuovi problemi che interrogano gli uomini. E sarà ancora Pietro che, in virtù dei poteri conferitigli da Cristo, in piena fedeltà al suo Signore, dovrà dire la parola definitiva che interpreta e adatta il Vangelo ai bisogni nuovi degli uomini: « A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli » (v. 19).
Sappiamo già che cosa significa l’immagine della « chiave ». Il « legare » poi e lo « sciogliere » è formula rabbinica per indicare la funzione interpretativa della legge divina, nel senso di dichiarare autoritativamente proibito (« legare ») o permesso (« sciogliere ») un determinato comportamento in rapporto alle esigenze divine espresse nella Scrittura. Sul piano disciplinare, poi, « legare » e « sciogliere » indicano il potere di escludere dalla comunità e di ammettere, o riammettere, nel suo seno.
La cosa poi che sorprende di più non è il fatto che Cristo conferisca a Pietro poteri così eccezionali nell’ambito della fede e della sua interpretazione, ma soprattutto la ratificazione « celeste » di tutto quello che egli farà e dirà come « plenipotenziario » di Cristo.
È qui che si tocca, credo, il fondo del « mistero di Pietro »: « non la carne ed il sangue » agiscono in lui, ma la « rivelazione » che viene dall’alto.

« O profondità della sapienza di Dio »
Perciò conveniamo anche noi con quanto affermato da un illustre teologo: « In quanto figura Pietro è una impossibilità, che ha la sua possibilità soltanto nella volontà dell’origine che l’istituisce ».1
Solo la fede ci permette di accettare come « possibile » quello che la ragione potrebbe anche dirci « impossibile »!
In questo senso avvertiamo quanto sia vero anche per il nostro caso, oltre che per il « mistero » del rifiuto d’Israele, l’inno di stupore di Paolo davanti agli imperscrutabili disegni di Dio: « O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie… A lui la gloria nei secoli. Amen » (Rm 11,33-36).

Da: CIPRIANI S.

Publié dans : OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |le 22 août, 2014 |Pas de Commentaires »

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